Pronomi interrogativi ed esclamativi

■ Qual è la differenza tra pronomi esclamativi e interrogativi? ■ Che differenza c’è tra i pronomi che si usano nelle domande dirette e quelli che si usano in quelle indirette? ■ Meglio dire: “Cosa fai?”, “Che fai?” o “Che cosa fai?”. ■ Quali sono gli esempi di frasi con i pronomi interrogativi? ■ CHI si riferisce solo alle persone? ■ Quali sono gli esempi di frasi con i pronomi esclamativi?

I pronomi interrogativi sono quelli che servono a introdurre le domande, che possono essere dirette, cioè quelle che terminano con il punto interrogativo (?) o indirette, cioè formulate in altro modo che non vuole il punto di domanda alla fine.

Una domanda diretta è per esempio: “Verrai?”, mentre la formula indiretta può esprimere lo stesso concetto dicendo per esempio: “Mi domando se verrai”.

I pronomi che si trovano nelle domande dirette possono essere:

Chi? Che? Che cosa? Quale? Quanto?
Per esempio: Chi è arrivato? A che (cosa) stai pensando? Che ci fai qui?
E gli stessi si possono impiegare anche nelle domande indirette (nulla cambia nei pronomi, a parte il punto interogativo):
Mi chiedo chi è arrivato. Mi domando che (cosa) stai pensando. Non so (forma dubitativa) che ci fai qui.

Cosa, che cosa o che possono essere equivalenti, e la scelta della forma è una quesione di stile personale, si può dire: “Cosa fai?”, “Che fai?” o “Che cosa fai?”.

Chi si riferisce solo alle persone.

I pronomi esclamativi non sono diversi da quelli interrogativi, l’unica differenza è il contesto, si usano nelle esclamazioni, per esprimere stupore. Per esempio:

Quanto ci ha impiegato! Che bello! Quale cortesia! Cosa hai detto! Qual buon vento!

I tanti valori di “che”

■ Quali sono i significati possibili di che? ■ Si può cominciare una frase con che? ■ Si può dire “siccome che”? ■ Come si può distinguere il che congiunzione dal che pronome relativo? ■ Che può essere anche aggettivo?

Che” può assumere tantissimi significati diversi, e per fare un po’ di chiarezza per esempio nell’analisi logica, oppure semplicemente nella comprensione di un testo, va sempre esplicitato.

In altre parole, per poter comprendere il suo valore e il suo senso, bisogna vedere che cosa significa nel contesto e come si può di volta in volta trasformare.

Per esempio può essere:

pronome relativo: l’uomo che (= il quale) parla;
pronome interrogativo o esclamativo: che (= cosa) fare? che bello!;
aggettivo interrogativo o esclamativo: che (= quale) giacca indossi? Che faccia tosta!;
congiunzione: ti dico che sei bravo.

Che altro dire?
Che non è vero che non si può mai iniziare una frase con il che, come talvolta si dice (“che mi venga un accidente se non è così!”: non esistono controindicazione nel cominciare una frase con il congiuntivo preceduto da che).
Oltre a tante frasi comuni che iniziano così (che bello! Che succede? Che mi dici?), ci sono anche molti esempi letterari che contraddicono l’opinione diffusa per cui non sarebbe possibile aprire una frase in questo modo, per esempio l’incipit di un racconto di Jorge Luis Borges:

Che un uomo del suburbio di Buenos Aires (…) s’interni nei deserti battuti dai cavalli (…), sembra a prima vista impossibile

(“Il morto” in L’aleph, Feltrinelli, Milano 1961, traduzione di Francesco Mentori Montalto).

Il fatto che sia possibile non significa però che sia sempre consigliabile: non è vietato, ma bisogna saperlo fare e poterselo permettere.


Invece, a proposito di divieti: non si può mai dire siccome che!

I pronomi relativi

■ Quali sono i pronomi relativi? ■ Meglio dire l’uomo a cui ho scritto o l’uomo cui ho scritto? ■ Perché si dice “l’uomo CHE ho visto” ma “l’uomo DI CUI ti ho parlato”? ■ Quando si usa CHE e quando CUI? ■ “Quale” si riferisce sia al maschile sia al femminile? ■ Un avverbio come “dove” può diventare pronome relativo? ■ Quando si usa CHE e quando CHI? ■ CHI si può usare riferito alle cose oltre che alle persone? ■ CHE si può usare riferito alle persone oltre che alle cose?

I pronomi relativi (il quale, la quale, i quali, le quali, che, cui, quanto, chi…) oltre a prendere il posto del nome si usano spesso per collegare tra loro due frasi diverse: “Ho visto il medico che (= il quale) mi ha guarito”.

Quale è variabile nel numero (i quali) ma il suo genere maschile o femminile si ricava solo dall’articolo o dalla preposizione articolata che lo precede:
la donna… della quale mi hai parlato, alla quale mi sono rivolto, sulla quale ho delle perplessità, con la quale mi vedo
Molto spesso è però sostituito da che o cui (invariabili) che sono più brevi ed “economici”: l’amico che (= con cui mi) frequento, il ragazzo cui (= a cui, al quale) scrivo…

Che si usa quando il pronome è soggetto o oggetto (la torta che ho mangiato) e cui quando è un complemento indiretto (il libro di cui mi hai detto), preceduto dalle preposizioni.

L’uomo a cui ho scritto o cui ho scritto?
Quando però cui è complemento di termine (risponde alle domande “a chi? A che cosa?”) è possibile usare sia a cui sia solo cui (che in latino era la forma già declinata con il medesimo significato), dunque si può dire la lettere cui (o a cui) ho risposto. In questi casi la scelta è solo una questione di stile, e la forma alla latina è più dotta o ricercata, mentre l’altra è più frequente e un po’ meno altisonante.
Negli altri complementi indiretti, invece, la preposizione è sempre necessaria e non si può omettere.

Che vale sia per le persone sia per le cose, mentre chi è sempre riferito alle persone, mai alle cose, e frasi come chi tace acconsente, chi la fa l’aspetti equivalgono a colui che.

Spesso, quando ci sono delle frasi relative è più elegante esplicitare la forma in modo chiaro invece di usare il che, per esempio: “La sorella di Pierino, che fa l’insegnante…” è un espressione ambigua: l’insegnante è Pierino o la sorella? Se sostituiamo il che con il quale o la quale non ci sono equivoci.
In linea di massima, è meglio evitare frasi con troppi “che”: possono essere “pesanti” e poiché può avere tantissimi significati esplicitarlo può migliorare la frase (sui molteplici significati che puà assumere vedi → “I tanti valori di che“).

Talvolta per le frasi relative si possono utilizzare non solo questi pronomi, ma anche alcuni avverbi che però vengono utilizzati con una funzione pronominale, per esempio dove, dovunque o comunque: “Vado in un albergo dove (= in cui, nel quale) c’è la piscina”, “otterrò la promozione con qualunque (= ogni, tutti) mezzo”.

I pronomi indefiniti

■ Quali sono i pronomi indefiniti? ■ Che differenza c’è tra “uno” pronome e “uno” articolo indeterminativo? ■ Come funzionano gli apostrofi e i troncamenti dei pronomi indefiniti come alcun e alcuno? ■ Cosa sono i pronomi correlativi? ■ Perché si dice: “NON ho visto NULLA” (doppia negazione”), ma “NULLA mi ferma” con una negazione sola? ■ “Alcuno” e “Nessuno” sono pronomi o aggettivi?

Si chiamano così perché indicano qualcosa in modo generico e vago (indeterminato e indefinto).

Alcune volte possono coincidere con gli analoghi aggettivi, quando non c’è il nome (e persino con gli articoli indeterminativi, per es. ho visto uno sconosciuto = articolo, e ho visto uno = pronome, cioè ho visto qualcuno di indefinito, ma vale anche per ho visto due, tre…).

Coincidono con le forme degli aggettivi indefiniti per esempio nel caso di alcuno (alcuni, alcune), nessuno (nessuna), ciascuno (ciascuna) e ancora altro, molto, poco, troppo, tanto, quanto, parecchio, tutto, nessuno, tale, taluno… che si possono sempre concordare con il genere (altra, poca) e con il numero (altre, altri).
Esempi: ho visto tutto; molti non sanno nuotare; troppi commettono errori

Sono invece solo pronomi: qualcuno e qualcuna (senza plurale), qualcosa (invariabile maschile), ognuno e ognuna (senza plurale), chiunque (invariabile maschile), niente e nulla (invariabili maschili) e poi qualcheduno, certuni, chicchessia, checché, alcunché… (per esempio: qualcosa è cambiato, c’è qualcuno?).

● I pronomi composti da uno, seguono le regole dell’articolo nell’uso dell’apostrofo, e dunque nei costrutti come alcun altro o qualcun altro, non vanno mai apostrofati davanti a vocale, nel caso del maschile:
uno, quando è pronome, a differenza dell’articolo non ammette invece la forma tronca (un) e si usa con il significato di “un tale” (c’è uno che mi segue);
niente e il suo corrispettivo più formale nulla, si usano nelle espressioni negative; se seguono il verbo sono accompagnati da non, se invece lo precedono non lo vogliono e non ne hanno bisogno: “Niente e nulla mi farà cambiare idea”, ma: “Non ho visto nulla”:
tantoquanto, l’uno (gli uni) e l’altro (gli altri), talequale, spesso servono per formare frasi correlative e in questo caso si chiamano anche pronomi correlativi (es. tanti nascono quanti muoiono).

I pronomi dimostrativi

■ Quali sono i pronomi dimostrativi? ■ Come si apostrofano questo e quello? ■ Quali sono i pronomi dimostrativi oltre a questo e quello? ■ Quando si usa codesto? ■ Come si distinguono i pronomi dimostrativi questo e quello dagli stessi aggettivi dimostrativi? ■ Si può dire ‘sto al posto di questo? ■ “Ciò” si può usare riferito alle persone? ■ “Colui” si può riferire alle cose o solo alle persone? ■ “Costui” può avere un valore dispregiativo?

Questo e quello sono pronomi dimostrativi quando prendono il posto del nome, altrimenti sono aggettivi dimostrativi:

prendo questo libro (→ aggettivo)
prendo questo (→ pronome).

Non presentano particolari dubbi grammaticali, si declinano senza problemi nel genere e nel numero (questa, queste, questi; quella, quelle, quelli), e l’unica questione problematica può riguardare l’uso dell’apostrofo che segue le regole dell’articolo lo.

Questo si apostrofa davanti a vocale (quest’uomo), e quello si comporta come bello e l’articolo lo da cui è formato: quel cane, quell’armadio, quello studio, quella casa, quell’automobile; non si apostrofano invece quei cani, quegli armadi, quelle case, quelle antenne. Quegli si può eventualmente apostrofare solo davanti a parola che comincia per i (quegl’italiani) ma non è molto in uso, né particolarmente consigliabile.

Bisogna anche registrare che nel parlato a volte circolano forme con la soppressione della sillaba iniziale (aferesi) come ‘sto (‘sta, ‘ste e ‘sti) al posto di questo (che me ne faccio di ‘sto coso?), ma sono forme popolari e familiari non eleganti e non adatte ai registri formali.

Tra i pronomi dimostrativi ci sono anche:

stesso e medesimo: vado sempre nello stesso/medesimo posto;
ciò, che è invariabile e si usa per indicare le cose e mai le persone: mangia ciò che vuoi;
colui, colei e coloro, per lo più usati nei discorsi solenni: beato colui che è saggio;
costui, costei e costoro, poco usati, che equivalgono a questo e simili, ma si usano solo per le persone (“Carneade! Chi era costui?”, I promessi sposi, cap. VIII), ma assumono talvolta una sfumatura un po’ spregiativa (es. cosa credono di fare costoro?).

“Codesto” non si usa
Come nel caso degli aggettivi dimostrativi, anche per i pronomi le grammatiche riportano spesso codesto, che servirebbe a indicare qualcosa che è vicino a chi ascolta, e per esempio il maestro dalla sua cattedra direbbe all’alunno seduto in un banco lontano: portami codesto quaderno, invece di quel. Ma questo uso è completamente decaduto, nel parlato e nello scritto. Vive solo come regionalismo nella parlata toscana e va assolutamente evitato nell’italiano formale.

I pronomi possessivi

■ Cosa sono i pronomi possessivi? ■ Quali sono i pronomi possessivi? ■ Proprio e altrui sono pronomi possessivi? ■ Come si distinguono i pronomi possessivi (mio, tuo) dagli aggettivi possessivi (mio, tuo)?

I pronomi possessivi sono quelli che esprimono possesso e sono:

● maschile singolare: mio, tuo, suo, nostro, vostro e loro;
● femminile singolare: mia, tua, sua, nostra, vostra e loro;
● maschile plurale: miei, tuoi, suoi, nostri, vostri e loro;
● femminile plurale: mie, tue, sue, nostre, vostre e loro.


Naturalmente queste stesse parole altre volte possono essere anche aggettivi possessivi, tutto dipende dal contesto: quando il nome non è espresso si comportano da pronomi (stanno al posto del nome) quando invece il nome c’è svolgono la funzione di aggettivo. Per esempio:

la mia penna (aggettivo)
e
la mia (pronome, sta al posto di “penna” che viene sottintesa).

Oltre a queste forme di facile individuazione, ci sono anche proprio e altrui che possono assumere lo stesso significato del pronome possessivo, per esempio:

quel commerciante fa i propri interessi (cioè i suoi)
● non si occupa dei vantaggi altrui (cioè degli altri, e in questo caso altrui è pronome invariabile).

Si può dire “a me mi”?

■ Si può dire a me mi? ■ Nei Promessi sposi ricorre il rafforzativo a me mi? ■ Ci sono contesti in cui è lecito usare a me mi?

Evitare di dire “a me mi” è una delle regole che insegnano sin dalle elementari, e grammaticalmente rappresenta una ripetizione dello stesso concetto che non ha senso, è qualcosa di pleonastico che è diventato il simbolo di un cattivo italiano.

Eppure, poiché la lingua è non è logica, ma soprattutto metafora, tra le figure retoriche c’è proprio il pleonasmo, un espediente che ha il suo senso, se lo si usa nel modo giusto, come del resto l’anacoluto, un costrutto sintattico volutamente errato cui  Manzoni ricorreva spesso: “Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro”.

Proprio nei Promessi sposi si trova anche l’uso di “a me mi”, nelle parole di una vecchia che indirizza Renzo verso Gorgonzola:
“A me mi par di sì: potete domandare nel primo paese che troverete andando a diritta.”
E lo stesso uso del rafforzativo del pronome personale è rimarcato anche alla terza persona, in un altro passo:
“Però, anche dall’amico seppe molte cose che ignorava, e di molte venne in chiaro che non sapeva bene, sui casi di Lucia, e sulle persecuzioni che gli avevan fatte a lui, e come don Rodrigo sen’era andato con la coda tra le gambe…”.

Altri esempi di “a me mi” si trovano nella Gerusalemme liberata di Tasso (“Oimè! che fu rapina e parve dono, ché rendendomi a me da me mi tolse” o nelle Novelle di Verga (“A me mi hanno detto delle altre cose ancora!”, “Vita dei campi”; “a me mi basterà che mi lasciate un cantuccio nella cucina, per stendervi un po’ di pagliericcio”, “La lupa”).

In certi contesti, i rafforzativi sono dunque una leva della comunicazione e non si capisce perché “a me mi” dovrebbe suscitare così tanto scalpore.

Nella lingua spagnola, per esempio, questo rafforzativo è praticamente d’obbligo: se non si rimarca a mi me gusta, ma soltanto me gusta, si ha l’impressione che qualcosa non piaccia veramente.

In sintesi, è consigliabile evitare questo costrutto (come anche → “ma però” biasimato altrettanto ingiustamente) nei contesti formali, soprattutto perché è così vituperato che suona come un atto di ignoranza. Ma in altri contesti non ci sono ragioni per bollarlo come scorretto e “tanto odio” è ingiustificato: non viola le regole della grammatica e se rafforzare fosse un reato dovremmo evitare anche espressioni come proprio lui e tante altre espressioni rafforzative.

Gli ho dato o ho dato loro?

■ Si può usare gli al posto di loro? ■ Se ci si riferisce a più persone, meglio dire gli ho dato o ho dato loro? ■ Glielo si può riferire anche a più persone? ■ Alessandro Manzoni ha usato “gli” al posto di “loro” nei Promessi sposi?

Il pronome personale gli sta al posto di a lui, dunque al plurale è sempre meglio dire loro, quindi:

● “dai un bacio al principe” si può trasformare in “dagli un bacio”

ma

● “dai un bacio ai principi” (plurale) diventa “dà loro un bacio” e non “dagli un bacio”.

Tuttavia nel parlato e nell’uso comune prevale spesso la forma meno elegante, che non è sempre considerata un errore.

Questo uso si ritrova persino nell’Introduzione dei Promessi sposi:
“Taluni però di que’ fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c’eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni” e Manzoni usa questa forma anche in altri passi del romanzo:
“Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta?”

Bisogna riconoscere che in alcuni casi il loro può suonare male anche se è più corretto. Per esempio, la forma “glielo” è molto più eufonica (dateglielo è più “maneggevole” di datelo a loro).

In sintesi, quando la naturalezza del discorso lo richiede è possibile piegare e adattare le regole della grammatica troppo rigide.

Lui può essere soggetto al posto di egli?

■ Lui, lei e loro possono essere soggetto? ■ Meglio dire lui andava o egli andava? ■ Quando è obbligatorio che lui diventi soggetto al posto di egli? ■ Nei Promessi sposi si trova “lui” come soggetto?

Un tempo si insegnava a non usare mai lui e lei come soggetto: così come i pronomi di prima persona me e te non possono essere soggetto (si dice io sono e non me sono), allo stesso modo lui (e lei) e il plurale loro erano consentiti nei casi fossero l’oggetto (guardo lui) o per altri complementi (parlo di lui, con lui, a lui…). Per il soggetto si prescriveva sempre egli (dunque egli parla, non lui parla), e per il plurale essi.

Nell’italiano corrente invece, soprattutto nel linguaggio diretto, queste formule sono sempre più diffuse, e sono state “sdoganate” anche da autori classici, a cominciare da Alessandro Manzoni che nei Promessi sposi usa frequentemente lui come soggetto: “Lui invece caccia un urlo”; “e lui allora continuò a raccontare altre di quelle belle cose…”

Lui, lei e loro spesso sono preferiti anche nella scrittura a egli, ella o essi che suonano di stile un po’ antico, e nel parlato non si sentono mai. Passando dalla grammatica, dove sono leciti, alle questioni di stile, va detto che molte volte nel discorso si tende a non usare il pronome personale e a sostituirlo con sinonimi del nome o con altri giri di parole. Per esempio: “Il lupo vide Cappuccetto rosso. La ragazzina stava raccogliendo i fiorellini” è un costrutto più diffuso di “Il lupo vide Cappuccetto rosso. Lei stava raccogliendo i fiorellini”.

Ci sono però casi in cui l’uso di lui, lei e loro come soggetto sono obbligatori, per esempio:
● quando sono collocati dopo il verbo: lo dice lui (e mai “lo dice egli”!);
● quando sono preceduti da anche, nemmeno, più…: nemmeno lui (mai “nemmeno egli”), più lui fa così e piùanche lui, anche se lui…;
● nelle esclamazioni come proprio lui, beato lui;
● nei dialoghi di tipo teatrale: Lui – “Vieni!” Lei – “Arrivo!”;
● nelle contrapposizioni: lui era alto, lei bassa; tanto lui quanto lei…;
● quando il pronome è da solo: chi è stato? Lui;
● per dare risalto al pronome soggetto: lui sì che è una persona davvero intelligente.

Si scrive “se stesso” o “sé stesso”?

■ Meglio scrivere sé stesso o se stesso? ■ Si può omettere l’accento di sé? ■ È logico omettere l’accento di sé davanti a stesso e medesimo? ■ Perché nel Novecento si è affermata la regola che “se stesso” si scrivesse con l’accento, ma oggi è stata messa in discussione? ■ Alessandro Manzoni come scriveva “sé stesso”? ■ Quali sono le indicazioni dei principali dizionari per scrivere “sé stesso”?

Nei monosillabi, in linea di massima, si mette l’accento quando esistono degli “equivoci” che li possono far confondere con altri dal diverso significato ( verbo e da preposizione, affermativo e si riflessivo… (vedi Monosillabi che cambiano significato con l’accento“).

Il pronome personale , al contrario di me e te (il primo non ha omografi e nel secondo caso si accenta il bevanda)  si scrive con l’accento (acuto) per evitare confusioni con se congiunzione.

Partendo da queste considerazioni da molto tempo si è diffusa la consuetudine che in presenza dei rafforzativi stesso e medesimo, venendo a mancare l’elemento di possibile confusione, si scrivesse senza accento se stesso e se medesimo (ma solo in questi casi). Questa regola è stata insegnata nelle scuole per decenni (spesso violarla era un errore da penna blu) ed è soprattutto entrata nelle norme editoriali di tutte le principali case editrici che l’hanno osservata nella pubblicazione dei libri per decenni e, anche se qualcuno aveva da obiettare sul senso, nel Novecento si è affermata come la tendenza dominante.

Le obiezioni di carattere logico e razionale partono dal presupposto che non ha senso oscillare a seconda dei casi, e poi c’è sempre la possibilità di confondere il rafforzativo del pronome personale con forme verbali come se (io) stessi, se (egli) stesse… Inoltre non si capisce per quale motivo non si dovrebbe scrivere anche a “se stante” invece di “a sé stante”.

Che ne dicono i dizionari e i repertori storici

Passando in rassegna i dizionari, sino agli anni Novanta il Devoto Oli (quando Giancarlo Oli era ancora vivente) riportava che “se stesso si scrive preferibilmente senza accento” e in tutto il testo del vocabolario lo scriveva così. Anche nello Zingarelli del 1985 lo si scriveva senza accento (pur ammettendo nella voce che se rafforzato da stesso e medesimo si può scrivere “anche senza accento”), come nel GRADIT e nel Nuovo De Mauro nella riedizione del 2014. Il Sabatini-Coletti (2005) tra parentesi annota che “si può non accentare prima di stesso, medesimo” e riporta due versi di Dante privi di accentazione. Il Gabrielli (2014) tra parentesi indica che rafforzato da stesso e medesimo “si scrive di solito senza accento”, ma poi usa la forma accentata in altre parti della voce, che pare dunque la forma usata e preferita. Il DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia di Migliorini, Tagliavini e Fiorelli, ERI, 1981) osserva che le varianti senza accento sono “frequenti ma non giustificate” come sostiene anche Luca Serianni (Grammatica italiana, Utet, 1991) secondo il quale la regola di omettere l’accento non è di alcuna utilità, anche se è la forma che prevale. Con il passaggio della cura del Devoto Oli a Serianni e Trifone, dunque, non c’è da stupirsi che le occorrenze non accentate in tutto il testo siano state sostituite da quelle accentate, così come è accaduto nello Zingarelli dei nostri giorni.
Andando a ritroso nel tempo, il dizionario Tommaseo-Bellini (1861-1879) riporta nei suoi esempi il pronome rafforzato privo di accento e, consultando il cd-rom LIZ (Letteratura Italiana Zanichelli, 2001) con un ampio repertorio della lingua italiana in digitale si scopre addirittura che Manzoni lo scriveva talvolta non accentato (più di 20 volte) e talvolta accentato, ma usando prevalentemente “sè” con l’accento grave per ben 33 volte. Ma a quei tempi si scriveva ancora a mano, e la consuetudine tipografica di distinguere chiaramente l’accento acuto e grave si è consolidata in seguito, nell’Ottocento spesso si usava solo quello grave sulle parole tronche (e “sè stesso” con l’accento grave ricorre anche nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, 1870). Nella seconda edizione postuma del romanzo (Sonzogno 1873) ricorrono oscillazioni di , e se stesso, che nella riedizione moderna di Einaudi sono state sempre sostituite da (acuto) o se senza accento.

Concludendo, in tempi recenti pare proprio che si stia affermando la scuola che preferisce sé stesso, che si sta diffondendo anche nelle norme editoriali di varie case editrici, ma non di tutte. Anche se ci sarebbe da interrogarsi sul senso di questa diatriba che è una sorta di riforma ortografica in nome della logica che cozza però contro l’uso che si era consolidato, la questione è attualmente aperta e la risposta è che lo si può scrivere come si preferisce.

Però è bene fare attenzione nei contesti scolastici o con professori alla vecchia maniera che potrebbero scambiare la scelta dell’accento come un atto di ignoranza da stigmatizzare con la penna blu, invece che come un segno di maggior cultura e modernità.

Dare del tu, del lei, del loro e del voi

■ Nelle formule di cortesia, quando gli interlocutori sono più di uno, è meglio dare del voi o del loro? ■ Che differenza c’è tra le forme di cortesia con lei e con voi? ■ Che cos’è il plurale maiestatis? ■ Che cos’è il plurale di modestia? ■ Perché il medico si rivolge talvolta al paziente chiedendo “come andiamo”?

Dare del lei (terza persona singolare) seguito da congiuntivo (vedi anche “Il congiuntivo nelle frasi autonome“) si usa nelle formule di cortesia, cioè quando ci si rivolge a qualcuno a cui non si dà del tu, in modo formale, e vale anche per gli uomini, al maschile: lei è furbo (terza persona singolare).

Al plurale si dovrebbe perciò usare di conseguenza la terza persona plurale: loro (loro sono furbi).

Se invece si dà del tu all’interlocutore (un tono meno formale e più intimo), il plurale mantiene coerentemente la seconda persona del voi: tu sei furbovoi siete furbi.

Tuttavia, dare del loro è oggi diventato più raro, è percepito forse come eccessivamente formale, ma va precisato che dare del voi in tono formale è una formula di cortesia solo apparente, che si ritrova anche in formule legali o commerciali come “vogliate provvedere” e simili al posto di “vogliano provvedere”.

Questa mancata differenza che si riscontra sempre più spesso deriva dalla confusione con il voi usato come formula di cortesia che ha però un uso completamente diverso. In passato, e ancora oggi in contesti regionali tipici per esempio del Sud Italia, si usa il voi riferito a una persona sola (e invariato se sono più di una) anche per i contesti formali (come siete furbo, signore), ma oggi questa consuetudine non è in uso, e fuori dai contesti regionali, nell’italiano standard è consigliabile evitarla.

Un’ultima nota sui pronomi delle formule formali: esiste anche il plurale di maestà (maiestatis) usato un tempo per esempio dai re, che prevede il noi al posto di io, oppure quello di modestia, usato per esempio nella scrittura (es. “possiamo concludere che” al posto di “concludo”, ma altre volte si può dare del voi al lettore o usare formule impersonali). Quando invece un medico chiede al paziente: “Come andiamo?” usa una formula “affettiva” come se condividesse le sofferenze del malato e ne fosse partecipe.

I pronomi personali e le loro insidie

■ Cosa sono i pronomi personali. ■ Che differenza c’è tra le forme io, me e mi?  ■ Che differenza c’è tra le forme egli/ella e esso/essa? ■ si scrive sempre con l’accento? ■ Darglielo si può riferire anche a una donna? ■ Quando il pronome personale, per es. egli, è obbligatorio e quando si può omettere? ■ Che differenza c’è tra i pronomi personali soggetto e complemento? ■ Perché si dice “io guardo”, ma non si può dire lui guarda “io”? ■ Quali sono i pronomi personali riflessivi? ■ Dà a me o mi dà hanno lo stesso significato? ■ Qual è il plurale di “gli”?

I pronomi personali sono quelli che specificano la persona: io e noi, tu e voi… ma bisogna fare delle distinzioni importanti perché queste parole si trasformano a seconda del contesto della frase e possono diventare me e te (si dice io guardo ma non “me guardo”, o guardo te, e non “guardo tu”) o anche mi e ti (mi lavo, ti dico).

Per sapere come usarli nel modo corretto, perciò, bisogna distinguere quando sono soggetto (io), quando sono complemento (me) che può anche diventare mi (mi piace = a me piace) e quando sono impiegati nelle forme riflessive (mi).

Più nel dettaglio:
la prima persona singolare io è sempre soggetto (es. io guardo te), quando diventa un complemento si trasforma in me (tu guardi me) e lo stesso vale per tu che diventa te e egli che diventa lui o . Queste forme sono dette anche forti o toniche, perché possiedono un accento forte, ma possono diventare forme deboli, o atone, quando sono espresse da mi, ti e gli, che perdono questo accento marcato e si possono trasformare in suffissi enclitici (= che si aggiungono in fondo alla parola precedente appoggiandosi al loro accento), per esempio: dà a me si può trasformare in mi dai o anche dammi.

Queste regole con le trasformazioni dei pronomi personali a seconda delle loro funzioni si possono meglio riassumere in un prospetto.

Persona Soggetto Compl.
(toniche)
Compl.
(atone)
I sing. io me mi
II sing.tu te ti
III sing. egli, esso, (lui)
ella, essa (lei)
lui, sé si, lo, gli,
ne, la, le
I plur. noi noi ci
II plur. voi voi vi
III plur. essi, esse (loro) loro, sé le, si, ne

C’è da notare che…

Le terze persone dei pronomi personali
Le terze persone dei pronomi soggetto, lui, lei e loro (in tabella tra parentesi) un tempo non venivano impiegate come soggetto (si usava obbligatoriamente egli/esso, ella/essa) ma solo come oggetto (dunque guardo lui, ma non lui guarda). Ma anche se c’è chi ancora oggi ha qualche riserva su questo uso per il soggetto e preferisce evitarle, nella scrittura moderna si trovano e non sono considerate un errore: questo uso si ritrova più volte per esempio già nei Promessi sposi (“ché finalmente, lui sarebbe sempre stato l’imperatore, fosse duca di Mantova Tizio o Sempronio”).

Viceversa l’uso di egli, ella, che si riferisce alle persone, ed esso, essa, più adatto a essere il pronome soggetto delle cose o degli animali, sono sempre più disuso sia nel parlare, e poco frequenti anche nello scrivere (si ritrovano invece spesso negli scritti del passato e vivono nelle tabelle con le coniugazioni dei verbi).
Anche se queste forme sono grammaticalmente lecite, si tendono a evitare attraverso l’uso di sinonimi (es. ella era viene specificato: la ragazza/donna, Maria…) o si sostituiscono con lui, lei e loro. Questi ultimi, però, in alcuni casi si devono usare obbligatoriamente.
Per saperne di piùLui può essere soggetto al posto di egli?

I pronomi personali si sottintendono
I pronomi soggetto in italiano perlopiù si evitano e si sottintendono. Se non c’è un cambio di soggetto nel periodo che richiede di specificare il nuovo soggetto con un pronome al posto di ripetere il nome, sottolineare io mangio, può essere considerato uno stile “egoista”, mentre specificare tu o egli il più delle volte è inutile e ridondante. Per esempio:

Cappuccetto rosso incontrò il lupo. Egli la vide e sì avvicinò quatto quatto. (Egli) le disse…

Il primo egli è necessario, perché altrimenti il soggetto sottinteso sarebbe Cappuccetto. La regola è che nell’alternarsi delle frasi si sottintende sempre lo stesso soggetto fino a che non interviene un cambio di costrutto. Il secondo egli è dunque del tutto inutile e ripeterlo suona fastidioso.

Per lo stesso motivo, nelle forme del congiuntivo che presentano ambiguità, si tende invece a inserire spesso il pronome personale nella frase per maggior chiarezza, per esempio: mi chiedo dove tu vada (poiché si dice che io vada, che tu vada e che egli vada) è meglio indicare di volta in volta di chi si sta parlando.

Attenzione a
si scrive sempre con l’accento (acuto, per distinguerlo da se congiunzione), anche se rimane aperta la questione se è più corretto scrivere sé stesso o se stesso che nell’uso ha una lunga tradizione senza accento in quanto la confusione con la congiunzione verrebbe a mancare. Si può scrivere in tutti e due i modi, ma per approfondire  vedi Si scrive se stesso o sé stesso?”.

Attenzione a gli e le
nell’uso, gli e le spesso si confondono e si usano a sproposito, ma bisogna ricordare che:
gli = a lui
le = a lei
dunque, soprattutto quando queste forme si trasformano in enclitiche, bisogna fare attenzione al sesso del nome di riferimento! Non si può dire gli ho detto riferito a una persona femminile (le ho detto), né si può dire: “Dagli un bacio” se ci si riferisce a una donna, si dice: “Dalle un bacio”, così come non si può dire: “Portale rispetto” a un uomo, si dice: “Portagli rispetto”.

Gli al plurale è loro
Spesso si tende a usare le forma enclitica gli anche al plurale, per esempio: “Son arrivati Marco e Antonio, offrigli un bicchierino.” In questo caso la forma più corretta ed elegante è: “Offri loro un bicchierino”, perché gli significa a lui, e non a loro, anche se in certi casi questo uso è accettabile. Per saperne di più vedi Gli ho dato o ho dato loro?

Uso alterato del lei al plurale
Tra le insidie dei pronomi personali c’è anche l’uso non propriamente esatto del lei/loro: quando si usa la forma reverenziale del lei che si dà, anche al maschile, attraverso il verbo al congiuntivo (venga, si sieda); bisogna ricordarsi che se gli interlocutori sono due si dovrebbe dare del loro (vengano, si siedano) più che del voi (plurale di tu).
Per saperne di più  → “Dare del tu, del lei del loro e del voi“.

I pronomi: quali sono e che funzione hanno

■ Cosa sono i pronomi? ■ Qual è la funzione dei pronomi? ■ Come si possono classificare i pronomi? ■ Molto spesso sono identici agli aggettivi (mio, quello…), come si distinguono? ■ Quali sono esempi di frasi con i pronomi?

Letteralmente, pronome significa “che sta al posto del nome” (pro nomen), cioè lo sostituisce, ma per essere più precisi possono sostituire anche altre parti del discorso, per esempio aggettivi e altre parole. Insomma, i pronomi sono dei “segnaposto” abbastanza elastici, che si usano per evitare di ripetere una stessa parola, per economicità e per non appesantire una frase. Per esempio: “Ho uno zaino pesante, non è che me lo porteresti un po’ tu?”. In questo caso lo significa lo zaino, sostituisce il nome. Invece: “Credevo fosse veloce, ma non lo è affatto” sostituisce l’aggettivo veloce.

Quasi sempre, i pronomi sono parole che diventano tali solo all’interno di un contesto, ma in altri contesti le stesse parole hanno altri ruoli e funzioni, e per esempio possono essere aggettivi: questo libro o il mio libro sono aggettivi, perché affiancano il nome e si concordano con il suo numero e genere, ma da soli: prendi questo o dammi il mio, diventano pronomi. La loro classificazione è dunque in parte simile a quella degli aggettivi, e tradizionalmente vengono distinti in:

personali, io, tu
possessivi, mio, tuo
dimostrativi, questo, quello
indefiniti, qualcun, nessuno
relativi, il quale, che
interrogativi o esclamativi, chi? Quanto!

(Per saperne di più vai ai rispettivi paragrafi).

Naturalmente, visto che le etichette con cui le parole si classificano non appartengono alla realtà ma sono delle categorie inventate per comodità, c’è anche chi si è spinto a suddivisioni ulteriori, distinguendo per esempio l’insieme dei pronomi numerali (per analogia con gli aggettivi numerali) dunque “le tre donne andavano…” può diventare “le tre andavano”, così come “il primo amore” può diventare “il primo”, dunque numerale ordinale… ma le grammatiche evitano di solito queste distinzioni così pedanti.