Plurali anomali

■ Quali sono le parole che al plurale cambiano genere come uovo e uova? ■ Che differenza c’è tra  orecchi e orecchie? ■ Quali sono le parole che hanno un plurale sia al maschile sia al femminile come ginocchi e ginocchia? ■ Quali sono le parole che al plurale cambiano radice come uomo e uomini? ■ Il plurale di calcagno è calcagni o calcagna? ■ Il plurale di tempio è tempi o templi? ■ Qual è il plurale di “belga”? ■ Che differenza c’è tra i gridi e le grida?

Tra i plurali anomali e irregolari, ci sono parole sovrabbondanti che presentano due forme per il plurale e, talvolta possiedono un diverso significato e talvolta no.

Tra questi ultimi ci sono per esempio nomi dal plurale sia maschile sia femminile, come i ginocchi o le ginocchia; gli orecchi e le orecchie (ma quelle che si fanno alle pagine dei libri sono solo al femminile), i gridi (per lo più solo degli animali) e le grida.
In alcuni casi i plurali al femminile vivono solo in alcune frasi fatte, per esempio i calcagni è affiancato da un doppio plurale solo nell’espressione “stare alle calcagna”; i reni e “spezzare le reni”; i cuoi e “tirare le cuoia”.

Ci sono poi plurali che cambiano genere e passano dal maschile al femminile, come un uovo e le uova, il riso (nel senso delle risate) e le risa, il paio e le paia, e poi  alcune unità di misura come il miglio e le miglia, il migliaio e le migliaia, il centinaio e le centinaia, mentre mille nei composti si trasforma in –mila (duemila). Il carcere ha due plurali di diverso genere: i carceri e le carceri. Passa invece dal femminile al maschile la eco che diventa gli echi.

Tra i plurali irregolari femminili c’è ala che diventa le ali, invece di seguire le regole della prima declinazione.

Altri plurali cambiano la radice e così uomo diventa uomini (anche nei composti come gentiluomo), dio diventa dei (che ha anche un’articolazione irregolare: gli dei al posto de “i dei”), e bue diventa buoi, così come uscendo dalla categoria dei sostantivi, anche gli aggettivi possessivi mio, tuo e suo si trasformano in miei, tuoi e suoi.

Tempio e ampio al plurale prendono una “l” (ampio anche nel superlativo amplissimo) e diventano templi e ampli, anche se esistono anche le forme regolari, tempi e ampi.

Infine, un abitante del Belgio è detto belga, ma al plurale diventa belgi, invece di mantenere il suono duro come fa al femminile (le belghe).

Falsi cambiamenti di genere

■ Cosa sono i nomi falsi alterati? ■ Che differenza c’è tra: baleno/balena ■ banco/banca ■ busto/busta  ■ calco/calca ■ caso/casa ■ cavo/cava  ■ colpo/colpa ■ latte/latta ■ mostro/mostra ■ palmo/palma ■ mento/menta ■ pianto/pianta ■ pizzo/pizza ■ porto/porta ■ pupillo/pupilla  ■ razzo/razza ■ torto/torta?

Alcuni nomi hanno il loro genere fisso, e il genere grammaticale non sempre coincide con il sesso di ciò che designa (la guardia può essere un uomo, ma il canguro è una femmina, quando ha il marsupio). Altri si possono volgere dal maschile al femminile, come gatto e gatta o ministro e ministra (vedi → “Il sessismo della lingua e la femminilizzazione delle cariche“).

Ci sono poi nomi che presentano un falso cambiamento tra il maschile e il femminile, in realtà in questo passaggio di genere cambia completamente il significato, per esempio:

l’arco e l’arca;
il baleno e la balena;
il banco e la banca;
il busto e la busta;
il calco e la calca;
il capitale e la capitale;
il caso e la casa;
il cavo e la cava;
il colpo e la colpa;
il latte e la latta;
il mostro e la mostra;
il palmo e la palma;
il mento e la menta;
il pianto e la pianta;
il pizzo e la pizza;
il porto e la porta;
il pupillo e la pupilla;
il razzo e la razza;
il torto e la torta.

Omografi, omofoni e omonimi

■ Cosa sono gli omografi? ■ Cosa sono gli omonimi? ■ Cosa sono gli omofoni? ■ Che differenza c’è tra omografi e omonimi? ■ Quali sono gli esempi di omografi? ■ Quali sono gli esempi di omonimi? ■ Quali sono gli esempi di omofoni?

Le parole omografe (= dalla stessa grafia) si scrivono allo stesso modo anche se hanno un diverso significato, per esempio “stesse”, congiuntivo di “stare” ma anche plurale femminile di “stesso”. Non è detto, però, che si pronuncino allo stesso modo, alcune possono cambiare significato a seconda dell’accento tonico, come pésca e pèsca).

Le parole che hanno lo stesso suono indipendentemente da come sono scritte, invece, vengono dette omofone (= dallo stesso suono), per esempio la boxe (il pugilato, dal francese) e il box (per es. un riquadro di un testo, dall’inglese). E fuori dalle parole anche il suono e la pronuncia di cu e qu sono omofoni.

Le parole omonime (= dallo stesso nome) infine, sono quelle che si scrivono e si pronunciano in modo uguale (cioè sono sia omografe sia omofone), ma hanno diversi significati, per esempio miglio (che può indicare una distanza, ma anche la graminacea), fiera (una belva ma anche un’esposizione di merci) o riso (per il risotto, ma anche il ridere).

La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole

■ Che differenza c’ è tra pésca e pèsca? ■ Che differenza c’ è tra ménto e mènto? ■ Che differenza c’ è tra vénti e vènti? ■ Che differenza c’ è tra collèga e colléga? ■ Che differenza c’ è tra affétto e affètto?

La pronuncia della “E” può avvenire in due modi: aperta (che si indica con l’accento grave è) e chiusa ( che si indica con l’accento acuto é). Quando scriviamo il problema dell’accento grafico si pone solo nel caso delle parole tronche (accentate sull’ultima lettera: perché, ventitré, oppure caffè, egli è…), ed è importante usare il giusto carattere presente sulla tastiera.
Nel parlare, invece, c’è anche l’accento tonico all’interno di parola, che anche se non si scrive, si pronuncia. Anche se nell’italiano vivo ognuno parla con la propria parlata regionale (non è un errore), è bene sapere che esistono queste differenze che appartengono alla pronuncia nazionale (quella sovraregionale indicata nei dizionari e usata dagli attori che seguono questa dizione).
Di seguito c’è un prospetto utile per scrivere (quando la e accentata sull’ultima è obbligatoria), e anche per parlare, perché ci sono parole che cambiano il proprio significato a seconda dell’accento tonico della e pronunciata aperta (è) o chiusa (é).

egli accètta (da accettare) l’accétta (scure)
l’affètto (passione) io affétto (da affettare)
la collèga (d’ufficio) egli colléga (da collegare)
egli corrèsse (da correggere) se egli corrésse (da correre)
l’isola di Crèta la créta
gli dèi déi (preposizione articolata)
è (da essere) e (congiunzione)
la èsse (lettera S) ésse (femminile plurale di esso)
egli lègge (da leggere) la légge (norma)
io mènto (da mentire) il ménto
la pèsca (frutto) egli pésca (da pescare)
il tè (bevanda) té (pronome)
i vènti (come la tramontana) il vénti (numero 20)
èsca (da uscire) l’ésca (il verme da pesca)

Vedi anche
→ “La pronuncia della O può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z.

La pronuncia della O può cambiare il senso alle parole

■ Che differenza c’ è tra pòrci e pórci? ■ Che differenza c’ è tra còppa e cóppa? ■ Che differenza c’ è tra fòro e fóro? ■ Che differenza c’ è tra cólto e còlto?

La pronuncia della “O” può avvenire in due modi: aperta (che si indica con l’accento grave ò) e chiusa ( che si indica con l’accento acuto ó). Quando scriviamo il problema non si pone, perché l’accento grafico si usa solo sulle parole tronche (accentate sull’ultima lettera: però, menabò, andrò…). Nel parlare, invece, l’accento tonico all’interno di parola oscilla, e nella pronuncia nazionale (quella sovraregionale indicata nei dizionari e usata dagli attori che seguono questa dizione) ci sono parole che cambiano il significato a seconda di come venga pronunicita la “O”. Anche se nell’italiano vivo ognuno parla con la propria parlata rgionale (non è un errore), è bene sapere che esistono queste differenze. Di seguito un prospetto di parole che cambiano il proprio significato a seconda dell’accento tonico pronunciato aperto (ò) o chiuso (ó).

còlto dall’albero cólto (istruito)
la còppa (tazza) la cóppa (di maiale)
il fòro (piazza) il fóro (buco)
le fòsse (Ardeatine) egli fósse (da essere)
il mòzzo (della ruota) io mózzo (da mozzare)
le pòse (atteggiamenti) egli póse (da porre)
i pòrci (maiali) domande da pórci (da porgere)
la ròsa (fiore) è rósa (da rodere)
lo scòpo (fine) io scópo (da scopare)
è tòrta (da torcere) la tórta (dolce)
io vòlgo (da volgere) il vólgo (popolo)
è vòlto (da volgere) il vólto (viso)

Vedi anche
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z.




I rumori delle onomatopee

■ Quali sono le onomatopee dei rumori? ■ I rumori onomatopeici sono codificati rigidamente? ■ Ci sono rumori onomatopeici che possono avere significati diversi? ■ Come si può esprimere il blaterare con un’onomatopea? ■ I rumori onomatopeici si possono usare solo nei fumetti o anche nella narrativa?

Le onomatopee sono parole costituite da sequenze di caratteri che riproducono e imitano versi di animali, suoni o rumori e vengono usate come interiezioni o esclamazioni. Tipiche dei fumetti, sono usate anche nella letteratura e sono state elevate al massimo grado dal movimento futurista di Filippo Tommaso Marinetti che ne esaltò la forza espressiva, rispetto alla scrittura ponderata e razionale, in un’opera di rottura e di avanguardia come Zang Tumb Tumb (1912).

I rumori non sono necessariamente codificati in modo rigido, si possono variare con fantasia, ma tra quelli che si possono trovare in un dizionario, ci sono:

bang, uno sparo o un colpo secco;
bip, il segnale acustico di apparecchi elettronici;
bla bla, il blaterare;
bum o boom, uno scoppio o uno sparo;
brr, un brivido di freddo;
ciaf, uno schiaffo o anche oggetto che cade in acqua;
ciuff, il rumore di una locomotiva a vapore;
clap, il battimano o l’applauso;
clic, il rumore metallico di uno scatto, di una macchina fotografica o anche del mouse;
crac, il rumore di qualcosa che si spacca;
cric, il suono del vetro o del ghiaccio che si incrina;
dindin, il suono di un campanello;
dindon, il rintocco delle campane;
drindrin, uno scampanellio;
eccì, uno starnuto;
frufru, un fruscio;
glo glo, il rumore di un liquido che esce dalla bottiglia o di chi beve a garganella;
gnam gnam, il mangiare avidamente;
gulp, il deglutire per sorpresa o per spavento;
mm (o hmm, mhmm, mmh), di volta in volta può essere un compiacimento o godimento di qualcosa (mm, che bontà), ma anche con un senso negativo può esprimere perplessità (mm, non sono convinto) o dubbio (mm, non ci credo!);
paf, il rumore di qualcosa che cade o anche un manrovescio;
patatrac, la rottura di qualcosa che crolla fragorosamente;
pissi pissi, il parlottio sottovoce e riservato di un bisbiglio;
pss, il sibilo per richiamare l’attenzione;
puff, un corpo che cade in acqua;
patapum, una caduta rovinosa;
ron ron, il russare oppure le fusa del gatto;
sss, il sibilo smorzato per intimare il silenzio;
tac, il rumore di uno scatto;
tic tac, il ticchettio di un orologio;
tic toc, il battito del cuore;
toc e toc toc, il bussare alla porta;
tuff, un tuffo;
uff, uno sbuffo di noia o di impazienza;
zac, un taglio netto.

Il “linguaggio” degli animali nelle onomatopee

■ Quali sono le onomatopee dei versi degli animali? ■ Che cos’è il gre gre? ■ Quali sono le voci imitative degli animali nei dizionari? ■ Come si esprime il gracidare della rana con un’onomatopea? ■ Quali sono le alternative onomatopeiche al miagolare del gatto, oltre a miao?

Che verso fanno gli animali?

Tra le onomatopee ce ne sono molte che riproducono i suoni degli animali.

Sfogliando un dizionario si possono trovare per esempio le seguenti voci imitative con a fianco il nome o il verbo per sapere come si chiamano in italiano i versi che fanno gli animali.

bau (bu o bu bu) è l’abbaiare cane;
(o bèe) è il belato della pecora;
caì caì è il guaito dei cuccioli o dei cani quando si fanno male;
chicchirichì è il canto del gallo;
cip (o cip cip) è il cinguettio del passero o di un uccelino;
cra cra è il gracidare della rana o il gracchiare o crocidare del corvo e della cornacchia;
cri cri è il verso del grillo, detto anche frinire (lo stridere che si riferisce anche alle cicale);
cucù è il verso del cuculo (o dell’orologio a cucù);
glo glo (o glu glu) è il gloglottare del tacchino, o di galline e faraone (anche gloglottio);
gre gre è il gracidare della rana (nei campi c’è un breve gre gre di ranelle – Pascoli);
miao (miau, mao e anche gnao) è il miagolare o miagolio del gatto;
pio (e pio pio) è il pigolare o pigolio dei pulcini;
qua (e qua qua) è lo starnazzare di anatre e oche;
zzz è il ronzio e il ronzare soprattutto di zanzare, ma anche api, mosche e insetti.

I nomi falsi alterati

■ Cosa sono i falsi accrescitivi. ■ Fumo e fumetto hanno la stessa origine? ■ Spaghetti è un diminutivo di spago? ■ Tacchino è il diminutivo di tacco? ■ Gazzetta è il vezzeggiativo di gazza? ■ Quali sono i falsi alterati che hanno lo stesso etimo anche se i significati divergono? ■ Quali sono i falsi alterati casuali? ■ Polpaccio è un dispregiativo di polpo? ■ Foca ha la stessa etimologia di focaccia? ■ Cavallone deriva da cavallo? ■ Cero, cerino e cerotto hanno a che fare con la cera?

Ci sono nomi che sembrano alterazioni di un nome primitivo, ma lo sono solo in apparenza.

Tra questi, alcuni hanno un’origine che effettivamente ha una derivazione comune, anche se nell’uso odierno si è perso questo legame antico che univa le due parole a un’alterazione e a uno stesso significato.

Per esempio, cerino e cerotto non sono alterazioni di cero (candela), ma tutti e tre derivano da cera: il cerotto arriva dal greco kerotón , cioè “unguento di cera”, in latino cerotum, così come il cerino è un fiammifero dal bastoncino di cera e il cero è fatto della stessa materia. Allo stesso modo aquilone, calzone o cavallone, sono nati dagli accrescitivi di aquila, calza e cavallo, mentre il fumetto era come una nuvola di fumo che usciva dalla bocca dei personaggi, e gli spaghetti somigliavano allo spago.

Altre volte le similitudini sono assolutamente casuali e hanno un’etimologia slegata. Per esempio focaccia o polpaccio non sono forme spregiative di foca e di polpo.

Tra questi ultimi falsi accrescitivi ci sono:
baro e barone
botto e bottone
bullo e bullone
burro e burrone
gallo e gallone
lampo e lampone
mago e magone
matto e mattone
monte e montone
torre e torrone.

Tra i fasi diminutivi o vezzeggiativi ci sono
asta e astuccio
botte e bottino
collo e collina
gazza e gazzetta
merlo e merluzzo
naso e nasello (nel senso del pesce, nel caso dell’appoggio degli occhiali deriva da naso)
posto e postino
pulce e pulcino
rapa e rapina
rubino e rubinetto
tacco e tacchino.

I superlativi “abusivi”, iperbolici e metaforici

■ Si può dire smisuratissimo? ■ Si può fare il superlativo di aggettivi che sono già superlativi? ■ Si può fare il superlativo dei nomi o dei verbi? ■ Si può dire ultimissimo? ■ Si può dire d’accordissimo? ■ Si può dire augurissimi?

Non tutti gli aggettivi possiedono le forme comparative e superlative, per esempio non li hanno quelli  che coinvolgono i concetti di tempo, materia o qualità dell’essere come mensile, marmoreo, triangolare, ateo (non avrebbe alcun senso dire che qualcosa è più mensile di un’altra o sommamente triangolare).

Tuttavia, in senso figurato tutto è sempre possibile (ma dipende dai contesti), e si può dire anche estremissimo, anche se letteralmente estremo significa già ciò che è più esterno, oppure per esagerare: smisuratissimo e ultimissimo, anche se questi aggettivi letteralmente, non lo consentirebbero dal punto di vista grammaticale. Ma poiché la lingua è metafora, tra queste “licenze” si possono trovare casi come “io sono italianissimo” e in questo applicare le regole del superlativo al di fuori del contesto degli aggettivi, le parole “superlativizzate” in modo iperbolico sono tante. Nel nostro lessico sono entrati per esempio padronissimo, finalissima, canzonissima, augurissimi, presidentissimo, affarissimo o campionissimo dove il suffisso dell’aggettivo viene applicato ai sostantivi. Tra i pronomi accresciuti in questo modo si registra stessissimo e poi circolano persino intere locuzioni come d’accordissimo, hai ragionissima, processo in direttissima o in gambissima. E anche i verbi vengono qualche volta accresciuti ricorrendo ai prefissi superlativi: stravedere, strafare, strapagare o stramaledire

Questi ultimi esempi appartengono però ai registri pubblicitari o gergali, più che a quelli formali o poetici, per cui in linea di massima è consigliabile usarli con moderazione.

Il plurale dei nomi latini

■ Le parole in latino si volgono al plurale? ■ Meglio dire i curriculum o i curricula? ■ I medium e i media sono la stessa cosa? ■ Meglio dire i corpus o i corpora? ■ Cosa sono gli anglolatinismi? ■ È giusto dire l’opera omnia al singolare anche se significa “tutte le opere”? ■ Perché si dice gli addenda o i desiderata al plurale?

I forestierismi (le parole straniere) non si volgono al plurale (vedi → “Il plurale dei nomi stranieri“), ma anche quelle latine, si possono trattare come forestierismi?

Anche se c’è chi sostiene ancora che nel latino sia buona norma declinare le parole al plurale (e quindi non considerarlo come i forestierismi perché sarebbe la nostra lingua madre), la maggior parte delle fonti e dei dizionari moderni seguono le regole degli esotismi.

La questione è aperta e dibattuta soprattutto nel caso di curriculum (decurtazione dell’espressione più completa e corretta curriculum vitae) che si trova spesso al plurale, curricula, come fosse uno sfoggio di cultura (i dizionari riportano perlopiù che è invariabile, e lo affiancano all’italianizzazione curricolo e curricoli). Stesso discorso si può fare per i corpora, molto diffuso al posto dei corpus che però si può dire anche al singolare (una raccolta di opere o di testi).

È vero, in latino i plurali sono questi, ma perché non si dovrebbe dire i curriculum o i corpus come si dice i referendum (e non i referenda) gli ictus, i lapsus, i rebus, i bonus, gli excursus, i raptus, i virus e gli album? Lo stesso discorso si può fare per gli anglolatinismi (cioè le parole latine che ci sono arrivate attraverso l’inglese) e che non si declinano: i monitor, gli sponsor, i forum, i focus, i campus, le tariffe premium… Insomma in queste declinazioni al plurale del latino manca una logica coerente con i tantissimi esempi che rimangono invariabili. Tuttavia, c’è chi preferisce fare una distinzione tra i latinsimi moderni o derivati dall’inglese, come negli ultimi esempi, che non si dovrebbero declinare, e quelli classici che invece sarebbero da concordare al plurale: lectio magistralis e lectiones magistrales, una prescrizione non riscontrabile per esempio nello Zingarelli che definisce lectio sostantivo latino invariabile.

La questione cambia per i latinismi entrati direttamente al plurale, e in questo caso non si volgono al singolare, per esempio gli acta (relazioni, compilazioni), gli addenda (cose da aggiungere), i desiderata (desideri, richieste) e anche l’opera omnia, letteralmente “tutte le opere”, plurale, anche se in italiano l’espressione si trasforma in sostantivo femminile singolare e si dice comunemente “l’opera omnia di Virgilio”.

Un caso a parte è quello di media (che ci è arrivato però dall’inglese) al plurale, ma un medium, al singolare, ha un altro significato (è un sensitivo che ha a che fare con il paranormale, e dunque al plurale si parla dei medium), anche se dopo il celebre motto del sociologo Marshall McLuhan (1911-1980) “il medium è il messaggio” si trova ormai anche al singolare con il significato di mezzo di informazione.

Che si scrivano al singolare o al plurale, è buona norma ricordare che le parole in latino (al contrario degli altri forestierismi dove è solo una scelta possibile) si dovrebbero sempre scrivere in corsivo (vedi → “Lo stile di un testo e l’uso del corsivo“), a meno che non siano così diffuse da essere assimilate alla stregua delle parole italiane (virus, album…).

Il plurale nei nomi stranieri

■ Come si fa il plurale dei forestierismi? ■ Tutte le parole straniere non si declinano al plurale? ■ Meglio dire mural o murales? ■ Al plurale si dice hater o haters?  ■ Al plurale è meglio dire crêpe o crêpes? ■ Che differenza c’è tra le parole straniere crude come “mouse” e quelle assimilate nel nostro sistema come “sauna”? ■ Le parole francesi si possono declinare al plurale? ■ Le parole spagnole si possono declinare al plurale? ■ Perché i jeans o le fake news si dicono al plurale?

Quando le parole straniere (i forestierismi) entrano nel nostro lessico possono essere adattate e assimilate, e in tal caso si comportano come le parole italiane, per esempio la parola sauna, che è una voce finnica, al plurale si volge in saune in modo normale.

Quando invece entrano nell’uso così come sono, in modo crudo senza adattamenti, la regola è che diventano invariabili nel numero, dunque non si volgono al plurale: i film e i computer (non si può dire films e computers all’inglese). Ciò vale anche per le parole di formazioni più recente, per esempio gli hater (e non haters, anche se la scelta migliore è forse usare le parole italiane: odiatori).

Le uniche eccezioni avvengono quando una parola entra nella nostra lingua già al plurale, per esempio i jeans (e in tal caso rimangono ugualmente invariabili perché non si può fare il singolare) o le fake news (in questo caso si dice una fake news, come in inglse, anche se in italiano abbiamo bufale, notizie false, contraffatte, manipolate…).

Sono ammissibili le variazioni di singolare e plurale solo per eventuali parole che non sono entrate nel nostro lessico, ma rappresentano degli occasionalismi (per esempio nel caso di tecnicismi o termini specialistici non tradotti) che vengono riportati così come sono nell’originale, come una citazione, che può essere fatta sia con il singolare sia con il plurale a seconda dei casi, ma che è bene virgolettare (e anche affiancare dalla traduzione).

Questa regola non vale solo per gli anglicismi, ma anche per ogni altra lingua: i menu (francese), i lager (tedesco), i soviet (russo), gli yogurt (turco), i suq (arabo), i kamikaze (giapponese) i wok (cinese), i golem (ebraico).

Qualche eccezione si può trovare nel caso del francese, dello spagnolo e del portoghese, dove talvolta circola qualche plurale, anche se la regola del singolare invariabile vale comunque e non declinare queste parole è corretto. Però, a volte si può incontrare qualche francesismo al plurale come crêpes (oltre al singolare crêpe), così come per il portoghese è possibile imbattersi anche nei viados o nelle fazendas (o fazende) oltre che nei viado e nelle fazenda, mentre nel caso dello spagnolo i peone, i desaparecido, le telenovela, gli indio e i conquistador possono anche diventare i peones, i desapercidos, telenovelas, gli indios, i conquistadores e nel caso di murales, si usa raramente il singolare, mural, e si dice quasi sempre al plurale. Ma nonostante questi casi la regola di non declinare i forestierismi al plurale vive senza controindicazioni anche nei pochi casi in cui circolano delle eccezioni che sono solo possibili più che obbligatorie.

In linea di massima questa stessa regola vive anche per la parole latine, benché in certi casi vengano trattate in modo differente, come se al latino, che è considerata la nostra “lingua madre” fosse riservato un diverso trattamento (è una questione aperta: per saperne di più vedi → “Il plurale dei nomi latini“).

I plurali dei composti di capo-

■ Il plurale dei composti di capo-. ■ Capostazione varia la radice: capistazione. ■ Capolavoro varia la desinenza: capolavori. ■ Caposaldo varia entrambi gli elementi: capisaldi. ■ Meglio dire i capoufficio o i capi ufficio?

Poiché nelle parole composte da capo– non esistono delle regole semplici e chiare per stabilire i plurali (vedi → “Il plurale dei nomi composti“), di seguito è possibile consultare una lista delle parole del genere più diffuse con i plurali indicati nei principali dizionari.

Si possono dividere in tre insiemi:

le parole che al plurale variano solo capi– e mantengono uguale il secondo elemento;
quelle che mantengono capo– e variano la desinenza finale;
quelle che presentano più possibilità.

ATTENZIONE: Ci sono anche rari casi in cui il plurale si forma attraverso la variazione di entrambi gli elementi:
capocannonierecapicannonieri;
capocronistacapicronisti;
caposaldocapisaldi.

I composti di capo– che al plurale variano in capi– senza cambiare il secondo elemento (es. capoareacapiarea) mentre al femminile plurale restano invariati (es. le capoarea):

capoarea capiarea;
capobandacapibanda;
capobarcacapibarca;
capobrancocapibranco;
capoclancapliclan;
capoclassecapiclasse
capocordatacapicordata;
capocorrentecapicorrente;
capocronacacapicronaca;
capodipartimentocapidipartimento;
capodivisionecapidivisione;
capofabbricacapifabbrica;
capofamigliacapifamiglia;
capofficina (o capoofficina) → capiofficina;
capofilacapifila;
capogabinettocapigabinetto;
capogruppocapigruppo;
capoletteracapilettera;
capolistacapilista;
capomafiacapimafia;
caporepartocapireparto;
caposalacapisala;
caposcalacapiscala;
caposcortacapiscorta;
caposcuolacapiscuola;
caposerviziocapiservizio;
caposezionecapisezione;
caposquadracapisquadra;
capostazionecapistazione;
capostradacapistrada;
capostrutturacapistruttura;
capotavolacapitavola;
capotribùcapitribù;
capoturnocapiturno.

I principali sostantivi che nella formazione del plurale cambiano la desinenza, ma mantengono invariato capo-:

capodanno (o capo d’anno) → capodanni (o capi d’anno);
capodoglio (o capidoglio) → capodogli (o capidogli);
capolavorocapolavori (raro capilavori);
capoluogocapoluoghi (meno com. capiluoghi);
capogirocapogiri;
capostipitecapostipiti;
capotastocapotasti;
capoversocapoversi;
capovolgimentocapovolgimenti.

Al plurale hanno una doppia possibilità i seguenti sostantivi:

capomastrocapomastri e capimastri;
capolineacapilinea (o invariabile);
caporedattore
capiredattori e caporedattori (femminile → la caporedattrice e le caporedattrici);
capotecnicocapotecnici e capitecnici;
capoufficio (e capo uffìcio o capufficio) → capi uffìcio e capiufficio;
capocomicocapocomici o capicomici (femminile → la capocomica e le capocomiche)
capocuococapocuochi (femminile la capocuoca e le capocuoche).

Questo articolo è tratto da: L’italiano for dummies, Hoepli, Milano.

Il plurale dei nomi composti

■ Come si fa il plurale dei nomi composti? ■ Perché il plurale di capostazione è capistazione mentre capolavoro diventa capolavori? ■ Si dice pomodori o “pomidoro”? ■ Si dice palcoscenici o “palcoscenichi”? ■ Si dice casseforti o “cassaforti”? ■ Si dice caporedattori o “capiredattore”?

I sostantivi formati dall’unione di due parole al plurale danno molti grattacapi e causano capogiri!

Senza fare i guastafeste, va detto che le regole che riportano molte grammatiche sono così complicate e, soprattutto, presentano tante di quelle eccezioni, che non si riesce a farne tesoro e a metterle in cassaforte (al plurale casseforti).

Per rispondere a tutti i dubbi di questi casi si possono dare solo delle indicazioni, meglio procedere con prudenza e consultare i dizionari.

L’unione di due parole è il risultato di tante combinazioni possibili:

● nome + nome (es. arcobaleno): nella maggior parte dei casi hanno un plurale regolare e modificano solo la desinenza finale: arcobaleni, francobolli, melograni, banconote, ferrovie. Ma non sempre.

Infatti, oltre a pescecani si può dire anche pescicani, mentre pescespada diventa pescispada, ma anche se quest’ultimo esempio è riportato in varie grammatiche, nei dizionari è registrato più spesso staccato: pesce spada al contrario di pescecane.

Questo caso fa riflettere sulla prima cosa importante: quando una parola è percepita come staccata, o si può scrivere staccata, il plurale il più delle volte si comporta di conseguenza. Per esempio: pomodoro, diventa pomodori (mentre pomidori e anche pomidoro sono delle forme popolari).

In passato si scriveva “pomo d’oro” e i plurali logici erano perciò diversi, ma con il tempo la parola è diventata unica e non più percepita come un composto, ed ecco che il plurale è diventato regolare: prende semplicemente la –i finale come una parola normale. Tutto il contrario di fico d’India che diventa fichi d’India e che ancora si scrive staccato. Naturalmente, questo esempio non rappresenta un criterio oggettivo, e forse proprio per questo in molti casi i dizionari ammettono i doppi plurali, per esempio: cassapanche e cassepanche, toporagni e topiragni;


nome + aggettivo (es. cassaforte): per lo più formano il plurale cambiando la desinenza sia del primo sia del secondo termine, comportandosi come se fossero separati: cassaforte/casseforti; terracotta/terrecotte; gattamorta/gattemorte; caposaldo/capisaldi; acquaforte/acqueforti.


Ma attenzione: palcoscenico fa palcoscenici, tanto per citare un’eccezione;


aggettivo + nome (es. gentiluomo): spesso si varia solo la desinenza a fine parola: francobollo/francobolli, biancospino/biancospini, e nel caso di gentiluomo/gentiluomini, seguendo la regola del secondo elemento che varia al plurale anche la sua radice. Anche purosangue non cambia (come sangue, il secondo elemento).

In altri casi, però, mezzobusto diventa mezzibusti, inoltre, i composti con alto– e basso– hanno quasi sempre il doppio plurale possibile: altopiani e altipiani, bassopiani e bassipiani,anche se bassofondo diventa bassifondi e altoforno altiforni;


aggettivo + aggettivo (es. sordomuto): per lo più cambiano solo la desinenza finale: sordomuto/sordomuti; pianoforte/pianoforti; agrodolce/agrodolci; bianconero/bianconeri;

verbo + nome (es. cavatappi): se il nome è già al plurale rimangono invariati: i cavatappi, i battipanni, gli accendisigari, i portaborse, i portaombrelli, i guastafeste, i portapenne e gli schiaccianoci; lo stesso avviene quando il nome è femminile singolare: i salvagente, i tagliaerba, gli asciugamano, i portacenere; se il nome è maschile singolare possono spesso variare: i paracarri, i passaporti, i grattacapi, ma altre volte rimangono invariati: i rompicapo, i copricapo;

verbo + verbo (es. saliscendi): anche in questo caso tendono a non cambiare: i saliscendi, i dormiveglia;

verbo + avverbio o viceversa (es. benestare e buttafuori): tendono a rimanere invariabili;

preposizione (o avverbio) + nome (es. soprannome): di solito si declina al plurale solo il nome se è maschile: i soprannomi, i sottaceti; al femminile rimane per lo più invariato i dopocena, i fuoristrada e i fuoripista.

I composti della parola capo

I composti della parola capo sono da considerare a parte, ma la questione si ingarbuglia a tal punto che una regola valida non c’è e le proposte che si trovano nelle grammatiche non reggono, con il risultato che le per le pretese regole tutto rischia di diventare una caporetto!

Le “leggende grammaticali” (in questo caso non si può parlare di “regole”) affermano che capo– si trasforma in plurale (capi-) quando ha una posizione preminente, oppure quando è inteso nel senso di “superiore”, mentre altre insistono sul contesto: per esempio se capo– si riferisce a un solo reparto diventerà capireparto, se sono tanti reparti diventa caporeparti (ma questo plurale nei dizionari non è presente).

Il problema è che spesso gli esempi indicati nelle grammatiche non sono coerenti tra loro e differiscono da quanto riportato sui dizionari, e va detto che molte grammatiche glissano sulla questione. E persino i dizionari indicano a volte diverse soluzioni. Per esempio: caporedattore diventa capiredattori per il Devoto-Oli e lo Zingarelli, ma caporedattori per il Gabrielli e il Treccani.


Quando le regole non reggono non rimane che studiare le singole parole (per lo più modificano capo– in capi-).

Un regola più affidabile c’è nel caso dei plurali femminili: quando i composti di capo– si volgono al plurale femminile, al contrario del maschile tendono a rimanere invariati come al singolare, per cui i capiclasse, ma le capoclasse, i capibranco, ma le capobranco (ma anche in questo caso le eccezioni non mancano, per esempio le caporedattrici).

Per saperne di più vedi la lista con → “I plurali dei composti di capo-

I plurali dei nomi che terminano in -co e -go

■ Come si fa il plurale dei nomi in –co e –go? ■ Quali sono i nomi in –co e –go con un doppio plurale? ■ Si dice psicologi o “psicologhi”? ■ Si dice stomaci o “stomachi”?

Poiché non esistono regole chiare e semplici (dunque utilizzabili) per sapere quando i nomi che terminano in co e go al plurale mantengono il suono duro o prendono quello dolce, di seguito è possibile consultare un elenco che raccoglie i più diffusi sostantivi di questo tipo e ne indica il plurale.

Per saperne di più vedi anche → “Il plurale dei nomi in -o e le irregolarità“.

Terminano in chi

abbiocchi, accrocchi, affreschi, alambicchi, albicocchi, allocchi, almanacchi, alterchi, asterischi, attacchi, baiocchi, banchi, battibecchi, bivacchi, boschi, buchi, bruchi, caschi, chicchi, circhi, cosacchi, dischi, elenchi, falchi, fianchi, fiaschi, fichi, fuochi, franchi, giochi, imbarchi, imbocchi, incarichi, inneschi, lombrichi, molluschi, monarchi, obelischi, ombelichi, orchi, pacchi, palchi, parchi, peschi, rammarichi, rinfreschi, ritocchi, rotocalchi, sacchi, saltimbanchi, scacchi, spacchi, spizzichi, sporchi, sprechi, stecchi, tarocchi, tabacchi, traslochi, trichechi, tronchi, turchi, valichi, vigliacchi.

Terminano in ci

accademici, acquatici, acrilici, afrodisiaci, amici, analgesici, anarchici, antibiotici, antistaminici, barbiturici, bonifici, botanici, cardiopatici, cantici, chimici, comici, daltonici, diplomatici, diuretici, elastici, elvetici, equivoci, eretici, fanatici, farmaci, fisici, geroglifici, grafici, greci, informatici, ipnotici, laconici, logorroici, maniaci, manici, mantici, matematici, medici, nemici, nevrastenici, nevrotici, ostetrici, ottici, palcoscenici, periodici, pirotecnici, plastici, porci, portici, profilattici, psicopatici, punici, rustici, sadici, sindaci, spastici, storici, tisici, tecnici, tossici, viatici, villici, zodiaci.

È ammesso il doppio plurale in ci e chi:
monaco, intonaco, manico, parroco, stomaco.

Terminano in ghi

alberghi, allunghi, apologhi, arcipelaghi, borghi, callifughi, castighi, cataloghi, colleghi, decaloghi, chirurghi, dialoghi, dinieghi, dittonghi, draghi, drammaturghi, epiloghi, fanghi, fiamminghi, funghi, gerghi, gioghi, impieghi, ingorghi, intrighi, laghi, luoghi, monologhi, obblighi, profughi, ranghi, righi, ripieghi, roghi, sfoghi, sobborghi, spaghi, sughi, svaghi, strateghi, svaghi, trittonghi, vaghi, vichinghi.

Terminano in gi

asparagi, biologi, cardiologi e la maggior parte dei composti con -logo (es: allergologi, esofagi, ideologi, filologi, fisiologi, psicologi, sociologi, speleologi…) e -fago (antropofagi, coprofagi, esofagi, necrofagi, onicofgi…).

È ammesso il doppio plurale in gi e ghi:
astrologo, demiurgo, egittologo, meteorologo, sarcofago, sessuologo, taumaturgo, tuttologo.

Il plurale dei nomi della quarta declinazione

■ Il plurale dei nomi della quarta declinazione rimane invariato? ■ Come si fa il plurale dei monosillabi? ■ Come si fa il plurale delle parole accentate? ■ Come si fa il plurale delle parole che terminano in –i e –u? ■ Come si fa il plurale delle parole che terminano in consonante?

Se i nomi si possono dividere in declinazioni a seconda della loro desinenza (→ –a, la prima;→ o, la seconda; → –e, la terza), quelli che terminano in altro modo sono talvolta raggruppati nel mucchio selvaggio della quarta declinazione.

Questi nomi sono di solito invariabili, come quelli che terminano in –i (le crisi o le tesi) o i pochissimi in –u come le gru, i babau o i guru. Altrettanto invariabili sono tutte le parole che terminano in vocale accentata (le maestà, i caffè, i colibrì, le virtù, le tribù) e i monosillabi (i re, gli gnu). E lo stesso vale per tutti i nomi che terminano con una consonante (bar, film, gas, sport) che sono per lo più stranieri e dunque non si volgono mai al plurale.

Il plurale dei nomi in -e

■ Perché superficie o moglie al plurale diventano superfici e mogli, ma rimangono invariate le specie, le carie e le serie? ■ Qual è il plurale di bue? ■ Come si fa il plurale delle parole che terminano in –e? ■ Com’è il plurale delle parole che terminano in –ie?

I nomi che terminano in –e al plurale si volgono quasi sempre in –i , sia che siano maschili – per esempio: cane (→ cani), paese (→ paesi), pesce (→ pesci) – sia che siano femminili: pelle (→ pelli), fine (→ fini), rete (→ reti).

Naturalmente ciò non vale per → i re perché tutti i monosillabi sono sempre invariabili.


I nomi che terminano in –ie, però, al plurale rimangono invariati:  la specie e le specie (e mai “le speci”), le carie, le serie e le barbarie. Ma le eccezioni che confermano la regola non mancano, per esempio: moglie, effigie e superficie diventano → mogli, effigi e superfici.

Tra le eccezioni che rientrano nelle parole irregolari che al plurale cambiano la loro radice c’è poi da segnalare bue che diventa buoi (vedi anche “Plurali anomali“).

Il plurale dei nomi in -o e le irregolarità

■ Perché il plurale di la mano è le mani ma le radio e moto restano invariate? ■ Plurale di braccio: che differenza c’è tra braccia e bracci? ■ Eco è femminile anche al plurale? ■ Perché il plurale di brusio e zio è con la doppia i, brusii e zii, ma quello di principio e dominio ha una sola i, principi e domini? ■ Perché il plurale di medico è medici e quello di baco è bachi? ■ Perché il plurale di chirurgo è chirurghi e quello di psicologo è psicologi? ■ Quali parole cambiano la radice nel plurale come uomo/uomini? ■ Quali parole cambiano il genere nel plurale come uovo, maschile, che diventa uova, femminile? ■ C’è una regola per sapere quando i nomi in -co e -go diventano dolci come medici e asparagi, o rimangono duri come bachi e monologhi?

Le parole che terminano in –o per la maggior parte sono maschili, e al plurale si volgono in –i: per esempio corvo (corvi), posto (posti).

Ma esistono anche nomi femminili che terminano in –o e la mano diventa le mani, mentre l’eco (che è femminile: la eco) al plurale fa gli echi (ma cambia genere e si trasforma in maschile). Tuttavia, questi sostantivi femminili di solito restano invariati anche al plurale, per esempio le radio, le auto, le moto o le dinamo.

Tra le irregolarità che si riscontrano in questa seconda declinazione si possono segnalare quei sostantivi che oltre al plurale regolare ne possiedono un altro, come braccio (→ bracci e braccia) oppure osso (→ ossi e ossa) anche se spesso i significati differiscono: i bracci meccanici e le braccia dell’uomo, gli ossi degli animali o gli ossi dei diti mignoli, oppure le ossa nel loro insieme, e le dita (nel loro insieme) della mano (per saperne di più vedi → “Nomi con doppio plurale e doppio significato”).

In altri casi, si trovano nomi maschili che al plurale diventano obbligatoriamente femminili per esempio: il riso (nel senso del ridere) diventa le risa, il paio e l’uovo diventano le paia e le uova, e centinaio, migliaio e miglio si trasformano in centinaia, migliaia e miglia. Tra i femminili che diventano maschili, invece, c’è l’eco che diventa gli echi.

Tra le eccezioni, bisogna poi ricordare i nomi che al plurale cambiano anche la propria radice, oltre alla desinenza, come: uomo (→ uomini), dio (→ dei) o tempio (→ templi, aggiungendo una l).

Il plurale dei nomi in –io

Perché bacio diventa baci (con una sola i) mentre zio diventa zii?
Per saperlo c’è una regola semplice: tutto dipende dall’accento del singolare: nei nomi in –io, quando sulla i è cade l’accento tonico, come nel caso di zìo, pendìo e brusìo, al plurale mantengono la doppia i (→ zii, pendii e brusii), se invece la i è atona (l’accento cade su un’altra sillaba della parola) come bàcio, princìpio e domìnio, si trasformano al plurale con una i sola (→ baci, principi e domini).

Ma le irregolarità di questi nomi in –o, non sono finite! Bisogna ancora affrontare uno dei peggiori incubi grammaticali da cui quasi nessuno è esente: perché il plurale di medico è medici e quello di gioco è giochi? E perché chirurgo diventa chirurghi, ma teologo diventa teologi?

I plurali dei nomi in –co e –go

Purtroppo, per i nomi che terminano in -co e -go le cose sono così complicate che una regola fissa non c’è o, se c’è, include tante di quelle eccezioni che perde di senso.

Per esempio c’è chi ha osservato che questi nomi al plurale mantengono il suono duro quando sono accentati sulla penultima (cioè sono piani, per esempio antìco fa antichi, ma allora perché amìco diventa amici e grèco greci?), mentre se sono accentati sulla terz’ultima (cioè sono sdruccioli) al plurale assumono un suono dolce (per cui polìtico diventa politici, ma allora come la mettiamo con òbbligo che fa obblighi e àbaco che fa abachi?).

Davanti a tante irregolarità è meglio abbandonare l’ipotesi di trovare una regola semplice e applicabile e spostare l’attenzione sui singoli casi, andando a orecchio o controllando sui dizionari in caso di dubbi.

Albergo diventa alberghi e mago maghi (i Magi sono invece quelli del presepio), mentre medico, sindaco e teologo si trasformano in medici, sindaci e teologi. In generale i composti di -fago e -logo si volgono quasi sempre in –fagi e –logi (ma non vale per gli apologhi e i decaloghi).

Le cose sono così complicate che persino i dizionari registrano spesso la doppia forma del plurale: chirurghi e “chirurgi” (meno elegante e diffuso, da evitare), traffici e “traffichi” (arcaico), sarcofaghi e “sarcofagi”, stomaci e “stomachi”, e anche accanto alle forme psicologi, sociologi e antropologi, sono riportate e ammesse (anche se poco eleganti) quelle popolari “psicologhi”, “sociologhi” e “antropologhi”.

Per saperne i più vedi la tabella → “Il plurale dei nomi che termninano in -co e go

Il plurale dei nomi in -a (aran-ce e cilie-gie)

■ Come si fa il plurale dei nomi in –cia e –gia. ■ Si dice ciliegie o “ciliege”? ■ Si dice arance o “arancie”? ■ Si dice valigie o “valige”? ■ Si dice province o “provincie”? ■ Si dice gocce  o “gocce”? ■ Si dice lance o “lancie”? ■ Che differenza c’è tra camice e camicie? ■ Perché il plurale di tema e poeta è temi e poeti, ma cinema e gorilla rimangono invariabili?

I nomi che terminano in –a per la maggior parte sono femminili, e in questo caso al plurale prendono la –e, per esempio: pera (→ pere), guida (→ guide).

Le parole come strega, però, visto che hanno la g dura, al plurale aggiungono la h per mantenere il suono duro (→ streghe).

Ma bisogna fare attenzione, perché non tutti i nomi che terminano in –a sono femminili (vedi → “Il sesso dei nomi: il genere“), e quando sono maschili si volgono al plurale con la –i: poeta (→ poeti), tema (→ temi), esteta (→ esteti).

Un caso anomalo è quello di belga, che al plurale femminile manitene il suono duro (le belghe), mentre al maschile diventa i belgi (vedi anche → “Plurali anomali“).

A questi due gruppi bisogna poi aggiungere anche i sostantivi maschili che sono invariabili, sono delle eccezioni, e al plurale non cambiano affatto, per esempio: boia, cinema, gorilla, sosia

Tra i sostantivi che terminano in –a si annida però uno dei grandi dilemmi della nostra lingua, che lascia ogni volta dei dubbi anche a chi ha dimestichezza con la scrittura: per i plurali dei nomi in –cia e –gia, quando ci vuole la i e quando no?

Perché il plurale di cilie-gia è cili-egie e quello di aran-cia è aran-ce?

Per risolvere questo interrogativo esiste qualche regola semplice e piuttosto affidabile:

● quando sulla i cade l’accento (in altre parole è tonica) le cose sono facili, perché nel plurale è sempre mantenuta: farmacìa fa farmacìe, bugìa fa bugìe e si può andare a orecchio;
● quando la i è invece senza accento (atona) bisogna vedere se le desinenze –cia e –gia sono precedute da vocale o da consonante; se prima c’è la vocale il plurale mantiene la i: –cie e –gie (dunque: ciliegie e non “ciliege”, valigie e non “valige”, e camicie non “camice”, il camice è quello del medico);
● se invece le terminazioni in –cia e –gia sono precedute da consonante, il plurale è –ce e –ge. Quindi: arancia diventa arance e non “arancie”, e allo stesso modo si dice lance e non “lancie”, gocce e non “goccie” e così via.

Tuttavia, poiché questi errori sono così diffusi che sono entrati nell’uso, anche se le forme più corrette ed eleganti rimangono queste, nel caso di “valige” e “ciliege” ormai i dizionari (e persino i correttori ortografici) li accettano come tollerabili, così come nel caso di “provincie” al posto del più corretto province.

Ma quando si scrive e si vuole mantenere un registro colto ed elevato è di gran lunga preferibile e consigliabile usare le forme classiche!

Il sessismo della lingua e la femminilizzazione delle cariche

■ Come si formano i femminili delle professioni? Quando si formano i femminili con la desinenza in –a, in –essa o in –trice? ■ Cos’è il sessismo della lingua? ■ Meglio dire chirurgo o chirurga? ■ Meglio dire avvocato, avvocata o avvocatessa? ■ Meglio dire sindaca o sindachessa? ■ Meglio dire poliziotta o donna poliziotto? ■ Meglio dire la vigile o la vigilessa? ■ Meglio dire la sindaca o la sindachessa? ■ Meglio dire la presidente o la presidentessa?

In italiano, ma anche in altre lingue, il maschile è dominante sia nell’assegnazione del genere per i concetti neutri (il parlare, scalare una montagna è bello, il perché delle cose…) sia nel caso in cui un nome maschile e uno femminile si concordano con uno stesso aggettivo: prevale il maschile e nell’inferno dantesco Paolo e Francesca sono dannati.

Analogamente, quando diciamo che l’uomo (= l’essere umano) è bipede includiamo anche le donne. Si tratta del maschile generico (o non marcato).

Dal punto di vista grammaticale, perciò, non esiste una coincidenza tra il genere della parole e il sesso delle persone o animali che designano: la giraffa e la tigre, come la sentinella o la guida, sono nomi promiscui e non denotano il sesso degli esemplari, sono parole generiche, così come il mare, al maschile, non ha a che fare con il suo sesso: nella perdita del neutro che esisteva in latino le parole si sono trasformate in maschili o femminile senza ragioni logiche (vedi → “Il sesso dei nomi: il genere“).

Fatte queste premesse grammaticali, da qualche decennio è in atto un dibattito – che però è di tipo politico-sociale – sul “sessismo della lingua” che riguarda prevalentemente le professioni e le cariche sociali, un tempo egemonia maschile, ma sempre più aperte alle donne.

E allora si deve dire la ministra e l’architetta o prevalgono le forme al maschile anche per gli incarichi femminili?

La questione è attualmente aperta e al centro di controversie di non facile soluzione.

In Italia, uno dei primi libri a porre la questione è stato quello di Alma Sabatini (Il sessismo nella lingua italiana, 1987) pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che, in nome della parità dei sessi, attaccava un uso della lingua che avrebbe creato discriminazioni nel non distinguere i generi.
Precedentemente, le rivendicazioni del femminismo e del ruolo della donna puntavano con orgoglio al fatto che anche le donne si potessero fregiare di un carica maschile, come quella di medico o di chirurgo, un tempo ricoperte da soli uomini. In proposito si può ricordare un vecchio indovinello che girava appunto negli ambienti femministi degli anni Settanta.

Indovinello
In seguito a un grave incidente stradale un ragazzo è fin di vita e viene trasportato d’urgenza in pronto soccorso, mentre il padre che era alla guida muore.
Nella sala operatoria arriva il chirurgo, e non appena vede il ragazzo, sbianca e chiede di essere sostituito da un collega: non si sente in grado di operarlo, perché quello è suo figlio! Ma com’è possibile, visto che il padre era deceduto poco prima nello stesso incidente?

Semplice: il chirurgo in questione era una donna, quindi la madre. Solitamente il quesito veniva rivolto dalle donne agli uomini, che se non individuavano la soluzione erano tacciati di vedute ristrette e sessiste. Oggi, invece, questa storiella che giocava sul maschilismo imperante rischia di diventare un’autorete, dal punto di vista del sessismo, perché sempre di più emerge la tendenza a indicare una donna come chirurga. Va detto che non tutte le donne sono favorevoli a questo tipo di femminilizzazione delle cariche, e per esempio tra gli avvocati la maggioranza delle donne attualmente preferisce presentarsi come avvocato, e anche se da marzo del 2017 per le donne è possibile richiedere all’Ordine degli Architetti il duplicato del timbro professionale con la dicitura ufficiale di “architetta” l’iniziativa non ha avuto molto successo.

È nota anche la posizione dell’ex ministro delle pari opportunità Stefania Prestigiacomo che aveva esplicitamente espresso la sua antipatia per il termine ministra.

Comunque sia, nel 2007 è stata diramata una direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche) che invitava a usare un linguaggio non discriminante nei documenti di lavoro per favorire in questo modo una politica per le pari opportunità. Ci sono amministrazioni che hanno recepito la direttiva sin da subito, e altre che le hanno ignorate o contestate. L’Accademia della Crusca, qualche anno dopo, ha affiancato il Comune di Firenze nello stilare le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, perché il punto era quello di stabilire caso per caso come si potesse rendere il giusto femminile, che di volta in volta si può fare con la desinenza in –a, in –essa, in –trice
In questo modo, venendo a quanto è successo negli ultimi anni, l’uso di termini come ministra, sindaca, poliziotta anziché donna poliziotto e simili sono entrati non solo nei dizionari, ma anche nel linguaggio dei giornali e dei media, pur sollevando perplessità spesso anche da parte delle donne.

Passando alle questioni pratiche, da un punto di vista grammaticale le possibilità, in casi come questi, sono tre: si può dire il chirurgo, la chirurgo (ma questa soluzione non è in uso e stride, dunque è solo teorica, dal punto di vista grammaticale, ma è perfettamente lecita nel caso di parole in cui il maschile e il femminile sono uguali: la dentista, la pediatra, la analista…) o la chirurga, esattamente come si può dire la presidente della Camera, la presidentessa o anche il presidente della Camera Nilde Iotti. Qual è la scelta migliore?

Le risposte sono politiche e sociali, più che grammaticali, e ognuno rivendica le sue ragioni e sceglie il suo “stile”. Di fatto i dizionari da un po’ di anni hanno cominciato a inserire voci come ministra (nello Zingarelli del 1923 era definita voce scherzosa per indicare la moglie del ministro, a parte le accezioni storiche legate per esempio le sacerdotesse antiche ministre di qualche culto). E questa parola si sta sempre più affermando anche sui giornali, benché non in tutti e non sempre.

I femminili delle cariche attualmente più in voga

Fatte le dovute premesse, in questo momento di transizione e di dibattiti, non esiste una regola generale da seguire, e l’unica possibilità è quella di analizzare caso per caso qual è il giusto femminile e qual è l’alternativa più in uso con l’ausilio di un dizionario e anche a seconda dei contesti e delle proprie convinzioni. Il Devoto Oli riporta la voce ministra ma aggiunge che è più comunemente usato il maschile il ministro anche con riferimento a donna. Mentre nel caso di donna poliziotto recita che non è “da non incoraggiare” e il femminile riportato come più corretto è quello di poliziotta. Analogamente, anche molte forme in –essa sono ultimamente recepite come evocative di qualcosa di ironico o di spregiativo, come nota lo Zingarelli, per cui sarebbero da evitare forme come la presidentessa (meglio la presidente), la sindachessa (meglio la sindaca) o la avvocatessa, mentre nel caso di professoressa e studentessa, poetessa, dottoressa e principessa non c’è alcun problema.
In altri casi prevalgono le femminilizzazioni in –a, per esempio: la deputata, la ginecologa, o le altre forme tradizionali di femminilizzazione: la senatrice, la direttrice, la amministratrice; altre volte rimangono come scelta opzionale la notaia o il notaio Maria*** (così come per avvocato, architetto…).
In altri casi ancora, per esempio medica, soldata o ingegnera i femminili sono piuttosto rari, benché possibili.

Gli articoli davanti alle donne e ai nomi di sesso incerto

Un’altra questione riguarda l’utilizzo dell’articolo femminile davanti ai cognomi di donna, e già l’ex ministra del governo Monti, Elsa Fornero, aveva sollevato questo problema chiedendo di non essere appellata “la Fornero”, proprio in nome delle pari opportunità, visto che nessuno si sarebbe sognato di dire “il Monti”. In questi casi se si vuole evitare questo uso si può sempre aggiungere il nome (Loredana Bertè è una cantante, invece di “la Bertè”, oppue aggiungere altre apposizioni e qualifiche, per esempio “la cantante Bertè” (sulla questione vedi → “L’uso dell’articolo e la sua omissione” in cui si trova anche la questione dei nomi dal sesso incerto come soprano: “il soprano Maria Callas” o “la soprano”?).

Il genere dei nomi stranieri

■ Come si fa a sapere se i nomi stranieri sono maschili o femminili? ■ Si dice il samba o la samba? ■ Skyline è maschile o femminile? ■ Perché si dice il rock (maschile) ma la techno (femminile)? ■ Perché diciamo la pallacanestro ma il basket/basketball?

Le parole straniere entrate a far parte della nostra lingua (i forestierismi) di solito non presentano molti problemi nell’attribuzione del genere, quando arrivano da lingue affini come il francese o lo spagnolo, e le cose tendono a coincidere con la lingua di origine, a parte poche eccezioni come per esempio il samba, in portoghese maschile, ma in italiano ammissibile anche al femminile, la samba, perché il fatto che finisca in –a inganna (anche se non è una regola grammaticale è una “regola istintiva”) e fa presumere che sia femminile: da qui l’uso inizialmente considerato errato, si è poi affermato come così diffuso che è ormai accettato.

La questione è più complicata per le lingue che hanno il neutro, come il tedesco. Di solito prevale l’analogia con l’italiano:  la sachertorte, perché è una torta, le delicatessen per analogia con delicatezze, il dobermann perché è un cane, ma poi ci sono eccezioni come il würstel, affermato al maschile anche se l’analogia sarebbe con salsiccia (ma forse è vissuto come simile a un salsicciotto o a un hot dog affermato al maschile).

Il problema principale riguarda le parole inglesi, semplicemente per il fatto che sono numericamente preponderanti su tutte le altre lingue: i circa 3.500 anglicismi riportati dai dizionari sono più di tutti i forestierismi delle altre lingue messe assieme.

Bisogna tenere presente che l’italiano tende ad assegnare il maschile per le categorie neutre (andare a scuola è bello, il mangiare, il come e il quando), e da un punto di vista statistico la maggior parte degli anglicismi è maschile. Ancora una volta, però, non ci sono regole precise, e si trova lo skyline ma anche la skyline, a volte percepito come simile all’orizzonte o al profilo (lo skyline cittadino) a volte assimilato letteralmente alla linea del cielo (ultimamente i dizionari riportano il maschile come la forma più affermata).

Le cose sono complicate soprattutto per gli anglicismi incipienti, cioè quelli nuovi che poi sviluppano il loro genere preciso solo nel tempo.

Email o emoticon, per esempio, oggi si sono stabilizzate al femminile, ma inizialmente si registrava una forte incertezza. E anche la parola film, oggi maschile, ha cambiato sesso, perché sino agli anni Trenta del secolo scorso si trovava al femminile, la film, per analogia con pellicola di cui era il sinonimo.

La tendenza ad assegnare un genere come quello del corrispondente italiano, insomma, non è sempre possibile a volte ci sono più opzioni (diciamo il party anche se dovremmo basarci sull’equivalente festa, o forse sottintendiamo ricevimento?) e a volte ci sono eccezioni imprevedibili: curiosamente diciamo la pallacanestro, con riferimento a palla, ma il basket (in inglese però si dice basketball, il basket è solo un cesto), mentre la pallavolo diventa il volley (anche se in inglese sarebbe volleyball). E ancora, diciamo Aids al maschile anche se la traduzione della sigla sarebbe Sindrome da ImmunoDeficenza Acquisita, forse perché sottintendiamo il virus (per sapere di più sul genere delle sigle → “Sigle e acronimi“).

In generale diciamo la station wagon e la spider, perché come per la Uno, la Tipo e la Cinquecento sottintendiamo (l’iperonimo) automobile. E allora i generi musicali sono per lo più al maschile, il jazz, il rock, il rap e il blues, ma se si sottintende la parola musica ecco che si parla della disco (music) o della techno e della trap. E così si ha la blacklist (da la lista) e si dice la workstation e la playstation per analogia con il “falso amico” stazione, che ha un suono simile, anche se un significato differente.

In sintesi, per gli anglicismi non ancora stabilizzati può essere difficoltoso concordarli con l’aggettivo nel giusto genere, quando oscillano, mentre per quelli stabilizzati e datati il dizionario è il punto di riferimento, in caso di dubbi.

Il genere dei nomi geografici

■ Come si fa a sapere se i nomi geografici sono maschili o femminili? ■ Le città sono sempre femminili? ■ Quali sono i nomi dei fiumi maschili e femminili? ■ Quali sono i nomi dei monti e delle montagne maschili e femminili? ■ Si dice il Costarica o la Costa Rica? ■ Si dice il Piave o la Piave? ■ I laghi sono sempre maschili? ■ I Paesi sono maschili o femminili? ■ Il Costarica è maschile o femminile? ■ Come si può aggirare il problema delle concordanze dei nomi geografici se non si è sicuri del loro genere maschile o femminile?

Perché diciamo la Senna ma il Tevere?

E come si fa a sapere quando un nome geografico è maschile o femminile?

La questione è molto complicata, perché se per risolvere questi dubbi nel caso dei nomi comuni si può consultare un dizionario, i nomi propri non sono invece registrati. In proposito non ci sono delle regole precise, ma esistono molte indicazioni utili per districarsi tra questi dubbi.

Le città sono di solito femminili perché si sottintende “città”: Firenze è bella, Torino è caotica, Roma è antica. Il Cairo è invece maschile perché l’articolo fa parte integrante del nome della città, come L’Aquila, che però è femminile (Milano, in passato maschile nel dialetto meneghino – Milan l’è un gran Milan – si è adeguata).

Anche i mari sono maschili perché si sottintende: il (mare) Mediterraneo, Tirreno, Adriatico
L’Etna, il Vesuvio e lo Stromboli sono maschili perché si sottintende il vulcano, così come l’Elba sottintende l’isola e diventa femminile (come la Corsica, la Sardegna, la Sicilia), però si dice il Giglio (come abbreviazione dell’Isola del Giglio) perché prevale il nome maschile che porta.

Più difficile è la questione che riguarda i Paesi, per lo più femminili, ma non sempre, per esempio: il Guatemala, il Venezuela, il Canada, il Sudafrica, il Congo, il Kenia. Spinosissima è la questione della Costa Rica, che se scritta staccata come nella denominazione ufficiale è femminile (letteralmente significa “costa ricca”), ma nell’uso molto più spesso si trova scritta in una parola sola, e in questo caso prevale il maschile: il Costarica.

Lo stesso problema si riscontra per i nomi di monti e fiumi, in particolare per quelli che sono poco conosciuti, dove non è facile districarsi. Comunque la Dora Baltea, la Dora Riparia e la Secchia sono femminili come la Loira e la Senna, mentre il Po, il Lambro, il Ticino, l’Arno e il Tevere sono maschili come il Danubio.
In molti casi prevale forse l’adeguarsi istintivo alla terminazione in -a (percepito come femmnile anche se non è una regola, vedi → “Il sesso dei nomi: il genere“) e in -o (percepitocome maschile).

Quanto al Piave, un tempo era femminile (e lo è tutt’ora nei dialetti veneti: la Piau), ma dopo la celebre canzone in cui “mormorava calmo e placido al passaggio…” si è cristallizzato definitivamente come maschile.

Allo stesso modo, il monte Bianco o Rosa, maschili (sono monti), come gli Appennini o i Pirenei; ma le Alpi e le (montagne) della Marmolada e della Maiella, come le Dolomiti, sono femminili.

Per i laghi è tutto più semplice, perché a parte il Garda, di solito non si può omettere la parola lago e dire per esempio “il Bracciano”.

In caso di dubbi, perciò, il consiglio è quello di scrivere sempre per esteso ciò che è sottinteso (l’iperonimo): aggiungere il fiume Ovesca o Sarca risolve ogni problema sull’articolo da utilizzare e sul suo sesso, oprattutto nel caso dei nomi che non sono universalmente conosciuti.

Il sesso dei nomi: il genere

■ Perché i nomi sono maschili o femminili? ■ Come si distingue il maschile e femminile dei nomi? Si può dire che i nomi maschili terminano in O e quelli femminili in A? ■ Quali sono i nomi maschili che finiscono con la A? ■ Quali sono i nomi femminili che finiscono con la O? ■ Che differenza c’è tra “il tavolo” e “la tavola”?

Sembra naturale e logico che un nome come mamma sia femminile e papà sia maschile, ma in realtà dal punto di vista grammaticale non esiste alcuna corrispondenza necessaria tra il genere di una parola e il sesso di ciò che designa. Quando diciamo che il canguro ha il marsupio in realtà ci riferiamo alla femmina del canguro, perché il maschio non lo possiede affatto. E così non c’è una ragione logica per cui alcuni animali siano al femminile (la tigre, la marmotta) e altri al maschile (il leone, il cammello). Questi nomi sono anche detti promiscui (comprendono entrambi i generi). Allo stesso modo, una sentinella o una guardia (femminili) non corrispondono al sesso di chi svolge queste funzioni che possono essere sia uomini sia donne.

Lettura
Ricordo, da bambino, il tavolo della cucina su cui a volte giocavo o facevo i compiti sino all’ora di cena, quando finalmente richiudevo ogni cosa. All’improvviso, quello stesso tavolo veniva ricoperto da una tovaglia bianca, come una gonna che ne copriva le gambe, e apparecchiato. Al richiamo di: “È pronto! A tavola!” tutta la famiglia si sedeva e il tavolo era diventato la tavola, al femminile, che ci nutriva. Almeno fino a quando non la si sparecchiava nuovamente e la magia era finita: ritornava a essere un tavolo, da lavoro, maschio e spoglio. Mi è sempre sembrata una bella immagine per descrivere l’essenza della nostra lingua: instabile, irrazionale, senza una logica apparente.

(Tratto da: L’italiano for dummies, Hoepli, Milano, pp.141-142).

In altri casi le parole si differenziano tra il maschile e il femminile, per esempio madre e padre, abate e badessa, e la femmina del camoscio è la camozza.

In latino esistevano tre generi, il maschile, il femminile e il neutro impiegato proprio le cose e i concetti senza sesso, ma nel passaggio all’italiano il neutro è caduto in disuso e la conseguenza è che le parole si sono mascolinizzate e femminilizzate a orecchio e senza una ragione logica. E così il mare è maschile, in italiano, mentre in francese è femminile (la mère), in spagnolo (mar) può essere maschile o femminile a seconda dei contesti (“tengo un mar de compromisos”, cioè “ho un mare di cose da fare”, oppure “la mar de gente”, un “mare di gente”). In tedesco Meer è neutro, e in inglese (sea) non c’è il problema del genere, che vive solo nei pronomi personali.

Come distinguere il maschile e il femminile dei nomi

Per chi parla e scrive, è necessario sapere quando un sostantivo è maschile o femminile per poterlo concordare correttamente con gli aggettivi e le altre parole: il pane è buono (maschile) e la torta è buona (femminile).

Bisogna fare attenzione: anche se spesso è così, non è vero che i sostantivi maschili terminano in o e quelli femminile in a, questa circostanza non è una regola, e pensare che sia così è un’idea ingannevole ed errata: nomi come Mattia, Battista o Andrea (per quest’ultimo vale per l’italiano, in altri Paesi può essere femminile), sono maschili, come l’automa, il poeta, il sosia, il papa e il papà, il gorilla, il cinema, il prisma, il sisma, il plasma, il carisma, il boia, il vaglia, il pigiama, il nonnulla, il pirata, il problema, lo scisma, lo stemma, lo stratagemma, l’aforisma e l’aldilà. E anche: l’asma e l’edema (“lo asma” e “lo edema”)! Viceversa, sono femminili molte parole che terminano in -o come la moto, la pallavolo, la radio, la mano, l’auto, la dinamo e anche l’eco (“la eco”), che però al plurale è sempre gli echi, al maschile.

Dopo tutti questi esempi forse è più chiaro come fare a distinguere il genere di una parola: un nome è maschile (o femminile) quando il suo articolo è maschile (e viceversa): il capitale è una somma di denaro e la capitale è la città principale di un Paese.

Come si fa a sapere quale articolo abbinare?
Non c’è una regola, c’è solo l’uso e in caso di dubbi non resta che consultare il dizionario.

A volte però le cose sono ancora più complicate e spinose, per esempio nel caso di alcuni → nomi propri geografici (che non si trovano sul dizionario).

Sul genere dei nomi vedi anche

→ “Il genere dei nomi stranieri
→ “Il sessismo della lingua e la femminilizzazione delle cariche
→ “Falsi cambiamenti di genere

Nomi con doppio plurale e doppio significato

■ Quali sono i nomi con due plurali che hanno un diverso significato? ■ Che differenza c’è tra bracci/braccia? ■ Che differenza c’è tra budelli e budella  ■ Che differenza c’è tra  cervelli e cervella? ■ Che differenza c’è tra cigli e ciglia? ■ Che differenza c’è tra corni e corna?  ■ Che differenza c’è tra diti e dita? ■ Che differenza c’è tra fili e fila? ■ Che differenza c’è tra fondamenti e fondamenta? ■ Che differenza c’è tra frutti e frutta? ■ Che differenza c’è tra gesti e gesta? ■ Che differenza c’è tra legni e legna? ■ Che differenza c’è tra lenzuoli e lenzuola?  ■ Che differenza c’è tra membri e membra ■ muri/mura ■ Che differenza c’è tra ossi e ossa?

Tra i nomi sovrabbondanti non ci sono solo quelli che presentano ridondanze dallo stesso significato (presepe e presepio, puzza e puzzo), ci sono anche quelli che possiedono due plurali diversi, che molto spesso hanno però diversi significati.

Per esempio i gesti sono quelli che facciamo con le mani nella comunicazione, ma le gesta sono le imprese degli eroi; altre volte un plurale ha un valore collettivo e uno ha un valore individuale: gli ossi designano i singoli ossi considerati separatamente (due ossi della mano) o quelli degli animali (ossi di seppia), mentre le ossa indicano l’insieme, l’ossatura o lo scheletro (le ossa della mano = tutte), le lenzuola indicano il completo, e i singoli lenzuoli spaiati sono al maschile.

Di seguito un elenco dei più diffusi sostantivi che presentano due plurali dal significato differenziato:

● i bracci (del carcere, di una bilancia, di una croce o di una tenaglia) e le braccia (del corpo umano);
● i budelli (cunicoli lunghi e stretti) e le budella (intestini);
● i cervelli (persone intelligenti, “la fuga dei cervelli”) e le cervella (la materia cerebrale per esempio degli animali);
● i cigli (della strada) e le ciglia (degli occhi);
● i corni (strumenti musicali) e le corna (del toro);
● i diti (singolarmente: i diti indici) e le dita (nel loro insieme: della mano);
● i fili (d’erba) e le fila (tirare le fila, con valore collettivo);
● i fondamenti (del sapere) e le fondamenta (della casa);
● i frutti (singoli: i frutti del pero) e la frutta (inteso come nome collettivo);
● i gesti (che si fanno nel gesticolare) e le gesta (di un eroe);
● i legni (i pezzi di legno) e la legna (nome collettivo);
● i lenzuoli (singolarmente) e le lenzuola (il paio completo);
● i membri (del governo) e le membra (del corpo);
● i muri (di casa) e le mura (della città);
● gli ossi (singoli o degli animali, per esempio di seppia) e le ossa (nel loro insieme).

I verbi sovrabbondanti

■ Cosa sono i verbi sovrabbondanti? ■ Quali sono i verbi sovrabbondanti? ■ Si dice adempiere o adempire? ■ Si dice intorbidare o intorbidire? ■ Le forme dei verbi sovrabbondanti rientrano sempre nella stessa coniugazione? ■ Le forme dei verbi sovrabbondanti hanno sempre lo stesso significato? ■ che differenza c’è tra i verbi sovrabbondanti e i falsi sovrabbondanti? ■ Che differenza c’è tra arrossare e arrossire? ■ Che differenza c’è tra impazzare e impazzire? ■ Che differenza c’è tra sfiorare e sfiorire?

I verbi sovrabbondanti sono quelli che possiedono forme doppie e diverse che si alternano intorno a una stessa radice.

Sono un po’ opposto dei verbi difettivi che invece sono privi di alcune forme.

Tra i verbi sovrabbondanti ci sono per esempio adempiere e adempire, annerare e annerire, compiere e compire, intorbidare e intorbidire: in questi casi ci sono vocali tematiche doppie che fanno cadere uno stesso verbo, che ha lo stesso significato, all’interno di due diverse coniugazioni.

In altri casi, invece, i verbi sovrabbondanti danno origine a verbi che hanno un significato differente a seconda della forma, e sono detti falsi sovrabbondanti, per esempio atterrare e atterrire, arrossare (far diventare rosso) e arrossire (diventare rosso), impazzare (manifestarsi in modo chiassoso) e impazzire (diventare pazzo), scolorare (togliere il colore) e scolorire (impallidire) o sfiorare e sfiorire.

Sigle e acronimi

■ Le sigle si scrivono tutte in maiuscolo? ■ Le sigle si scrivono con i punti di abbreviazione tra le lettere o meglio ometterli? ■ Quando scrivere le sigle solo con l’iniziale maiuscola? ■ Le sigle si possono scrivere tutte in minuscolo? ■ Che differenza c’è tra sigle e acronimi?  ■ Come si pronunciano le sigle? ■ Ci sono delle regole per stabilire se una sigla è di genere maschile o femminile? ■ Le abbreviazioni di avanti e dopo Cristo, si scrivono attaccate (a.C. e d.C.) o con lo spazio? ■ Cosa significano Ndr, Ndt e Nda?

Un tempo si tendeva a scrivere le sigle non solo tutte in maiuscolo, ma addirittura con i punti di abbreviazione per ogni lettera, ma questa consuetudine è caduta in disuso: una parola in maiuscolo all’interno di un testo spicca sul resto in modo pesante, se poi fosse spaziata e infarcita di punti, apparirebbe davvero mostruosa “bucando” la pagina al primo sguardo (es. S.M.S.). Dunque attualmente non bisogna usare il punto che si usa per le abbreviazioni, per esempio a.C e d.C. (cioè avanti Cristo e dopo Cristo, che si scrivono senza gli spazi).

Il genere delle sigle: maschili o femminili?

Le sigle o acronimi, sono formati dalle iniziali di più parole: la SIAE, (Società Italiana Autori ed Editori) che si riporta al femminile sottintendendo il significato esteso, così come si dice l’ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) e gli USA (in italiano Stati Uniti d’America, ma l’acronimo deriva dall’inglese United States of America). Tuttavia, altre volte il loro genere, maschile o femminile, non segue questa regola e per esempio si parla di Aids al maschile anche se sarebbe la Sindrome da Immunodeficienza Acquisita. In altri casi si assiste a delle oscillazioni, per esempio il (o la) Tav (lett. Treno ad Alta Velocità, dunque al maschile logicamente, ma sentito spesso come equivalente di linea ad alta velocità).

La pronuncia delle sigle

Alcune volte si possono pronunciare senza problemi, così come si scrivono, per esempio l’Avis (Associazione Volontari Italiani del Sangue), mentre altre volte si devono scandire lettera per lettera, e in questi casi si tendono ad apostrofare anche se iniziano per conosonante perché si segue la loro pronuncia, per esempio l’Fbi o l’Html.

Sigle o acronimi?

La sottile differenza tra sigle e acronimi, secondo alcuni, sta nel fatto che le prime sono formate dalle semplici iniziali delle parole, e non è detto che si possano sempre leggere come una parola, a volte si scandiscono lettera per lettera perché sarebbero impronunciabili, come nel caso di CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), mentre gli acronimi costituiscono di solito una parola pronunciabile come si scrive (es. RAI) e possono anche essere parole formate da elementi diversi dalle semplici iniziali, per esempio radar (dall’inglese RAdio Detection And Ranging). Tuttavia in linguistica questa distinzione non viene fatta.

Tutte in maiuscolo o solo l’iniziale?

Rimane aperto il problema di come scrivere le sigle, tutte in maiuscolo o solo con l’iniziale?

Secondo una normativa (UNI 7413, Acronimi, grafia e impiego, 1975) andrebbero scritte in maiuscolo, senza spazi tra le lettere e punti di abbreviazione. Ma questa prescrizione è un po’ datata e questa tendenza è sempre più in disuso.

Il consiglio che riportano tutti i manuali e le norme editoriali dei principali editori è di trattare le sigle più diffuse ed entrate nel linguaggio corrente come parole normali che si possono scrivere solo con l’iniziale maiuscola, per esempio Unesco, Fiat, Rai e via dicendo, o anche completamente minuscole nel caso di sigle entrate nel linguaggio comune come cd, sms, tv, pc o ufo e laser, così diffuse che si è perso l’etimo della sigla (rispettivamente Unidentified Flying Object e Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation). E proprio tra le sigle editoriali capita di trovarle con la prima maiuscola (es. Ndr = nota del redattore), tutte in minuscolo (nda = nota dell’autore) e anche con i punti (N.d.T. = nota del traduttore).

Comunque, la scelta di scriverle tutte in maiuscolo è possibile (dunque si trovano esempi di HTML, Html e html a proposito del famoso codice delle pagine web) ed consigliabile per le sigle tecniche o di settore che non sono note a tutti, e in questi casi è buona norma affiancarle, tra parentesi, con la dicitura completa, per essere più chiari.

Le regole per combinare le lettere nella formazione delle parole

■ Quando si scrive “ce” di cento e quando “cie” di cielo? ■ Quali sono le parole che si scrivono con la i come cielo? ■ Quali sono le parole che si scrivono senza i, come celeste? ■ Quando si usa “qu” di quaderno, e quando “cq” di acqua? ■ Quando si usa “cu” di cuore e quando “qu” di quadro? ■ Quali sono le parole che non vogliono la q, come taccuino? ■ Perché si scrive iniquo con la Q, ma proficuo con la C? ■ Quando si scrive con il GL (come aglio) e quando senza (come olio)? ■ Quali sono le parole che si scrivono senza il GL come cavaliere? ■ Quali sono le parole che si scrivono con il GL come aglio? ■ Perché glicemia non si pronuncia come aglio? ■ Davanti a B e P la N si trasforma sempre in M? ■ Perché si dice Giampiero con la M ma benpensante con la N? ■ Il GN non è mai seguito dalla i? ■ Si dice sognamo o sogniamo con la “i”? ■ Perché se dopo il GN non si usa la “i” si dice compagnia? ■ Quando si usa il GN di gnomo e quando non si usa come in niente e in genio? ■ Le parole con -ZIA, -ZIO E -ZIE come grazie si possono a volte scrivere con la doppia Z? ■ Perché si dice giustiziere con una sola Z ma corazziere con due Z? ■ Perché “sopra” + “tutto” diventa “soprattutto” con la doppia T? ■ Perché coscienza si scrive con la “i” e conoscenza senza? ■ Quali sono le parole come scienza che vogliono la “i”? ■ Quali sono le parole come conoscenza che si scrivono senza la i? ■ Il suono “sce” di scendere è diverso dal suono “scie” di scienza? ■ Quali sono le forme del verbo avere che richiedono l’H come “hanno”? ■ Quando si usa la H in italiano?

Le lettere dell’alfabeto si combinano tra loro nel formare le sillabe, e dunque le parole, seguendo alcune regole che possono fugare molti dubbi ortografici che spesso attanagliano tutti: perché si scrive coscienza ma conoscenza? Perché si scrive cielo ma celeste? E la q? Come ci si può destreggiare tra acqua, scuola e soqquadro? Quando usare il gl (aglio) e quando no (olio)? E perché si scrive niente ma gnomo?

Di seguito alcune indicazioni, esempi ed eccezioni che dovrebbero risolvere i dubbi grammaticali più frequenti.

 “Ce” di cento o “cie” di cielo?

La maggior parte delle parole con il suono ce non presenta problemi: si scrivono senza la i: cento, cera, cerotto e cetriolo.

Tuttavia ci sono alcuni vocaboli che invece richiedono la i (anche se nella pronuncia non si sente), tra queste è bene ricordare le seguenti eccezioni:

cielo e cieco, che però nei derivati perdono però la i: celeste e cecità;
pasticciere (ma si è diffuso anche pasticcere), anche se pasticceria si scrive senza la i:
crociera, che non deriva da croce, e si scrive diversamente da crocefiggere, crocevia… che come il sostantivo che li ha generati non vogliono la i;
società, superficie e specie;
sufficiente e derivati (insufficienza…), efficienza e derivati (inefficienza…).

Anche il suono ge presenta qualche eccezione che prevede la i, per esempio igiene e derivati (igienico, igienista, igienizzante).

Bisogna poi fare attenzione ai plurali dei nomi che terminano in –cia e –gia che al plurale mantengono la i quando sono preceduti da vocale (ciliegiaciliegie, valigiavalige), mentre la perdono quando sono preceduti da una consonante (provinciaprovince, aranciaarance).

Per saperne di più → “I plurali dei nomi che terminano in -co e -go).

“Qu” di quaderno, “cq” di acqua o “cu” di cuore?

Il suono cu si scrive quasi sempre con “qu” (quaderno, quarzo, questione, quiete, quiz), sempre seguito da vocale, anche se tra le eccezioni (la differenza nella pronuncia è impercettibile) ci sono:

arcuato (da arco), acuire, innocuo, circuire, circuito, cospicuo, cui, cuocere, cuoio, cuoco, cuore, proficuo, promiscuo, percuotere, riscuotere, scuola, scuotere, taccuino e vacuo.

La ragione di queste differenze sta nell’etimo di ogni parola, dunque si scrive iniquo (perché deriva da non equo), ma proficuo (da proficuus cioè che dà profitto).

Quando il suono è rafforzato si usa il “cq” (acqua, acquisto) tranne in soqquadro, l’unica parola della nostra lingua con la doppia q.

Il gl o no? Aglio, olio e glicemia

Nel caso del trigramma gli + vocale (aglio, coniglio, taglio, voglio…) in certi casi è sostituito da li + vocale, ma la pronuncia è un po’ diversa e aiuta a scrivere correttamente parole come olio, cavaliere, concilio, milione o esilio.

Anche se le parole con gli si pronunciano quasi sempre dolci, questi dubbi svaniscono nei pochi casi in cui la pronuncia è dura, per esempio glicemia, glicerina, glicine o glicemico che derivano dal greco glykeròs che significa “dolce” (da cui glucosio). Lo stesso avviene nel caso di glissare, cioè sorvolare (dal francese glisser), o nei derivati di glisso- (incidere) tra cui glittica (tecnica di incisione) o glittografia.

N + B e P = imb e imp (ma non vale per i benpensanti)

Un’altra delle regole alla base della formazione delle parole vuole che la n, davanti alle lettere b e p, si trasformi in m per ragioni eufoniche, per cui in + possibile diventa impossibile, e Gian Piero e Gian Paolo, se diventano un nome solo, si trasformano in Giampiero e Giampaolo (di solito).

Tuttavia il cane sanbernardo, il sanpietrino (ma anche sampietrino), il panpepato e il benpensante mantengono la n, perché sono percepiti come termini staccati, mentre parole straniere acquisite come input o bonbon non seguono certo le regole della nostra lingua.

Il gn non vuole mai la i (a meno che non sogniamo in compagnia e che non ci sia niente da fare)

Tra le regole della formazione dei gruppi consonantici c’è quella del gn che non va mai seguito dalla i (gnocco, gnomo…) tranne per i verbi in -gnare che, coniugati, possono avere forme come sogniamo (dove la i fa parte della desinenza verbale: sogn-iamo è come am-iamo, e omettere la i non è elegante, anche se è diffuso) o in parole come compagnia (dove per fortuna l’accento che cade sulla i non lascia dubbi) che è una cosa diversa da compagna.

Ma anche se la maggior parte delle parole segue la regola del gn, altre volte, invece, la g non è presente (la pronuncia è un po’ diversa, ma bisogna avere orecchio), per cui bisogna fare attenzione a non scrivere con il gn parole come niente, genio o scrutinio!

I raddoppiamenti: dire che zio e zia non vogliono mai la doppia z sarebbe una pazzia

Un’altra regola che si ripete spesso in modo impreciso è che zio, –zia e –zie non vogliono mai la doppia z, dunque si scrive razione, reazione, iniziazione, inezia, grazie… Ciò è vero il più delle volte, però c’è qualche eccezione, come pazzia e razzia, e se giustiziere si scrive con una sola z, ciò non vale per corazziere, tappezziere e carrozziere (costruiti sulla doppia z di corazza, tappezzeria e carrozza). Meglio riformulare la regola specificando che solo davanti alle parole in ione la z – e anche la g – non si raddoppiano mai (ragione, nazione), esattamente come davanti alle parole in ile la b non si raddoppia mai (abile, mobile).

Viceversa, in molti altri casi il raddoppiamento di consonante nelle parole composte diventa una regola (per ragioni eufoniche) per cui sopra + tutto diventa soprattutto (sempre con quattro t in totale), + su (o giù) diventa lassù (o laggiù) o da + capo diventa daccapo.

La scienza e la conoscenza

Un altro dubbio grammaticale frequente riguarda l’ortografia di sc quando è pronunciato dolce, che talvolta è seguito dalla i e altre volte dalla e. Si scrive quasi sempre senza la i: sce (scendere, scemo, cosce), tranne in parole come

usciere;
scie (plurale di scia);
coscienza e derivati (incoscienza);
scienza e tutti i derivati: fantascienza, scientifico… (mentre conoscenza si scrive senza i perché deriva da conoscere e non da scienza).

Attenzione alla H

Un’ultima precisazione riguarda l’uso della lettera h; bisogna ricordare che serve per rafforzare quattro forme del verbo avere:

ho, hai, ha e hanno (nel caso di essere per il rafforzamento si usa l’accento: è).

L’h, inoltre, si usa anche in alcune interiezioni come ahimè! oh! ahi!… oltre che per rendere duro il suono di c e g (chiesa, ghette) e in alcune parole straniere (hotel, hall, humus…).

Monosillabi che cambiano significato con l’accento

■ Quali sono i monosillabi che vogliono l’accento? ■ Che differenza c’è tra “te” e “tè”? ■ Che differenza c’è tra “di” e “dì”? ■ Che differenza c’è tra “ne” e “né”? ■ Che differenza c’è tra “da” e “dà”? ■ Che differenza c’è tra “si” e “sì”? ■ Che differenza c’è tra “se” e “sé”?

In linea di massima, nei monosilabi l’accento grafico non si mette: avendo una sola sillaba è chiaro dove l’accento va a cadere, sull’unica vocale esistente.

Tuttavia, si usa per distinguere tra loro monosillabi omofoni (dallo stesso suono) ma con diverso significato, e bisogna perciò fare attenzione in questi casi, quando si scrive.

Di seguito un elenco di questi monosillabi che cambiano significato a seconda dell’accento, ed è importante anche fare atenzione agli accenti acuti per esempio di e da quelli gravi che distinguono il pronome te dal che si beve (come il caffè).

e (congiunzione) egli è (verbo)
da (preposizione) egli (verbo)
si (pronome o nota musicale) (affermativo)
se (congiunzione) (pronome)
te (pronome) (bevanda)
ne (pronome/avverbio) (negazione)
di preposizione (giorno) e o di’ (verbo dire)
li (= loro) e la (articolo o nota musicale) e là (luogo)
che (pronome/congiunzione) ché (nel senso di poiché)

Dubbi di pronuncia

■ Si dice appèndice o appendìce? ■ Si dice amàca o àmaca? ■ Si dice pùdico o pudìco? ■ Si dice ìinfido o infìdo? ■ Si dice mòllica o mollìca? ■ Si dice utènsileo utensìle? ■ Si dice èdile o edìle? ■ Si dice Sàlgari o Salgàri? ■ Si dice facòcero o facocéro? ■ Si dice io vàluto o valùto? ■ Si dice sàlubre o salùbre? ■ Si dice cùculo o cucùlo? ■ Si dice persuadére o presuàdere? ■ Si dice tèrmite o termìte? ■ Si dice cosmopolìta o cosmopòlita?

Ci sono molte parole che presentano frequentemente dubbi di pronuncia, e spesso vengono dette usando un accento tonico errato.

Di seguito un elenco di quelle più “spinose” che bisognerebbe conoscere, anche se per alcune i dizionari ormai riportano anche la pronuncia meno corretta proprio perché viene travisata così di frequente che tende a diventare quasi la norma.

amàca (non àmaca);
appendìce (non appèndice);
bocciòlo (non bòcciolo);
codardìa (non codàrdia);
cosmopolìta (non cosmopòlita);
cucùlo (non cùculo);
edìle (non èdile);
facocèro (e non facòcero);
gòmena (non gomèna);
guaìna (non guàina);
gratùito (non gratuìto);
infìdo (non ìnfido);
incàvo (non ìncavo sul modello di còncavo);
ìnternet (non internèt);
isòtopo (non isotòpo);
leccornìa (non leccornia);
libìdo (non lìbido);
mollìca (non mòllica);
ossìmoro, ma anche ossimòro;
persuadére (non persuàdere);
pudìco (non pùdico);
robòt (o ròbot, ma non robò alla francese: è un termine diffuso da un romanzo dello scrittore ceco K. Capek, 1890-1938);
rubrìca (non rùbrica);
salùbre (non sàlubre);
Salgàri (e non Emilio Sàlgari);
scandinàvo (meglio di scandìnavo, accettabile, ma meno corretto);
scòrbuto ma anche scorbùto;
seròtino (non serotìno);
sìlice (non silìce sul calco di silìcio);
tèrmite (più corretto di termìte);
ùpupa (non upùpa);
utensìle, meglio di utènsile anche se varia a seconda del contesto: se usato come aggettivo è accettabile utènsile (una macchina utensile); se è sostantivo si pronuncia utensìle (l’utensile del calzolaio);
● (io) valùto, (tu) valùti, (egli) valùta (più corretto e preferibile e alla forma vàluto, che però è ormai accettata ed entrata in uso);
zaffìro (è più diffuso e preferibile a zàffiro, con la pronuncia alla greca).

Vedi anche
→ “Quando l’accento cambia il significato
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z

Quando l’accento cambia il significato

■ Che differenza c’è tra nòcciolo e nocciòlo? ■ Si dice egli viòla o egli vìola? ■ Si dice ìmpari o impàri? ■ Che differenza c’è tra bàlia e balìa? ■ Che differenza c’è tra nèttare e nettàre?

Alcune parole cambiano significato a seconda di come si pronunciano, per esempio nel caso della dizione della “e” aperta o chiusa, oppure della “o”.

Queste sfumature riguardano però la corretta dizione dell’italiano nazionale, ma l’italiano vivo regionale si può distaccare da questi modelli che invece utilizzano per esempio gli attori.

Ci sono invece altri casi in cui la pronuncia riguarda non una singla lettera, ma l’intera parola e lo spostamento dell’accento tonico da una sillaba all’altra, cambia il significato in un modo che deve essere rispettato da tutti, non è più una questione di dizione, ma di lessico italiano.

Non sono omonimi (parole dallo stesso nome), si tratta di omografi (si scrivono allo stesso modo), ma non sono omofoni (dallo stesso suono) perché possiedono un diverso accento tonico che, anche se non si scrive, è obbligatorio pronunciare nel modo corretto.

Tra queste parole ci sono per esempio:

àltero (modifico) altèro (superbo)
àmbito (cerchia) ambìto (desiderato)
bàlia (che allatta) essere in balìa (di qualcuno)
càpitano (da capitare) capitàno (comandante)
circùito (elettrico) circuìto (da circuire)
dècade (dieci giorni) egli decàde (da decadere)
ìmpari (disuguale) tu impàri (da imparare)
lèggere (verbo) leggére (non pesanti)
nèttare (degli dei) nettàre (pulire)
nòcciolo (del discorso) nocciòlo (l’albero)
io prèdico (da predicare) io predìco (da predire)
rètina (dell’occhio) retìna (piccola rete)
che essi rùbino (da rubare) rubìno (pietra preziosa)
sèguito (scorta) seguìto (da seguire)
tèndine (del muscolo) tendìne (piccole tende)
egli vìola (da violare) viòla (fiore)

Questi accenti tonici si pronunciano ma non si scrivono! Per saperne di più → “Gli accenti grafici“.

Vedi anche
→ “Dubbi di pronuncia
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z

La dizione corretta di “E”, “O”, “S” e “Z”

■ Come si fa a sapere se la S e la Z si pronunciano sorde o sonore? ■ La S e la Z sorde sono la stessa cosa di aspre? ■ Z e S sonore o dolci sono la stessa cosa? ■ Come si pronuncia “dinosauro”? ■ Che differenza c’è tra la Z sorda (o aspra) e quella sonora (o dolce)? ■ La E di “tre” e dei suoi composti si pronuncia sempre stretta? ■ Come si pronuncia la E finale delle terze persone del passato remoto (batté, poté)? ■ La E si pronuncia stretta su perché e tutti i derivati di che? ■ Quali sono gli esempi di parole con la Z sonora? ■ Quali sono gli esempi di parole con la Z sorda? ■ Quali sono gli esempi di parole con la S sonora? ■ Quali sono gli esempi di parole con la S sorda? ■ Quali sono gli esempi di parole con la E aperta? ■ Quali sono gli esempi di parole con la E chiusa? ■ Quali sono gli esempi di parole con la O aperta? ■ Quali sono gli esempi di parole con la O chiusa?

Chi vuole sfoggiare una dizione corretta, perché è un attore o ha esigenze professionali che lo richiedono, segue di solito corsi specifici per “ripulirsi” dalle inflessioni regionali e impara per esempio a dire bène (e non béne), perché (e non perchè), o dinosauro con la S sorda di sasso (e non con quella sonora di rosa).

Le questioni che generano più dubbi sono rappresentate dalla doppia pronuncia di S e Z e di E e O.

La S sonora (o dolce) si trova in parole come asilo o sbaglio e si chiama così perché nel pronunciarla emettiamo un suono sonoro attraverso la laringe. Spesso si trova tra due vocali (chiesa, rosa, musica, viso, paese), ma ci sono troppe eccezioni (goloso, frettoloso….) per farne una regola. Ricorre anche davanti alle consonanti sonore (come b, d, g, v): sbadiglio, sdegno, sgabello, dislivello, asma, slegato, snaturato, sregolato, svelto.

La S sorda (o aspra) si pronuncia senza che le corde vocali vibrino, quasi come fosse raddoppiata e ricorre in parole come sasso o rosso, cioè quando è doppia (posso, masso) o quando è a inizio parola seguita da vocale (sale, sera, siedi, solo, subito). E ancora quando è preceduta da un’altra consonante (penso, psicologo, immenso).

La Z sonora (o dolce) ricorre in parole come zanzara o dozzina (le corde vocali vibrano come nel ronzio della zanzara). Di solito si pronuncia così quando è in mezzo a due vocali (ozono, azalea), nei verbi in –izzare (organizzare, penalizzare) e nella prima parte di tutte le “-izzazioni” (la seconda parte di organizza-zione è invece aspra).

La Z sorda (o aspra), senza vibrazioni delle corde vocali e movimenti della laringe, ricorre in parole come stanza o bellezza e si usa di solito nelle parole che terminano in –zione (colazione, petizione), quando precede i dittonghi con la i (pazzia, grazie, ozio, tizio, polizia), quando segue la l (calzini, sfilza, alzato), nelle terminazion in –anza (stanza) o –enza (pazienza) e quando ha un raddoppiamento forte (pazza, pezza, pizza, pozzo e puzza), ma ci sono eccezioni come azzardo e azzurro e molti altri casi complessi.

Dunque, per la S e la Z le cose non sono semplici, e a parte questi accenni ci sono tantissimi altri casi che richiederebbero una trattazione molto più approfondita, che però riguarda la dizione professionale, perché la pronuncia delle lettere ha anche forti oscillazioni regionali che non è necessario modificare, se non c’è l’esigenza di parlare l’italiano “nazionale”.

Pronuncia chiusa di E e O

Per quanto riguarda la doppia pronuncia di E e O, ecco una breve lista di casi, che ha solo il valore di fornire qualche esempio, in cui si dovrebbe pronunciare l’accento chiuso di é e ó:

● quando l’accento tonico cade sulla “e” o sulla “o” le pronunce sono spesso chiuse (dóccia, sónno, vólere, pótere), anche se ci sono eccezioni come cièlo, gèlo, mèntore o gònna (ma anche gónna è accettato dai dizionari). Ciò vale per gli accenti tonici che cadono all’interno della parola, e non per le parole accentate sull’ultima (tronche);
● su tre e tutti i composti (ventitré, trentatré… dove però è giusto indicare anche l’accento grafico, oltre che tonico, perché cade sull’ultima sillaba);
● su venti (il numero 20, altrimenti si dice vènti alisei) e derivati (ventuno, ventidue…);
● su perché, affinché, cosicché e tutti gli altri composti di che (ma anche in questo caso è obbligatorio mettere l’accento grafico acuto, che indica proprio la pronuncia);
● su me, te e (nell’ultimo caso si indica, acuto, per non confondere la parola con il se congiunzione; quanto al con l’accento aperto è invece una bevanda, vedi anche → “Monosillabi che cambiano significato con l’accento“);
● nelle preposizioni proprie e negli articoli: ló , le, cón, per, degli, dei… (dèi aperto, è invece il plurale di dio);
● negli avverbi in -mente;
● su questo, quello, dópo, mentre, entro, spesso;
● tra i molti nomi si possono ricordare per esempio: capello, cerchio, forchetta, giorno, maschietto, mente, segno, tristezza, teschio, vetro;
● spesso nelle terze persone singolari del passato remoto dei verbi, per esempio: poté, batté, ripeté…;
● in molte flessioni verbali come: sembra, balbetto, metto, mento (mentire).

Pronuncia aperta di E e O

Di seguito qualche esempio in cui, invece, la pronuncia è con l’accento aperto (è/ò):

● quasi sempre nei dittonghi in ie: ariete, cerniera, irrequieto, obbedienza, (ma bigliétto è un’eccezione, come anche gaiézza);
● spesso nelle parole dove la sillaba con la “e” è seguita da una sillaba con un dittongo: genio, miseria, sedia, serio, straniero;
● nei participi in -ente: aderente, incongruente, pezzente, potente, presente, presidente, solvente;
● su pòi e fuòri;
● su sei, sette, òtto e dieci;
● nelle parole che terminano in “o” accentate, tutte aperte così come si scrivono: (oblò, menabò).

A parte queste sommarie indicazioni e questi esempi che aiutano, le cose sono molto più complesse, e in caso di dubbi non resta che controllare le pronunce corrette su un dizionario.

Vedi anche
→ “Quando l’accento cambia il significato
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole

Pronuncia e dizione

■ Cos’è la dizione? ■ Che differenza c’è tra l’italiano nazionale e quello regionale? ■ Si dice stèlla o stélla? ■ Come si dovrebbe pronunciare la Z di zucchero? ■ Che differenza c’è tra la dizione di una lettera e la pronuncia di una parola? ■ Dire “perchè” invece di “perché” è un errore? ■ Secondo le regole della dizione si dovrebbe die “bène” o “béne”?

Si dice stélla o stèlla?

La prima opzione è quella corretta, come riportano i dizionari, ma sull’apertura delle vocali – come anche sulla doppia pronuncia di “s” e “z”, per cui è più corretto dire (z)zucchero e (z)zio, sonori, quasi con il raddoppiamento – pesano molto le inflessioni regionali e non è sempre fondamentale uniformarsi alle regole della dizione. O più precisamente: quando dalla pronuncia degli accenti dipende il significato di una parola (èsca = verbo ed ésca = verme da mettere sull’amo) sarebbe meglio essere precisi, ma negli altri casi ognuno ha il diritto di esprimersi con la vivacità del proprio bagaglio linguistico territoriale, e le inevitabili parlate e inflessioni dialettali sono espressive e caratterizzanti. Dal modo naturale con cui ognuno parla è possbile riconoscere per esempio l’area geografica dove è nato o vissuto, mentre l’italiano “nazionale” che ascoltiamo per esempio nell’audio di una pubblicità è impersonale, nella sua “perfezione”.

Nella pratica quasi nessuno parla con l’impostazione perfetta dell’italiano “standard” dei dizionari, tranne gli attori, che sulla dizione e la pronuncia fondano la loro professione, ed è per loro fondamentale essere impostati e dire “bène” invece di “béne” o “perché” invece di “perchè”. La dizione non riguarda solo la pronuncia, insegna anche a scandire bene ogni lettera, a impostare la voce e a usarla in modo profesionale. Ma l’italiano impostato e privo di connotazioni regionali vive solo in televisione, al cinema e a teatro, e spesso nemmeno lì: che ne sarebbe di Massimo Troisi o di Eduardo De Filippo senza il napoletano, di Alberto Sordi senza il romano o di Roberto Benigni senza il toscano?

A seconda dei contesti comunicativi, perciò, una dizione perfetta può essere essenziale per gli attori, o utile per parlare in pubblico, ma viceversa per il linguaggio colloquiale tra amici e parenti essere troppo impostati può essere recepito come un parlare artificiale, distante o freddo.

Fatte queste premesse, ci sono alcune regole della dizione sovraregionale che si possono seguire soprattutto nella pronuncia delle “e”, delle “o”, delle zeta o delle esse.

Ma bisogna fare un’importante distinzione tra la dizione delle lettere (per esempio le sfumature regionali della zeta o le aperture di certe vocali) e la pronuncia delle parole, che riguarda l’accento tonico vero e proprio, cioè dove cade l’accento di una parola. In questo caso lo spostamento di un accento da una sillaba all’altra è una questione di lessico, non di dizione, e può cambiare il significato delle parole: il nòcciolo del discorso non è il nocciòlo, cioè l’albero delle nocciole, e la rètina dell’occhio non è una retìna per prendere i pesci! Questi accenti tonici devono essere seguiti da tutti, non solo dagli attori.

Per saperne di più vedi → “Quando l’accento cambia il significato” (un elenco di parole che cambiano significato in base a dove cade l’accento), e → “Dubbi di pronuncia” (un elenco di parole che si sbagliano spesso, come rùbrica e non rubrìca, o edìle e non édile) .

L’accento: differenze tra parlare e scrivere

■ Gli accenti grafici coincidono con quelli tonici? ■ Si può pronunciare una parola diversamente da come indicato nel dizionario? ■ Come si fa a sapere come pronunciare e scrivere correttamente gli accenti?

La “A“, la “I” e la “U” in italiano hanno una sola pronuncia possibile.

La “E” e la “O” hanno invece ognuna due diverse pronunce possibili, aperta (è e ò) e chiusa (é e ó).

E allora come si fa, di volta in volta, a sapere quale utilizzare sia nello scrivere sia nel parlare?

Quando scriviamo l’unico problema si pone per la lettera “E” a fine parola, e infatti sulle tastiere sono presenti due caratteri distinti (è/é). Per esempio, caffè si scrive e pronuncia con la e aperta (accento grave), mentre perché si pronuncia con la e chiusa (accento acuto). In questi casi la pronuncia è indicata dall’accento grafico che coincide con l’accento tonico, dunque le cose sono più facili. Se non si sa come scrivere e pronunciare correttamente queste parole si può consultare un dizionario, anche se esistono delle indicazioni che aiutano a orientarsi (vedi → “La dizione corretta di e, o, s e z“). L’ortografia delle altre parole accentate sull’ultima sillaba (tronche), in italiano non presenta problemi, si scrivono tutte con un solo accento (e sulle tastiere ci sono solo le lettere con l’accento grave, bsta usare quello): maestà, colibrì, cucù e anche però. Dunque la “O” accentata a fine parola si scrive e pronuncia sempre aperta (accento grave).

Quando parliamo le cose sono più complicate, perché gli accenti si pronunciano ma non si scrivono e anche la “O” (come la “E“) all’interno di parola può essere detta in due modi. Ancora una volta in caso di dubbi si può consultare un dizionario, che riporta anche la pronuncia corretta di ogni parola nell’italiano “nazionale”, e seguire alcune regole e indicazioni che possono aiutare.

Bisogna però precisare che se, nello scrivere, gli accenti grafici a fine parola sono obbligatori e non si può scrivere “perché” con l’accento grave (perchè), quando parliamo, in generale, non è richiesta una dizione come indicata nel vocabolario, e tranne nel caso di attori o annunciatori che seguono la dizione sovraregionale ognuno usa la propria parlata e inflessione regionale, che non è “errata”, fa parte dell’italiano vivo che caratterizza il modo di parlare di ciascuno. Un toscano dirà istintivamente “perché”, e un lombardo “perchè”, ma questo distaccamento non è un “errore”, fa parte della lingua viva. L’italiano standard è un’astrazione che vive solo in tv, a teatro o al cinema, e spesso anche in questi contesti si trovano le varietà che contraddistinguono l’italiano “reale”.

Tuttavia, è bene sapere che una dizione corretta può cambiare il significato delle parole, e per esempio le domande da pórci (con la o chiusa, da porgere) non sono la stessa cosa delle domande da pòrci (con la o aperta), cioè da maiali.

Vedi anche
→ “Quando l’accento cambia il significato
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z
→ “Dubbi di pronuncia

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