Falsi cambiamenti di genere

■ Cosa sono i nomi falsi alterati? ■ Che differenza c’è tra: baleno/balena ■ banco/banca ■ busto/busta  ■ calco/calca ■ caso/casa ■ cavo/cava  ■ colpo/colpa ■ latte/latta ■ mostro/mostra ■ palmo/palma ■ mento/menta ■ pianto/pianta ■ pizzo/pizza ■ porto/porta ■ pupillo/pupilla  ■ razzo/razza ■ torto/torta?

Alcuni nomi hanno il loro genere fisso, e il genere grammaticale non sempre coincide con il sesso di ciò che designa (la guardia può essere un uomo, ma il canguro è una femmina, quando ha il marsupio). Altri si possono volgere dal maschile al femminile, come gatto e gatta o ministro e ministra (vedi → “Il sessismo della lingua e la femminilizzazione delle cariche“).

Ci sono poi nomi che presentano un falso cambiamento tra il maschile e il femminile, in realtà in questo passaggio di genere cambia completamente il significato, per esempio:

l’arco e l’arca;
il baleno e la balena;
il banco e la banca;
il busto e la busta;
il calco e la calca;
il capitale e la capitale;
il caso e la casa;
il cavo e la cava;
il colpo e la colpa;
il latte e la latta;
il mostro e la mostra;
il palmo e la palma;
il mento e la menta;
il pianto e la pianta;
il pizzo e la pizza;
il porto e la porta;
il pupillo e la pupilla;
il razzo e la razza;
il torto e la torta.

La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole

■ Che differenza c’ è tra pésca e pèsca? ■ Che differenza c’ è tra ménto e mènto? ■ Che differenza c’ è tra vénti e vènti? ■ Che differenza c’ è tra collèga e colléga? ■ Che differenza c’ è tra affétto e affètto?

La pronuncia della “E” può avvenire in due modi: aperta (che si indica con l’accento grave è) e chiusa ( che si indica con l’accento acuto é). Quando scriviamo il problema dell’accento grafico si pone solo nel caso delle parole tronche (accentate sull’ultima lettera: perché, ventitré, oppure caffè, egli è…), ed è importante usare il giusto carattere presente sulla tastiera.
Nel parlare, invece, c’è anche l’accento tonico all’interno di parola, che anche se non si scrive, si pronuncia. Anche se nell’italiano vivo ognuno parla con la propria parlata regionale (non è un errore), è bene sapere che esistono queste differenze che appartengono alla pronuncia nazionale (quella sovraregionale indicata nei dizionari e usata dagli attori che seguono questa dizione).
Di seguito c’è un prospetto utile per scrivere (quando la e accentata sull’ultima è obbligatoria), e anche per parlare, perché ci sono parole che cambiano il proprio significato a seconda dell’accento tonico della e pronunciata aperta (è) o chiusa (é).

egli accètta (da accettare) l’accétta (scure)
l’affètto (passione) io affétto (da affettare)
la collèga (d’ufficio) egli colléga (da collegare)
egli corrèsse (da correggere) se egli corrésse (da correre)
l’isola di Crèta la créta
gli dèi déi (preposizione articolata)
è (da essere) e (congiunzione)
la èsse (lettera S) ésse (femminile plurale di esso)
egli lègge (da leggere) la légge (norma)
io mènto (da mentire) il ménto
la pèsca (frutto) egli pésca (da pescare)
il tè (bevanda) té (pronome)
i vènti (come la tramontana) il vénti (numero 20)
èsca (da uscire) l’ésca (il verme da pesca)

Vedi anche
→ “La pronuncia della O può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z.

La pronuncia della O può cambiare il senso alle parole

■ Che differenza c’ è tra pòrci e pórci? ■ Che differenza c’ è tra còppa e cóppa? ■ Che differenza c’ è tra fòro e fóro? ■ Che differenza c’ è tra cólto e còlto?

La pronuncia della “O” può avvenire in due modi: aperta (che si indica con l’accento grave ò) e chiusa ( che si indica con l’accento acuto ó). Quando scriviamo il problema non si pone, perché l’accento grafico si usa solo sulle parole tronche (accentate sull’ultima lettera: però, menabò, andrò…). Nel parlare, invece, l’accento tonico all’interno di parola oscilla, e nella pronuncia nazionale (quella sovraregionale indicata nei dizionari e usata dagli attori che seguono questa dizione) ci sono parole che cambiano il significato a seconda di come venga pronunicita la “O”. Anche se nell’italiano vivo ognuno parla con la propria parlata rgionale (non è un errore), è bene sapere che esistono queste differenze. Di seguito un prospetto di parole che cambiano il proprio significato a seconda dell’accento tonico pronunciato aperto (ò) o chiuso (ó).

còlto dall’albero cólto (istruito)
la còppa (tazza) la cóppa (di maiale)
il fòro (piazza) il fóro (buco)
le fòsse (Ardeatine) egli fósse (da essere)
il mòzzo (della ruota) io mózzo (da mozzare)
le pòse (atteggiamenti) egli póse (da porre)
i pòrci (maiali) domande da pórci (da porgere)
la ròsa (fiore) è rósa (da rodere)
lo scòpo (fine) io scópo (da scopare)
è tòrta (da torcere) la tórta (dolce)
io vòlgo (da volgere) il vólgo (popolo)
è vòlto (da volgere) il vólto (viso)

Vedi anche
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z.




I rumori delle onomatopee

■ Quali sono le onomatopee dei rumori? ■ I rumori onomatopeici sono codificati rigidamente? ■ Ci sono rumori onomatopeici che possono avere significati diversi? ■ Come si può esprimere il blaterare con un’onomatopea? ■ I rumori onomatopeici si possono usare solo nei fumetti o anche nella narrativa?

Le onomatopee sono parole costituite da sequenze di caratteri che riproducono e imitano versi di animali, suoni o rumori e vengono usate come interiezioni o esclamazioni. Tipiche dei fumetti, sono usate anche nella letteratura e sono state elevate al massimo grado dal movimento futurista di Filippo Tommaso Marinetti che ne esaltò la forza espressiva, rispetto alla scrittura ponderata e razionale, in un’opera di rottura e di avanguardia come Zang Tumb Tumb (1912).

I rumori non sono necessariamente codificati in modo rigido, si possono variare con fantasia, ma tra quelli che si possono trovare in un dizionario, ci sono:

bang, uno sparo o un colpo secco;
bip, il segnale acustico di apparecchi elettronici;
bla bla, il blaterare;
bum o boom, uno scoppio o uno sparo;
brr, un brivido di freddo;
ciaf, uno schiaffo o anche oggetto che cade in acqua;
ciuff, il rumore di una locomotiva a vapore;
clap, il battimano o l’applauso;
clic, il rumore metallico di uno scatto, di una macchina fotografica o anche del mouse;
crac, il rumore di qualcosa che si spacca;
cric, il suono del vetro o del ghiaccio che si incrina;
dindin, il suono di un campanello;
dindon, il rintocco delle campane;
drindrin, uno scampanellio;
eccì, uno starnuto;
frufru, un fruscio;
glo glo, il rumore di un liquido che esce dalla bottiglia o di chi beve a garganella;
gnam gnam, il mangiare avidamente;
gulp, il deglutire per sorpresa o per spavento;
mm (o hmm, mhmm, mmh), di volta in volta può essere un compiacimento o godimento di qualcosa (mm, che bontà), ma anche con un senso negativo può esprimere perplessità (mm, non sono convinto) o dubbio (mm, non ci credo!);
paf, il rumore di qualcosa che cade o anche un manrovescio;
patatrac, la rottura di qualcosa che crolla fragorosamente;
pissi pissi, il parlottio sottovoce e riservato di un bisbiglio;
pss, il sibilo per richiamare l’attenzione;
puff, un corpo che cade in acqua;
patapum, una caduta rovinosa;
ron ron, il russare oppure le fusa del gatto;
sss, il sibilo smorzato per intimare il silenzio;
tac, il rumore di uno scatto;
tic tac, il ticchettio di un orologio;
tic toc, il battito del cuore;
toc e toc toc, il bussare alla porta;
tuff, un tuffo;
uff, uno sbuffo di noia o di impazienza;
zac, un taglio netto.

Il “linguaggio” degli animali nelle onomatopee

■ Quali sono le onomatopee dei versi degli animali? ■ Che cos’è il gre gre? ■ Quali sono le voci imitative degli animali nei dizionari? ■ Come si esprime il gracidare della rana con un’onomatopea? ■ Quali sono le alternative onomatopeiche al miagolare del gatto, oltre a miao?

Che verso fanno gli animali?

Tra le onomatopee ce ne sono molte che riproducono i suoni degli animali.

Sfogliando un dizionario si possono trovare per esempio le seguenti voci imitative con a fianco il nome o il verbo per sapere come si chiamano in italiano i versi che fanno gli animali.

bau (bu o bu bu) è l’abbaiare cane;
(o bèe) è il belato della pecora;
caì caì è il guaito dei cuccioli o dei cani quando si fanno male;
chicchirichì è il canto del gallo;
cip (o cip cip) è il cinguettio del passero o di un uccelino;
cra cra è il gracidare della rana o il gracchiare o crocidare del corvo e della cornacchia;
cri cri è il verso del grillo, detto anche frinire (lo stridere che si riferisce anche alle cicale);
cucù è il verso del cuculo (o dell’orologio a cucù);
glo glo (o glu glu) è il gloglottare del tacchino, o di galline e faraone (anche gloglottio);
gre gre è il gracidare della rana (nei campi c’è un breve gre gre di ranelle – Pascoli);
miao (miau, mao e anche gnao) è il miagolare o miagolio del gatto;
pio (e pio pio) è il pigolare o pigolio dei pulcini;
qua (e qua qua) è lo starnazzare di anatre e oche;
zzz è il ronzio e il ronzare soprattutto di zanzare, ma anche api, mosche e insetti.

Come distinguere gli avverbi da aggettivi, congiunzioni o preposizioni

■ Come si distingue una parola come “forte” che può essere sia aggettivo sia avverbio? ■ Come si distingue una parola come “dopo” che può essere congiunzione, preposizione o avverbio? ■ Quali sono gli esempi di frasi in cui una stessa parola cambia funzione e diventa preposizione, congiunzione, aggettivo o avverbio?

Gli avverbi primitivi (o semplici, ma non sono per niente “semplici”) sono più difficili da riconoscere di quelli derivati dall’aggettivo, che perlopiù finiscono in –mente (sicuramente, velocemente…).

Il problema è che molte volte una stessa parola diventa una diversa parte del discorso a seconda del contesto. Forte, per esempio, può essere un aggettivo, ma può anche diventare un avverbio.

Nell’espressione correre forte (= fortemente) è usato avverbialmente (dunque è avverbio) perché si riferisce al verbo anziché a un sostantivo (è “l’aggettivo del verbo”). Per distinguerlo, oltre a vedere a cosa si riferisce, può essere utile in questo caso notare che quando è avverbio diventa invariabile. Al contrario, quando è riferito al nome è sempre variabile, cioè si può conocrdare nel genere e nel numero: un uomo forte, due uomini forti. Lo stesso vale per chiaro: è avverbio in parlar chiaro (= chiaramente, riferito al verbo e invariabile), ma è aggettivo in l’uomo chiaro (la donna chiara, gli uomini chiari e le donne chiare).

Se questo concetto è forte chiaro si può passare a un distinzione un po’ più difficile.

Altre volte si usano in modo avverbiale anche molte parole invariabili, e per distinguerle si può analizzare solo la loro funzione e il loro significato. Dopo, per esempio, secondo il contesto può assumere il ruolo di avverbio, di preposizione o di congiunzione.
Nell’espresione: vado dopo è riferito al verbo ed è avverbio;
nell’espressione: dopo pranzo vado via (riferito al nome) diventa una preposizione impropria (dopo pranzo è come sul tavolo, nel piatto…);
nell’espressione: dopo aver mangiato (= dopo che ho mangiato) vado via diventa una congiunzione subordinativa, perché congiunge una frase principale a quella subordinata temporale (vado via = principale + dopo che ho mangiato subordinata).

I gradi comparativo e superlativo degli avverbi

■ Come si fa il comparativo degli avverbi? ■ Come si fa il superlativo degli avverbi? ■ Il superlativo di precipitevole è precipitevolissimevolmente? ■ Qual è il superlativo di “grandemente”? ■ Meglio dire “pessimamente” o “malissimo”? ■ Il superlativo di “salubremente” è saluberrimamente? ■ Si può dire più bene o più male? ■ Perché si può dire “sento più male di ieri”, ma si dice “mi sento peggio di ieri”?

Come gli aggettivi, anche gli avverbi possono avere i gradi comparativo e superlativo.

Il comparativo può essere di maggioranza (si forma con più: più fortemente), di minoranza (meno fortemente) o di uguaglianza (tanto fortemente quanto…).

Il superlativo relativo si forma aggiungendo “il più… possibile” (possibile può essere anche sottinteso), per esempio: gridai il più fortemente possibile, mentre il superlativo assoluto si forma aggiungendo assai o molto oppure con i suffissi –issimo o –issimamente: gridai molto forte o fortissimo o fortissimamente.

Come gli aggettivi, anche alcuni avverbi possiedono delle forme particolari di comparativo e superlativo che si discostano da queste regole, e che sono riportate di seguito.

Grado positivo Comparativo Superlativo
assoluto
bene meglio ottimamente
(benissimo)
male peggio pessimamente
(malissimo)
molto più moltissimo
poco meno minimamente
(pochissimo)
grandemente maggiormente massimamente

Naturalmente benissimo, moltissimo e simili sono da intendere in senso avverbiale: non sono aggettivi e non sono variabili nel numero e nel genere, dunque si riferiscono al verbo: stare benissimo o mangiare pochissimo (un gelato buonissimo è aggettivo).

● Il comparativo di bene è meglio, dunque non si dice è più bene, mi sento più bene, ho fatto più bene, ma si dice sempre è meglio, mi sento meglio, ho fatto meglio.
● Allo stesso modo, il comparativo di male è peggio, e non si dice è più male, ma è peggio.

La forma “più bene”, però, vive in altre espressioni come: “Vuoi più bene alla mamma o al papà?”, ma si tratta di un falso comparativo: in questo caso bene è un sostantivo e più significa “una maggiore quantità” (un po’ come dire “vuoi più pere o più mele?”). Lo stesso vale nel caso di “più male” (ho sentito più male di ieri = sostantivo, cioè una maggiore quantità), ma non si può dire mi sento più male, si dice mi sento peggio.

In teoria, ma solo in teoria, i superlativi degli avverbi seguono le eccezioni che valgono anche per gli aggettivi (quelli in –fico e –volo si appoggiano al suffisso –entissimo), e dunque se magnifico diventa magnificentissimo, anche l’avverbio dovrebbe essere magnificentissimamente, ma non si usa, come non si usa saluberrimamente e via dicendo: non tutti gli avverbi hanno il superlativo.

Gli avverbi in –mente, già da soli, sono un po’ “pesanti” nel loro utilizzo e nella loro lunghezza, e nei corsi di scrittura in genere si consiglia di evitarli e di optare per locuzioni più eufoniche, per esempio correre forte o mangiare in modo avido sono preferibili a forme come correre fortemente, o mangiare avidamente. A maggior ragione usare superlativi renderebbe tutto ancor più di cattivo gusto.

Quanto a precipitevolissimevolmente non è il superlativo assoluto di precipitevolmente (sarebbe caso mai precipitevolissimamente se non fosse un ossimoro esprimere un concetto così rapido in una parola tanto lunga) è solo una voce scherzosa, usata in modo scherzoso anche da qualche autore soprattutto in passato, ma non è registrata nei dizionari, almeno quelli moderni, e dunque non è propriamente la parola più lunga della lingua italiana.

Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni

■ Si dice sopra il o sopra al? ■ Si dice insieme a o insieme con? ■ Si dice dietro il o dietro al? ■ Si dice dentro il o dentro al? ■ Si dice sopra e sotto il o sopra e sotto al? ■ Si dice davanti al o davanti il? ■ Che differenza c’è tra oltre il e oltre al? ■ Perché si dice contro il muro, ma contro di me? ■ Perché si dice sul tavolo, ma su di noi? ■ Meglio dire fra noi o fra di noi? ■ Qual è la differenza di “tra” e “fra”? ■ Quali sono gli esempi di frasi con l’uso corretto delle preposizioni tra loro equivalenti? ■ Si dice “scrivi alla lavagna” o “scrivi sulla lavagna”? ■ Meglio dire “macchina per scrivere” o “macchina da scrivere”?

Spesso l’uso delle preposizioni genera dubbi.

Si dice sopra il tavolo o sopra al tavolo?

Sono corrette entrambe le forme, e si può dire come si vuole.

Molte volte non esistono regole precise per l’uso più corretto delle preposizioni e si può dire in più di un modo, a seconda del gusto personale ma anche del contesto. Per esempio, tra, fra e su talvolta si possono rafforzare attraverso l’aggiunta di “di”: si può dire fra di voi o fra voi, e ognuno può scegliere la forma che preferisce. E ancora si può scegliere tra:

insieme a lui e insieme con lui;
dietro la porta e dietro alla porta;
dentro la casa e dentro alla casa;
sopra e sotto la panca, ma anche sopra al tavolo;
davanti alla finestra (preferibile) e, meno comune, davanti la finestra.

In altri casi l’aggiunta di una preposizione semplice può cambiare il senso della locuzione, per cui oltre la porta significa dietro la porta (o dietro alla porta, è lo stesso), mentre oltre alla porta ha un altro significato: in questa stanza oltre alla porta c’è anche la finestra.
A seconda del contesto si può dire:

oltre la siepe e oltre al danno la beffa;
una gita fuori porta, una via fuori mano, ma fuori dalla finestra, fuori dai piedi, fuori di qui e fuori di me.

L’ultimo esempio è interessante, perché quando c’è un pronome personale spesso è necessario appoggiarsi a una preposizione semplice che non si usa in altri casi, per cui si dice:

sul (o sopra il) divano, ma su (o sopra) di noi;
oltre la finestra, ma oltre a te;
contro il muro, ma contro di me;
sotto il maglione, ma sotto di lui;
dietro la facciata, ma dietro di me;
senza le mani, ma senza di te;
dopo (la) cena, ma dopo di voi;
presso il giardino, ma presso di me.

Ciò è valido spesso, ma non sempre, e nel caso di tra e fra si può dire fra di noi e fra di voi ma anche fra noi e fra voi (rimanga fra noi), oppure tra lui e lei.

Tra gli usi scorretti delle preposizioni si possono segnalare casi ormai entrati nell’uso come “scrivi alla lavagna” (che riprende l’espressione vai alla lavagna, corretta perché è un complemento di moto a luogo), ma la preposizione corretta è “su”, dunque “scrivi sulla lavagna“.
Anche altri casi che un tempo erano considerati errori si sono diffusi al punto che sono ormai accettabili e la loro frequenza è maggiore di quella delle forme storicamente più appropriate. Per esempio l’uso di “da” in locuzioni come macchina “da scrivere” o “da cucire” che letteralmente dovrebbero essere “per scrivere” o “per cucire” (l’uso di “da” è una forma popolare non appropriata). Ma ormai la consuetudine ha cambiato le regole e persino un autore come Giorgio Manganelli ha intitolato un suo libro Improvvisi per macchina da scrivere. Inoltre, espressioni come costume da bagno, sali da bagno, ferro da stiro (costruiti sul falso calco di cose “da mangiare”, “da portare via”…) sono entrate nell’uso comune registrato anche dai dizionari e sono diventate insostituibili.

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Le preposizioni

■ Quali preposizioni si possono articolare? ■ Perché si dice dagli (da + gli) ma “per gli”? ■ Meglio dire “con lo” o “collo”? ■ Meglio dire “tra” o “fra”? ■ Quali preposizioni si apostrofano e quali non si possono apostrofare? ■ Cosa sono le locuzioni prepositive? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni semplici? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni articolate? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni proprie? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni improprie?

Le preposizioni (dal latino praeponere, cioè “porre prima”) sono particelle chiamate così perché “si mettono prima” (su precede sempre il nome, per es. sul tavolo) e hanno una funzione di collegamento.
Possono collegare tra loro due parole (il cane di Marco, cibo per cani), si usano nel caso dei complementi indiretti (torno da Roma, vado con lui) e per legare insieme le frasi principali con quelle dipendenti (o subordinate): ti propongodi correre;  corro per allenarmi.

Oltre a quelle semplici e articolate che sono dette proprie, ci sono anche quelle improprie, e cioè che hanno gli stessi significati (per esempio sopra invece di su) o analoghe funzioni (per esempio davanti).

Preposizioni proprie semplici e articolate

Le preposizioni semplici, cioè di, a, da, in, con, su, per, tra e fra (come nella filastrocca che si impara a memoria), sono parti invariabili del discorso (non si volgono al singolare, plurale, maschile o femminile), ma quando si uniscono all’articolo in una parola sola (dello, della, degli, delle) diventano articolate, e in questo caso si concordano con le parole che precedono seguendo le regole degli articoli che le compongono.

Ma non sempre è possibile fondere preposizione con l’articolo in una preposizione articolata: da + il = dal, ma nel caso di per + lo non si usa “pello”.

Il prospetto che segue riassume ogni possibile caso di articolazione possibile e mostra i casi in cui non si articolano e rimangono separate.

Se in alcuni casi le preposizioni non si uniscono mai all’articolo (non si può dire “fralle” o “perle” al posto di fra le o per le), i casi indicati tra parentesi indicano le forme che grammaticalmente si possono articolare, ma nell’uso dell’italiano moderno tendono  a rimanere  staccate. Forme come “pei”, “pegli” o “pei” sono arcaiche e non si usano più, vivono solo nei libri del passato. Nel caso di collo, colla o colle si usano di frequente nel parlato, ma quando si scrive la tendenza moderna è di preferire le forme staccate, che suonano meglio e non creano confusioni con altre parole dallo stesso significato (il collo, il colle, la colla). Col e coi sono invece più diffuse.

Tra e fra e sono sinonimi perfetti, e scegliere una o l’altra forma dipende solo da motivi eufonici. Dire per esempio “tra trame” e “fra farfalle” produce  un bisticcio e suona quasi come uno scioglilingua, perciò è consigliabile usare forme come fra trame o tra farfalle. In tutti gli altri casi scegliere tra una e l’altra preposizione dipende solo dai gusti personali, entrambe sono perfettamente lecite (tra papaveri o fra papaveri).

Tra, fra e su talvolta si possono rafforzare attraverso l’aggiunta di “di”: si può dire fra di voi o su di voi… oppure fra voi e su voi, ancora una volta ognuno può scegliere la forma che preferisce. Per saperne di più vedi → “Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni”.

Le preposizioni che si apostrofano
Anche se finiscono per vocale, fra, tra e su non si apostrofano mai (fra amici, e mai fr’amici), e anche da non si apostrofa di solito, tranne in alcune locuzioni come: d’altro canto, d’altra parte, d’ora innanzi, d’ora in poi, d’altronde…). La preposizione di invece si tende ad apostrofare: un gioiello d’oro, un vassoio d’argento, d’un tratto, tutto d’un pezzo, protocollo d’intesa… (vedi anche → “L’apostrofo: elisione e troncamento“).

La preposizione “a” può prendere la “d eufonica” e diventare “ad” solo quando precede una parola che comincia per “a” (per saperne di più → “E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche“).

Preposizioni improprie e le locuzioni prepositive

Le preposizioni improprie sono parole diverse dalle preposizioni proprie, anche se il loro significato o la loro funzione sono simili: invece di dire in (preposizione propria) è possibile dire dentro (preposizione impropria). Tra queste ultime, che sono sempre invariabili, ci sono anche parole che in altri contesti possono essere avverbi di luogo o di tempo come davanti, dietro, sopra, sotto, giù, dentro, fuori, vicino, presso, accanto, intorno, prima, dopo o aggettivi come secondo, salvo, lungo (aggettivi) e altre parole ancora usate con funzione di preposizione, come mediante, eccetto

Locuzioni prepositive
A volte le preposizioni improprie si appoggiano a preposizioni proprie; per esempio, invece di dire i calzini nel cassetto (preposizione propria) si può dire i calzini dentro il cassetto, ma anche i calzini dentro al cassetto (per saperne di più → “Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni”). E in certi casi questi stessi significati si possono rendere anche con più di una parola, e in questo caso si parla di  locuzioni prepositive: per mezzo di, per opera di, a favore di, nell’interesse di, a causa di, a dispetto di

I tanti valori di “che”

■ Quali sono i significati possibili di che? ■ Si può cominciare una frase con che? ■ Si può dire “siccome che”? ■ Come si può distinguere il che congiunzione dal che pronome relativo? ■ Che può essere anche aggettivo?

Che” può assumere tantissimi significati diversi, e per fare un po’ di chiarezza per esempio nell’analisi logica, oppure semplicemente nella comprensione di un testo, va sempre esplicitato.

In altre parole, per poter comprendere il suo valore e il suo senso, bisogna vedere che cosa significa nel contesto e come si può di volta in volta trasformare.

Per esempio può essere:

pronome relativo: l’uomo che (= il quale) parla;
pronome interrogativo o esclamativo: che (= cosa) fare? che bello!;
aggettivo interrogativo o esclamativo: che (= quale) giacca indossi? Che faccia tosta!;
congiunzione: ti dico che sei bravo.

Che altro dire?
Che non è vero che non si può mai iniziare una frase con il che, come talvolta si dice (“che mi venga un accidente se non è così!”: non esistono controindicazione nel cominciare una frase con il congiuntivo preceduto da che).
Oltre a tante frasi comuni che iniziano così (che bello! Che succede? Che mi dici?), ci sono anche molti esempi letterari che contraddicono l’opinione diffusa per cui non sarebbe possibile aprire una frase in questo modo, per esempio l’incipit di un racconto di Jorge Luis Borges:

Che un uomo del suburbio di Buenos Aires (…) s’interni nei deserti battuti dai cavalli (…), sembra a prima vista impossibile

(“Il morto” in L’aleph, Feltrinelli, Milano 1961, traduzione di Francesco Mentori Montalto).

Il fatto che sia possibile non significa però che sia sempre consigliabile: non è vietato, ma bisogna saperlo fare e poterselo permettere.


Invece, a proposito di divieti: non si può mai dire siccome che!

I nomi falsi alterati

■ Cosa sono i falsi accrescitivi. ■ Fumo e fumetto hanno la stessa origine? ■ Spaghetti è un diminutivo di spago? ■ Tacchino è il diminutivo di tacco? ■ Gazzetta è il vezzeggiativo di gazza? ■ Quali sono i falsi alterati che hanno lo stesso etimo anche se i significati divergono? ■ Quali sono i falsi alterati casuali? ■ Polpaccio è un dispregiativo di polpo? ■ Foca ha la stessa etimologia di focaccia? ■ Cavallone deriva da cavallo? ■ Cero, cerino e cerotto hanno a che fare con la cera?

Ci sono nomi che sembrano alterazioni di un nome primitivo, ma lo sono solo in apparenza.

Tra questi, alcuni hanno un’origine che effettivamente ha una derivazione comune, anche se nell’uso odierno si è perso questo legame antico che univa le due parole a un’alterazione e a uno stesso significato.

Per esempio, cerino e cerotto non sono alterazioni di cero (candela), ma tutti e tre derivano da cera: il cerotto arriva dal greco kerotón , cioè “unguento di cera”, in latino cerotum, così come il cerino è un fiammifero dal bastoncino di cera e il cero è fatto della stessa materia. Allo stesso modo aquilone, calzone o cavallone, sono nati dagli accrescitivi di aquila, calza e cavallo, mentre il fumetto era come una nuvola di fumo che usciva dalla bocca dei personaggi, e gli spaghetti somigliavano allo spago.

Altre volte le similitudini sono assolutamente casuali e hanno un’etimologia slegata. Per esempio focaccia o polpaccio non sono forme spregiative di foca e di polpo.

Tra questi ultimi falsi accrescitivi ci sono:
baro e barone
botto e bottone
bullo e bullone
burro e burrone
gallo e gallone
lampo e lampone
mago e magone
matto e mattone
monte e montone
torre e torrone.

Tra i fasi diminutivi o vezzeggiativi ci sono
asta e astuccio
botte e bottino
collo e collina
gazza e gazzetta
merlo e merluzzo
naso e nasello (nel senso del pesce, nel caso dell’appoggio degli occhiali deriva da naso)
posto e postino
pulce e pulcino
rapa e rapina
rubino e rubinetto
tacco e tacchino.

I superlativi assoluti irregolari

■ Quali sono i superlativi assoluti irregolari? ■ Qual è il superlativo assoluto di benefico? ■ Si può dire malevolissimo? ■ Si può dire asprissimo? ■ Si può dire più estremo? ■ Meglio dire cattivissimo o pessimo? ■ Il superlativo di ampio è ampissimo o amplissimo? ■ Meglio dire miserrimo o miserissimo? ■ Si può dire “celebrissimo”? ■ Ci sono aggettivi che sono già superlativi e non hanno il grado positivo? ■ Qual è il superlativo di interno? ■ Si può dire estremissimo? ■ Qual è il superlativo di vicino?

Come avviene nel caso dei comparativi di maggioranza e di uguaglianza, esistono aggettivi che nella formazione dei superlativi assoluti cambiano completamente la loro radice, oppure non si appoggiano al suffisso -issimo sul modello di bravo bravissimo che contraddistingue i superlativi regolari. Dunque bisogna fare attenzione nei seguenti casi:

● gli aggettivi che terminano in fico e -volo, formano il superlativo in –entissimo (e non in –issimo) perciò:

benefico diventa beneficentissimo
magnifico diventa magnificentissimo
benevolo diventa benevolentissimo
malevolo diventa malevolentissimo…;

● i seguenti aggettivi hanno invece il superlativo in –errimo:

aspro diventa asperrimo (anche se asprissimo ormai si è diffuso ed è accettabile)
misero diventa miserrimo (anche se miserissimo circola, non è elegante)
acre diventa acerrimo (e non acrissimo)
celebre diventa celeberrimo (e non celebrissimo)
integro diventa integerrimo (e non integrissimo)
salubre diventa saluberrimo (e non salubrissimo).

Inoltre, tra le irregolarità, c’è ampio che diventa amplissimo, prende una l come avviene nel caso del plurale anomalo ampli, ma l’uso di ampissimo è diffuso al punto di essere tollerabile.

In altri casi ancora esistono delle forme speciali di comparativi e superlativi, che riguardano alcuni aggettivi che presentano una doppia forma possibile. In tabella sono raccolte tutte queste varianti.

Grado positivo Comparativo Superlativo
buono più buono
o migliore
buonissimo
o ottimo
cattivo più cattivo
o peggiore
cattivissimo
o pessimo
grande più grande
o maggiore
grandissimo
o massimo
piccolo più piccolo
o minore
piccolissimo
o minimo
alto più alto
o superiore
altissimo
o sommo o
supremo
basso più basso
o inferiore
bassissimo
o infimo
interno più interno
o interiore
intimo
esterno più esterno
o esteriore
estremo
vicino più vicino prossimo

ATTENZIONE ALL’ERRORE
Come nel caso dei comparativi non si può dire “più meglio” o “più migliore“, anche nel caso dei superlativi non si può dire “più buonissimo“, “più ottimo“, più pessimo” o “più massimo“, queste parole hanno già il significato di massimo grado e non si possono “aumentare”, così come non avrebbe senso dire “più ultimo” o “più primo”.

Tuttavia, nel caso di prossimo, intimo o estremo, hanno perso l’originale significato di superlativi e vivono di vita propria, sono usati anche con altri significati che permettono dei paragoni o degli aumenti di grado: si può dire che un parente è più prossimo (= vicino) di un altro, che uno sport è più estremo (= spericolato, rischioso) di un altro, oppure che una confessione è più intima di un’altra. L’uso di queste espressioni è documentato persino in autori classici (“circondato da’ parenti più prossimi, stava ritto nel mezzo della sala”, Promessi sposi) e non è errato. A riprova della perdita dell’originario significato superlativo ci sono espressioni come estremissimo o intimissimo che circolano con una certa frequenza. Inoltre, in senso figurato tutto è sempre possibile, persino la consuetudine di rendere superlativi i sostantivi (partitissima, finalissima), i pronomi (stessissimo) o intere espressioni (d’accordissimo). Per saperne di più, vedi → “I superlativi ‘abusivi’, iperbolici e metaforici“.

Ci sono infine alcuni aggettivi che non hanno il grado positivo, e sono già espressi in forma comparativa, per esempio anteriore (= davanti a qualcosa d’altro), posteriore, ulteriore, primo, ultimo o postumo.
In modo analogo, altri aggettivi possiedono già un significato superlativo che non permette di accrescerli ancora di più, per esempio colossale, eterno, immenso, enorme, infinito, smisurato, immortale… (salvo gli usi figurati di primissimo, smisuratissimo…).

I numeri romani

■ Come funziona la numerazione romana? ■ Quando è obbligatorio usare i numeri romani? ■ Cosa sono gli aggettivi numerali ordinali? ■ Che differenza c’è tra numeri ordinali e cardinali? ■ Quando è obbligatorio usare i numeri romani? ■ Quando non si possono usare i numeri romani? ■ Come si scrive 50 in numeri romani? ■ I numeri romani si scrivono sempre in maiuscolo? ■ Come si pronunciano i numeri romani?

Gli aggettivi numerali si distinguono in cardinali che corrispondono ai numeri (1, 2, 3…) e ordinali (primo, secondo…) che indicano l’ordine di numerazione. Questi ultimi si possono scrivere seguiti da una piccola “o” in apice, spesso fatta per semplicità con il simbolo ° (1°, 2°… vedi → I caratteri della tastiera) che diventa una “a” per il femminile (1a, 2 a…), oppure con i numeri romani.

Il sistema di numerazione romano segue un po’ la logica del contare con le dita: 1 si indica con un segno (I), 2 con due (II) e 3 con tre (III), ma a questo punto invece di aggiungere un quarto segno è più semplice scrivere 5 meno 1 (IV), quindi, a seconda della posizione di “I” prima o dopo “V” (che indica il numero 5) si ha IV (4) e VI (6). La stessa logica si applica al simbolo X (cioè 10): IX corrisponde a 9, e XI a 11 e così via. Il 50 si esprime con la lettera L, e arrivati al numero 39 (XXXIX), scatta la regola del 50 – 10 cioè XL. I simboli C (100) e M (1.000) sono invece derivati dalle iniziali dell’alfabeto (Cento e Mille).

Lo zero non esiste: verrà importato in Occidente più tardi dagli Arabi insieme alle altre cifre chiamate appunto numeri arabi.

I numeri romani si scrivono sempre in maiuscolo (tranne quando vengono usati nelle note a piè di pagina, per esempio: Manzoniiv), e si usano obbligatoriamente al posto dei numeri arabi per indicare i nomi di papi e re (Luigi XIV, Giovanni XXIII) e anche per indicare i secoli: il XX secolo. In questo caso si pronunciano come numeri ordinali, dunque si dice Luigi quattordicesimo, non Luigi quattordici come a volte si sente.

Spesso, soprattutto in passato, venivano indicate così anche le date di pubblicazione di libri o film, anche se oggi possono risultare di non immediata comprensione, per esempio MCMLXV corrisponde a 1965, e in questo caso si pronuncia come il numero cardinale corrispondente.

A parte questi casi, in generale nello scrivere è sempre meglio evitare le cifre, dunque si scrive “sono arrivato primo” e non “1°”, e per i risultati sportivi o di questo tipo il numero romano sarebbe fuori luogo. Di solito i numeri in cifre si scrivono solo dal decimo in poi (es. il 10° arrivato, il 20° arrivato) altrimenti è meglio usare le lettere.

Di seguito una tabella che aiuta a riassumere le regole e le equivalenze.

Cifre arabe Numeri romani Ordinali in lettere
1 I primo
2 II secondo
3 III terzo
4 IV quarto
5 V quinto
6 VI sesto
7 VII settimo
8 VIII ottavo
9 IX nono
10 X decimo
11 XI undicesimo
20 XX ventesimo
30 XXX trentesimo
40 XL quarantesimo
50 L cinquantesimo
60 LX sessantesimo
70 LXX settantesimo
80 LXXX ottantesimo
90 XC novantesimo
100 C centesimo
101 CI centunesimo
200 CC duecentesimo
300 CCC trecentesimo
400 CD quattrocentesimo
500 D cinquecentesimo
600 DC seicentesimo
700 DCC settecentesimo
800 DCCC ottocentesimo
900 CM novecentesimo
1.000 M millesimo

I plurali dei composti di capo-

■ Il plurale dei composti di capo-. ■ Capostazione varia la radice: capistazione. ■ Capolavoro varia la desinenza: capolavori. ■ Caposaldo varia entrambi gli elementi: capisaldi. ■ Meglio dire i capoufficio o i capi ufficio?

Poiché nelle parole composte da capo– non esistono delle regole semplici e chiare per stabilire i plurali (vedi → “Il plurale dei nomi composti“), di seguito è possibile consultare una lista delle parole del genere più diffuse con i plurali indicati nei principali dizionari.

Si possono dividere in tre insiemi:

le parole che al plurale variano solo capi– e mantengono uguale il secondo elemento;
quelle che mantengono capo– e variano la desinenza finale;
quelle che presentano più possibilità.

ATTENZIONE: Ci sono anche rari casi in cui il plurale si forma attraverso la variazione di entrambi gli elementi:
capocannonierecapicannonieri;
capocronistacapicronisti;
caposaldocapisaldi.

I composti di capo– che al plurale variano in capi– senza cambiare il secondo elemento (es. capoareacapiarea) mentre al femminile plurale restano invariati (es. le capoarea):

capoarea capiarea;
capobandacapibanda;
capobarcacapibarca;
capobrancocapibranco;
capoclancapliclan;
capoclassecapiclasse
capocordatacapicordata;
capocorrentecapicorrente;
capocronacacapicronaca;
capodipartimentocapidipartimento;
capodivisionecapidivisione;
capofabbricacapifabbrica;
capofamigliacapifamiglia;
capofficina (o capoofficina) → capiofficina;
capofilacapifila;
capogabinettocapigabinetto;
capogruppocapigruppo;
capoletteracapilettera;
capolistacapilista;
capomafiacapimafia;
caporepartocapireparto;
caposalacapisala;
caposcalacapiscala;
caposcortacapiscorta;
caposcuolacapiscuola;
caposerviziocapiservizio;
caposezionecapisezione;
caposquadracapisquadra;
capostazionecapistazione;
capostradacapistrada;
capostrutturacapistruttura;
capotavolacapitavola;
capotribùcapitribù;
capoturnocapiturno.

I principali sostantivi che nella formazione del plurale cambiano la desinenza, ma mantengono invariato capo-:

capodanno (o capo d’anno) → capodanni (o capi d’anno);
capodoglio (o capidoglio) → capodogli (o capidogli);
capolavorocapolavori (raro capilavori);
capoluogocapoluoghi (meno com. capiluoghi);
capogirocapogiri;
capostipitecapostipiti;
capotastocapotasti;
capoversocapoversi;
capovolgimentocapovolgimenti.

Al plurale hanno una doppia possibilità i seguenti sostantivi:

capomastrocapomastri e capimastri;
capolineacapilinea (o invariabile);
caporedattore
capiredattori e caporedattori (femminile → la caporedattrice e le caporedattrici);
capotecnicocapotecnici e capitecnici;
capoufficio (e capo uffìcio o capufficio) → capi uffìcio e capiufficio;
capocomicocapocomici o capicomici (femminile → la capocomica e le capocomiche)
capocuococapocuochi (femminile la capocuoca e le capocuoche).

Questo articolo è tratto da: L’italiano for dummies, Hoepli, Milano.

I plurali dei nomi che terminano in -co e -go

■ Come si fa il plurale dei nomi in –co e –go? ■ Quali sono i nomi in –co e –go con un doppio plurale? ■ Si dice psicologi o “psicologhi”? ■ Si dice stomaci o “stomachi”?

Poiché non esistono regole chiare e semplici (dunque utilizzabili) per sapere quando i nomi che terminano in co e go al plurale mantengono il suono duro o prendono quello dolce, di seguito è possibile consultare un elenco che raccoglie i più diffusi sostantivi di questo tipo e ne indica il plurale.

Per saperne di più vedi anche → “Il plurale dei nomi in -o e le irregolarità“.

Terminano in chi

abbiocchi, accrocchi, affreschi, alambicchi, albicocchi, allocchi, almanacchi, alterchi, asterischi, attacchi, baiocchi, banchi, battibecchi, bivacchi, boschi, buchi, bruchi, caschi, chicchi, circhi, cosacchi, dischi, elenchi, falchi, fianchi, fiaschi, fichi, fuochi, franchi, giochi, imbarchi, imbocchi, incarichi, inneschi, lombrichi, molluschi, monarchi, obelischi, ombelichi, orchi, pacchi, palchi, parchi, peschi, rammarichi, rinfreschi, ritocchi, rotocalchi, sacchi, saltimbanchi, scacchi, spacchi, spizzichi, sporchi, sprechi, stecchi, tarocchi, tabacchi, traslochi, trichechi, tronchi, turchi, valichi, vigliacchi.

Terminano in ci

accademici, acquatici, acrilici, afrodisiaci, amici, analgesici, anarchici, antibiotici, antistaminici, barbiturici, bonifici, botanici, cardiopatici, cantici, chimici, comici, daltonici, diplomatici, diuretici, elastici, elvetici, equivoci, eretici, fanatici, farmaci, fisici, geroglifici, grafici, greci, informatici, ipnotici, laconici, logorroici, maniaci, manici, mantici, matematici, medici, nemici, nevrastenici, nevrotici, ostetrici, ottici, palcoscenici, periodici, pirotecnici, plastici, porci, portici, profilattici, psicopatici, punici, rustici, sadici, sindaci, spastici, storici, tisici, tecnici, tossici, viatici, villici, zodiaci.

È ammesso il doppio plurale in ci e chi:
monaco, intonaco, manico, parroco, stomaco.

Terminano in ghi

alberghi, allunghi, apologhi, arcipelaghi, borghi, callifughi, castighi, cataloghi, colleghi, decaloghi, chirurghi, dialoghi, dinieghi, dittonghi, draghi, drammaturghi, epiloghi, fanghi, fiamminghi, funghi, gerghi, gioghi, impieghi, ingorghi, intrighi, laghi, luoghi, monologhi, obblighi, profughi, ranghi, righi, ripieghi, roghi, sfoghi, sobborghi, spaghi, sughi, svaghi, strateghi, svaghi, trittonghi, vaghi, vichinghi.

Terminano in gi

asparagi, biologi, cardiologi e la maggior parte dei composti con -logo (es: allergologi, esofagi, ideologi, filologi, fisiologi, psicologi, sociologi, speleologi…) e -fago (antropofagi, coprofagi, esofagi, necrofagi, onicofgi…).

È ammesso il doppio plurale in gi e ghi:
astrologo, demiurgo, egittologo, meteorologo, sarcofago, sessuologo, taumaturgo, tuttologo.

Nomi con doppio plurale e doppio significato

■ Quali sono i nomi con due plurali che hanno un diverso significato? ■ Che differenza c’è tra bracci/braccia? ■ Che differenza c’è tra budelli e budella  ■ Che differenza c’è tra  cervelli e cervella? ■ Che differenza c’è tra cigli e ciglia? ■ Che differenza c’è tra corni e corna?  ■ Che differenza c’è tra diti e dita? ■ Che differenza c’è tra fili e fila? ■ Che differenza c’è tra fondamenti e fondamenta? ■ Che differenza c’è tra frutti e frutta? ■ Che differenza c’è tra gesti e gesta? ■ Che differenza c’è tra legni e legna? ■ Che differenza c’è tra lenzuoli e lenzuola?  ■ Che differenza c’è tra membri e membra ■ muri/mura ■ Che differenza c’è tra ossi e ossa?

Tra i nomi sovrabbondanti non ci sono solo quelli che presentano ridondanze dallo stesso significato (presepe e presepio, puzza e puzzo), ci sono anche quelli che possiedono due plurali diversi, che molto spesso hanno però diversi significati.

Per esempio i gesti sono quelli che facciamo con le mani nella comunicazione, ma le gesta sono le imprese degli eroi; altre volte un plurale ha un valore collettivo e uno ha un valore individuale: gli ossi designano i singoli ossi considerati separatamente (due ossi della mano) o quelli degli animali (ossi di seppia), mentre le ossa indicano l’insieme, l’ossatura o lo scheletro (le ossa della mano = tutte), le lenzuola indicano il completo, e i singoli lenzuoli spaiati sono al maschile.

Di seguito un elenco dei più diffusi sostantivi che presentano due plurali dal significato differenziato:

● i bracci (del carcere, di una bilancia, di una croce o di una tenaglia) e le braccia (del corpo umano);
● i budelli (cunicoli lunghi e stretti) e le budella (intestini);
● i cervelli (persone intelligenti, “la fuga dei cervelli”) e le cervella (la materia cerebrale per esempio degli animali);
● i cigli (della strada) e le ciglia (degli occhi);
● i corni (strumenti musicali) e le corna (del toro);
● i diti (singolarmente: i diti indici) e le dita (nel loro insieme: della mano);
● i fili (d’erba) e le fila (tirare le fila, con valore collettivo);
● i fondamenti (del sapere) e le fondamenta (della casa);
● i frutti (singoli: i frutti del pero) e la frutta (inteso come nome collettivo);
● i gesti (che si fanno nel gesticolare) e le gesta (di un eroe);
● i legni (i pezzi di legno) e la legna (nome collettivo);
● i lenzuoli (singolarmente) e le lenzuola (il paio completo);
● i membri (del governo) e le membra (del corpo);
● i muri (di casa) e le mura (della città);
● gli ossi (singoli o degli animali, per esempio di seppia) e le ossa (nel loro insieme).

La coniugazione al passivo

■ Come si coniugano le forme passive? ■ Qual è la coniugazione del passivo? ■ Come si coniuga il verbo lodare al passivo? ■ Ci sono verbi che non hanno la forma passiva? ■ Quali sono gli esempi di frasi al passivo?

La coniugazione dei verbi nella forma passiva è molto semplice: basta unire la coniugazione del verbo essere con il participio passato.

Per esempio io amo al passivo diventa io sono amato, io temosono temuto, io servosono servito e così via per ogni coniugazione e per ogni tempo.


Di seguito una tabella di esempio con il paradigma della coniugazione passiva in ogni forma che ha come modello il verbo lodare.

Indicativo

presente imperfetto passato remoto
io sono lodato io ero lodato io fui lodato
tu sei lodato tu eri lodato tu fosti lodato
egli è lodato egli era lodato egli fu lodato
noi siamo lodati noi eravamo lodati noi fummo lodati
voi siete lodati voi eravate lodati voi foste lodati
essi sono lodati essi erano lodati essi furono lodati
     
passato prossimo trapassato prossimo trapassato remoto
io sono stato lodato io ero stato lodato io fui stato lodato
tu sei stato lodato tu eri stato lodato tu fosti stato lodato
egli è stato lodato egli era stato lodato egli fu stato lodato
noi siamo stati lodati noi eravamo stati lodati noi fummo stati lodati
voi siete stati lodati voi eravate stati lodati voi foste stati lodati
essi sono stati lodati essi erano stati lodati essi furono stati lodati
futuro semplice futuro anteriore
io sarò lodato io sarò stato lodato
tu sarai lodato tu sarai stato lodato
egli sarà lodato egli sarà stato lodato
noi saremo lodati noi saremo stati lodati
voi sarete lodati voi sarete stati lodati
essi saranno lodati essi saranno stati lodati

Congiuntivo

presente passato imperfetto trapassato
che io sia lodato che io sia stato lodato che io fossi lodato che io fossi stato lodato
che tu sia lodato che tu sia stato lodato che tu fossi lodato che tu fossi stato lodato
che egli sia lodato che egli sia stato lodato che egli fosse lodato che egli fosse stato lodato
che noi siamo lodati che noi siamo stati lodati che noi fossimo lodati che noi fossimo stati lodati
che voi siate lodati che voi siate stati lodati che voi foste lodati che voi foste stati lodati
che essi siano lodati che essi siano stati lodati che essi fossero lodati che essi fossero stati lodati

Condizionale

presente passato
io sarei lodato io sarei stato
tu saresti lodato tu saresti stato
egli sarebbe lodato egli sarebbe stato
noi saremmo lodati noi saremmo stati
voi sareste lodati voi sareste stati
essi sarebbero lodati essi sarebbero stati

Imperativo

(io) …
(tu) sii lodato
(egli) sia lodato
(noi) siamo lodati
(voi) siate lodati
(essi) siano lodati

Infinito presente: essere lodato
Infinito passato: essere stato lodato
Gerundio presente: essendo lodato
Gerundio passato: essendo stato lodato
Participo presente: — Participio passato: —

La coniugazione di trarre, porre, condurre…

■ Perché molte grammatiche includono i verbi porre, trarre e condurre tra quelli della seconda coniugazione? ■ Come si coniuga condurre? ■ Come si coniuga porre? ■ Come si coniuga trarre? ■ I composti di condurre, porre e trarre si comportano come i verbi progenitori? ■ Quali sono i composti di condurre, trarre e porre?

La maggior parte delle grammatiche includono i verbi come condurre, porre o trarre tra quelli della seconda coniugazione, perché derivano dal latino conducere, ponere e trahere.


Al di là dei criteri di classificazione, di seguito è possibile vedere come si coniugano nelle forme che presentano irregolarità:

condurre (ausil. avere) indicativo pres. conduco, conduci, conduce, conduciamo, conducete, conducono; fut. condurrò; pass. rem. condussi, conducesti; cong. pres. conduca…, conduciamo, conducete, conducano; cong. imperf. conducessi; cond. condurrei; imp. conduci; part. condotto;

seguono questo modello: addurre, dedurre, indurre, introdurre, produrre, ridurre, sedurre, tradurre…;

porre (ausil. avere) indicativo pres. pongo, poni, pone, poniamo, ponete, pongono; fut. porrò; pass. rem. posi, ponesti; cong. pres. ponga, ponga, ponga, poniamo, poniate, pongano; cong. imperf. ponessi; cond. porrei; imp. poni; part. posto;

seguono questo modello: anteporre, comporre, deporre, disporre, imporre, opporre, riporre, supporre…;

trarre (ausil. avere) indicativo pres. traggo, trai, trae, traiamo, traete, traggono; fut. trarrò; pass. rem. trassi, traesti; cong. pres. tragga, tragga, tragga,, traiamo, traiate traggano; cong. imperf. traessi; cond. trarrei; imp. trai; part. tratto;

seguono questo modello: astrarre, contrarre, detrarre, protrarre, ritrarre, sottrarre

I verbi irregolari in -ire

■ Quali sono i verbi irregolari in -ire? ■ Perché molte grammatiche includono il verbo dire tra quelli della seconda coniugazione? ■ Come si coniuga dire? ■ I composti di dire si comportano come il verbo progenitore? ■ Meglio “contraddicevo” o “contraddivo”? ■ Perché si dice “benedicevo” ma all’imperativo “benedici” e non come il verbo da cui deriva (di’)? ■ Esaurire fa esausto o esaurito? ■ Seppellire fa seppellito o sepolto? ■ Come si coniuga aborrire? ■ Come si coniuga apparire? ■ Come si coniuga aprire? ■ Come si coniuga assalire? ■ Come si coniuga costruire? ■ Come si coniuga morire? ■ Come si coniuga offrire? ■ Come si coniuga salire? ■ Come si coniuga sparire? ■ Come si coniuga udire? ■ Come si coniuga uscire? ■ Come si coniuga venire?

Tra i verbi che terminano in –ire il più frequente è il verbo dire anche se è spesso inserito nelle grammatiche (ma non in tutte) tra i verbi della seconda coniugazione, perché è una contrazione del latino dicere.

Al di là dei criteri di classificazione, di seguito è possibile vedere come si coniuga nei tempi semplici irregolari (quelli composti si formano regolarmente con il participio passato, detto, e l’ausiliare avere).

Dire (ausiliario: avere)

indicativo
pres
. dico, dici…, dite, dicono;
fut. dirò;
pass. rem. dissi, dicesti;
congiuntivo
pres. dica;
imperf. dicessi;
condizionale direi;
imperativo di’;
participio passato detto.

Seguono questo modello i composti: benedire, contraddire, disdire, indire, maledire, predire, ridire… per cui si dice contraddicevo, benedicevo, maledicevo (le forme popolari “contraddivo”, “benedivo” o “maledivo” sono poco eleganti e da evitare nei registri colti e formali).

L’unica eccezione, nel caso di benedire, è l’imperativo: “Benedici questa casa!” è corretto invece di benedi’.

Di seguito un elenco degli altri più importanti verbi irregolari in –ire (tra questi sono riportati anche quelli che, pur essendo regolari negli altri casi, prendono l’infisso isc):

● aborrire (ausil. avere) indicativo pres. aborro e aborrisco, aborri e aborrisci, aborre e aborrisce, aborriamo, aborrite, aborrono e aborriscono; fut. aborrirò; pass. rem. aborrii, aborristi; cong. pres. aborra e aborrisca…, aborriamo, aborriate, aborrano e aborriscano; cong. imperf. aborrissi; cond. aborrirei; imp. aborri e aborrisci; part. aborrito; (seguono questo modello: applaudire, assorbire, inghiottire, languire, mentire, nutrire, riempire, ripartire nel significato di dividere, sdrucire);
apparire (ausil. essere) indicativo pres. appaio e apparisco, appari e apparisci, appare e apparisce, appariamo, apparite, appaiono; fut. apparirò; pass. rem. apparsi e apparvi o apparii, apparse e apparve o apparì, apparimmo, appariste, apparsero e apparvero o apparirono; cong. pres. appaia o apparisca…, appariamo, appariate, appaiano o appariscano; cong. imperf. apparissi; cond. apparirei; imp. appari e apparisci; part. apparso; (seguono questo modello anche scomparire e comparire);
● aprire (ausil. avere) indicativo pres. apro; fut. aprirò; pass. rem. aprii e apersi, apristi, aprì e aperse, aprimmo, apriste, aprirono e apersero; cong. pres. apra; cong. imperf. aprissi; cond. aprirei; imp. apri; part. aperto; (seguono questo modello: coprire, ricoprire, scoprire);
● assalire (ausil. avere) indicativo pres. assalgo e assalisco, assali e assalisci, assale e assalisce, assaliamo, assalite, assalgono e assaliscono; fut. assalirò; pass. rem. assalii e assalsi, assalisti, assalì e assalse, assalimmo, assaliste, assalirono e assalsero; cong. pres. assalga e assalisca, assaliamo, assaliate, assalgano e assaliscano; cong. imperf. assalissi; cond. assalirei; imp. assali e assalisci; part. assalito;
costruire (ausil. avere) indicativo pres. costruisco; fut. costruirò; pass. rem. costruii e costrussi (raro), costruisti, costruì e costrusse (raro), costruimmo, costruiste, costruirono e costrussero (raro); cong. pres. costruisca; cong. imperf. costruissi; cond. costruirei; imp. costruisci; part. costruito e costrutto (raro); (segue questo modello anche istruire);
morire (ausil. essere) indicativo pres. muoio, muori, muore, moriamo, morite, muoiono; fut. morirò e morrò; pass. rem. morii, moristi; cong. pres. muoia, muoia, muoia, moriamo, moriate, muoiano; cong. imperf. morissi; cond. morirei; imp. muori; part. morto;
offrire (ausil. avere) indicativo pres. offro; fut. offrirò; pass. rem. offrii e offersi, offristi, offrì e offerse, offrimmo, offriste, offrirono e offersero; cong. pres. offra; cong. imperf. offrissi; cond. offrirei; imp. offri; part. offerto; (segue questo modello anche soffrire);
salire (ausil. essere, ma transitivamente anche avere: ho salito le scale) indicativo pres. salgo, sali, sale, saliamo, salite, salgono; fut. salirò; pass. rem. salii, salisti; cong. pres. salga, salga, salga, saliamo, saliate, salgano; cong. imperf. salissi; cond. salirei; imp. sali; part. salito;
sparire (ausil. essere) indicativo pres. sparisco; fut. sparirò; pass. rem. sparii e sparvi, sparisti, sparì e sparve, sparimmo, spariste, sparirono e sparvero; cong. pres. sparisca; cong. imperf. sparissi; cond. sparirei; imp. sparisci; part. sparito;
udire (ausil. avere) indicativo pres. odo, odi, ode, udiamo, udite, odono; fut. udirò e udrò; pass. rem. udii, udisti; cong. pres. oda, oda, oda, udiamo, udiate, odano; cong. imperf. udissi; cond. udirei e udrei; imp. odi, udite; part. udito;
uscire (ausil. essere) indicativo pres. esco, esci, esce, usciamo, uscite, escono; fut. uscirò; pass. rem. uscii, uscisti; cong. pres. esca, esca, esca, usiamo, usciate, escano; cong. imperf. uscissi; cond. uscirei; imp. esci; part. uscito; (segue questo modello anche riuscire);
venire (ausil. essere) indicativo pres. vengo, vieni, viene, veniamo, venite, vengono; fut. verrò; pass. rem. venni, venisti; cong. pres. venga, venga, venga, veniamo, veniate, vengano; cong. imperf. venissi; cond. verrei; imp. vieni; part. venuto; (seguono questo modello: avvenire, convenire, divenire, intervenire, pervenire, provenire, svenire…);

A questo elenco si possono aggiungere alcuni verbi che sono regolari, però hanno un doppio participio passato:

esaurire (ausil. essere) oltre a esaurito, regolare, può avere anche esausto;
profferire (ausil. avere) fa profferito, ma anche profferto;
● seppellire (ausil. avere), seppellito e sepolto.

Questo articolo è stato tratto da:

Antonio Zoppetti
L’italiano for dummies
Hoepli, Milano 2014

I verbi irregolari in -ere

■ Quali sono i verbi irregolari in -ere? ■ Quali sono le irregolarità che si ripetono nei verbi irregolari in -ere? ■ Come si coniuga bere? ■ Come si coniuga cadere? ■ Come si coniuga chiedere? ■ Come si coniuga cogliere? ■ Come si coniuga cuocere? ■ Come si coniuga dolere? ■ Come si coniuga dovere? ■ Come si coniuga giacere? ■ Come si coniuga godere? ■ Come si coniuga nuocere? ■ Come si coniuga parere? ■ Come si coniuga piacere? ■ Come si coniuga potere? ■ Come si coniuga scegliere? ■ Come si coniuga sedere? ■ Come si coniuga spegnere? ■ Come si coniuga tacere? ■ Come si coniuga tenere? ■ Come si coniuga valere? ■ Come si coniuga vedere? ■ Come si coniuga vivere? ■ Come si coniuga volere?

I verbi in –ere sono quelli che presentano il maggior numero di forme irregolari. Perlopiù sono irregolari solo nelle forme del passato remoto e del participio passato.

Molte forme irregolari, però, si ripetono con una certa regolarità e di seguito troverete le principali irregolarità raggruppate per tipologia.

Alcuni verbi in –ere nel passato remoto prendono la desinenza si e nel participio passatoso.

Infinito Passato remoto -si Participio passato -so
accendere accesi, accendesti acceso
alludere (deludere, eludere, includere) allusi, alludesti alluso
appendere (sospendere) appesi, appendesti appeso
ardere arsi, ardesti arso
chiudere chiusi, chiudesti chiuso
concludere conclusi, concludesti concluso
convergere conversi, convergesti converso
correre (accorrere, concorrere, ricorrere, trascorrere) corsi, corresti corso
decidere (coincidere, recidere) decisi, decidesti deciso
difendere difesi, difendesti difeso
dipendere dipesi, dipendesti dipeso
dividere (condividere, suddividere) divisi, dividesti diviso
elidere elisi, elidesti elio
emergere (immergere, sommergere) emersi, emergesti emerso
espellere espulsi, espellesti espulso
esplodere esplosi, esplodesti esploso
evadere (invadere, pervadere) evasi, evadesti evaso
fondere (confondere, diffondere, infondere, rifondere) fusi, fondesti fuso
incidere incisi, incidesti inciso
mordere morsi, mordesti morso
occludere occlusi, occludesti concluso
offendere offesi, offendesti offeso
perdere (disperdere) persi, perdesti perso
persuadere (dissuadere) persuasi, persuadesti persuaso
radere rasi, radesi raso
rendere (apprendere, comprendere, pretendere, riprendere, sorprendere) resi, rendesti reso
ridere (deridere, sorridere) risi, ridesti riso
rodere (corrodere, erodere) rosi, rodesti roso
scendere (discendere) scesi, scendesti sceso
spargere (cospargere) sparsi, spargesti sparso
spendere spesi, spendesti speso
tendere (distendere, intendere, pretendere, stendere) tesi, tendesti teso
uccidere uccisi, uccidesti ucciso
     

Altri nel passato remoto prendono la desinenza si, nel participio passato assumono la forma –to.

Infinito Passato remoto: -si Participio passato: -to
accorgersi accorsi, accorgesti accorto
assolvere (risolvere) assolsi, assolvesti assolto
assumere (presumere) assunsi, assumesti assunto
cingere (accingersi, recingere) cinsi, cingesti cinto
dipingere dipinsi, dipingesti dipinto
distinguere (estinguere) distinsi, distinguesti distinto
ergere ersi, ergesti erto
fingere finsi, fingesti finto
giungere (aggiungere, congiungere, disgiungere, raggiungere) giunsi, giungesti giunto
indulgere indulsi, indulgesti indulto
mungere munsi, mungesti munto
nascondere nascosi, nascondesti nascosto
piangere (compiangere, rimpiangere) piansi, piangesti pianto
porgere (sporgere) porsi, porgesti porto
pungere punsi, pungesti punto
redimere redensi, redimesti redento
rispondere (corrispondere) risposi, rispondesti risposto
scorgere scorsi, scorgesti scorto
sorgere (risorgere) sorsi, sorgesti sorto
spingere (respingere) spinsi, spingesti spinto
tingere (attingere) tinsi, tingesti tinto
torcere (contorcere, ritorcere, storcere) torsi, torcesti torto
ungere   unto
vincere (convincere) vinsi, vincesti vinto
volgere (coinvolgere, rivolgere, sconvolgere, travolgere) volsi, volgesti volto
     

Alcuni nel passato remoto prendono la desinenza ssi e nel participio passatosso.

Infinito Passato remoto: -ssi Participio passato: -sso
affiggere (crocifiggere, infliggere, prefiggere) affissi, affiggesti affisso
annettere annessi, annettesti annesso
comprimere (deprimere, esprimere, imprimere, opprimere, reprimere, sopprimere) compressi, comprimesti compresso
concedere (accedere, incedere, intercedere, succedere) concessi, concedesti concesso
discutere discussi, discutesti discusso
flettere flessi, flettesti flesso
incutere incussi, incutesti incusso
muovere (commuovere) mossi, movesti mosso
percuotere (riscuotere, percuotere, scuotere) percossi, percuotesti percosso
retrocedere retrocessi, retrocedesti retrocesso
scindere (rescindere) scissi, scindesti scisso
     

Altri nel passato remoto prendono la desinenza ssi, e nel participio passato assumono la forma –tto.

Infinito Passato remoto: -ssi Participio passato: -tto
affliggere (infliggere) afflissi, affliggesti afflitto
dirigere diressi, dirigesti diretto
distruggere (struggere) distrussi, distruggesti distrutto
erigere eressi, erigesti eretto
friggere frissi, friggesti fritto
leggere (eleggere) lessi, leggesti letto
prediligere predilessi, prediligesti prediletto
proteggere protessi, proteggesti protetto
reggere (correggere, sorreggere) ressi, reggesti retto
sconfiggere sconfissi, sconfiggesti sconfitto
scrivere (descrivere, iscrivere, prescrivere, riscrivere, trascrivere) scrissi, scrivesti scritto
     

Di seguito, altri tipi di irregolarità dei verbi in -ere nel passato remoto e nel participio passato (tra parentesi i verbi che seguono lo stesso paradigma).

Infinito Passato remoto Participio passato
assistere (consistere, desistere, insistere, persistere, resistere) assistei (e assistetti), assistesti assistito
esigere esigei (e esigetti), esigesti esatto (e non “esigito”)
mettere (ammettere, commettere, compromettere, emettere, promettere, rimettere, scommettere, trasmettere) misi, mettesti messo
stringere (costringere, restringere) strinsi, stringesti stretto
conoscere (disconoscere, riconoscere) conobbi, conoscesti conosciuto
crescere (accrescere, decrescere, ricrescere, rincrescere) crebbi, crescesti cresciuto
nascere (rinascere) nacqui, nascesti nato
piovere piovve (impersonale) piovuto
rompere (corrompere, interrompere) ruppi, rompesti rotto
     

Ci sono poi i verbi che presentano irregolarità anche in altre forme, oltre al passato remoto e al participio, e che hanno una radice che varia a seconda dei tempi. Di seguito un elenco che raccoglie i più diffusi:


bere (ausil. avere): indicativo pres. bevo; fut. berrò; pass. rem. bevvi (o bevetti) bevesti… bevvero; cong. pres. beva; cong. imperf. bevessi; cond. berrei; imp. bevi; part. bevuto;
cadere (ausil. essere) indicativo pres. cado; fut. cadrò; pass. rem. caddi, cadesti; cong. pres. cada; cong. imperf. cadessi; cond. cadrei; imp. cadi; part. caduto; (seguono questo modello: accadere, decadere, scadere…);
● chiedere (ausil. avere) indicativo pres. chiedo; fut. chiederò; pass. rem. chiesi, chiedesti; cong. pres. chieda; cong. imperf. chiedessi; cond. chiederei; imp. chiedi; part. chiesto; (segue questo modello anche richiedere);
cogliere (ausil. avere) indicativo pres. colgo, cogli, coglie, cogliamo, cogliate, colgono; fut. coglierò; pass. rem. colsi, cogliesti; cong. pres. colga, colga, colga, cogliamo, cogliate, colgano; cong. imperf. cogliessi; cond. coglierei; imp. cogli; part. colto; (seguono questo modello: accogliere incogliere, raccogliere, ma anche togliere, sciogliere, distogliere);
cuocere (ausil. avere) indicativo pres. cuocio, cuoci, cuoce, cociamo, cocete, cuociono; fut. cocerò; pass. rem. cossi, cocesti; cong. pres. cuocia, cuocia, cuocia, cociamo, cociate, cuociano; cong. imperf. cocessi; cond. cocerei; imp. cuoci, cocete; part. cotto; (ma sono ormai largamente accettate anche le forme cuociamo, cuocete, cuocerò, cuocerei…);
dolere (ausil. essere) indicativo pres. dolgo, duoli, duole, doliamo o dogliamo, dolete, dolgono; fut. dorrò; pass. rem. dolsi, dolesti; cong. pres. dolga…, doliamo o dogliamo, doliate o dogliate, dolgano; cong. imperf. dolessi; cond. dorrei; imp. duoli, dolete; part. doluto;
dovere (ausil. avere) indicativo pres. devo o debbo, devi, deve, dobbiamo, dovete, devono o debbono; fut. dovrò; pass. rem. dovetti o dovei, dovesti; cong. pres. debba…, dobbiamo, dobbiate, debbano; cong. imperf. dovessi; cond. dovrei; imp. (mancante); part. dovuto;
giacere (ausil. essere) indicativo pres. giaccio, giaci, giace, giacciamo, giacete, giacciono; fut. giacerò; pass. rem. giacqui, giacesti; cong. pres. giaccia, giaccia, giaccia, giacciamo, giacciate, giacciano; cong. imperf. giacessi; cond. giacerei; imp. giaci; part. giaciuto; (segue questo modello anche soggiacere;
godere (ausil. avere) indicativo pres. godo; fut. godrò; pass. rem. godetti o godei, godesti; cong. pres. goda; cong. imperf. godessi; cond.godrei; imp. godi; part. goduto;
● nuocere (ausil. avere) indicativo pres. noccio o nuoccio, nuoci, nuoce, nociamo, nocete, nocciono o nuocciono; fut. nocerò; pass. rem. nocqui, nocesti; cong. pres. noccia, noccia, noccia, nociamo, nociate, nocciano; cong. imperf. nocessi; cond. nocerei; imp. nuoci, nocete; part. nociuto (ma si registrano anche le forme con il dittongo: nuocevo, nuocerò…);
● parere (ausil. essere) indicativo pres. paio, pari, pare, pariamo o paiamo (raro), parete, paiono; fut. parrò; pass. rem. parvi, paresti; cong. pres. paia, paia, paia, paiamo o pariamo, paiate o pariate, paiano; cong. imperf. paressi; cond. parrei; imp. (mancante); part. parso;
● piacere (ausil. essere) indicativo pres. piaccio, piaci, piace, piacciamo, piacete, piacciono; fut. piacerò; pass. rem. piacqui, piacesti; cong. pres. piaccia; cong. imperf. piacessi; cond. piacerei; imp. piaci; part. piaciuto; (seguono questo modello: compiacere e dispiacere);
● potere (ausil. avere) indicativo pres. posso, puoi, può, possiamo, potete, possono; fut. potrò; pass. rem. potei, potesti; cong. pres. possa; cong. imperf. potessi; cond. potrei; imp. (mancante); part. potuto;
● sapere (ausil. avere) indicativo pres. so, sai, sa, sappiamo, sapete, sanno; fut. saprò; pass. rem. seppi, sapesti; cong. pres. sappia; cong. imperf. sapessi; cond. saprei; imp. sappi; part. saputo;
● scegliere (ausil. avere)indicativo pres. scelgo, scegli, sceglie, scegliamo, scegliete, scelgono; fut. sceglierò; pass. rem. scelsi, scegliesti; cong. pres. scelga, scelga, scelga, scegliamo, scegliate, scelgano; cong. imperf. scegliessi; cond. sceglierei; imp. scegli; part. scelto; (segue questo modello anche prescegliere);
● sedere (ausil. essere) indicativo pres. siedo o seggo (raro), siedi, siede, sediamo, sedete, siedono o seggono; fut. sederò o siederò; pass. rem. sedetti o sedei, sedesti; cong. pres. sieda o segga…, sediamo, sediate, siedano o seggano; cong. imperf. sedessi; cond. sederei o siederei; imp. siedi; part. seduto; (seguono questo modello anche: soprassedere e risiedere);
● spegnere (ausil. avere) indicativo pres. spengo, spegni, spegne, spegniamo, spegnete, spengono; fut. spegnerò; pass. rem. spensi, spegnesti; cong. pres. spenga, spenga, spenga, spegniamo, spegniate, spengano; cong. imperf. spegnessi; cond. spegnerei; imp. spegni; part. spento (a volte si mescola con la variante per lo più toscana spengere nelle seguenti forme: indicativo pres. tu spengi, egli spenge, noi spengiamo, voi spengete; fut. spengerò…; pass. rem. tu spengesti, noi spengemmo, voi spengeste; cong. pres. noi spengiamo, voi spengiate);
● tacere (ausil. avere) indicativo pres. taccio, taci, tace, taciamo, tacete, tacciono; fut. tacerò; pass. rem. tacqui, tacesti; cong. pres. taccia, taccia, taccia, tacciamo, taciate, tacciano; cong. imperf. tacesi; cond. tacerei; imp. taci; part. taciuto;
● tenere (ausil. avere) indicativo pres. tengo, tieni, tiene, teniamo, tenete, tengono; fut. terrò; pass. rem. tenni, tenesti; cong. pres. tenga, tenga, tenga, teniamo, teniate, tengano; cong. imperf. tenessi; cond. terrei; imp. tieni; part. tenuto; (seguono questo modello: appartenere, contenere, detenere, ottenere, ritenere, trattenere…);
● valere (ausil. essere) indicativo pres. valgo, vali, vale, valiamo, valete, valgono; fut. varrò; pass. rem. valsi, valesti; cong. pres. valga, valga, valga, valiamo, valiate, valgano; cong. imperf. valessi; cond. varrei; imp. vali; part. valso; (seguono questo modello: equivalere, prevalere, rivalere…);
● vedere (ausil. avere) indicativo pres. vedo o veggo (raro); fut. vedrò; pass. rem. vidi, vedesti; cong. pres. veda; cong. imperf. vedessi; cond. vedrei; imp. vedi; part. veduto o visto; (seguono questo modello alcuni composti come: avvedere, intravedere, rivedere…, tuttavia prevedere e provvedere a volte non si contraggono e mantengono anche le forme prevederò e provvederò, prevederei e provvederei; infine, il part. pass. di provvedere sviluppa due significati differenti a seconda della forma: provveduto e provvisto che significa “fornito”);
● vivere (ausil. essere) indicativo pres. vivo; fut. vivrò; pass. rem. vissi, vivesti; cong. pres. viva; cong. imperf. vivessi; cond. vivrei; imp. vivi; part. vissuto; (seguono questo modello: convivere e sopravvivere);
● volere (ausil. avere) indicativo pres. voglio, vuoi, vuole, vogliamo, volete, vogliono; fut. vorrò; pass. rem. volli, volesti; cong. pres. voglia; cong. imperf. volessi; cond. vorrei; imp. (vogli, disusato) vogliate; part. voluto.

Questo articolo è stato tratto da:

Antonio Zoppetti
L’italiano for dummies
Hoepli, Milano 2014

I verbi irregolari: la coniugazione di dare

■ Come si coniuga il verbo dare? ■ Perché al passato remoto “dare” diventa tu “desti” con la “e” invece della “a”? ■ Perché nel caso di dare si dice “io diedi” ma nel caso di circon-dare “circondai”? ■ I composti di dare si comportano come il verbo progenitore? ■ Quali sono i composti di “dare”?

Dare (come andare, fare e stare) è uno dei pochi verbi irregolari che terminano in –are.

Tra le sue irregolarità c’è il cambio della vocale tematica che passa dalla a alla e in alcune forme con quelle del congiuntivo → desse.

Bisogna però precisare che la coniugazione dei suoi composti non segue il suo modello!

Circondare o estradare sono perciò verbi regolari che seguono il modello dei verbi come amare, e non si comportano come il verbo progenitore: si scrive circondai (e non “circondiedi”) ed estraderò (e non “estradarò”).

Di seguito la coniugazione di dare.

Indicativo

presente imperfetto passato remoto
io do io davo io diedi (o detti)
tu dai tu davi tu desti
egli dà egli dava egli diede (o dette)
noi diamo noi davamo noi demmo
voi date voi davate voi deste
essi danno essi davano essi diedero (o dettero)
     
passato prossimo trapassato prossimo trapassato remoto
io ho dato io avevo dato io ebbi dato
tu hai dato tu avevi dato tu avesti dato
egli ha dato egli aveva dato egli ebbe dato
noi abbiamo dato noi avevamo dato noi avemmo dato
voi avete dato voi avevate dato voi aveste dato
essi hanno dato essi avevano dato essi ebbero dato
futuro semplice futuro anteriore
io darò io avrò dato
tu darai tu avrai dato
egli darà egli avrà dato
noi daremo noi avremo dato
voi darete voi avrete dato
essi daranno essi avranno dato

Congiuntivo

presente passato imperfetto trapassato
che io dia che io abbia dato che io dessi che io avessi dato
che tu dia che tu abbia dato che tu dessi che tu avessi dato
che egli dia che egli abbia dato che egli desse che egli avesse dato
che noi diamo che noi abbiamo dato che noi dessimo che noi avessimo dato
che voi diate che voi abbiate dato che voi deste che voi aveste dato
che essi diano che essi abbiano dato che essi dessero che essi avessero dato

Condizionale

presente passato
io darei io avrei dato
tu daresti tu avresti dato
egli darebbe egli avrebbe dato
noi daremmo noi avremmo dato
voi dareste voi avreste dato
essi darebbero essi avrebbero dato

Imperativo

(io) …
(tu) da’ (ma si trova anche , e la forma dai è diventata un’intercalare)
(egli) dia
(noi) diamo
(voi) diate
(essi) diano

Infinito presente: dare Infinito passato: avere dato
Gerundio presente: dando Gerundio passato: avendo dato
Participo presente: dante Participio passato: dato.

I verbi irregolari: la coniugazione di fare

■ Perché “fare” viene considerato da molte grammatiche tra i verbi della seconda coniugazione? ■ Come si coniuga il verbo fare? ■ Come si comportano i composti di fare? ■ Si dice “io disfo” o “io disfaccio”? ■ Meglio dire “disfacevo” o “disfavo”? ■ Si dice “io soddisfarò” o “io soddisferò”?

Fare (come andare, dare e stare) è uno dei pochi verbi irregolari che terminano in –are.

Molte grammatiche, ma non tutte, preferiscono includere fare nei verbi della seconda coniugazione che terminano in -ere, perché è una contrazione del latino facere e nelle sue flessioni si comporta in modo simile.

Al di là dei criteri di classificazione, di seguito è possibile vedere come si coniuga nei tempi semplici (quelli composti si formano regolarmente con l’ausiliare avere).

Seguono la coniugazione di fare anche i composti: assuefare, contraffare, disfare, rifare, sopraffare

Tuttavia, mentre si dice comunemente assuefaccio, contraffaccio… (le forme assuefò o contraffò non sono molto nell’uso), in alcuni casi i composti hanno sviluppato anche forme proprie, per esempio soddisfare al presente fa anche soddisfo, al futuro fa anche soddisferò, al congiuntivo anche soddisfi, al condizionale anche soddisferei.
Allo stesso modo disfare all’indicativo presente fa disfo oltre a disfaccio e si sono diffuse forme come disferò, al futuro, o disferei al condizionale (invece di disfarò e disfarei), il che non significa che le forme disfaccio, disfarò e via dicendo siano sbagliate, anzi sono preferibili, ma circolano anche altre forme che tendono a distaccarsi dalla regola.

Benché alcune forme come disfavo invece che disfacevo o disfassi invece che disfacessi siano ormai diffuse nel parlato e non solo, non sono molto eleganti ed è meglio usare le forme che seguono la coniugazione di fare, riportata di seguito.

Fare (ausiliario: avere)

Indicativo

presente:
io faccio (o fo, raro),
tu fai,
egli fa,
noi facciamo,
voi fate,
essi fanno;

imperfetto:
io facevo,
tu facevi,
egli faceva,
noi facevamo,
voi facevate,
essi facevano;

passato remoto:
io feci,
tu facesti,
egli fece,
noi facemmo,
voi faceste,
essi fecero;

futuro:
io farò,
tu farai,
egli farà,
noi faremo,
voi farete,
essi faranno.

Congiuntivo

presente:
che io faccia,
che tu faccia,
che egli faccia,
che noi facciamo,
che voi facciate,
che essi facciano;

imperfetto:
che io facessi,
che tu facessi,
che egli facesse,
che noi facessimo,
che voi faceste,
che essi facessero.

Condizionale

presente:
io farei,
tu faresti,
egli farebbe,
noi faremmo,
voi fareste,
essi farebbero.

Imperativo

(io) …
(tu) fa (o fa’ e fai),
(egli) faccia,
(voi) fate,
(noi) facciamo,
(essi) facciano.

Participio presente: facente; participio passato: fatto.
Gerundio: facendo; infinito: fare

I verbi irregolari: la coniugazione di stare

■ Come si coniuga il verbo stare? ■ Perché si dice io “stetti” invece di seguire la radice “stare”? ■ Perché si dice io stetti ma nei composti come prestare si dice io “prestai”? ■ I composti di “stare” si comportano come il verbo progenitore? ■ Quali sono i composti del verbo “stare”?

Stare (come andare, dare e fare) è uno dei pochi verbi irregolari che terminano in –are, e tra le sue peculiarità c’è il cambio della vocale tematica da a in e in alcune forme (per es. che egli stesse) .


Bisogna però fare attenzione ai suoi composti che non si comportano in modo irregolare come il verbo progenitore, diventano regolari!

Dunque verbi come prestare, restare, contrastare o sovrastare seguono il paradigma regolare di amare e si dice per esempio sovrastano (e non “sovrastanno”), prestai (e non “prestetti”) e contrasterò (e non “contrastarò”).

Di seguito la coniugazione di stare.

Indicativo

presente imperfetto passato remoto
io sto io stavo io stetti
tu stai tu stavi tu stesti
egli sta egli stava egli stette
noi stiamo noi stavamo noi stemmo
voi state voi stavate voi steste
essi stanno essi stavano essi stettero
     
passato prossimo trapassato prossimo trapassato remoto
io sono stato io ero stato io fui stato
tu sei stato tu eri stato tu fosti stato
egli è stato egli era stato egli fu stato
noi siamo stati noi eravamo stati noi fummo stati
voi siete stati voi eravate stati voi foste stati
essi sono stati essi erano stati essi furono stati
futuro semplice futuro anteriore
io starò io sarò stato
tu starai tu sarai stato
egli starà egli sarà stato
noi staremo noi saremo stati
voi starete voi sarete stati
essi staranno essi saranno stati

Congiuntivo

presente passato imperfetto trapassato
che io stia che io sia stato che io stessi che io fossi stato
che tu stia che tu sia stato che tu stessi che tu fossi stato
che egli stia che egli sia stato che egli stesse che egli fosse stato
che noi stiamo che noi siamo stati che noi stessimo che noi fossimo stati
che voi stiate che voi siate stati che voi steste che voi foste stati
che essi stiano che essi siano stati che essi stessero che essi fossero stati

Condizionale

presente passato
io starei io sarei stato
tu staresti tu saresti stato
egli starebbe egli sarebbe stato
noi staremmo noi saremmo stati
voi stareste voi sareste stati
essi starebbero essi sarebbero stati

Imperativo

(io) …
(tu) sta (si trovano anche sta’ e stai)
(egli) stia
(noi) stiamo
(voi) state
(essi) stiano

Infinito presente: stare Infinito passato: essere stato
Gerundio presente: stando Gerundio passato: essendo stato
Participo presente: stante Participio passato: stato.

I verbi irregolari: la coniugazione di andare

■ Come si coniuga il verbo andare? ■ La radice di andare è “vad” o “and”? ■ Qual è la tabella con la coniugazione di “andare”?

Andare (come dare, fare e stare) è uno dei pochi verbi irregolari che terminano in –are.

La sua irregolarità sta nell’oscillare tra due diverse radici, quella che caratterizza l’infinito (and + are) e quella che si ritrova per esempio nel presente che diventa vado (vad+o, e non ando).

Di seguito la sua coniugazione.

Indicativo

presente imperfetto passato remoto
io vado io andavo io andai
tu vai tu andavi tu andasti
egli va egli andava egli andò
noi andiamo noi andavamo noi andammo
voi andate voi andavate voi andaste
essi vanno essi andavano essi andarono
     
passato prossimo trapassato prossimo trapassato remoto
io sono andato io ero andato io fui andato
tu sei andato tu eri andato tu fosti andato
egli è andato egli era andato egli fu andato
noi siamo andati noi eravamo andati noi fummo andati
voi siete andati voi eravate andati voi foste andati
essi sono andati essi erano andati essi furono andati
futuro semplice futuro anteriore
io andrò io sarò andato
tu andrai tu sarai andato
egli andrà egli sarà andato
noi andremo noi saremo andati
voi andrete voi sarete andati
essi andranno essi saranno andati

Congiuntivo

presente passato imperfetto trapassato
che io vada che io sia andato che io andassi che io fossi andato
che tu vada che tu sia andato che tu andassi che tu fossi andato
che egli vada che egli sia andato che egli andasse che egli fosse andato
che noi andiamo che noi siamo andati che noi andassimo che noi fossimo andati
che voi andiate che voi siate andati che voi andaste che voi foste andati
che essi vadano che essi siano andati che essi andassero che essi fossero andati

Condizionale

presente passato
io andrei io sarei andato
tu andresti tu saresti andato
egli andrebbe egli sarebbe andato
noi andremmo noi saremmo andati
voi andreste voi sareste andati
essi andrebbero essi sarebbero andati

Imperativo

(io) …
(tu) vai (va’, va)
(egli) vada
(noi) andiamo
(voi) andiate
(essi) vadano

Infinito presente: andare Infinito passato: essere andato
Gerundio presente: andando Gerundio passato: essendo andato
Participo presente: andante Participio passato: andato.

La coniugazione dei verbi regolari in -ire

■ Come si coniugano i verbi regolari in -ire? ■ Perché si dice “io servo”, ma “io finisco” con l’aggiunta di ISC? ■ Si dice “io inghiotto” o “inghiottisco”? ■ Perché si dice “obbediente” (con la “i”) ma “apparente” senza “i”? Si dice “dormente” o “dormiente”? ■ Perché patire e sentire diventano paziente e senziente?

I verbi regolari si coniugano tutti allo stesso modo e non presentano difficoltà: cambia la radice di ognuno, ma le desinenze sono le stesse e basta applicarle alla radice in modo “matematico”.

Dunque, i verbi regolari che terminano in –ire, si comportano tutti come il verbo serv-ire che è stato qui scelto come modello (essendo transitivo nei tempi composti vuole l’ausiliare avere, ma se fosse intransitivo potrebbe anche appoggiarsi a essere, es. io sono partito).

Tuttavia, bisogna prestare attenzione a poche considerazioni importanti.

Molti verbi in –ire, anche se per gli altri aspetti sono regolari, rispetto alla coniugazione in tabella inseriscono l’infisso isc tra la radice e la desinenza nella prima e seconda persona singolare, e nella terza persona singolare e plurale del presente (per esempio sancire, pulire o finire: io finisco, tu finisci, egli finisce, essi finiscono) e dell’imperativo (finisci, finisca, finiscano).
Altri conservano entrambe le forme, per esempio inghiotto e inghiottisco, aborro e aborrisco, o mento e mentisco (quest’ultima poco usata, però).

Riparto e ripartisco hanno invece significati diversi, rispettivamente:
parto di nuovo e suddivido.


Anche nei participi si può trovare una doppia forma che si alterna, in -iente (per esempio obbediente), ma anche in -ente (apparente). Nel caso di dormire sono consentite entrambe le forme, dormente e dormiente.


In alcuni casi, quando c’è la t a fine radice, si assiste a una trasformazione in z per motivi eufonici, per esempio da consentire e patire derivano consenziente o paziente.

I verbi in cire, gire e scire tendono a mantenere la pronuncia dura davanti ad a, o e u, che si addolcisce con la e e la i (sgualcire: tu sgualcisci, egli sgualcisce, che egli sgualcisca; fuggire: fuggo, fuggi; uscire: esco, esci). Però cucire si coniuga dolce: io cucio, che io cucia.

Di seguito la tabella con la coniugazione dei verbi regolari in –ire.

Indicativo

presente imperfetto passato remoto
io serv-o io serv-ivo io serv-ii
tu serv-i tu serv-ivi tu serv-isti
egli serv-e egli serv-iva egli serv-ì
noi serv-iamo noi serv-ivamo noi serv-immo
voi serv-ite voi serv-ivate voi serv-iste
essi serv-ono essi serv-ivano essi serv-irono
     
passato prossimo trapassato prossimo trapassato remoto
io ho servito io avevo servito io ebbi servito
tu hai servito tu avevi servito tu avesti servito
egli ha servito egli aveva servito egli ebbe servito
noi abbiamo servito noi avevamo servito noi avemmo servito
voi avete servito voi avevate servito voi aveste servito
essi hanno servito essi avevano servito essi ebbero servito
futuro semplice futuro anteriore
io serv-irò io avrò servito
tu serv-irai tu avrai servito
egli serv-irà egli avrà servito
noi serv-iremo noi avremo servito
voi serv-irete voi avrete servito
essi serv-iranno essi avranno servito

Congiuntivo

presente passato imperfetto trapassato
che io serv-a che io abbia servito che io serv-issi che io avessi servito
che tu serv-a che tu abbia servito che tu serv-issi che tu avessi servito
che egli serv-a che egli abbia servito che egli serv-isse che egli avesse servito
che noi serv-iamo che noi abbiamo servito che noi serv-issimo che noi avessimo servito
che voi serv-iate che voi abbiate servito che voi serv-iste che voi aveste servito
che essi serv-ano che essi abbiano servito che essi serv-issero che essi avessero servito

Condizionale

presente passato
io serv-irei io avrei servito
tu serv-iresti tu avresti servito
egli serv-irebbe egli avrebbe servito
noi serv-iremmo noi avremmo servito
voi serv-ireste voi avreste servito
essi serv-irebbero essi avrebbero servito

Imperativo

(io) …
(tu) serv-i
(egli) serv-a
(noi) serv-iamo
(voi) serv-ite
(essi) serv-ano

Infinito presente: serv-ire Infinito passato: avere servito
Gerundio presente: serv-endo Gerundio passato: avendo servito
Participo presente: serv-ente o serv-iente Participio passato: serv -ito.

La coniugazione dei verbi regolari in -ere

■ Come si coniugano i verbi regolari in -ere? ■ Al passato remoto si dice io temei ed egli temé o io temetti ed egli temette? ■ Perché si dice io cuocio, ma io giaccio e taccio con due C?

I verbi regolari si coniugano tutti allo stesso modo e non presentano difficoltà: cambia la radice di ognuno, ma le desinenze sono le stesse e basta applicarle alla radice in modo “matematico”.

Dunque, i verbi regolari che terminano in –ere, si comportano tutti come il verbo tem-ere che è stato qui scelto come modello (essendo transitivo nei tempi composti vuole l’ausiliare avere, ma se fosse intransitivo potrebbe anche appoggiarsi a essere).

Tuttavia, bisogna prestare attenzione a poche considerazioni importanti.

Molti verbi della seconda coniugazione, anche regolari, al passato remoto presentano una doppia forma: per esempio io temei, ma anche io temetti, o egli temé, ma anche temette. In caso di dubbi su un verbo preciso, è meglio consultare un dizionario, perché non c’è una regola valida sempre, e nel caso di battere, per esempio, si dice solo io battei (e non “battetti”).

C’è poi il problema dei suoni dolci o duri delle radici dei verbi in cere, gere e scere: mantengono il suono dolce davanti a e e i, che diventa invece duro davanti ad a, o e u; vincere si coniuga dunque in io vinco (suono duro) e tu vinci (suono dolce) e nel caso di vinceranno la i non ci vuole. Lo stesso vale per dirigo e dirigi; conosco, conosci, conosce e conosciamo.

Cuocere e nuocere, e anche i verbi con l’accento sulla desinenza dell’infinito (-cére: tacere, piacere, giacere…) mantengono sempre la c dolce e quindi aggiungono la i davanti alle vocali a, o e u: cuocio, cuociamo, cuoceva. Inoltre, in genere raddoppiano la c davanti alla i, per esempio diventano taccio, nuoccio, piaccio (ma non nel caso di cuocio). Ma stiamo entrando nell’ambito delle forme irregolari che non seguono questo schema regolare di temere.

Di seguito la tabella con la coniugazione dei verbi regolari in –ere.

Indicativo

presente imperfetto passato remoto
io tem-o io tem-evo io tem-etti (o tem-ei)
tu tem-i tu tem-evi tu tem-esti
egli tem-e egli tem-eva egli tem-ette o tem-é
noi tem-iamo noi tem-evamo noi tem-emmo
voi tem-ete voi tem-evate voi tem-este
essi tem-ono essi tem-evano essi tem-ettero
(o tem-erono)
     
passato prossimo trapassato prossimo trapassato remoto
io ho temuto io avevo temuto io ebbi temuto
tu hai temuto tu avevi temuto tu avesti temuto
egli ha temuto egli aveva temuto egli ebbe temuto
noi abbiamo temuto noi avevamo temuto noi avemmo temuto
voi avete temuto voi avevate temuto voi aveste temuto
essi hanno temuto essi avevano temuto essi ebbero temuto
futuro semplice futuro anteriore
io tem-erò io avrò temuto
tu tem-erai tu avrai temuto
egli tem-erà egli avrà temuto
noi tem-eremo noi avremo temuto
voi tem-erete voi avrete temuto
essi tem-eranno essi avranno temuto

Congiuntivo

presente passato imperfetto trapassato
che io tem-a che io abbia temuto che io tem-essi che io avessi temuto
che tu tem-a che tu abbia temuto che tu tem-essi che tu avessi temuto
che egli tem-a che egli abbia temuto che egli tem-esse che egli avesse temuto
che noi tem-iamo che noi abbiamo temuto che noi tem-essimo che noi avessimo temuto
che voi tem-iate che voi abbiate temuto che voi tem-este che voi aveste temuto
che essi tem-ano che essi abbiano temuto che essi tem-essero che essi avessero temuto

Condizionale

presente passato
io tem-erei io avrei temuto
tu tem-eresti tu avresti temuto
egli tem-erebbe egli avrebbe temuto
noi tem-eremmo noi avremmo temuto
voi tem-ereste voi avreste temuto
essi tem-erebbero essi avrebbero temuto

Imperativo

(io) …
(tu) tem-i
(egli) tem-a
(noi) tem-iamo
(voi) tem-ete
(essi) tem-ano

Infinito presente: tem-ere Infinito passato: avere temuto
Gerundio presente: tem-endo Gerundio passato: avendo temuto
Participo presente: tem-ente Participio passato: tem-uto.

La coniugazione dei verbi regolari in -are

■ Come si coniugano i verbi regolari in -are? ■ Cosa succede quando un verbo che ha la radice che termina con la “i” incontra le desinenze in “i” come nel caso di “mangi-iare”? ■ Cosa succede quando un verbo che ha la radice che termina con “gn” incontra le desinenze in “i” come nel caso di “sogn-iamo”? ■ Cosa succede quando un verbo che ha la radice che termina con “c” e “g” incontra le desinenze in “i” come nel caso di “rec-h-iamo” e “preg-h-iamo”? ■ Perché si dice tu avvi con due “i” ma tu studi con una sola? ■ Cosa succede quando un verbo che ha la radice che termina con “gli” incontra le desinenze in “i” come nel caso di “pigli-(i)”? ■ I composti dei verbi irregolari “dare” e “stare” si coniugano come il verbo da cui derivano o diventano regolari?

I verbi regolari si coniugano tutti allo stesso modo e non presentano difficoltà: cambia la radice di ognuno, ma le desinenze sono le stesse e basta applicarle alla radice in modo “matematico”.

Dunque, i verbi regolari che terminano in –are, si comportano tutti come il verbo am-are che è stato qui scelto come modello.


L’unica differenza riguarda la formazione dei tempi composti: amare è transitivo e come tutti i transitivi si appoggia all’ausiliario avere (ho amato), ma nel caso dei verbi intransitivi è possibile che si appoggi all’ausiliario essere, per esempio crollare (è crollato).

A parte andare, dare, fare e stare, i verbi in –are seguono questo paradigma, con poche eccezioni. Le uniche “irregolarità” che si possono riscontrare riguardano i casi in cui è in gioco la lettera i.

Pregare e recare, per esempio, le cui radici sono preg- e rec-, hanno un suono duro, e per mantenerlo, quando incontrano la desinenza che inizia con la lettera i, necessitano dell’aggiunta di un’acca dopo la c e la g, dunque si dice tu preghi e tu rechi (e non “pregi” e“reci”).

Analogamente, i verbi che hanno una i prima della desinenza -are, come mangi-are, lanci-are o strisci-are, quando incontrano desinenze come -iamo, hanno il problema della doppia i, per cui, per ragioni eufoniche, la doppia i di mangi-iamo si contrae in una sola: mangiamo (lanciamo e strisciamo). Viceversa (ma per lo stesso motivo eufonico) io mangerò e noi mangeremo perdono la i, che diventa superflua (quindi è errato scrivere “mangierò” e “mangieremo”) e lo stesso vale per lancerò, lanceremo, striscerò, striscerete e via dicendo.

La regola si può allora esprimere dicendo che la i della radice si perde davanti a un’altra i, ma anche davanti alla e, ma come sempre ci sono le eccezioni. Per esempio quando c’è il problema dell’accento sulla i: nel caso del verbo avviare, perciò, per mantenere l’accento si dice io avvio e tu avvii (pronuncia: avvìo e avvìi), al contrario di io studio e tu studi. Analogamente, nel caso del verbo pigli-are, per mantenere il fonema gli, la e non cade nelle forme piglierò o piglierai, e si mantiene, mentre cade normalmente nel caso di tu pigli.

I verbi in -gnare, inoltre, conservano la i nella forma -iamo del presente indicativo (noi sogniamo) e nel caso del congiuntivo anche delle forme in -iate (che noi sogniamo e che voi sogniate). Tuttavia, alcune grammatiche ammettono sempre più anche le forme senza i come sognate (ma perlopiù solo nel caso dell’indicativo) che si sono diffuse anche perché di solito la i viene evitata dopo il –gn (anche se c’è chi non concorda e le bolla come errate o poco eleganti).

ATTENZIONE
I composti di stare (per esempio prestare, restare, contrastare o sovrastare) non si comportano in modo irregolare come il verbo progenitore, diventano regolari e perciò si dice per esempio sovrastano (e non “sovrastanno”), prestai (e non “prestetti”) e contrasterò (e non “contrastarò”). Lo stesso avviene per i composti di dare, come circondare o estradare: sono regolari e non si comportano come il verbo (irregolare) da cui derivano: si scrive circondai (e non “circondiedi”) ed estraderò (e non “estradarò”).

Di seguito la tabella con la coniugazione dei verbi regolari in –are.

Indicativo

presente imperfetto passato remoto
io am-o io am-avo io am-ai
tu am-i tu am-avi tu am-asti
egli am-a egli am-ava egli am-ò
noi am-iamo noi am-avamo noi am-ammo
voi am-ate voi am-avate voi am-aste
essi am-ano essi am-avano essi am-arono
     
passato prossimo trapassato prossimo trapassato remoto
io ho amato io avevo amato io ebbi amato
tu hai amato tu avevi amato tu avesti amato
egli ha amato egli aveva amato egli ebbe amato
noi abbiamo amato noi avevamo amato noi avemmo amato
voi avete amato voi avevate amato voi aveste amato
essi hanno amato essi avevano amato essi ebbero amato
futuro semplice futuro anteriore
io am-erò io avrò amato
tu am-erai tu avrai amato
egli am-erà egli avrà amato
noi am-eremo noi avremo amato
voi am-erete voi avrete amato
essi am-eranno essi avranno amato

Congiuntivo

presente passato imperfetto trapassato
che io am-i che io abbia amato che io am-assi che io avessi amato
che tu am-i che tu abbia amato che tu am-assi che tu avessi amato
che egli am-i che egli abbia amato che egli am-asse che egli avesse amato
che noi am-iamo che noi abbiamo amato che noi am-assimo che noi avessimo amato
che voi am-iate che voi abbiate amato che voi am-aste che voi aveste amato
che essi am-ino che essi abbiano amato che essi am-assero che essi avessero amato

Condizionale

presente passato
io am-erei io avrei amato
tu am-eresti tu avresti amato
egli am-erebbe egli avrebbe amato
noi am-eremmo noi avremmo amato
voi am-ereste voi avreste amato
essi am-erebbero essi avrebbero amato

Imperativo

(io) …
(tu) am-a
(egli) am-i
(noi) am-iamo
(voi) am-ate
(essi) am-ino

Infinito presente: am-are Infinito passato: avere amato
Gerundio presente: am-ando Gerundio passato: avendo amato
Participo presente: am-ante Participio passato: am-ato.

L’ausiliare avere e la sua coniugazione

■ Perché il verbo avere è un ausiliare? ■ Il verbo avere vive anche autonomamente o si usa solo per i tempi composti? ■ Quali sono le forme del verbo avere che prendono l’H? ■ Come si coniuga il verbo avere? ■ Solo i verbi transitivi si appoggiano all’ausiliario avere? ■ Si dice ho corso o sono corso? ■ Si dice ha piovuto o è piovuto?

Il verbo avere (insieme al verbo essere) si dice ausiliare perché aiuta (dal latino auxiliaris, “che aiuta”) a comporre i tempi composti di altri verbi.

Però può vivere anche autonomamente:

ho (= “possiedo”) una casa;
ho (= “ho preso”) il maglione…


Come ausiliare si unisce a tutti i verbi transitivi (quelli che rispondono alle domande: “Chi? Che cosa?”) nel formare i verbi composti delle forme attive, ma può reggere anche vari verbi intransitivi (ho congiurato, ho litigato), e altri che possono avere il doppio ausiliare. Tra questi ci sono quelli che indicano fenomeni atmosferici (piovere, nevicare, grandinare, tuonare, lampeggiare, albeggiare…) per cui si può dire sia ha nevicato sia è nevicato, e altri che si possono usare sia transitivamente sia intransitivamente:  ho corso per tutto il tempo e sono corso a casa, ha prevalso e è prevalso, ho vissuto e sono vissuto

La coniugazione

La coniugazione di avere è irregolare perché cambia la radice e av-ere diventa per esempio ab-bia, e rafforza quattro forme aggiungendo l’acca (ho, ha, hai, hanno).

Di seguito la coniugazione in tutti suoi modi e tempi, fondamentale anche per la formazione dei tempi composti di tutti i verbi che vogliono avere come ausiliare.

Indicativo

presente imperfetto passato remoto
io ho io avevo io ebbi
tu hai tu avevi tu avesti
egli ha egli aveva egli ebbe
noi abbiamo noi avevamo noi avemmo
voi avete voi avevate voi aveste
essi hanno essi avevano essi ebbero
     
passato prossimo trapassato prossimo trapassato remoto
io ho avuto io avevo avuto io ebbi avuto
tu hai avuto tu avevi avuto tu avesti avuto
egli ha avuto egli aveva avuto egli ebbe avuto
noi abbiamo avuto noi avevamo avuto noi avemmo avuto
voi avete avuto voi avevate avuto voi aveste avuto
essi hanno avuto essi avevano avuto essi ebbero avuto
futuro semplice futuro anteriore
io avrò io avrò avuto
tu avrai tu avrai avuto
egli avrà egli avrà avuto
noi avremo noi avremo avuto
voi avrete voi avrete avuto
essi avranno essi avranno avuto

Congiuntivo

presente passato imperfetto trapassato
che io abbia che io abbia avuto che io avessi che io avessi avuto
che tu abbia che tu abbia avuto che tu avessi che tu avessi avuto
che egli abbia che egli abbia avuto che egli avesse che egli avesse avuto
che noi abbiamo che noi abbiamo avuto che noi avessimo che noi avessimo avuto
che voi abbiate che voi abbiate avuto che voi aveste che voi aveste avuto
che essi abbiano che essi abbiano avuto che essi avessero che essi avessero avuto

Condizionale

presente passato
io avrei io avrei avuto
tu avresti tu avresti avuto
egli avrebbe egli avrebbe avuto
noi avremmo noi avremmo avuto
voi avreste voi avreste avuto
essi avrebbero essi avrebbero avuto

Imperativo

(io) …
(tu) abbi
(egli) abbia
(noi) abbiamo
(voi) abbiate
(essi) abbiano

Infinito presente: avere Infinito passato: avere avuto
Gerundio presente: avendo Gerundio passato: avendo avuto
Participo presente: avente Participio passato: avuto.

L’ausiliare essere e la sua coniugazione

■ Perché il verbo essere è un ausiliare? ■ Il verbo essere vive anche autonomamente o si usa solo per i tempi composti? ■ “Sono stato” è una forma del verbo essere o del verbo stare? ■ Come si coniuga il verbo essere? ■ Solo i verbi intransitivi si appoggiano all’ausiliario essere? ■ Si dice è prevalso o ha prevalso? ■ Si dice ha nevicato o è nevicato?

Il verbo essere (insieme al verbo avere) è definito ausiliare perché aiuta (dal latino auxiliaris = “che aiuta”) a comporre i tempi composti di altri verbi.

Però può vivere anche autonomamente con vari significati come esistere, stare (verbo da cui ha preso il participio passato: stato) e altri ancora. Per esempio:

● il cane è (= sta) sul divano;
● la bottiglia è (= è fatta di) di vetro;
● c’è (= esiste) una montagna davanti a noi…

Come verbo ausiliare si usa sempre nella forma passiva possibile solo con i verbi transitivi (la mela è mangiata da Biancaneve) e spesso, ma non sempre, è l’ausiliare di molti verbi intransitivi (quelli che non rispondono alle domande: “Chi? Che cosa?”), per esempio sono andato.

Talvolta, ci sono verbi che possono reggere entrambi gli ausiliari (sono vissuto e ho vissuto, ho corso per tutto il tempo e sono corso a casa, è prevalso e ha prevalso). I verbi che indicano fenomeni atmosferici, per esempio, hanno sempre la particolarità di possedere il doppio ausiliare, per cui è possibile dire è piovuto e ha piovuto, e lo stesso vale per nevicare, grandinare, tuonare, lampeggiare, albeggiare.

La coniugazione

Il verbo essere si può considerare come un verbo irregolare, perché nella sua coniugazione la radice non è sempre la stessa: ess-ere al presente diventa io sono e alla terza persona diventa è rafforzato con l’accento, e per di più nel participio passato diventa stato (si appoggia al verbo stare, dunque e le forme come “sono stato” coincidono). Di seguito la coniugazione in tutti suoi modi e tempi, fondamentale anche per la formazione dei tempi composti di tutti i verbi che vogliono essere come ausiliare.

Indicativo

presente imperfetto passato remoto
io sono io ero io fui
tu sei tu eri tu fosti
egli è egli era egli fu
noi siamo noi eravamo noi fummo
voi siete voi eravate voi foste
essi sono essi erano essi furono
     
passato prossimo trapassato prossimo trapassato remoto
io sono stato io ero stato io fui stato
tu sei stato tu eri stato tu fosti stato
egli è stato egli era stato egli fu stato
noi siamo stati noi eravamo stati noi fummo stati
voi siete stati voi eravate stati voi foste stati
essi sono stati essi erano stati essi furono stati
futuro semplice futuro anteriore
io sarò io sarò stato
tu sarai tu sarai stato
egli sarà egli sarà stato
noi saremo noi saremo stati
voi sarete voi sarete stati
essi saranno essi saranno stati

Congiuntivo

presente passato imperfetto trapassato
che io sia che io sia stato che io fossi che io fossi stato
che tu sia che tu sia stato che tu fossi che tu fossi stato
che egli sia che egli sia stato che egli fosse che egli fosse stato
che noi siamo che noi siamo stati che noi fossimo che noi fossimo stati
che voi siate che voi siate stati che voi foste che voi foste stati
che essi siano che essi siano stati che essi fossero che essi fossero stati

Condizionale

presente passato
io sarei io sarei stato
tu saresti tu saresti stato
egli sarebbe egli sarebbe stato
noi saremmo noi saremmo stati
voi sareste voi sareste stati
essi sarebbero essi sarebbero stati

Imperativo

Imperativo
(io) …
(tu) sii
(egli) sia
(noi) siamo
(voi) siate
(essi) siano

Infinito presente: essere Infinito passato: essere stato
Gerundio presente: essendo Gerundio passato: essendo stato
Participo presente: essente/ente (disusati) Participio passato: stato.

Il modo imperativo: uso e coniugazioni

■ Cos’è il modo imperativo? ■ Come si coniuga l’imperativo? ■ Perché non c’è la prima persona del modo imperativo? ■ Si può usare l’indicativo futuro al posto dell’imperativo? ■ Che differenza c’è tra “vada” congiuntivo e “vada” imperativo? ■ Nelle frasi negative si può usare l’infinito al posto dell’imperativo (es. non fare!)? ■ Nei verbi come andare, fare, stare, dare e dire l’imperativo si scrive con l’apostrofo (da’, fa’, sta’…)? ■ Perché nei composti di dire si dice per esempio benediceva, ma all’imperativo diventa “benedici” invece di “benedi’”? ■ Quali sono esempi di frasi con l’imperativo?

Il modo imperativo si usa per esprimere ordini o per esortare (seguimi!), e ha solo un tempo: il presente (avrebbe poco senso impartire degli ordini che riguardano il passato).

Poiché un comando può riguardare non solo un’azione immediata (alzati subito) ma può riferirsi a qualcosa che si dovrà svolgere in futuro (parti domani!), è possibile utilizzare con lo stesso valore anche l’indicativo futuro (partirai domani! che si può alternare a parti domani!).

La coniugazione dell’imperativo presenta alcune anomalie. Per prima cosa non possiede la prima persona singolare: ha poco senso anche ordinare qualcosa a sé stessi e quando lo si fa di solito si usa la seconda persona, es.: “Corri! Ripeteva a sé stesso” (dunque ci si può esortare da soli dicendo: mangia!, ma non: “mangio!”). Negli ordini rivolti alla prima persona plurale (noi) e anche alla terza persona singolare e plurale (egli, essi) coincide con il congiuntivo presente: partiamo! (noi); esca! (egli); vadano (essi).

Infine, per esprimere un comando al negativo, nella seconda persona singolare (tu) l’imperativo si forma usando non seguito dal verbo all’infinito: non mangiare! (tu).

Nella tabella che segue: la coniugazione dell’imperativo degli ausiliari essere e avere e il paradigma dei verbi regolari in –are, –ere e –ire.

essere avere amare temere servire
(io) … (io) … (io) … (io) … (io) …
(tu) sii (tu) abbi (tu) am-a (tu) tem-i (tu) serv-i
(egli) sia (egli) abbia (egli) am-i (egli) tem-a (egli) serv-a
(noi) siamo (noi) abbiano (noi) am-iamo (noi) tem-iamo (noi)
serv-iamo
(voi) siate (voi) abbiate (voi) am-ate (voi) tem-ete (voi) serv-ite
(essi) siano (essi) abbiano (essi) am-ino (essi) tem-ano (essi) serv-ano

Nel caso dei verbi come andare, dare, fare e stare la seconda persona dell’imperativo è di solito tronca (cade la i finale) e dunque si scrive con l’apostrofo va’, da’ (ma circola anche ), fa’ e sta’ (e non vai, fai, stai, mentre dai è diventato un’intercalare esortativo quando si dà del tu):

esempio: va’ di là, fa’ presto, da’ qui, sta’ fermo.

Anche l’imperativo di dire è tronco: di’, ma mentre i suoi composti seguono sempre la coniugazione del verbo progenitore (e benediceva è la forma più corretta rispetto a benediva, perché segue il modello “diceva”) l’unica eccezione è che all’imperativo non vale, e nel caso di benedire si dice benedici senza troncamento (e non benedi’), così come si dice: contraddici, disdici, maledici, predici, ridici

Condizionale: i tempi e le coniugazioni

■ Come si coniuga il condizionale dei verbi regolari in -are? ■ Come si coniuga il condizionale dei verbi regolari in -ere? ■ Come si coniuga il condizionale dei verbi regolari in -ire? ■ Come si coniugano gli ausiliari essere e avere al condizionale? ■ Come si coniuga la forma passiva del condizionale dei verbi regolari? ■ Quanti sono i tempi del condizionale? ■ Come cambia la vocale tematica dei verbi regolari in -are al condizionale?

La coniugazione del condizionale ha solo due tempi:

● il presente (tempo semplice)
● e il passato (tempo composto dall’ausiliare essere/avere + il participio passato).

Per stabilire se un verbo vuole come ausiliare essere o avere bisogna sapere che tutti i verbi transitivi (quelli che rispondono alle domande: “Chi? Che cosa?”) si appoggiano all’ausiliare avere, mentre per i verbi intransitivi non c’è una regola fissa (andare, per es., si appoggia a essere: sarei andato, ma litigare vuole avere: avrei litigato) e dunque, in caso di dubbi non resta che consultare un dizionario.

Va poi ricordato che nel caso dell’ausiliare essere il participio si concorda nel numero e nel genere (per cui io sarei stato diventa noi saremmo stati al plurale, io sarei stata e noi saremmo state nel femminile), mentre con il verbo avere rimane invariato (noi avremmo avuto).

Il condizionale di essere e avere

presente passato presente passato
io sarei io sarei stato io avrei io avrei avuto
tu saresti tu saresti stato tu avresti tu avresti avuto
egli sarebbe egli sarebbe stato egli avrebbe egli avrebbe avuto
noi saremmo noi saremmo stati noi avremmo noi avremmo avuto
voi sareste voi sareste stati voi avreste voi avreste avuto
essi sarebbero essi sarebbero stati essi avrebbero essi avrebbero avuto

I verbi regolari in –are

Nella tabella seguente è possibile vedere come si coniugano i verbi regolari che terminano in –are (sul modello di lodare) nella forma attiva e passiva (quest’ultima è possibile solo per i verbi transitivi, quelli intransitivi hanno solo la forma attiva).

Il condizionale di lodare

presente attivopassato attivo presente
(al passivo)
passato
(al passivo)
io lod-erei io avrei lodato io sarei lodato io sarei stato lodato
tu lod-eresti tu avresti lodato tu saresti lodato tu saresti stato lodato
egli
lod-erebbe
egli avrebbe lodato egli sarebbe lodato egli sarebbe stato lodato
noi
lod-eremmo
noi avremmo lodato noi saremmo lodati noi saremmo stati lodati
voi lod-ereste voi avreste lodato voi sareste lodati voi sareste stati lodati
essi
lod-erebbero
essi avrebbero lodato essi sarebbero lodati essi sarebbero stati lodati

Come si può notare, nella coniugazione del condizionale dei verbi in –are la vocale tematica dell’infinito a si trasforma in e: lod-a-re, am-a-re e parl-a-re si trasformano in lod-e-rei, am-e-rei, parl-e-rei e così via (lod-e-resti, am-e-resti e parl-e-resti) senza particolari difficoltà.

Le uniche particolarità che vale la pena precisare sono che:

● i verbi che terminano in –ciare e –giare al condizionale mantengono il suono dolce, ma perdono la i, quindi: comin-ciare oman-giare si trasformano in comin-cerei e man-gerei (e non comincierei e mangierei), comin-ceresti, man-geresti e così via;
● i verbi che terminano in –care e –gare, invece, per mantenere il suono duro, al condizionale prendono la h: gio-care o pa-gare si trasformano in gio-cherei e pa-gherei (e non gio-cerei e pa-gerei), gio-cheresti, pa-gheresti e così via.

I verbi regolari in –ere

Nella tabella seguente è possibile vedere come si coniugano i verbi regolari che terminano in –ere (sul modello di temere) nella forma attiva e passiva (quest’ultima è possibile solo per i verbi transitivi, quelli intransitivi hanno solo la forma attiva).

Il condizionale di temere

presente attivopassato attivopresente
(al passivo)
passato
(al passivo)
io tem-erei io avrei temuto io sarei temuto io sarei stato temuto
tu tem-eresti tu avresti temuto tu saresti temuto tu saresti stato temuto
egli tem-erebbe egli avrebbe temuto egli sarebbe temuto egli sarebbe stato temuto
noi
tem-eremmo
noi avremmo temuto noi saremmo temuti noi saremmo stati temuti
voi tem-ereste voi avreste temuto voi sareste temuti voi sareste stati temuti
essi
tem-erebbero
essi avrebbero temuto essi sarebbero temuti essi sarebbero stati temuti

In sintesi, i verbi che terminano in –ere nella coniugazione al condizionale mantengono la vocale tematica e: corr-e-re si trasforma in corr-e-rei, corr-e-resti e così via.

I verbi regolari in –ire

Nella tabella seguente è possibile vedere come si coniugano i verbi regolari che terminano in –ire (sul modello di sentire) nella forma attiva e passiva (quest’ultima è possibile solo per i verbi transitivi, quelli intransitivi hanno solo la forma attiva).

Il condizionale di sentire

presente attivo passato attivo presente
(al passivo)
passato
(al passivo)
io sent-irei io avrei sentito io sarei sentito io sarei stato sentito
tu sent-iresti tu avresti sentito tu saresti sentito tu saresti stato sentito
egli sent-irebbe egli avrebbe sentito egli sarebbe sentito egli sarebbe stato sentito
noi
sent-iremmo
noi avremmo sentito noi saremmo sentiti noi saremmo stati sentiti
voi sent-ireste voi avreste sentito voi sareste sentiti voi sareste stati sentiti
essi
sent-irebbero
essi avrebbero sentito essi sarebbero sentiti essi sarebbero stati sentiti

Riassumendo, i verbi che terminano in –ire nella coniugazione al condizionale mantengono la vocale tematica i: sal-i-re e fin-i-re si trasformano in sal-i-rei, sal-i-resti, fin-i-rei, fin-i-resti e così via.

Congiuntivi irregolari in -are: la coniugazione di andare, dare, fare e stare

■ In che cosa è irregolare il congiuntivo di andare, dare, fare e stare? ■ Come cambia la radice tematica di dare e stare nel congiuntivo? ■ I composti di dare e stare al congiuntivo si coniugano come i verbi progenitori? ■ I composti di dare e stare al congiuntivo si coniugano come i verbi progenitori? ■ Come si coniugano al congiuntivo andare, dare, fare e stare?

Il congiuntivo presente dei verbi regolari in –are si forma con la vocale tematica “i” (lod-areche io lod-i), mentre verbi in ere e ire prendono la vocale tematica “a”: temere → che io tem-a e non temi e servire → che io serv-a e non servi.

Però: i verbi andare, dare, fare e stare, sono irregolari, e si comportano come se fossero verbi –ere/ire, cioè sono eccezioni che vogliono la vocale tematica –a (e mai la –i!): che io vada, dia, faccia e stia.

Inoltre, al congiuntivo imperfetto, dare e stare cambiano la vocale tematica che da a si trasforma in e: che io dessi e stessi.

Queste sono le irregolartà da ricordare, insieme a un’altra precisazione importante.

I composti di dare e stare non si comportano come il verbo progenitore, e diventano regolari:

circondare, restare o estradare diventano che io circondi, che io resti, che io estradi e che io circondassi/restassi/estradassi (e non circondessi, restessi ed estradessi);
● nel caso di prestare si dice che io presti e che io prestassi (e non prestia o prestessi) e lo stesso vale per restare, contrastare o sovrastare.

I composti di fare, al contrario, si coniugano come il verbo progenitore per cui si dice:
che io disfaccia e disfacessi
che io soddisfaccia e soddisfacessi

anche se le forme disfi, disfassi, soddisfi e soddisfassi si sono ormai affermate, ma non sono eleganti, ed è meglio evitarle. A parte questi casi, per tutti gli altri composti questi distaccamenti dal paradigma del verbo originario non sono tollerabili, per cui si dice:

assuefaccia e assuefacessi
contraffaccia e contraffacessi
liquefaccia e liquefacessi
rifaccia e rifacessi
sopraffaccia e sopraffacessi.

Di seguito le tabelle con le coniugazioni di tutte le forme.

Congiuntivo di andare

presente passato imperfetto trapassato
che io vada che io sia andato che io andassi che io fossi andato
che tu vada che tu sia andato che tu andassi che tu fossi andato
che egli vada che egli sia andato che egli andasse che egli fosse andato
che noi andiamo che noi siamo andati che noi andassimo che noi fossimo andati
che voi andiate che voi siate andati che voi andaste che voi foste andati
che essi vadano che essi siano andati che essi andassero che essi fossero andati

Congiuntivo di dare

presente passato imperfetto trapassato
che io dia che io abbia dato che io dessi che io avessi dato
che tu dia che tu abbia dato che tu dessi che tu avessi dato
che egli dia che egli abbia dato che egli desse che egli avesse dato
che noi diamo che noi abbiamo dato che noi dessimo che noi avessimo dato
che voi diate che voi abbiate dato che voi deste che voi aveste dato
che essi diano che essi abbiano dato che essi dessero che essi avessero dato

Congiuntivo di fare

presente passato imperfetto trapassato
che io faccia che io abbia fatto che io facessi che io avessi fatto
che tu faccia che tu abbia fatto che tu facessi che tu avessi fatto
che egli faccia che egli abbia fatto che egli facesse che egli avesse fatto
che noi facciamo che noi abbiamo fatto che noi facessimo che noi avessimo fatto
che voi facciate che voi abbiate fatto che voi faceste che voi aveste fatto
che essi facciano che essi abbiano fatto che essi facessero che essi avessero fatto

Congiuntivo di stare

presente passato imperfetto trapassato
che io stia che io sia stato che io stessi che io fossi stato
che tu stia che tu sia stato che tu stessi che tu fossi stato
che egli stia che egli sia stato che egli stesse che egli fosse stato
che noi stiamo che noi siamo stati che noi stessimo che noi fossimo stati
che voi stiate che voi siate stati che voi steste che voi foste stati
che essi stiano che essi siano stati che essi stessero che essi fossero stati

 

La coniugazione del congiuntivo: i verbi regolari in -ire

■ Come si coniuga il congiuntivo dei verbi regolari in -ire? ■ Perché i verbi come finire o pulire al congiuntivo fanno che io finisca e pulisca (con ISC), mentre servire fa che io serva? ■ Come si coniuga il congiuntivo passivo dei verbi regolari in -ire?

Di seguito la coniugazione regolare da seguire per tutti i verbi regolari che terminano in –ire, sul modello di servire.

Attenzione: molti verbi che terminano in –ire nella loro coniugazione non si comportano esattamente come servire, ma inseriscono l’infisso -isc- tra la radice e la desinenza di alcune persone.

Questa particolarità non riguarda solo il congiuntivo, ma anche l’indicativo, dunque finire o pulire si trasformano in finisco e pulisco e al congiuntivo analogamente la desinenza regolare va aggiunta a questo cambiamento della radice: che io (tu, egli) finisca e che io pulisca (si perde invece nel caso di noi puliamo e voi pulite che al conguntivo diventano che noi puliamo e che voi puliate, e ritorna nella terza persona plurale: che essi puliscano).

Congiuntivo di servire

presente passato imperfetto trapassato
che io serv-a che io abbia servito che io serv-issi che io avessi servito
che tu serv-a che tu abbia servito che tu serv-issi che tu avessi servito
che egli serv-a che egli abbia servito che egli serv-isse che egli avesse servito
che noi serv-iamo che noi abbiamo servito che noi serv-issimo che noi avessimo servito
che voi serv-iate che voi abbiate servito che voi serv-iste che voi aveste servito
che essi serv-ano che essi abbiano servito che essi serv-issero che essi avessero servito

Poiché i verbi transitivi (quelli che rispondono alle domande: “Chi? Che cosa?”) possiedono anche la forma passiva, ecco di seguito il congiuntivo coniugato anche al passivo.

Congiuntivo di servire (forma passiva)

presente passato imperfetto trapassato
che io sia servito che io sia stato servito che io fossi servito che io fossi stato servito
che tu sia servito che tu sia stato servito che tu fossi servito che tu fossi stato servito
che egli sia servito che egli sia stato servito che egli fosse servito che egli fosse stato servito
che noi siamo serviti che noi siamo stati serviti che noi fossimo serviti che noi fossimo stati serviti
che voi siate serviti che voi siate stati amati che voi foste serviti che voi foste stati serviti
che essi siano serviti che essi siano stati serviti che essi fossero serviti che essi fossero stati serviti

La coniugazione del congiuntivo: i verbi regolari in -ere

■ Come si coniuga il congiuntivo dei verbi regolari in -ere? ■ Perché i verbi come vincere o scorgere al congiuntivo fanno che voi vinciate (con la C dolce), ma che io vinca (con la C dura)? ■ Come si coniuga il congiuntivo passivo dei verbi regolari in -ere?

Di seguito la coniugazione regolare da seguire per tutti i verbi regolari che terminano in –ere, sul modello di temere.

Attenzione: le uniche eccezioni si hanno con i verbi che terminano in cere, gere e scere che mantengono il suono dolce davanti a e e i, che diventa invece duro davanti ad a, o e u: vincere diventa dunque che io vinc-a e che noi vinc-iamo.

Congiuntivo di temere

presente passato imperfetto trapassato
che io tem-a che io abbia temuto che io tem-essi che io avessi temuto
che tu tem-a che tu abbia temuto che tu tem-essi che tu avessi temuto
che egli tem-a che egli abbia temuto che egli tem-esse che egli avesse temuto
che noi tem-iamo che noi abbiamo temuto che noi tem-essimo che noi avessimo temuto
che voi tem-iate che voi abbiate temuto che voi tem-este che voi aveste temuto
che essi tem-ano che essi abbiano temuto che essi tem-essero che essi avessero temuto

Poiché i verbi transitivi (quelli che rispondono alle domande: “Chi? Che cosa?”) possiedono anche la forma passiva, ecco di seguito il congiuntivo coniugato anche al passivo.

Congiuntivo di temere (forma passiva)

presente passato imperfetto trapassato
che io sia temuto che io sia stato temuto che io fossi temuto che io fossi stato temuto
che tu sia temuto che tu sia stato temuto che tu fossi temuto che tu fossi stato temuto
che egli sia temuto che egli sia stato temuto che egli fosse temuto che egli fosse stato temuto
che noi siamo temuti che noi siamo stati temuti che noi fossimo temuti che noi fossimo stati temuti
che voi siate temuti che voi siate stati temuti che voi foste temuti che voi foste stati temuti
che essi siano temuti che essi siano stati temuti che essi fossero temuti che essi fossero stati temuti

La coniugazione del congiuntivo: i verbi regolari in -are

■ Come si coniuga il congiuntivo dei verbi regolari in -are? ■ I verbi con il GN, come sognare, al congiuntivo fanno che voi sogniate (con la i) o che voi sognate?  ■ I verbi in -iare, come mangiare, al congiuntivo fanno che io mangii o che io mangi? ■ Come si coniuga il congiuntivo passivo dei verbi regolari in -are?

I verbi che terminano in –are sono quasi tutti regolari, e a parte andare, dare, fare e stare (per es. si dice faccia e non “facci“) seguono tutti questo paradigma.

Gli unici dubbi che si possono segnalare sui verbi regolari in –are, riguardano i casi in cui è in gioco la lettera i.

Pregare e recare, per esempio, le cui radici sono preg- e rec-, hanno un suono duro, e per mantenerlo, quando incontrano la desinenza che inizia con la lettera i, necessitano dell’aggiunta della h dopo la c e la g, dunque si dice che io preghi e che io rechi (e non pregi e reci).

Analogamente, i verbi che hanno una i prima della desinenza are, come mangi-are, lanci-are o strisci-are, hanno invece il problema della doppia i, per cui, per ragioni eufoniche, la doppia i di che io mangi-i si contrae in una sola: che io mangi (lanci e strisci).

I verbi in gnare, inoltre, quando incontrano la i delle forme -iamo e -iate del congiuntivo, la conservano anche se il digramma gn di solito non la richiederebbe (vedi → “Le regole per combinare le lettere nella formazione delle parole“), dunque si scrive: che noi sogniamo e che voi sogniate, perché la i fa parte della desinenza del congiuntivo.

Di seguito la coniugazione del verbo amare, scelto come paradigma dei verbi regolare in –are.

Ha come ausiliare il verbo avere, ma se dovete coniugare un verbo che regge l’ausiliare essere la sola differenza è di usarlo correttamente nei tempi composti: crollare, per esempio diventerà: che io sia/fossi crollato.

Congiuntivo di amare

presente passato imperfetto trapassato
che io am-i che io abbia amato che io am-assi che io avessi amato
che tu am-i che tu abbia amato che tu am-assi che tu avessi amato
che egli am-i che egli abbia amato che egli am-asse che egli avesse amato
che noi am-iamo che noi abbiamo amato che noi am-assimo che noi avessimo amato
che voi am-iate che voi abbiate amato che voi am-aste che voi aveste amato
che essi am-ino che essi abbiano amato che essi am-assero che essi avessero amato

Poiché i verbi transitivi (quelli che rispondono alle domande: “Chi? Che cosa?”) possiedono anche la forma passiva, ecco di seguito il congiuntivo coniugato anche al passivo.

Congiuntivo di amare (forma passiva)

presente passato imperfetto trapassato
che io sia amato che io sia stato amato che io fossi amato che io fossi stato amato
che tu sia amato che tu sia stato amato che tu fossi amato che tu fossi stato amato
che egli sia amato che egli sia stato amato che egli fosse amato che egli fosse stato amato
che noi siamo amati che noi siamo stati amati che noi fossimo amati che noi fossimo stati amati
che voi siate amati che voi siate stati amati che voi foste amati che voi foste stati amati
che essi siano amati che essi siano stati amati che essi fossero amati che essi fossero stati amati

Coniugazione del congiuntivo: essere e avere

■ Come si coniuga l’ausiliare avere al congiuntivo? ■ Come si coniuga l’ausiliare essere al congiuntivo? ■ Perché si dice “noi siamo stati” (concordato al plurale) ma “noi abbiamo mangiato” (non concordato)?

Gli ausiliari essere e avere sono fondamentali perché, nei tempi presente e imperfetto, servono per formare i tempi composti di tutti gli altri verbi, uniti al participio passato.

Per capire se un verbo si appoggi a essere o avere, bisogna sapere che avere è l’ausiliare di tutti i verbi transitivi (quelli che reggono il complemento oggetto e dunque rispondono alle domande: “Chi?” “Che cosa?”). Un verbo come fare, perciò (si può fare qualcosa) richiede l’ausiliare avere: io ho fatto, che io abbia fatto.

Per i verbi intransitivi, invece, non c’è una regola per sapere a quale ausiliare si appoggiano: andare (non è transitivo e non si può “andare qualcosa o qualcuno”) si appoggia a essere: sono andato, che io sia andato, ma litigare (non si può “litigare qualcuno” ma si litiga con qualcuno) si appoggia ad avere: ho litigato, che io abbia litigato.
In caso di dubbi, perciò, se non si sa a quale ausiliare si appoggia un verbo non resta che consultare il dizionario, che riporta queste informazioni.

Ecco come si coniugano i quattro tempi del congiuntivo del verbo essere:

presente passato imperfetto trapassato
che io sia che io sia stato che io fossi che io fossi stato
che tu sia che tu sia stato che tu fossi che tu fossi stato
che egli sia che egli sia stato che egli fosse che egli fosse stato
che noi siamo che noi siamo stati che noi fossimo che noi fossimo stati
che voi siate che voi siate stati che voi foste che voi foste stati
che essi siano che essi siano stati che essi fossero che essi fossero stati

Di seguito la coniugazione del congiuntivo del verbo avere:

presente passato imperfetto trapassato
che io abbia che io abbia avuto che io avessi che io avessi avuto
che tu abbia che tu abbia avuto che tu avessi che tu avessi avuto
che egli abbia che egli abbia avuto che egli avesse che egli avesse avuto
che noi abbiamo che noi abbiamo avuto che noi avessimo che noi avessimo avuto
che voi abbiate che voi abbiate avuto che voi aveste che voi aveste avuto
che essi abbiano che essi abbiano avuto che essi avessero che essi avessero avuto

Attenzione: nel caso del verbo avere, il participio passato dei tempi composti rimane sempre invariato (per esempio: io ho avuto e noi abbiamo avuto). Invece, quando l’ausiliare è essere il participio si concorda sempre nel numero e nel genere (io sono stato, noi siamo stati, esse sono state…).

Vedi anche → “L’urlo ci ha spaventato o ci ha spaventati? Come concordare il participio passato

I tempi dei verbi

■ Cosa sono i tempi dei verbi? ■ Quali sono i rapporti possibili tra il momento in cui si scrive e parla e quelli dell’azione espressa da un verbo? ■ Cos’è la correlazione dei tempi? ■ Che differenza c’è tra i tempi semplici e quelli composti dei verbi? ■ Quali sono i tempi dei verbi?

I verbi non esprimono solo il modo dell’azione, ne indicano anche il tempo.

Il tempo dei verbi serve a specificare quando sta avvenendo una certa azione: nel presente, nel passato o nel futuro.

Per essere più precisi: i tempi esprimono il rapporto tra il momento in cui si svolge l’azione e quello in cui si scrive o si parla.

Può essere un rapporto di:

contemporaneità (nel presente): io mangio (= adesso: nel momento in cui scrivo/parlo sto mangiando);
● di anteriorità (passato): io ho mangiato (= prima: nel momento in cui scrivo/parlo ho già finito);
● di posteriorità (futuro): io mangerò (= tra un po’: nel momento in cui scrivo non è ancora successo).

Questi rapporti possono avvenire non solo nel presente, ma anche nel passato o nel futuro, e possono riguardare due frasi in correlazione tra loro, per esempio:

ieri ho mangiato mentre andavo a casa (contemporaneità nel passato);
ieri ho mangiato quel che avevo preparato il giorno prima (anteriorità nel passato);
ieri ho mangiato la stessa cosa che mangio anche adesso (posteriorità rispetto al passato).

O ancora:

adesso mangio quel che mangerò anche domani (posteriorità rispetto al presente).

Questi esempi fanno meglio comprendere la correlazione dei tempi, cioè il rapporto temporale tra due azioni (o due frasi) che può avere tante combinazioni. Esistono infatti diversi “gradi” di passato e di futuro, che possono essere più o meno recenti o prossimi rispetto al momento in cui si parla.

Nel caso del modo indicativo, per esempio, ci sono due gradi futuro (mangerò e avrò mangiato, dunque si possono esprimere due futuri, uno più vicino e uno più lontano: mangerò dopo che sarò tornato: anteriorità nel futuro). E poi ci sono tanti gradi di passato (mangiai, mangiavo, ho mangiato, avevo mangiato ed ebbi mangiato). Ciò vale anche per il caso degli altri modi, anche se in alcuni casi i tempi sono molto meno: nel congiuntivo posso dire “se avessi mangiato”,  e “che abbia mangiato”, nel condizionale c’è solo avrei mangiati, e così via per ogni modo.

In queste forme di coniugazione, la cosa più importante è comprendere che ci sono le forme semplici, che si esprimono con una parola sola (mangiai, mangiavo) e quelle composte (ho mangiato, avevo mangiato, ebbi mangiato) che si formano con il verbo ausiliario (essere o avere a seconda dei verbi) + il participio passato.

Dopo queste premesse generali che riassumono le regole a grandi linee, ecco un riepilogo di come i tempi si combinano con i modi.

L’indicativo possiede:
il presente (amo);
i tempi passati semplici imperfetto (amavo) e passato remoto (amai) + i tempi composti passato prossimo (ho amato), trapassato prossimo (avevo amato) e trapassato remoto (ebbi amato);
il futuro semplice (amerò) e il futuro anteriore che è composto (avrò amato).

Il congiuntivo possiede:
il presente (che io ami);
l’ imperfetto, tempo semplice (che io amassi), e i tempi composti passato (che io abbia amato) e trapassato (che io avessi amato).

Il condizionale possiede:
il presente (amerei);
il passato che è composto (avrei amato).

L’imperativo possiede:
il presente (ama!).

L’infinito possiede:
il presente (amare)
il passato che è composto (avere amato).

Il gerundio possiede:
il presente (amando);
il passato che è composto (avendo amato).

Il participio possiede:
il presente (amante);
il passato (amato).

Monosillabi che cambiano significato con l’accento

■ Quali sono i monosillabi che vogliono l’accento? ■ Che differenza c’è tra “te” e “tè”? ■ Che differenza c’è tra “di” e “dì”? ■ Che differenza c’è tra “ne” e “né”? ■ Che differenza c’è tra “da” e “dà”? ■ Che differenza c’è tra “si” e “sì”? ■ Che differenza c’è tra “se” e “sé”?

In linea di massima, nei monosilabi l’accento grafico non si mette: avendo una sola sillaba è chiaro dove l’accento va a cadere, sull’unica vocale esistente.

Tuttavia, si usa per distinguere tra loro monosillabi omofoni (dallo stesso suono) ma con diverso significato, e bisogna perciò fare attenzione in questi casi, quando si scrive.

Di seguito un elenco di questi monosillabi che cambiano significato a seconda dell’accento, ed è importante anche fare atenzione agli accenti acuti per esempio di e da quelli gravi che distinguono il pronome te dal che si beve (come il caffè).

e (congiunzione) egli è (verbo)
da (preposizione) egli (verbo)
si (pronome o nota musicale) (affermativo)
se (congiunzione) (pronome)
te (pronome) (bevanda)
ne (pronome/avverbio) (negazione)
di preposizione (giorno) e o di’ (verbo dire)
li (= loro) e la (articolo o nota musicale) e là (luogo)
che (pronome/congiunzione) ché (nel senso di poiché)

Dubbi di pronuncia

■ Si dice appèndice o appendìce? ■ Si dice amàca o àmaca? ■ Si dice pùdico o pudìco? ■ Si dice ìinfido o infìdo? ■ Si dice mòllica o mollìca? ■ Si dice utènsileo utensìle? ■ Si dice èdile o edìle? ■ Si dice Sàlgari o Salgàri? ■ Si dice facòcero o facocéro? ■ Si dice io vàluto o valùto? ■ Si dice sàlubre o salùbre? ■ Si dice cùculo o cucùlo? ■ Si dice persuadére o presuàdere? ■ Si dice tèrmite o termìte? ■ Si dice cosmopolìta o cosmopòlita?

Ci sono molte parole che presentano frequentemente dubbi di pronuncia, e spesso vengono dette usando un accento tonico errato.

Di seguito un elenco di quelle più “spinose” che bisognerebbe conoscere, anche se per alcune i dizionari ormai riportano anche la pronuncia meno corretta proprio perché viene travisata così di frequente che tende a diventare quasi la norma.

amàca (non àmaca);
appendìce (non appèndice);
bocciòlo (non bòcciolo);
codardìa (non codàrdia);
cosmopolìta (non cosmopòlita);
cucùlo (non cùculo);
edìle (non èdile);
facocèro (e non facòcero);
gòmena (non gomèna);
guaìna (non guàina);
gratùito (non gratuìto);
infìdo (non ìnfido);
incàvo (non ìncavo sul modello di còncavo);
ìnternet (non internèt);
isòtopo (non isotòpo);
leccornìa (non leccornia);
libìdo (non lìbido);
mollìca (non mòllica);
ossìmoro, ma anche ossimòro;
persuadére (non persuàdere);
pudìco (non pùdico);
robòt (o ròbot, ma non robò alla francese: è un termine diffuso da un romanzo dello scrittore ceco K. Capek, 1890-1938);
rubrìca (non rùbrica);
salùbre (non sàlubre);
Salgàri (e non Emilio Sàlgari);
scandinàvo (meglio di scandìnavo, accettabile, ma meno corretto);
scòrbuto ma anche scorbùto;
seròtino (non serotìno);
sìlice (non silìce sul calco di silìcio);
tèrmite (più corretto di termìte);
ùpupa (non upùpa);
utensìle, meglio di utènsile anche se varia a seconda del contesto: se usato come aggettivo è accettabile utènsile (una macchina utensile); se è sostantivo si pronuncia utensìle (l’utensile del calzolaio);
● (io) valùto, (tu) valùti, (egli) valùta (più corretto e preferibile e alla forma vàluto, che però è ormai accettata ed entrata in uso);
zaffìro (è più diffuso e preferibile a zàffiro, con la pronuncia alla greca).

Vedi anche
→ “Quando l’accento cambia il significato
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z

Quando l’accento cambia il significato

■ Che differenza c’è tra nòcciolo e nocciòlo? ■ Si dice egli viòla o egli vìola? ■ Si dice ìmpari o impàri? ■ Che differenza c’è tra bàlia e balìa? ■ Che differenza c’è tra nèttare e nettàre?

Alcune parole cambiano significato a seconda di come si pronunciano, per esempio nel caso della dizione della “e” aperta o chiusa, oppure della “o”.

Queste sfumature riguardano però la corretta dizione dell’italiano nazionale, ma l’italiano vivo regionale si può distaccare da questi modelli che invece utilizzano per esempio gli attori.

Ci sono invece altri casi in cui la pronuncia riguarda non una singla lettera, ma l’intera parola e lo spostamento dell’accento tonico da una sillaba all’altra, cambia il significato in un modo che deve essere rispettato da tutti, non è più una questione di dizione, ma di lessico italiano.

Non sono omonimi (parole dallo stesso nome), si tratta di omografi (si scrivono allo stesso modo), ma non sono omofoni (dallo stesso suono) perché possiedono un diverso accento tonico che, anche se non si scrive, è obbligatorio pronunciare nel modo corretto.

Tra queste parole ci sono per esempio:

àltero (modifico) altèro (superbo)
àmbito (cerchia) ambìto (desiderato)
bàlia (che allatta) essere in balìa (di qualcuno)
càpitano (da capitare) capitàno (comandante)
circùito (elettrico) circuìto (da circuire)
dècade (dieci giorni) egli decàde (da decadere)
ìmpari (disuguale) tu impàri (da imparare)
lèggere (verbo) leggére (non pesanti)
nèttare (degli dei) nettàre (pulire)
nòcciolo (del discorso) nocciòlo (l’albero)
io prèdico (da predicare) io predìco (da predire)
rètina (dell’occhio) retìna (piccola rete)
che essi rùbino (da rubare) rubìno (pietra preziosa)
sèguito (scorta) seguìto (da seguire)
tèndine (del muscolo) tendìne (piccole tende)
egli vìola (da violare) viòla (fiore)

Questi accenti tonici si pronunciano ma non si scrivono! Per saperne di più → “Gli accenti grafici“.

Vedi anche
→ “Dubbi di pronuncia
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z