Plurali anomali

■ Quali sono le parole che al plurale cambiano genere come uovo e uova? ■ Che differenza c’è tra  orecchi e orecchie? ■ Quali sono le parole che hanno un plurale sia al maschile sia al femminile come ginocchi e ginocchia? ■ Quali sono le parole che al plurale cambiano radice come uomo e uomini? ■ Il plurale di calcagno è calcagni o calcagna? ■ Il plurale di tempio è tempi o templi? ■ Qual è il plurale di “belga”? ■ Che differenza c’è tra i gridi e le grida?

Tra i plurali anomali e irregolari, ci sono parole sovrabbondanti che presentano due forme per il plurale e, talvolta possiedono un diverso significato e talvolta no.

Tra questi ultimi ci sono per esempio nomi dal plurale sia maschile sia femminile, come i ginocchi o le ginocchia; gli orecchi e le orecchie (ma quelle che si fanno alle pagine dei libri sono solo al femminile), i gridi (per lo più solo degli animali) e le grida.
In alcuni casi i plurali al femminile vivono solo in alcune frasi fatte, per esempio i calcagni è affiancato da un doppio plurale solo nell’espressione “stare alle calcagna”; i reni e “spezzare le reni”; i cuoi e “tirare le cuoia”.

Ci sono poi plurali che cambiano genere e passano dal maschile al femminile, come un uovo e le uova, il riso (nel senso delle risate) e le risa, il paio e le paia, e poi  alcune unità di misura come il miglio e le miglia, il migliaio e le migliaia, il centinaio e le centinaia, mentre mille nei composti si trasforma in –mila (duemila). Il carcere ha due plurali di diverso genere: i carceri e le carceri. Passa invece dal femminile al maschile la eco che diventa gli echi.

Tra i plurali irregolari femminili c’è ala che diventa le ali, invece di seguire le regole della prima declinazione.

Altri plurali cambiano la radice e così uomo diventa uomini (anche nei composti come gentiluomo), dio diventa dei (che ha anche un’articolazione irregolare: gli dei al posto de “i dei”), e bue diventa buoi, così come uscendo dalla categoria dei sostantivi, anche gli aggettivi possessivi mio, tuo e suo si trasformano in miei, tuoi e suoi.

Tempio e ampio al plurale prendono una “l” (ampio anche nel superlativo amplissimo) e diventano templi e ampli, anche se esistono anche le forme regolari, tempi e ampi.

Infine, un abitante del Belgio è detto belga, ma al plurale diventa belgi, invece di mantenere il suono duro come fa al femminile (le belghe).

Come distinguere gli avverbi da aggettivi, congiunzioni o preposizioni

■ Come si distingue una parola come “forte” che può essere sia aggettivo sia avverbio? ■ Come si distingue una parola come “dopo” che può essere congiunzione, preposizione o avverbio? ■ Quali sono gli esempi di frasi in cui una stessa parola cambia funzione e diventa preposizione, congiunzione, aggettivo o avverbio?

Gli avverbi primitivi (o semplici, ma non sono per niente “semplici”) sono più difficili da riconoscere di quelli derivati dall’aggettivo, che perlopiù finiscono in –mente (sicuramente, velocemente…).

Il problema è che molte volte una stessa parola diventa una diversa parte del discorso a seconda del contesto. Forte, per esempio, può essere un aggettivo, ma può anche diventare un avverbio.

Nell’espressione correre forte (= fortemente) è usato avverbialmente (dunque è avverbio) perché si riferisce al verbo anziché a un sostantivo (è “l’aggettivo del verbo”). Per distinguerlo, oltre a vedere a cosa si riferisce, può essere utile in questo caso notare che quando è avverbio diventa invariabile. Al contrario, quando è riferito al nome è sempre variabile, cioè si può conocrdare nel genere e nel numero: un uomo forte, due uomini forti. Lo stesso vale per chiaro: è avverbio in parlar chiaro (= chiaramente, riferito al verbo e invariabile), ma è aggettivo in l’uomo chiaro (la donna chiara, gli uomini chiari e le donne chiare).

Se questo concetto è forte chiaro si può passare a un distinzione un po’ più difficile.

Altre volte si usano in modo avverbiale anche molte parole invariabili, e per distinguerle si può analizzare solo la loro funzione e il loro significato. Dopo, per esempio, secondo il contesto può assumere il ruolo di avverbio, di preposizione o di congiunzione.
Nell’espresione: vado dopo è riferito al verbo ed è avverbio;
nell’espressione: dopo pranzo vado via (riferito al nome) diventa una preposizione impropria (dopo pranzo è come sul tavolo, nel piatto…);
nell’espressione: dopo aver mangiato (= dopo che ho mangiato) vado via diventa una congiunzione subordinativa, perché congiunge una frase principale a quella subordinata temporale (vado via = principale + dopo che ho mangiato subordinata).

I tanti valori di “che”

■ Quali sono i significati possibili di che? ■ Si può cominciare una frase con che? ■ Si può dire “siccome che”? ■ Come si può distinguere il che congiunzione dal che pronome relativo? ■ Che può essere anche aggettivo?

Che” può assumere tantissimi significati diversi, e per fare un po’ di chiarezza per esempio nell’analisi logica, oppure semplicemente nella comprensione di un testo, va sempre esplicitato.

In altre parole, per poter comprendere il suo valore e il suo senso, bisogna vedere che cosa significa nel contesto e come si può di volta in volta trasformare.

Per esempio può essere:

pronome relativo: l’uomo che (= il quale) parla;
pronome interrogativo o esclamativo: che (= cosa) fare? che bello!;
aggettivo interrogativo o esclamativo: che (= quale) giacca indossi? Che faccia tosta!;
congiunzione: ti dico che sei bravo.

Che altro dire?
Che non è vero che non si può mai iniziare una frase con il che, come talvolta si dice (“che mi venga un accidente se non è così!”: non esistono controindicazione nel cominciare una frase con il congiuntivo preceduto da che).
Oltre a tante frasi comuni che iniziano così (che bello! Che succede? Che mi dici?), ci sono anche molti esempi letterari che contraddicono l’opinione diffusa per cui non sarebbe possibile aprire una frase in questo modo, per esempio l’incipit di un racconto di Jorge Luis Borges:

Che un uomo del suburbio di Buenos Aires (…) s’interni nei deserti battuti dai cavalli (…), sembra a prima vista impossibile

(“Il morto” in L’aleph, Feltrinelli, Milano 1961, traduzione di Francesco Mentori Montalto).

Il fatto che sia possibile non significa però che sia sempre consigliabile: non è vietato, ma bisogna saperlo fare e poterselo permettere.


Invece, a proposito di divieti: non si può mai dire siccome che!

I superlativi “abusivi”, iperbolici e metaforici

■ Si può dire smisuratissimo? ■ Si può fare il superlativo di aggettivi che sono già superlativi? ■ Si può fare il superlativo dei nomi o dei verbi? ■ Si può dire ultimissimo? ■ Si può dire d’accordissimo? ■ Si può dire augurissimi?

Non tutti gli aggettivi possiedono le forme comparative e superlative, per esempio non li hanno quelli  che coinvolgono i concetti di tempo, materia o qualità dell’essere come mensile, marmoreo, triangolare, ateo (non avrebbe alcun senso dire che qualcosa è più mensile di un’altra o sommamente triangolare).

Tuttavia, in senso figurato tutto è sempre possibile (ma dipende dai contesti), e si può dire anche estremissimo, anche se letteralmente estremo significa già ciò che è più esterno, oppure per esagerare: smisuratissimo e ultimissimo, anche se questi aggettivi letteralmente, non lo consentirebbero dal punto di vista grammaticale. Ma poiché la lingua è metafora, tra queste “licenze” si possono trovare casi come “io sono italianissimo” e in questo applicare le regole del superlativo al di fuori del contesto degli aggettivi, le parole “superlativizzate” in modo iperbolico sono tante. Nel nostro lessico sono entrati per esempio padronissimo, finalissima, canzonissima, augurissimi, presidentissimo, affarissimo o campionissimo dove il suffisso dell’aggettivo viene applicato ai sostantivi. Tra i pronomi accresciuti in questo modo si registra stessissimo e poi circolano persino intere locuzioni come d’accordissimo, hai ragionissima, processo in direttissima o in gambissima. E anche i verbi vengono qualche volta accresciuti ricorrendo ai prefissi superlativi: stravedere, strafare, strapagare o stramaledire

Questi ultimi esempi appartengono però ai registri pubblicitari o gergali, più che a quelli formali o poetici, per cui in linea di massima è consigliabile usarli con moderazione.

I superlativi assoluti irregolari

■ Quali sono i superlativi assoluti irregolari? ■ Qual è il superlativo assoluto di benefico? ■ Si può dire malevolissimo? ■ Si può dire asprissimo? ■ Si può dire più estremo? ■ Meglio dire cattivissimo o pessimo? ■ Il superlativo di ampio è ampissimo o amplissimo? ■ Meglio dire miserrimo o miserissimo? ■ Si può dire “celebrissimo”? ■ Ci sono aggettivi che sono già superlativi e non hanno il grado positivo? ■ Qual è il superlativo di interno? ■ Si può dire estremissimo? ■ Qual è il superlativo di vicino?

Come avviene nel caso dei comparativi di maggioranza e di uguaglianza, esistono aggettivi che nella formazione dei superlativi assoluti cambiano completamente la loro radice, oppure non si appoggiano al suffisso -issimo sul modello di bravo bravissimo che contraddistingue i superlativi regolari. Dunque bisogna fare attenzione nei seguenti casi:

● gli aggettivi che terminano in fico e -volo, formano il superlativo in –entissimo (e non in –issimo) perciò:

benefico diventa beneficentissimo
magnifico diventa magnificentissimo
benevolo diventa benevolentissimo
malevolo diventa malevolentissimo…;

● i seguenti aggettivi hanno invece il superlativo in –errimo:

aspro diventa asperrimo (anche se asprissimo ormai si è diffuso ed è accettabile)
misero diventa miserrimo (anche se miserissimo circola, non è elegante)
acre diventa acerrimo (e non acrissimo)
celebre diventa celeberrimo (e non celebrissimo)
integro diventa integerrimo (e non integrissimo)
salubre diventa saluberrimo (e non salubrissimo).

Inoltre, tra le irregolarità, c’è ampio che diventa amplissimo, prende una l come avviene nel caso del plurale anomalo ampli, ma l’uso di ampissimo è diffuso al punto di essere tollerabile.

In altri casi ancora esistono delle forme speciali di comparativi e superlativi, che riguardano alcuni aggettivi che presentano una doppia forma possibile. In tabella sono raccolte tutte queste varianti.

Grado positivo Comparativo Superlativo
buono più buono
o migliore
buonissimo
o ottimo
cattivo più cattivo
o peggiore
cattivissimo
o pessimo
grande più grande
o maggiore
grandissimo
o massimo
piccolo più piccolo
o minore
piccolissimo
o minimo
alto più alto
o superiore
altissimo
o sommo o
supremo
basso più basso
o inferiore
bassissimo
o infimo
interno più interno
o interiore
intimo
esterno più esterno
o esteriore
estremo
vicino più vicino prossimo

ATTENZIONE ALL’ERRORE
Come nel caso dei comparativi non si può dire “più meglio” o “più migliore“, anche nel caso dei superlativi non si può dire “più buonissimo“, “più ottimo“, più pessimo” o “più massimo“, queste parole hanno già il significato di massimo grado e non si possono “aumentare”, così come non avrebbe senso dire “più ultimo” o “più primo”.

Tuttavia, nel caso di prossimo, intimo o estremo, hanno perso l’originale significato di superlativi e vivono di vita propria, sono usati anche con altri significati che permettono dei paragoni o degli aumenti di grado: si può dire che un parente è più prossimo (= vicino) di un altro, che uno sport è più estremo (= spericolato, rischioso) di un altro, oppure che una confessione è più intima di un’altra. L’uso di queste espressioni è documentato persino in autori classici (“circondato da’ parenti più prossimi, stava ritto nel mezzo della sala”, Promessi sposi) e non è errato. A riprova della perdita dell’originario significato superlativo ci sono espressioni come estremissimo o intimissimo che circolano con una certa frequenza. Inoltre, in senso figurato tutto è sempre possibile, persino la consuetudine di rendere superlativi i sostantivi (partitissima, finalissima), i pronomi (stessissimo) o intere espressioni (d’accordissimo). Per saperne di più, vedi → “I superlativi ‘abusivi’, iperbolici e metaforici“.

Ci sono infine alcuni aggettivi che non hanno il grado positivo, e sono già espressi in forma comparativa, per esempio anteriore (= davanti a qualcosa d’altro), posteriore, ulteriore, primo, ultimo o postumo.
In modo analogo, altri aggettivi possiedono già un significato superlativo che non permette di accrescerli ancora di più, per esempio colossale, eterno, immenso, enorme, infinito, smisurato, immortale… (salvo gli usi figurati di primissimo, smisuratissimo…).

I gradi dell’aggettivo: i superlativi regolari

■ Che cosa sono i superlativi relativi? ■ Che cosa sono i superlativi assoluti? ■ Come si formano i superlativi? ■ Che differenza c’è tra superlativi relativi e assoluti? ■ Meglio dire bravissimo o assai bravo? ■ Si può dire strabello? ■ Ipersensibile è un superlativo assoluto come sensibilissimo? ■ Quali sono le parole di rinforzo che servono a formare i superlativi? ■ Tutti gli aggettivi hanno il grado superlativo? ■ Che differenza c’è tra “il più bello” e “bellissimo”? ■ Che differenza c’è tra comparativi e superlativi?

Oltre al grado comparativo, un aggettivo può possedere anche quello superlativo, che ne indica il grado massimo e può essere di due tipi:
relativo, quando il confronto è all’interno di un contesto: sei il più (o il meno) bravo della classe. In questo caso, come di solito avviene nel comparativo, il grado massimo si esprime aggiungendo la particela più, senza alterare l’aggettivo;
assoluto, quando l’affermazione è indipendente da ogni confronto, e in questo caso per lo più si forma con il suffisso –issimo: sei bravissimo.

Ma i superlativi assoluti si possono formare anche in altri modi, per esempio con i prefissi stra-, super-, iper-, ultra-, arci-, extra-, ultra– (straricco, superaccessoriato, ipersensibile, ultraricco, arcistufo, extraresistente), oppure ponendo davanti all’aggettivo degli avverbi come molto, assai, estremamente, enormemente…, o ancora con altre parole di rinforzo, per esempio stanco morto, ubriaco fradicio, tutto solo (un altro aggettivo), stanco stanco (ripetizione). Tutte queste possibilità hanno la stessa funzione e lo stesso significato, la loro scelta è solo una questione di stile: si può preferire ipersensibile a sensibilissimo a seconda del contesto.

Tuttavia, in generale, è bene non abusare dei prefissi che sono tipici dei registri pubblicitari (ultrapiatto, extrasottile) o parlati e popolari (strabello, megagalattico).

ATTENZIONE
Questi sono i superlativi assoluti regolari, ma esistono anche altre forme che sono irregolari e che bisogna conoscere. Per esempio i casi in cui il suffisso non è più –issimo, ma –entissimo (malevolentissimo, benefecintessimo) oppure –errimo (celeberrimo), e in altri casi ancora esistono aggettivi diversi da usare, per cui non si dice “internissimo” o “esternissimo” ma intimo ed estremo (per saperne di più → “I superlativi assoluti irregolari“).

Va poi precisato che non tutti gli aggettivi possiedono le forme comparative e superlative, per esempio quelli  che coinvolgono i concetti di tempo, materia o qualità dell’essere come mensile, marmoreo, triangolare, ateo ne sono privi (non avrebbe alcun senso dire che qualcosa è più mensile di un’altra o sommamente triangolare).

I gradi dell’aggettivo: i comparativi

■ Che cosa sono i comparativi di uguaglianza, maggioranza e minoranza? ■ Meglio dire più buono o migliore? ■ Meglio dire più cattivo o peggiore? ■ Si può dire “più minore”? ■ Si può dire “più maggiore”? ■ Cosa sono le particelle comparative?

Quando si fanno dei confronti, un aggettivo può essere paragonato con altre cose attraverso un paragone di uguaglianza, maggioranza o minoranza. In questi casi si dice che è (di grado) comparativo (altrimenti è di grado positivo).
Naturalmente, non tutti gli aggettivi ammettono confronti, e non si può dire che qualcosa è più ultima o più prima di un’altra, anche se in senso metaforico o ironico è sempre tutto possibile, e si può dire che una persona è più quadrata di un’altra (letteralmente non avrebbe alcun senso), o che una cosa è più mia che tua.
Nei comparativi generalmente non si varia l’aggettivo, ma lo si affianca a particelle (dette comparative) che formano delle locuzioni. Per esempio:

● il comparativo di uguaglianza è retto da particelle come cosìcome…; tantoquanto… (a volte le prime si possono anche omettere); o con altre locuzioni come al pari di.
Per esempio: è (così) bello come l’originale; è grande quanto il tuo; è resistente al pari dell’altro…;

● il comparativo di maggioranza è retto da particelle come piùdi…; o piùche
Per esempio: è più alto di me; è più resistente che il tuo;

● il comparativo di minoranza: è retto da particelle come menodi… (o che…).
Per esempio: è meno alto di me; è meno resistente che il tuo.

In questi casi non ci sono problemi, ma in altri casi ci sono alcuni aggettivi che possiedono forme di comparativo differenziate, e dunque si trasformano in una parola sola, invece di appoggiarsi alle particelle comparative, per esempio:

più buono può essere sostituito da migliore: questo compito è migliore dell’altro;
più cattivo può essere sostituito da peggiore: questo compito è peggiore dell’altro;
più grande può essere sostituito da maggiore: questo compito è maggiore dell’altro;
più piccolo può essere sostituito da minore: questo compito è minore dell’altro.

ATTENZIONE ALL’ERRORE
In questi esempi si può scegliere di usare una forma o l’altra, ma l’errore da evitare è quello di mescolarle:
non si può direpiù migliore”, “più peggiore”, “più maggiore” o “più peggiore”! Queste forme includono già il valore del più, per cui il comparativo si forma o con più seguito dall’aggettivo di grado positivo oppure con la forma di comparativo differenziata che ne include il significato.

Sulle doppie forme dei comparativi e sulle differenze con i superlativi vedi anche la tabella in → “I superlativi assoluti irregolari

La declinazione degli aggettivi: genere e numero

■ Gli aggettivi sono sempre variabili? ■ Come si forma il plurale degli aggettivi? ■ Gli aggettivi come si volgono al femminile? ■ Quali sono le declinazioni degli aggettivi? ■ Perché il plurale di poco è pochi, ma quello di pacifico è pacifici? ■ Perché il plurale di saggio è saggi, ma quello di pio è pii? ■ Come si fa il plurale degli aggettivi composti? ■ Quando bello diventa bel, bei, belli? ■ Quando si deve dire quel, quei o quelli invece di quello? ■ Quali sono gli aggettivi invariabili? ■ Quando usa buon e quando buono? ■ Nessun e nessuno seguono le regole di un e uno? ■ Quando l’aggettivo si riferisce a una coppia di nomi uno maschile e l’altro femminile come si declina? ■ Meglio dire i pomodori e le mele rossi, o i pomodori e le mele rosse?

Gli aggettivi sono inclusi tra le parti variabili del discorso perché il più delle volte si concordano con il sostantivo di riferimento nel genere (maschile e femminile) e nel numero (singolare, plurale).

Per essere precisi non sempre è così, e ci sono anche molti aggettivi invariabili come molti numeri, alcuni colori come il rosa, alcuni aggettivi determinativi. Sono invariabili anche:

● aggettivi come tuttofare, stereo, turbo
● alcune locuzioni avverbiali usate come aggettivi (perbene, dappoco);
pari e i derivati (dispari, impari);
● alcuni composti di anti– come antinebbia, antifurto, antiriflesso (ma non vale per antipatico o antisismico, al plurale –ci), di fuori- (fuoripista, fuoriporta), si mono– (monoposto), o di pluri– (pluriuso);

e in altri casi ancora.

Per comprendere quando si possono declinare e come, può essere utile dividerli in categorie a seconda della loro desinenza (così come si fa con i sostantivi):

● gli aggettivi che al maschile singolare terminano in –o (per esempio bello) hanno quattro possibili desinenze:
o per il maschile singolare → uomo bello
a per il femminile singolare, → donna bella
i per il maschile plurale → uomini belli
e per il femminile plurale, → donne belle;


● gli aggettivi che al maschile singolare terminano in –a (es. idealista) hanno tre possibili desinenze:
a per il maschile e il femminile singolare → uomo o donna idealista
e per il femminile plurale, → donne idealiste
i per il maschile plurale → uomini idealisti
 

● gli aggettivi che al maschile singolare terminano in –e (es. interessante) hanno due possibili desinenze:
e per il maschile e femminile singolare → uomo o donna interessantei per il maschile e femminile plurale → uomini o donne interessanti

Inoltre (come nel caso dei nomi in –co e –go), gli aggettivi che terminano in:

● –co al plurale si trasformano in –chi (pronuncia dura; per esempio pòchi, antìchi) quando sono accentati sulla penultima (sono cioè piani); se invece sono accentati sulla terz’ultima (sdruccioli) si trasformano in –ci mantenendo il suono dolce (per esempio: pacìfici, antibiòtici ma al femminile mantengono il suono duro: pacifiche, antibiotiche);
● in –go al plurale diventano –ghi (casalinghi, larghi), ma ciò non vale per i composti di –fago (antropofagi);
● in –io al plurale maschile terminano in –ii quando al singolare l’accento tonico cade sulla i (pìopii), altrimenti si contraggono in una sola –i (saggiosaggi).

Quando sono composti, di solito gli aggettivi cambiano il plurale solo nella desinenza del secondo elemento: verità sacrosante; comunità italo-francesi.


Nel declinare gli aggettivi è bene ricordare che:

bello (come quello, formato dall’articolo determinativo il/lo) si comporta seguendo le regole che governano → l’articolo determinativo, dunque al maschile possiede un doppio singolare e un doppio plurale a seconda della parola che segue: un bel gatto, un bell’armadio, bei colori, begli occhi (al femminile sempre bella e belle). Dunque non è corretto dire che bei occhi;
buono (come alcuno, formato → dall’articolo indeterminativo un/uno) si comporta come l’articolo indeterminativo: buon appiglio (senza l’apostrofo), buono studente (benché buon studente venga ormai tollerato, anche se non elegante), buon’anima, buona persona (al plurale è invece sempre buone e buoni). Vedi anche “L’apostrofo: elisione e troncamento

Infine, bisogna prestare attenzione alle concordanze: quando ci sono aggettivi riferiti a più nomi di genere diverso prevale il maschile, per esempio: “Il gatto e la gatta sono bianchi”, anche se talvolta, per assonanza, è ammissibile anche concordare l’aggettivo solo con il nome più vicino: “Ho passato giorni e settimane intense”. Insomma talvolta le regole di questo tipo non si applicano solo in modo rigido e matematico, sono elastiche e si possono piegare a seconda delle circostanze, se suonano meglio.

La collocazione degli aggettivi

■ Meglio dire una donna bella o una bella donna? ■ Che differenza c’è tra un uomo grande e un grande uomo? ■ Che differenza c’è tra ho visto un solo uomo e ho visto un uomo solo? ■ Perché si può dire un grande principe ma non un azzurro principe? ■ Gli aggettivi vanno prima o dopo il nome? ■ Quali sono le regole della collocazione degli aggettivi qualificativi? ■ Che differenza c’è tra: una bella iniziativa interessante; una bella e interessante iniziativa; e un’iniziativa bella e interessante? ■ Quali sono le regole della collocazione degli aggettivi determinativi? ■ Dire mio figlio o figlio mio è la stessa cosa? ■ Che differenza c’è tra primo numero e numero primo?

Per gli aggettivi qualificativi non esistono regole precise che regolano la collocazione prima o dopo il nome, spesso dipende dallo stile: si può dire indifferentemente “è una bella donna” oppure “è un donna bella”.

In altri casi è invece obbligatorio collocare l’aggettivo dopo il nome: non si può dire “un azzurro principe” né un “universitario professore” (anche se si può dire “un grande principe” e un “valente professore”).

Insomma, in mancanza di regole precise non resta che andare a orecchio e valutare caso per caso.

In linea di massima, però, l’aggettivo precede il nome quando ha un senso generico o esprime qualità permanenti e naturali (una buona idea, un bel film), mentre si colloca dopo quando lo si vuole mettere in risalto (un’idea buona, un film bello) o per specificare una particolarità del nome (medico legale, profilo greco).

Quando ci sono più aggettivi si possono collocare anche prima e dopo il nome:
● una meravigliosa iniziativa interessante,
● una meravigliosa e interessante iniziativa,
● un’iniziativa meravigliosa e interessante.

A volte la posizione dell’aggettivo può conferire alla frase significati diversi (o diversi significati, è lo stesso), per esempio: Napoleone era un granduomo, ma non un uomo grande (nel senso della statura); e ho visto un uomo solo (= da solo) è diverso da ho visto un solo uomo (cioè ho visto solo lui).

Gli aggettivi determinativi, invece, di solito precedono sempre il nome cui si riferiscono, a parte in pochissimi casi.
Con gli aggettivi possessivi, per esempio, sono ammissibili forme come “figlio mio!”, che ha un valore diverso rispetto a “mio figlio” che si usa abitualmente. Anche nel caso dei numerali si possono registrare delle eccezioni, per esempio si dice: “Sei il numero uno” (l’aggettivo è posticipato), mentre un “numero primo” (cioè divisibile solo per sé stesso) ha un significato diverso da “il primo numero”.

I colori non sono sempre aggettivi variabili

■ Quando i colori si concordano nel numero e nel genere e quando no? ■ Perché si dice le scarpe rosse al plurale ma le scarpe rosa al singolare? ■ Meglio dire i pantaloni marrone o i pantaloni marroni? ■ Meglio dire le scarpe arancioni o le scarpe arancione? ■ Le gradazioni dei colori, come giallo ocra, si declinano al plurale?

I colori sono perlopiù aggettivi (la mela rossa, i tavoli verdi), ma non sempre. Marrone, per esempio, non è un aggettivo da un punto storico, ma un sostantivo che indica una varietà di castagna (lo abbiamo importato dal francese marron) e solo per estensione è diventato il colore che la contraddistingue, dunque per essere precisi il “maglione marrone” significa: “il maglione color castagna”.

Perciò non si dovrebbe dire “gli stivali marroni”, ma “gli stivali marrone” (anche se ormai i dizionari registrano anche l’uso aggettivale che si declina al plurale, ma è un po’ improprio e non molto elegante).
Per questo motivo alcuni colori si concordano con il nome nel genere e nel numero (i quaderni bianchi e i cieli azzurri), e altri no: le pantofole rosa, cioè del colore della Rosa canina, e non le pantofole rose.

Anche il colore blu è invariabile, ma solo perché è un monosillabo, e come tutti i monosillabi non si volge al plurale (vedi → “Il plurale dei nomi della quarta declinazione“). Lo abbiamo importato solo nella seconda metà dell’Ottocento dal francese bleu che poi abbiamo italianizzato (ma ancora agli inizi del Novecento era più diffuso il francesismo). Precedentemente noi avevamo solo l’azzurro, il celeste (da cielo) o il turchino e il turchese, a loro volta derivati da “pietre turche” perché indicavano il colore delle pietre preziose che arrivavano dalla Turchia.

Anche arancio non si declina, si tratta di un albero e indica il colore dell’arancia (il frutto spesso impropriamente utilizzato al maschile), mentre l’aggettivo derivato che indica il color arancio sarebbe più propriamente l’arancione (preferibilmente invariabile: i pantaloni arancione, “arancioni” è un uso un po’ più popolare e meno elegante). E così non si declinano il color bordò (il colore del vino francese bordeaux), il color nocciola e una serie di colori che non hanno un proprio nome, ma fanno riferimento a cose della stessa tinta: terra di Siena, fumo di Londra, color cammello, carta da zucchero ecc. In questi casi i colori sono invariabili: le scarpe bordò, nocciola, beige, marrone, blu, viola, rosa, lilla, amaranto, indaco

Altrettanto invariabili sono di solito le gradazioni dei colori: le scarpe possono essere gialle, rosse e verdi, ma si dice le scarpe giallo ocra, rosso cupo, verde smeraldo

I numeri romani

■ Come funziona la numerazione romana? ■ Quando è obbligatorio usare i numeri romani? ■ Cosa sono gli aggettivi numerali ordinali? ■ Che differenza c’è tra numeri ordinali e cardinali? ■ Quando è obbligatorio usare i numeri romani? ■ Quando non si possono usare i numeri romani? ■ Come si scrive 50 in numeri romani? ■ I numeri romani si scrivono sempre in maiuscolo? ■ Come si pronunciano i numeri romani?

Gli aggettivi numerali si distinguono in cardinali che corrispondono ai numeri (1, 2, 3…) e ordinali (primo, secondo…) che indicano l’ordine di numerazione. Questi ultimi si possono scrivere seguiti da una piccola “o” in apice, spesso fatta per semplicità con il simbolo ° (1°, 2°… vedi → I caratteri della tastiera) che diventa una “a” per il femminile (1a, 2 a…), oppure con i numeri romani.

Il sistema di numerazione romano segue un po’ la logica del contare con le dita: 1 si indica con un segno (I), 2 con due (II) e 3 con tre (III), ma a questo punto invece di aggiungere un quarto segno è più semplice scrivere 5 meno 1 (IV), quindi, a seconda della posizione di “I” prima o dopo “V” (che indica il numero 5) si ha IV (4) e VI (6). La stessa logica si applica al simbolo X (cioè 10): IX corrisponde a 9, e XI a 11 e così via. Il 50 si esprime con la lettera L, e arrivati al numero 39 (XXXIX), scatta la regola del 50 – 10 cioè XL. I simboli C (100) e M (1.000) sono invece derivati dalle iniziali dell’alfabeto (Cento e Mille).

Lo zero non esiste: verrà importato in Occidente più tardi dagli Arabi insieme alle altre cifre chiamate appunto numeri arabi.

I numeri romani si scrivono sempre in maiuscolo (tranne quando vengono usati nelle note a piè di pagina, per esempio: Manzoniiv), e si usano obbligatoriamente al posto dei numeri arabi per indicare i nomi di papi e re (Luigi XIV, Giovanni XXIII) e anche per indicare i secoli: il XX secolo. In questo caso si pronunciano come numeri ordinali, dunque si dice Luigi quattordicesimo, non Luigi quattordici come a volte si sente.

Spesso, soprattutto in passato, venivano indicate così anche le date di pubblicazione di libri o film, anche se oggi possono risultare di non immediata comprensione, per esempio MCMLXV corrisponde a 1965, e in questo caso si pronuncia come il numero cardinale corrispondente.

A parte questi casi, in generale nello scrivere è sempre meglio evitare le cifre, dunque si scrive “sono arrivato primo” e non “1°”, e per i risultati sportivi o di questo tipo il numero romano sarebbe fuori luogo. Di solito i numeri in cifre si scrivono solo dal decimo in poi (es. il 10° arrivato, il 20° arrivato) altrimenti è meglio usare le lettere.

Di seguito una tabella che aiuta a riassumere le regole e le equivalenze.

Cifre arabe Numeri romani Ordinali in lettere
1 I primo
2 II secondo
3 III terzo
4 IV quarto
5 V quinto
6 VI sesto
7 VII settimo
8 VIII ottavo
9 IX nono
10 X decimo
11 XI undicesimo
20 XX ventesimo
30 XXX trentesimo
40 XL quarantesimo
50 L cinquantesimo
60 LX sessantesimo
70 LXX settantesimo
80 LXXX ottantesimo
90 XC novantesimo
100 C centesimo
101 CI centunesimo
200 CC duecentesimo
300 CCC trecentesimo
400 CD quattrocentesimo
500 D cinquecentesimo
600 DC seicentesimo
700 DCC settecentesimo
800 DCCC ottocentesimo
900 CM novecentesimo
1.000 M millesimo

Gli aggettivi: cosa sono e come si dividono

■ Cosa sono gli aggettivi? ■ Che differenza c’è tra aggettivi qualificativi e determinativi? ■ Cosa sono gli aggettivi dimostrativi? ■ Cosa sono gli aggettivi possessivi? ■ Cosa sono gli aggettivi indefiniti? ■ Cosa sono gli aggettivi numerali? ■ Che differenza c’è tra aggettivi numerali cardinali e ordinali? ■ Cosa sono gli aggettivi primitivi e derivati? ■ Cosa sono le forme alterate degli aggettivi? ■ Come si distingue un aggettivo come “questo” dal pronome? ■ Perché “chiaro” è aggettivo in “maglione chiaro”, ma è avverbio in “parlar chiaro”?

Gli aggettivi sono parole che si aggiungono al nome, e vengono classificate tre le parti variabili del discorso perché si possono di solito (ma non sempre) volgere non solo al singolare e al plurale, ma anche al maschile e al femminile. In questi casi si concordano sempre con il nome nel numero (l’uomo elegante, gli uomini eleganti) e nel genere (l’uomo coraggioso, la donna coraggiosa).

Tradizionalmente vengono distinti in qualificativi, quelli che esprimono qualità (alto, bello, forte, simpatico) e determinativi (o indicativi) che in altre parole indicano qualcosa di determinato (questo libro, non uno qualsiasi; quel cane, il mio orologio, nessun amico).

Più nei dettagli, gli aggettivi determinativi si possono ulteriormente dividere in:

dimostrativi, sono questo e quello (che a seconda delle parole con cui si associa può diventare quel: quel quaderno e quello studio, secondo le regole degli articoli il e lo) che servono a indicare qualcosa vicino a chi parla o scrive (questo animale) oppure lontano (quell’animale).

“Codesto” non si usa
Le grammatiche riportano perlopiù anche codesto, che servirebbe a indicare qualcosa che si trova vicino a chi ascolta (per cui in una conversazione si potrebbe dire: togliti codesto cappello, riferito a chi lo indossa), ma è ormai caduto completamente in disuso, tranne nella parlata toscana e nel linguaggio burocratico dove si riferisce a un ente o istituto con altro significato (mi rivolgo a codesta banca per…).

A questi si possono aggiungere anche stesso e medesimo (chiamati anche aggettivi dimostrativi d’identità o aggettivi identificativi): hanno lo stesso o medesimo vestito (cioè proprio quello). In altri casi hanno un valore rafforzativo: l’ho visto io stesso;
possessivi, cioè mio, tuo, suo, nostro, vostro e loro (quest’ultimo è invariabile). Indicano a chi appartiene qualcosa. Alla terza persona si può usare anche proprio, per esempio: “Guarda solo al proprio (= suo) orticello”, oppure si può usare per rafforzare il legame di proprietà o possesso: “Ce la farò con le mie proprie forze”. Quando l’aggettivo possessivo è accompagnato dai nomi di parentela di solito non vuole l’articolo (per cui si dice “mia sorella”, e non “la mia sorella“). Per saperne di più → “L’uso dell’articolo e la sua omissione“;
indefiniti, si chiamano così perché indicano in modo generico (e appunto indefinito) la quantità o la qualità di qualcosa: ogni, qualche, qualsiasi, qualunque, qualsivoglia (che sono invariabili e si usano solo al singolare), tutto, parecchio, altro e altri ancora tra cui alcuno.

Alcuno si usa solo al singolare e nelle frasi negative diventa nessuno, per cui è meglio dire “non ho alcun dubbio” invece di “nessun dubbio”, dove la doppia negazione risulta pleonastica; in alternativa si può omettere e dire “non ho dubbi”. Va ricordato che alcuno è affiancato dalla forma con troncamento alcun, che non si deve mai apostrofare davanti alle parole maschili (es. alcun amico); segue le regole degli → articoli indeterminativi un e uno (dunque: alcun male e alcuno sforzo), e lo stesso vale per nessuno e nessun (dunque nessun’altra = nessuna, ma nessun altro);
interrogativi ed esclamativi, introducono domande (dirette e indirette) o esclamazioni: che (invariabile), quale e quanto (per esempio: che o quale giornale leggi? Quanti biscotti hai mangiato? Ma anche: che giornata! Quanta gente! Quale valore hai dimostrato!);
numerali, che a loro volta si dividono in:

                – cardinali, cioè i numeri: uno, due, tre…. che sono tutti invariabili, tranne uno che può diventare una, mille che diventa –mila (duemila, tremila, centomila…), milione e miliardo (milioni e miliardi).

Naturalmente quando un numero è riferito al nome assume la funzione di aggettivo (opere da tre soldi), se invece è preceduto dall’articolo, che ha il potere di rendere sostantiva ogni cosa, ha la funzione di un nome: “Il tre è il numero perfetto!”

Se non si tratta di date, formule matematiche, cifre statistiche o importanti che si vogliono mettere in risalto (il 35% degli elettori) o numeri troppo lunghi (ho speso 234.000 euro) è sempre meglio scriverli in lettere e non in cifre (per esempio: dopo quattro giorni). Si usano invece nella numerazione delle note a piè pagina o a fine capitolo, in apice, attaccati alla parola di riferimento (es. parola1).

                – ordinali (indicano l’ordine in una serie): primo, secondocentesimo… e si possono scrivere in cifre arabe seguite dal simbolo ° (1°, 2°…) o in numeri romani, e questa seconda variante è obbligatoria per i nomi di papi e re (Luigi XIV, Giovanni XXIII) e anche per indicare i secoli: il XX secolo (che, anche se stiamo uscendo dalla questione degli aggettivi, si può anche scrivere come il Novecento o il ‘900). Per saperne di più → “I numeri romani“.


Come i → sostantivi, anche gli aggettivi possono essere primitivi (bello, forte, rosso…) o derivati da nomi, come primaverile, boschivo, mortale, dantesco, ombreggiato, milanese… inoltre ci sono le forme alterate, cioè diminutivi e vezzeggiativi (bellino, rosellino), accrescitivi (intelligentone, allegrone per lo più sostantivati) o dispregiativi (giallastro, dolciastro). Tra le alterazioni possibili, molti aggettivi possono anche assumere diversi gradi: bellissimo è il (grado) superlativo assoluto di bello (detto invece di grado positivo, cioè normale), mentre il superlativo relativo si forma con una locuzione, il più bello, così come il grado comparativo di maggioranza (più bello di), minoranza (meno bello di) o di uguaglianza (bello come…).

Per saperne di più → “I gradi dell’aggettivo: i comparativi“; → “I gradi dell’aggetivo: i superlativi regolari“; → “I superlativi assoluti irregolari“.

Una precisazione importante
Non bisogna mai dimenticare che le parole assumono la loro funzione solo all’interno di un contesto, e mai in assoluto. “Ricco“, per esempio, non è necessariamente sempre un aggettivo (essere un aggettivo non è una proprietà della parola) e nell’analisi grammaticale può essere classificato in modi diversi: può anche essere sostantivato (basta aggiungere l’articolo): il ricco, cioè colui che è ricco (sostantivo), che è diverso da “il proprietario ricco” (se c’è il nome di riferimento è sempre aggettivo). Lo stesso vale per altre parole come questo e quello, aggettivi se accompagnati dal nome (questo libro) ma che assumono il ruolo di pronomi dimostrativi se sono da soli: prendi questo. E ancora, una stessa parola che può essere spesso aggettivo, altre volte può essere usata in maniera avverbiale, cioè assumere il ruolo dell’avverbio: “Scrivete chiaro“ (cioè chiaramente, in modo chiaro). In questo caso chiaro è avverbio, invariabile, ed è diverso da “il cielo chiaro” (aggettivo e variabile: alba chiara, cieli chiari, albe chiare).

Per saperne di più → “Come distinguere gli avverbi da aggettivi, congiunzioni o preposizioni