Il modo indicativo e i suoi tempi

■ Quando si usa l’indicativo presente? ■ Cos’è il presente storico? ■ Quando si usa l’indicativo imperfetto? ■ Che differenza c’è tra l’indicativo imperfetto e gli altri passati? ■ Quando si usa il passato prossimo? ■ Quando si usa il passato remoto? ■ Meglio dire “l’anno scorso andai” o “l’anno scorso sono andato”? ■ Quando si usano il trapassato prossimo e trapassato remoto? ■ Che differenza c’è tra il trapassato prossimo e il trapassato remoto? ■ Quando si usa il futuro? ■ Che differenza c’è tra il futuro semplice e il futuro anteriore? ■ Quali sono i tempi dell’indicativo?

L’indicativo è il modo che serve a esprimere qualcosa di certo (amo, corro, sento…).
Il nome indicativo deriva dal dito indice, quello che si usa per indicare le cose, per constatare ciò che avviene. È la maniera o la modalità di esprimere le azioni che si usa più di frequente, e per questo motivo è il modo più articolato dal punto di vista dei tempi possibili.

Oltre al presente, possiede ben 5 diversi tempi passati: 2 semplici (l’imperfetto, per. es. amavo, e il passato remoto, amai) e 3 composti (passato prossimo, ho amato; trapassato prossimo, avevo amato; trapassato remoto, ebbi amato). E poi ha due gradi di futuro, quello semplice (amerò) e quello anteriore (che è composto: avrò amato).

Più precisamente, ecco quali sono e quando si usano.

Presente

L’indicativo presente (es. amo) si usa:

● per esprimere qualcosa che succede nel momento in cui se ne parla o se ne scrive (guardo la partita);
● per qualcosa che è sempre valido, nel passato, nel presente e nel futuro (il corvo è nero, il mare è salato);
● a volte, però, si può usare il cosiddetto presente storico per esprimere qualcosa che è già accaduto ma raccontandolo come se fosse al presente, il che è un espediente narrativo per attualizzare qualcosa con uno stile più vivo, per esempio: “Napoleone nasce ad Ajaccio il 15 agosto 1769”; “nel 2006, l’Italia vince i mondali di calcio”. È evidente che in queste frasi viene a mancare la contemporaneità rispetto a quando si scrive (si potrebbe anche scegliere di dire nacque o vinse), ma in casi come questo il presente può caricarsi di un valore storico che rende la frase come qualcosa che è sempre vera e valida.

(Passato) imperfetto

Il passato imperfetto (es. amavo) si usa:

● per esprimere un’azione passata che continua nel tempo (quando ero piccolo, cioè per tutto il periodo che ero bambino) e nelle descrizioni di eventi prolungati e continuati (quell’anno l’inverno non finiva mai; tirava un forte vento);
● per qualcosa in passato che si ripeteva abitualmente (andavo in ufficio tutti i giorni in autobus);
● per le azioni non compiute (mentre mangiavo è squillato il telefono);
● per mettere in risalto gli avvenimenti passati con uno stile giornalistico (nelle prime ore del pomeriggio lo scippatore aggrediva la vittima e si impossessava della sua borsa);
● talvolta, si usa al posto del condizionale volevo sapere perché… (cioè: vorrei sapere);
● esprime a volte un passato indefinito e imprecisato, per esempio nelle favole  (c’era una volta) o nei giochi dei bambini (facciamo finta che ero il dottore).

Passato prossimo

Il passato prossimo (es. ho amato) indica un’azione passata da molto ma che ha ancora effetti sul presente (la nascita di mio figlio ha cambiato la mia vita). Altre volte si usa anche per esprimere qualcosa avvenuto in un passato lontano, come alternativa al passato remoto: “Napoleone è nato ad Ajaccio il 15 agosto 1769”.  

Passato remoto

Il passato remoto (es. amai) si usa di solito per un passato lontano e concluso che non ha più effetti sul presente: “Quando mia nonna arrivò era ormai troppo tardi”; “Quel ponte crollò durante la guerra”, ma in questi esempi si può usare ugualmente anche il passato prossimo, è solo una scelta stilistica.

Se però si dice: la nascita di mio figlio cambiò la mia vita
la frase implica che il cambiamento è riferito al passato, che si è concluso e non è detto che abbia conseguenze sul presente (al contrario di la nascita di mio figlio ha cambiato la mia vita che lascia intendere che il cambiamento perdura tutt’ora).


Tuttavia, a parte queste sfumature, se un tempo si distingueva il passato remoto come più appropriato per un’azione passata conclusa o lontana, e il passato prossimo più adatto per ciò che non è concluso ed è più recente, nell’italiano vivo di oggi questa distinzione è venuta meno. E nell’italiano moderno il passato remoto tende a scemare e a essere utilizzato sempre meno frequentemente rispetto al passato prossimo.

Non c’è una regola per preferire: “L’anno scorso andai” a “l’anno scorso sono andato”, e questa seconda forma è molto più diffusa per esempio al nord, mentre il passato remoto vive maggiormente al sud, ma sono entrambe lecite, anche perché non esiste un criterio rigido per distinguere quando un passato è concluso e quando è recente. È una questione di stile personale e si può dire benissimo: “Napoleone nacque ad Ajaccio il 15 agosto 1769”, Napoleone è nato ad Ajaccio il 15 agosto 1769” e anche “Napoleone nasce ad Ajaccio il 15 agosto 1769” (presente storico).

Più criticabile è semmai l’uso del passato remoto in espressioni come ieri andai, o poco fa andai, che non sono in uso nell’italiano scritto, in questi casi si usa il passato prossimo.

Trapassato prossimo e remoto

Il trapassato prossimo (es. avevo amato = imperfetto + participio) e il trapassato remoto (es. ebbi amato = passato remoto + participio) si usano per indicare un rapporto di anteriorità tra passati, per esempio:

a pranzo in quel ristorante ho mangiato (passato prossimo) un piatto più abbondante di quello che mangiai (passato remoto) il mese scorso, e anche più abbondante di quello che avevo mangiato (trapassato prossimo) tre mesi fa, quando, dopo che ebbi mangiato (trapassato remoto), avevo ancora un senso di fame.

Questo esempio aiuta a comprendere il rapporto tra diversi tipi di passato, ma non sempre ci sono delle regole precise per stabilire quale tempo usare, e spesso si possono scegliere tempi differenti. Per fare un altro esempio sull’uso dei trapassati, si può dire:

“Mi ero preparato quando mi disse che non sarebbe più venuto”, oppure: “Mi disse che non sarebbe venuto più dopo che mi fui preparato”. Nel primo caso non si potrebbe usare il trapassato remoto (fui preparato), ma in altri casi non esiste una regola ferrea per scegliere una delle due forme di passato, dipende dagli intenti del parlante e dallo stile che sceglie di utilizzare, per esempio: “Sono partito dopo che mi aveva raggiunto” oppure “sono partito (o partii) dopo che mi ebbe raggiunto”.

Futuro semplice

Per quanto riguarda il futuro, il futuro semplice (es. amerò) indica:

● soprattutto le azioni che devono ancora compiersi (domani andrò al mercato);
● a volte si usa anche esprimere un’incertezza o un dubbio (saranno tre giorni che non mangia; sarà malato?)
● si può usare anche per formulare un comando espresso al futuro (visto che il modo imperativo non possiede il futuro si può usare l’indicativo), per esempio: “Domani andrai a scuola!”.

Futuro anteriore

Il futuro anteriore (es. avrò amato) esprime invece:

● un futuro che avviene prima di quello semplice (quando sarai grande, capirai);
● si usa anche per esprimere dubbi e incertezze (quando ho mangiato saranno state le 13; Elena avrà trovato il mio messaggio?).