Omografi, omofoni e omonimi

■ Cosa sono gli omografi? ■ Cosa sono gli omonimi? ■ Cosa sono gli omofoni? ■ Che differenza c’è tra omografi e omonimi? ■ Quali sono gli esempi di omografi? ■ Quali sono gli esempi di omonimi? ■ Quali sono gli esempi di omofoni?

Le parole omografe (= dalla stessa grafia) si scrivono allo stesso modo anche se hanno un diverso significato, per esempio “stesse”, congiuntivo di “stare” ma anche plurale femminile di “stesso”. Non è detto, però, che si pronuncino allo stesso modo, alcune possono cambiare significato a seconda dell’accento tonico, come pésca e pèsca).

Le parole che hanno lo stesso suono indipendentemente da come sono scritte, invece, vengono dette omofone (= dallo stesso suono), per esempio la boxe (il pugilato, dal francese) e il box (per es. un riquadro di un testo, dall’inglese). E fuori dalle parole anche il suono e la pronuncia di cu e qu sono omofoni.

Le parole omonime (= dallo stesso nome) infine, sono quelle che si scrivono e si pronunciano in modo uguale (cioè sono sia omografe sia omofone), ma hanno diversi significati, per esempio miglio (che può indicare una distanza, ma anche la graminacea), fiera (una belva ma anche un’esposizione di merci) o riso (per il risotto, ma anche il ridere).

La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole

■ Che differenza c’ è tra pésca e pèsca? ■ Che differenza c’ è tra ménto e mènto? ■ Che differenza c’ è tra vénti e vènti? ■ Che differenza c’ è tra collèga e colléga? ■ Che differenza c’ è tra affétto e affètto?

La pronuncia della “E” può avvenire in due modi: aperta (che si indica con l’accento grave è) e chiusa ( che si indica con l’accento acuto é). Quando scriviamo il problema dell’accento grafico si pone solo nel caso delle parole tronche (accentate sull’ultima lettera: perché, ventitré, oppure caffè, egli è…), ed è importante usare il giusto carattere presente sulla tastiera.
Nel parlare, invece, c’è anche l’accento tonico all’interno di parola, che anche se non si scrive, si pronuncia. Anche se nell’italiano vivo ognuno parla con la propria parlata regionale (non è un errore), è bene sapere che esistono queste differenze che appartengono alla pronuncia nazionale (quella sovraregionale indicata nei dizionari e usata dagli attori che seguono questa dizione).
Di seguito c’è un prospetto utile per scrivere (quando la e accentata sull’ultima è obbligatoria), e anche per parlare, perché ci sono parole che cambiano il proprio significato a seconda dell’accento tonico della e pronunciata aperta (è) o chiusa (é).

egli accètta (da accettare) l’accétta (scure)
l’affètto (passione) io affétto (da affettare)
la collèga (d’ufficio) egli colléga (da collegare)
egli corrèsse (da correggere) se egli corrésse (da correre)
l’isola di Crèta la créta
gli dèi déi (preposizione articolata)
è (da essere) e (congiunzione)
la èsse (lettera S) ésse (femminile plurale di esso)
egli lègge (da leggere) la légge (norma)
io mènto (da mentire) il ménto
la pèsca (frutto) egli pésca (da pescare)
il tè (bevanda) té (pronome)
i vènti (come la tramontana) il vénti (numero 20)
èsca (da uscire) l’ésca (il verme da pesca)

Vedi anche
→ “La pronuncia della O può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z.

La pronuncia della O può cambiare il senso alle parole

■ Che differenza c’ è tra pòrci e pórci? ■ Che differenza c’ è tra còppa e cóppa? ■ Che differenza c’ è tra fòro e fóro? ■ Che differenza c’ è tra cólto e còlto?

La pronuncia della “O” può avvenire in due modi: aperta (che si indica con l’accento grave ò) e chiusa ( che si indica con l’accento acuto ó). Quando scriviamo il problema non si pone, perché l’accento grafico si usa solo sulle parole tronche (accentate sull’ultima lettera: però, menabò, andrò…). Nel parlare, invece, l’accento tonico all’interno di parola oscilla, e nella pronuncia nazionale (quella sovraregionale indicata nei dizionari e usata dagli attori che seguono questa dizione) ci sono parole che cambiano il significato a seconda di come venga pronunicita la “O”. Anche se nell’italiano vivo ognuno parla con la propria parlata rgionale (non è un errore), è bene sapere che esistono queste differenze. Di seguito un prospetto di parole che cambiano il proprio significato a seconda dell’accento tonico pronunciato aperto (ò) o chiuso (ó).

còlto dall’albero cólto (istruito)
la còppa (tazza) la cóppa (di maiale)
il fòro (piazza) il fóro (buco)
le fòsse (Ardeatine) egli fósse (da essere)
il mòzzo (della ruota) io mózzo (da mozzare)
le pòse (atteggiamenti) egli póse (da porre)
i pòrci (maiali) domande da pórci (da porgere)
la ròsa (fiore) è rósa (da rodere)
lo scòpo (fine) io scópo (da scopare)
è tòrta (da torcere) la tórta (dolce)
io vòlgo (da volgere) il vólgo (popolo)
è vòlto (da volgere) il vólto (viso)

Vedi anche
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z.




Fonologia e fonetica

■ Che cos’è la fonetica? ■ Che cos’è la fonologia? ■ Che differenza c’è tra fonetica e fonologia? ■ Che cosa sono i fonemi? ■ Che cosa sono i grafemi? ■ Che differenza c’è tra la fonologia e l’ortografia? ■ Come si articolano le consonanti? ■ Che cosa sono le labiali? ■ Che cosa sono le linguali? ■ Che cosa sono le dentali? ■ Che cosa sono le palatali? ■ Che cosa sono le gutturali?


In questa sezione intitolata Fonologia e dubbi di pronuncia ci sono molte informazioni che riguardano la pronuncia corretta delle parole che si intrecciano inevitabilmente con altre parti della grammatica, come il lessico (per esempio si dice rùbrica e non rubrìca) o l’ortografia (per esempio ci sono accenti che si devono scrivere obbligatoriamente, e non riguardano solo la pronuncia). Dunque alcuni articoli possiedono più etichette e sono rintracciabili anche dalle altre sezioni. Inoltre, sono state incluse anche le principali norme della dizione, che rispetto alla pronuncia delle parole, riguardano quella delle lettere così come si dovrebbe dire nell’italiano “sovraregionale”, e come sono riportate dai dizionari, anche se le variazioni dell’italiano regionale e “reale” sono più che lecite, nel parlare.
Perciò il titolo “fonologia” va inteso in senso ampio e generico.

Tecnicamente la fonologia studia i fonemi, cioè i suoni che si pronunciano nel parlare e di conseguenza anche i grafemi corrispondenti (cioè i segni scritti, le lettere). Poiché non c’è una corrispondenza perfetta tra i grafemi e i fonemi, ecco che nascono i principali dubbi di pronuncia e anche di ortografia.

Uno stesso simbolo grafico può infatti essere pronunciato in modi differenti, per esempio:

● la “S” di sasso è pronunciata diversamente dalla “S” di sbaglio,

anche se si scrivono con lo stesso segno. Viceversa;

● la “C” dura di cuore si pronuncia allo stesso modo della “Q” di quadro, però si scrivono diversamente.

E allora l’ortografia riguarda la scrittura e la punteggiatura, e dunque i grafemi, l’uso corretto della sequenza di caratteri delle parole e del nostro lessico (insieme ad apostrofi, all’uso dell’H, alla punteggiatura…) e la fonologia riguarda l’italiano parlato e le emissioni delle parole.

La fonetica, invece, studia i suoni del linguaggio dal punto di vista della loro articolazione.

L’articolazione delle consonanti, per esempio, dipende da come vengono prodotte con il movimento della bocca e della lingua:

● le labiali sono articolate con le labbra: p, b, f, v, m;
● le linguali, con la punta della lingua: l, r;
● nelle dentali, la lingua poggia sui denti anteriori: d, t, s, z, n;
● le palatali, lingua sul palato: c, g dolci (cesto, gelato);
● le gutturali, lingua appoggiata verso la gola: c, g dure e q (casa, gatto, questo).

La pronuncia delle vocali, al contrario, dipende dall’apertura della bocca, più o meno aperta o chiusa, e dalla posizione della lingua e del canale di fonazione. Anche in questo caso i fonemi possibili non sono cinque (come i grafemi A, E, I, O, U), ma sette, perché “e” e “o” si possono pronunciare aperte o chiuse).

La fonologia (ma la differenza con la fonetica è sottile) si occupa maggiormente dei suoni, e cioè non solo del movimento della bocca, ma anche delle emissioni. Oltre alla pronuncia delle singole lettere dell’alfabeto, studia la pronuncia di quelle combinazioni di lettere che corrispondono a un solo suono, per esempio “ci” e “chi” e ci, i digrammi “gn” e “sc” e tutti gli altri. Per approfondire → “La pronuncia delle lettere“.

Questa sezione “Fonologia e dubbi di pronuncia” contiene i seguenti articoli:

La pronuncia delle lettere
La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
La pronuncia della O può cambiare il senso alle parole
La pronuncia delle parole: accenti tonici
Omografi, omofoni e omonimi
L’accento: differenze tra parlare e scrivere
Pronuncia e dizione
La dizione corretta di “E”, “O”, “S” e “Z”
Quando l’accento cambia il significato
Dubbi di pronuncia

I numeri romani

■ Come funziona la numerazione romana? ■ Quando è obbligatorio usare i numeri romani? ■ Cosa sono gli aggettivi numerali ordinali? ■ Che differenza c’è tra numeri ordinali e cardinali? ■ Quando è obbligatorio usare i numeri romani? ■ Quando non si possono usare i numeri romani? ■ Come si scrive 50 in numeri romani? ■ I numeri romani si scrivono sempre in maiuscolo? ■ Come si pronunciano i numeri romani?

Gli aggettivi numerali si distinguono in cardinali che corrispondono ai numeri (1, 2, 3…) e ordinali (primo, secondo…) che indicano l’ordine di numerazione. Questi ultimi si possono scrivere seguiti da una piccola “o” in apice, spesso fatta per semplicità con il simbolo ° (1°, 2°… vedi → I caratteri della tastiera) che diventa una “a” per il femminile (1a, 2 a…), oppure con i numeri romani.

Il sistema di numerazione romano segue un po’ la logica del contare con le dita: 1 si indica con un segno (I), 2 con due (II) e 3 con tre (III), ma a questo punto invece di aggiungere un quarto segno è più semplice scrivere 5 meno 1 (IV), quindi, a seconda della posizione di “I” prima o dopo “V” (che indica il numero 5) si ha IV (4) e VI (6). La stessa logica si applica al simbolo X (cioè 10): IX corrisponde a 9, e XI a 11 e così via. Il 50 si esprime con la lettera L, e arrivati al numero 39 (XXXIX), scatta la regola del 50 – 10 cioè XL. I simboli C (100) e M (1.000) sono invece derivati dalle iniziali dell’alfabeto (Cento e Mille).

Lo zero non esiste: verrà importato in Occidente più tardi dagli Arabi insieme alle altre cifre chiamate appunto numeri arabi.

I numeri romani si scrivono sempre in maiuscolo (tranne quando vengono usati nelle note a piè di pagina, per esempio: Manzoniiv), e si usano obbligatoriamente al posto dei numeri arabi per indicare i nomi di papi e re (Luigi XIV, Giovanni XXIII) e anche per indicare i secoli: il XX secolo. In questo caso si pronunciano come numeri ordinali, dunque si dice Luigi quattordicesimo, non Luigi quattordici come a volte si sente.

Spesso, soprattutto in passato, venivano indicate così anche le date di pubblicazione di libri o film, anche se oggi possono risultare di non immediata comprensione, per esempio MCMLXV corrisponde a 1965, e in questo caso si pronuncia come il numero cardinale corrispondente.

A parte questi casi, in generale nello scrivere è sempre meglio evitare le cifre, dunque si scrive “sono arrivato primo” e non “1°”, e per i risultati sportivi o di questo tipo il numero romano sarebbe fuori luogo. Di solito i numeri in cifre si scrivono solo dal decimo in poi (es. il 10° arrivato, il 20° arrivato) altrimenti è meglio usare le lettere.

Di seguito una tabella che aiuta a riassumere le regole e le equivalenze.

Cifre arabe Numeri romani Ordinali in lettere
1 I primo
2 II secondo
3 III terzo
4 IV quarto
5 V quinto
6 VI sesto
7 VII settimo
8 VIII ottavo
9 IX nono
10 X decimo
11 XI undicesimo
20 XX ventesimo
30 XXX trentesimo
40 XL quarantesimo
50 L cinquantesimo
60 LX sessantesimo
70 LXX settantesimo
80 LXXX ottantesimo
90 XC novantesimo
100 C centesimo
101 CI centunesimo
200 CC duecentesimo
300 CCC trecentesimo
400 CD quattrocentesimo
500 D cinquecentesimo
600 DC seicentesimo
700 DCC settecentesimo
800 DCCC ottocentesimo
900 CM novecentesimo
1.000 M millesimo

Divisione in sillabe

■ Come si va a capo? ■ Nell’andare a capo si può dividere una sillaba? ■ Quali sono le regole per andare a capo? ■ Il CQ si può spezzare in due sillabe o appartiene a una sola? ■ Si può andare a capo lasciando l’apostrofo da solo sull’ultima riga? ■ Come si va a capo con le parole con la S seguita da consonante come pesca? ■ Le regole di sillabazione dell’italiano valgono anche per le lingue straniere? ■ Quali sono esempi di parole monosillabe? ■ Quali sono esempi di parole bisillabe? ■ Quali sono esempi di parole trisillabe? ■ Quali sono esempi di parole polisillabe?

Le regole di divisione in sillabe della nostra lingua (quelle che servono per andare a capo nel giusto modo) sono state fissate nel 1969 (norma UNI 6461-97) dall’Ente Nazionale Italiano di Unificazione che disciplina le norme di tutti i settori industriali. Ma sono così complicate da ricordare e imparare che è meglio consultare un dizionario in caso di incertezze.

Perciò le linee guida per la divisione in sillabe riassunte di seguito non fugheranno ogni dubbio, ma permettono perlomeno di orientarsi.

Quando si va a capo non si può mai dividere una sillaba, e le parole si possono dividere in:

● monosillabi (è, voi, );
● bisillabi (ca-ne, gat-to);
● trisillabi (mac-chi-na, cer-biat-to);
e polisillabi che hanno quattro o più sillabe (ma-sti-ca-re, con-si-de-re-vol-men-te).

Una consonante semplice seguita da vocale, dittongo o trittongo costituisce un’unica sillaba (se-ra), così come una vocale iniziale seguita da una sola consonate è una sillaba (o-do).

In caso di vocali consecutive, se non siete sicuri di trovarvi di fronte a uno iato (incontro di due vocali divisibili perché di solito rappresentano due emissioni di fiato differenti: poe-ta) o a un dittongo e trittongo (indivisibili: voi, miei) andate sempre a capo con una consonante e mai con una vocale (pie-no e mai pi-eno), eviterete di sbagliare.

Tenete poi presente che le consonanti doppie si dividono sempre in sillabe diverse (dop-pio) e che il cq è come fosse una doppia consonante (ac-qua).

Non si deve mai dividere un gruppo di consonanti che cominciano per s (pe-sca) e di solito quando una sillaba contiene la lettera s, questa va sempre a capo (perciò: pa-sta e mai pas-ta).

Anche i digrammi (es. ch, sc) e i trigrammi (es. sci, gli) non si dividono mai e di solito formano una sillaba insieme alla vocale che li segue (chie-sa, fi-glio).

Evitate di andare a capo con l’apostrofo, è davvero brutto, almeno quanto eliminare l’elisione e aggiungere una vocale (lo apostrofo) per far tornare i conti come si insegnava un tempo.

Un’ultima avvertenza: attenzione alle parole straniere! Non sempre seguono le regole della divisione in sillabe della nostra lingua. E poiché ormai ci sono programmi di scrittura che fanno la sillabazione automatica, se li avete installati e li utilizzate fate sempre attenzione a impostare la lingua italiana, e non per esempio quella inglese!

Sillabe, dittonghi, trittonghi e iati

■ Che cos’è una sillaba? ■ Cos’è un monosillabo? ■ Cos’è un bisillabo? ■ Cosa sono i polisillabi? ■ Cos’è un dittongo? ■ Cos’è un trittongo? ■ Cos’è uno iato?

Una sillaba si può definire come un gruppo di lettere che contengano almeno una vocale, che si pronunciano con una sola emissione di fiato e che costituiscono un’unità fonetica minima.

Le parole possono essere monosillabi (è, voi, ), bisillabi (ca-ne, gat-to), trisillabi (mac-chi-na, cer-biat-to) e e polisillabi che hanno quattro o più sillabe (ma-sti-ca-re, con-si-de-re-vol-men-te).

All’interno delle sillabe si può trovare un dittongo, che è costituito da due vocali adiacenti che si pronunciano con una sola emissione di fiato e che appartengono alla stessa sillaba; il trittongo è invece formato da tre vocali.

Nei dittonghi, le vocali consecutive formano una sillaba indivisibile (voi, piat-to, fie-no, fio-re, fiu-me, pun-tua-le, duel-lo, fuo-ri), e lo stesso avviene per i trittonghi (miei, tuoi, pi-gliai, ma-riuo-lo). Dunque in questi casi non si può andare a capo dividendoli: fanno parte della stessa silaba (vedi anche → “Divisione in sillabe“).

Se invece le vocali formano uno iato (accostamento di vocali consecutive che rimangono separate), si pronunciano con due emissioni di fiato diverse e appartengono a sillabe diverse (zi-a, ma-e-stra, po-e-si-a).

Solitamente lo iato è il risultato di un incontro tra vocali “forti” (a/e/o) come po-e-ta, bo-a-to, a-e-re-o, e-ro-e, pa-e-se, oppure si ha quando le vocali deboli (i/u) hanno un accento tonico: pa-ù-ra, zì-o, tù-o, vì-a. Ma, come sempre, le eccezioni sono in agguato, per esempio: li-u-to o pi-o-lo. Perciò, visto che la questione delle sillabe è molto complessa, il primo consiglio pratico (per i meno coraggiosi) è quello di evitare di andare a capo, in caso di dubbi (vedi → “Divisione in sillabe“).

Bisogna tenere presente che la stessa definizione di sillaba, basata sui suoni, è stata messa in discussione da alcuni linguisti e che le regole di divisione in sillabe della nostra lingua sono state fissate nel 1969 (norma UNI 6461-97) dall’Ente Nazionale Italiano di Unificazione che disciplina le norme di tutti i settori industriali. Ma sono così complicate da ricordare e imparare che in caso di incertezze è meglio consultare un dizionario che fornisce anche la divisione in sillabe delle parole.

Le regole per combinare le lettere nella formazione delle parole

■ Quando si scrive “ce” di cento e quando “cie” di cielo? ■ Quali sono le parole che si scrivono con la i come cielo? ■ Quali sono le parole che si scrivono senza i, come celeste? ■ Quando si usa “qu” di quaderno, e quando “cq” di acqua? ■ Quando si usa “cu” di cuore e quando “qu” di quadro? ■ Quali sono le parole che non vogliono la q, come taccuino? ■ Perché si scrive iniquo con la Q, ma proficuo con la C? ■ Quando si scrive con il GL (come aglio) e quando senza (come olio)? ■ Quali sono le parole che si scrivono senza il GL come cavaliere? ■ Quali sono le parole che si scrivono con il GL come aglio? ■ Perché glicemia non si pronuncia come aglio? ■ Davanti a B e P la N si trasforma sempre in M? ■ Perché si dice Giampiero con la M ma benpensante con la N? ■ Il GN non è mai seguito dalla i? ■ Si dice sognamo o sogniamo con la “i”? ■ Perché se dopo il GN non si usa la “i” si dice compagnia? ■ Quando si usa il GN di gnomo e quando non si usa come in niente e in genio? ■ Le parole con -ZIA, -ZIO E -ZIE come grazie si possono a volte scrivere con la doppia Z? ■ Perché si dice giustiziere con una sola Z ma corazziere con due Z? ■ Perché “sopra” + “tutto” diventa “soprattutto” con la doppia T? ■ Perché coscienza si scrive con la “i” e conoscenza senza? ■ Quali sono le parole come scienza che vogliono la “i”? ■ Quali sono le parole come conoscenza che si scrivono senza la i? ■ Il suono “sce” di scendere è diverso dal suono “scie” di scienza? ■ Quali sono le forme del verbo avere che richiedono l’H come “hanno”? ■ Quando si usa la H in italiano?

Le lettere dell’alfabeto si combinano tra loro nel formare le sillabe, e dunque le parole, seguendo alcune regole che possono fugare molti dubbi ortografici che spesso attanagliano tutti: perché si scrive coscienza ma conoscenza? Perché si scrive cielo ma celeste? E la q? Come ci si può destreggiare tra acqua, scuola e soqquadro? Quando usare il gl (aglio) e quando no (olio)? E perché si scrive niente ma gnomo?

Di seguito alcune indicazioni, esempi ed eccezioni che dovrebbero risolvere i dubbi grammaticali più frequenti.

 “Ce” di cento o “cie” di cielo?

La maggior parte delle parole con il suono ce non presenta problemi: si scrivono senza la i: cento, cera, cerotto e cetriolo.

Tuttavia ci sono alcuni vocaboli che invece richiedono la i (anche se nella pronuncia non si sente), tra queste è bene ricordare le seguenti eccezioni:

cielo e cieco, che però nei derivati perdono però la i: celeste e cecità;
pasticciere (ma si è diffuso anche pasticcere), anche se pasticceria si scrive senza la i:
crociera, che non deriva da croce, e si scrive diversamente da crocefiggere, crocevia… che come il sostantivo che li ha generati non vogliono la i;
società, superficie e specie;
sufficiente e derivati (insufficienza…), efficienza e derivati (inefficienza…).

Anche il suono ge presenta qualche eccezione che prevede la i, per esempio igiene e derivati (igienico, igienista, igienizzante).

Bisogna poi fare attenzione ai plurali dei nomi che terminano in –cia e –gia che al plurale mantengono la i quando sono preceduti da vocale (ciliegiaciliegie, valigiavalige), mentre la perdono quando sono preceduti da una consonante (provinciaprovince, aranciaarance).

Per saperne di più → “I plurali dei nomi che terminano in -co e -go).

“Qu” di quaderno, “cq” di acqua o “cu” di cuore?

Il suono cu si scrive quasi sempre con “qu” (quaderno, quarzo, questione, quiete, quiz), sempre seguito da vocale, anche se tra le eccezioni (la differenza nella pronuncia è impercettibile) ci sono:

arcuato (da arco), acuire, innocuo, circuire, circuito, cospicuo, cui, cuocere, cuoio, cuoco, cuore, proficuo, promiscuo, percuotere, riscuotere, scuola, scuotere, taccuino e vacuo.

La ragione di queste differenze sta nell’etimo di ogni parola, dunque si scrive iniquo (perché deriva da non equo), ma proficuo (da proficuus cioè che dà profitto).

Quando il suono è rafforzato si usa il “cq” (acqua, acquisto) tranne in soqquadro, l’unica parola della nostra lingua con la doppia q.

Il gl o no? Aglio, olio e glicemia

Nel caso del trigramma gli + vocale (aglio, coniglio, taglio, voglio…) in certi casi è sostituito da li + vocale, ma la pronuncia è un po’ diversa e aiuta a scrivere correttamente parole come olio, cavaliere, concilio, milione o esilio.

Anche se le parole con gli si pronunciano quasi sempre dolci, questi dubbi svaniscono nei pochi casi in cui la pronuncia è dura, per esempio glicemia, glicerina, glicine o glicemico che derivano dal greco glykeròs che significa “dolce” (da cui glucosio). Lo stesso avviene nel caso di glissare, cioè sorvolare (dal francese glisser), o nei derivati di glisso- (incidere) tra cui glittica (tecnica di incisione) o glittografia.

N + B e P = imb e imp (ma non vale per i benpensanti)

Un’altra delle regole alla base della formazione delle parole vuole che la n, davanti alle lettere b e p, si trasformi in m per ragioni eufoniche, per cui in + possibile diventa impossibile, e Gian Piero e Gian Paolo, se diventano un nome solo, si trasformano in Giampiero e Giampaolo (di solito).

Tuttavia il cane sanbernardo, il sanpietrino (ma anche sampietrino), il panpepato e il benpensante mantengono la n, perché sono percepiti come termini staccati, mentre parole straniere acquisite come input o bonbon non seguono certo le regole della nostra lingua.

Il gn non vuole mai la i (a meno che non sogniamo in compagnia e che non ci sia niente da fare)

Tra le regole della formazione dei gruppi consonantici c’è quella del gn che non va mai seguito dalla i (gnocco, gnomo…) tranne per i verbi in -gnare che, coniugati, possono avere forme come sogniamo (dove la i fa parte della desinenza verbale: sogn-iamo è come am-iamo, e omettere la i non è elegante, anche se è diffuso) o in parole come compagnia (dove per fortuna l’accento che cade sulla i non lascia dubbi) che è una cosa diversa da compagna.

Ma anche se la maggior parte delle parole segue la regola del gn, altre volte, invece, la g non è presente (la pronuncia è un po’ diversa, ma bisogna avere orecchio), per cui bisogna fare attenzione a non scrivere con il gn parole come niente, genio o scrutinio!

I raddoppiamenti: dire che zio e zia non vogliono mai la doppia z, sarebbe una pazzia

Un’altra regola che si ripete spesso in modo impreciso è che zio, –zia e –zie non vogliono mai la doppia z, dunque si scrive razione, reazione, iniziazione, inezia, grazie… Ciò è vero il più delle volte, però c’è qualche eccezione, come pazzia e razzia, e se giustiziere si scrive con una sola z, ciò non vale per corazziere, tappezziere e carrozziere (costruiti sulla doppia z di corazza, tappezzeria e carrozza). Meglio riformulare la regola specificando che solo davanti alle parole in ione la z – e anche la g – non si raddoppiano mai (ragione, nazione), esattamente come davanti alle parole in ile la b non si raddoppia mai (abile, mobile).

Viceversa, in molti altri casi il raddoppiamento di consonante nelle parole composte diventa una regola (per ragioni eufoniche) per cui sopra + tutto diventa soprattutto (sempre con quattro t in totale), + su (o giù) diventa lassù (o laggiù) o da + capo diventa daccapo.

La scienza e la conoscenza

Un altro dubbio grammaticale frequente riguarda l’ortografia di sc quando è pronunciato dolce, che talvolta è seguito dalla i e altre volte dalla e. Si scrive quasi sempre senza la i: sce (scendere, scemo, cosce), tranne in parole come

usciere;
scie (plurale di scia);
coscienza e derivati (incoscienza);
scienza e tutti i derivati: fantascienza, scientifico… (mentre conoscenza si scrive senza i perché deriva da conoscere e non da scienza).

Attenzione alla H

Un’ultima precisazione riguarda l’uso della lettera h; bisogna ricordare che serve per rafforzare quattro forme del verbo avere:

ho, hai, ha e hanno (nel caso di essere per il rafforzamento si usa l’accento: è).

L’h, inoltre, si usa anche in alcune interiezioni come ahimè! oh! ahi!… oltre che per rendere duro il suono di c e g (chiesa, ghette) e in alcune parole straniere (hotel, hall, humus…).

Gli accenti grafici

■ Quando l’accento grafico coincide con l’accento tonico? ■ Quali sono gli accenti grafici? ■ Quando si usa l’accento circonflesso? ■ È meglio scrivere l’accento per non confondere parole come àncora e ancòra? ■ Che differenza c’è tra accento grave e accento acuto? ■ Quando si usa l’accento nei monosillabi? ■ Perché su qui e qua l’accento non va? ■ Perché sugli avverbi e è obbligatorio l’accento? ■ Perché me e te si scrivno senza accento ma vule l’accento? ■ Perché sulle tastiere la E è presente con due tipi di accento mentre tutte le altre vocali ne hanno uno solo? ■ Perché nei monosillabi come giù, già o ciò si mette l’accento?

Non bisogna confondere l’accento grafico, quello che è obbligatorio scrivere e riguarda l’ortografia, con quello tonico, che riguarda la pronuncia e dà l’intonazione: sono due cose diverse che solo in pochi casi possono coincidere.

Quando pronunciamo una parola facciamo sempre cadere l’accento tonico su una vocale che contraddistingue una sillaba, e le parole possono essere perciò piane (accentate sulla penultima sillaba, per es. càne), sdrucciole (accentate sulla terz’ultima, per es. càvolo), tronche (accentate sull’ultima, per es. maestà) e così via (vedi → “La pronuncia delle parole”).

Solo in quest’ultimo caso l’accento tonico (che si pronuncia ma non si scrive) coincide con l’accento grafico, quello che è obbligatorio scrivere. Questo accento si usa solo sulle vocali alla fine delle parole per indicare quando sono tronche, cioè accentate sull’ultima sillaba (papà, però, virtù).

Gli accenti grafici sono due, quello acuto (es. perché, pronuncia stretta) e quello grave (es. è, pronuncia aperta) e si mettono solo sulle vocali. Si può immaginare questo segno come un rubinetto che apre o chiude la pronuncia spostando la lineetta da sinistra a destra: , caffè (pronuncia aperta) e , (pronuncia chiusa e stretta). Per saperne di più → “E e O aperte o chiuse? La pronuncia cambia il senso“.

Un tempo nei libri si poteva trovare anche l’accento circonflesso, che si usava per indicare un’originaria doppia i, poi caduta, per esempio in parole come principî o dominî (contrazione dei plurali principii e dominii) proprio per fare capire la giusta pronuncia e non far confusione con “i prìncipi” e “tu dòmini”, ma nell’italiano corrente questa consuetudine sta sempre di più scomparendo e l’accento circonflesso è ormai caduto in disuso: nell’editoria si tende a non utilizzarlo più.

Anche la consuetudine di indicare gli accenti tonici in caso di confusione possibile (àncora e ancòra) è poco seguita, si capisce dal contesto e indicarla forzatamente costituisce uno strappo alle regole che si può fare se proprio è necessario, ma non è affatto obbligatorio né necessariamente elegante.

Nel caso di à, ì e ù, non è importante distinguere l’accento: la pronuncia è una sola, e di solito si usa l’unica lettera accentata presente sulla tastiera, con l’accento grave. Anche nel caso della “o“, benché abbia due pronunce possibili, quando è accentata a fine parola si legge sempre aperta, e dunque si usa l’accento grave (però, menabò, Totò…).

La questione si complica per la lettera “e”, che può avere l’accento grave pronunciato aperto (è) o acuto che si pronuncia chiuso (é). Quindi si scrive sempre perché (e mai perchè o perche’ con l’apostrofo al posto dell’accento), esattamente come poiché, affinché, benché, cosicché, purché, , e tutti i composti di tre (ventitré, trentatré, centotré).

L’accento acuto si usa di solito anche nelle terze persone singolari del passato remoto di verbi come poté, batté, ripeté, mentre nel caso del verbo essere si scrive e pronuncia aperto: è.

In genere nei monosillabi l’accento non si usa: qui e qua (“su cui l’accento non va”, come recita la regola), sta, su, sto… e si aggiunge solo quando è necessario indicare una differenza rispetto a un altro monosillabo che possiede un diverso significato, per esempio: bevanda e te pronome (dico a te); pronome e se congiunzione; congiunzione negativa e ne particella; affermativo e si riflessivo (per il no invece non è necessario); nel senso di giorno e di preposizione (c’è anche di’ imperativo di dire, con l’apostrofo, non con l’accento); e avverbi di luogo e li pronome e la articolo; dal verbo dare e da preposizione.

Nel caso di fa e do (voci dei verbi fare e dare) non è necessario distinguerli dalle note musicali (che non sono mai accentate), si capisce dal contesto, come anche per le note re e si, che è difficile confondere con il titolo di re o il si riflessivo. Tuttavia si usa quasi sempre l’accento quando i monosillabi si fondono con altre parole: re diventa viceré, tre diventa ventitré, su diventa lassù… perché acquisendo altre sillabe si rende necessario rimarcare l’accento finale che quando sono monosillabi si dà per scontato. Analogamente si usa l’accento su parole come giù, ciò e già, perché pur essendo monosillabi hanno più di una vocale, e dunque presentano ambiguità di pronuncia e l’accento finale è indicato come nel caso dei polisillabi.

Bisogna fare attenzione a non confondere l’accento con l’apostrofo e scrivere per esempio “” (accentato) invece di po’, oppure e’ e E’ al posto di “è” e “È“.

Vedi anche
→ “Si scrive se stesso o sé stesso?
→ “Quando l’accento cambia il significato

L’alfabeto e il falso mito delle lettere straniere

■ Cosa distingue le vocali dalle consonanti? ■ Che differenza c’è tra vocali forti e deboli? ■ La J è una vocale o una consonante? ■ Perché alcune lettere sono considerate straniere? ■ Il numero dei fonemi è uguale a quello delle lettere dell’alfabeto? ■ Perché, per scrivere, i segni dell’alfabeto non bastano? ■ Nella scrittura si usano anche lettere di alfabeti diversi dal nostro?

L’alfabeto moderno è costituito da 26 segni o grafemi che seguono un ordine preciso, l’ordine alfabetico appunto, che permette di rintracciare facilmente ogni parola in un dizionario o in un indice analitico:


a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z.

Si possono dividere in vocali e consonanti.
Le prime (A, E, I, O, U ma anche y e j quando sono pronunciate come la i, se invece la j si pronuncia “g” come in jolly si comporta da consonante) si chiamano così perché derivano da voce: sono suoni sonori che si pronunciano con la voce e costituiscono la parte forte della sillaba.
Le consonanti si appoggiano alle vocali e si possono distinguere a seconda di come vengono articolate in labiali, linguali, dentali, palatali o gutturali. Ma queste distinzioni appartengono alla fonetica, non riguardano la scrittura (Per saperne di più → “Fonologia e fonetica“).

Vocali forti e deboli
A, E e O  sono chiamate vocali forti, e I e U deboli. Questa distinzione serve per comprendere meglio la differenza tra dittongo e iato. Due vocali che si pronunciano con un’unica emissione sono dittonghi e di solito sono costituiti da 2 vocali deboli (es. pie-no, chiu-so) oppure dalla combinazione di una forte e una debole all’interno della stessa sillaba (es. fio-re). Lo iato è invece l’incontro di due vocali che si pronunciano con suono separato (po-eta, le-one, pa-ese, be-ato). Questa distinzione è importante anche per comprendere meglio la → divisione in sillabe.

Non è vero, come si dice spesso, che a ogni lettera corrisponde un solo suono, questa è solo una semplificazione. La “c” e la “g“, per esempio, possono essere dolci o dure, la “s” e la “z” sorde o sonore, le vocali “e” e “o” possono essere aperte o chiuse. Dunque i fonemi pronunciabili sono di più, come insegna la fonologia (per saperne di più → “La pronuncia delle lettere“). Viceversa, alcuni caratteri associano a una lettera anche un accento, grave o acuto (é e è) che è necessario utilizzare.

Per scrivere, però, non basta conoscere le lettere del nostro alfabeto! Ci sono anche grafemi di altri alfabeti in cui si può imbattere, come quello greco, per esempio alfa (α), beta (β) e così via fino a omega (in maiuscolo Ω è simbolo dell’ohm), oppure l’alef (א), la prima lettera dell’alfabeto ebraico, che si usa in matematica… Nei programmi di scrittura questi caratteri si trovano tra quelli speciali o tra i simboli. Ma esistono moltissimi altri caratteri presenti sulla tastiera, a cominciare dall’apostrofo, dalle lettere accentate (è, é) e dai segni d’interpunzione per finire con altri caratteri speciali che si usano comunemente come il percento (%), la e commerciale (&) e molti altri simboli che bisogna conoscere e padroneggiare (, @, °…). Per saperne di più vedi anche → “Le norme editoriali“.

Le cosiddette lettere straniere

Solitamente, si dice che il nostro alfabeto sia costituito da 21 lettere più 5 straniere (j, k, w, x, y), ma non è propriamente vero. La “k“, per esempio, si trova nelle prime e più antiche testimonianze del volgare scritto (i Placiti cassinesi: “Sao ko kelle terre…”, cioè: so che quelle terre) ed era presente anche nei dialetti e nell’italiano arcaico. E lo stesso si può dire della “j lunga” (sempre più spesso pronunciata immotivatamente all’inglese, jay) molto diffusa fino al Settecento, ma sopravvissuta anche dopo (si trova in Pirandello che scriveva “jella”). Quanto alla “x”, a parte l’uso nei numeri romani, e l’esistenza di parole come xilofono, tra gli uomini che combatterono per l’unità d’Italia al seguito di Garibaldi non bisogna dimenticare che c’era anche Nino Bixio! La “y“, chiamata anche “i greca” era appunto presente nel greco, e solo la “w” ci è veramente estranea, anche se il suo uso come abbreviazione di “evviva” è attestato almeno dall’Ottocento.

Agricola di Tacito, ediz. del 1805: l’uso della i lunga era normale.

Tuttavia, l’uso di queste lettere appartiene all’italiano antico e storico, e nel corso dei secoli sono decadute, il lessico dell’italiano moderno le ha escluse, e perciò quasi tutte le voci che contengono queste cinque lettere sono straniere. Poiché però l’italiano evolve (ed è evoluto) anche per l’interferenza delle altre lingue, queste lettere si possono considerare assimilate. Sono presenti e utilizzate sulle tastiere con cui scriviamo, e sono necessarie, visto che i dizionari monovolume registrano circa 5.000 parole straniere crude (cioè non adattate e riportate più o meno come si scrivono nella lingua di provenienza), a cui si possono aggiungere tantissimi nomi propri (da Tokyo a New York e da William Shakespeare a Johnny Depp).

Dubbi di pronuncia

■ Si dice appèndice o appendìce? ■ Si dice amàca o àmaca? ■ Si dice pùdico o pudìco? ■ Si dice ìinfido o infìdo? ■ Si dice mòllica o mollìca? ■ Si dice utènsileo utensìle? ■ Si dice èdile o edìle? ■ Si dice Sàlgari o Salgàri? ■ Si dice facòcero o facocéro? ■ Si dice io vàluto o valùto? ■ Si dice sàlubre o salùbre? ■ Si dice cùculo o cucùlo? ■ Si dice persuadére o presuàdere? ■ Si dice tèrmite o termìte? ■ Si dice cosmopolìta o cosmopòlita?

Ci sono molte parole che presentano frequentemente dubbi di pronuncia, e spesso vengono dette usando un accento tonico errato.

Di seguito un elenco di quelle più “spinose” che bisognerebbe conoscere, anche se per alcune i dizionari ormai riportano anche la pronuncia meno corretta proprio perché viene travisata così di frequente che tende a diventare quasi la norma.

amàca (non àmaca);
appendìce (non appèndice);
bocciòlo (non bòcciolo);
codardìa (non codàrdia);
cosmopolìta (non cosmopòlita);
cucùlo (non cùculo);
edìle (non èdile);
facocèro (e non facòcero);
gòmena (non gomèna);
guaìna (non guàina);
gratùito (non gratuìto);
infìdo (non ìnfido);
incàvo (non ìncavo sul modello di còncavo);
ìnternet (non internèt);
isòtopo (non isotòpo);
leccornìa (non leccornia);
libìdo (non lìbido);
mollìca (non mòllica);
ossìmoro, ma anche ossimòro;
persuadére (non persuàdere);
pudìco (non pùdico);
robòt (o ròbot, ma non robò alla francese: è un termine diffuso da un romanzo dello scrittore ceco K. Capek, 1890-1938);
rubrìca (non rùbrica);
salùbre (non sàlubre);
Salgàri (e non Emilio Sàlgari);
scandinàvo (meglio di scandìnavo, accettabile, ma meno corretto);
scòrbuto ma anche scorbùto;
seròtino (non serotìno);
sìlice (non silìce sul calco di silìcio);
tèrmite (più corretto di termìte);
ùpupa (non upùpa);
utensìle, meglio di utènsile anche se varia a seconda del contesto: se usato come aggettivo è accettabile utènsile (una macchina utensile); se è sostantivo si pronuncia utensìle (l’utensile del calzolaio);
● (io) valùto, (tu) valùti, (egli) valùta (più corretto e preferibile e alla forma vàluto, che però è ormai accettata ed entrata in uso);
zaffìro (è più diffuso e preferibile a zàffiro, con la pronuncia alla greca).

Vedi anche
→ “Quando l’accento cambia il significato
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z

Quando l’accento cambia il significato

■ Che differenza c’è tra nòcciolo e nocciòlo? ■ Si dice egli viòla o egli vìola? ■ Si dice ìmpari o impàri? ■ Che differenza c’è tra bàlia e balìa? ■ Che differenza c’è tra nèttare e nettàre?

Alcune parole cambiano significato a seconda di come si pronunciano, per esempio nel caso della dizione della “e” aperta o chiusa, oppure della “o”.

Queste sfumature riguardano però la corretta dizione dell’italiano nazionale, ma l’italiano vivo regionale si può distaccare da questi modelli che invece utilizzano per esempio gli attori.

Ci sono invece altri casi in cui la pronuncia riguarda non una singla lettera, ma l’intera parola e lo spostamento dell’accento tonico da una sillaba all’altra, cambia il significato in un modo che deve essere rispettato da tutti, non è più una questione di dizione, ma di lessico italiano.

Non sono omonimi (parole dallo stesso nome), si tratta di omografi (si scrivono allo stesso modo), ma non sono omofoni (dallo stesso suono) perché possiedono un diverso accento tonico che, anche se non si scrive, è obbligatorio pronunciare nel modo corretto.

Tra queste parole ci sono per esempio:

àltero (modifico) altèro (superbo)
àmbito (cerchia) ambìto (desiderato)
bàlia (che allatta) essere in balìa (di qualcuno)
càpitano (da capitare) capitàno (comandante)
circùito (elettrico) circuìto (da circuire)
dècade (dieci giorni) egli decàde (da decadere)
ìmpari (disuguale) tu impàri (da imparare)
lèggere (verbo) leggére (non pesanti)
nèttare (degli dei) nettàre (pulire)
nòcciolo (del discorso) nocciòlo (l’albero)
io prèdico (da predicare) io predìco (da predire)
rètina (dell’occhio) retìna (piccola rete)
che essi rùbino (da rubare) rubìno (pietra preziosa)
sèguito (scorta) seguìto (da seguire)
tèndine (del muscolo) tendìne (piccole tende)
egli vìola (da violare) viòla (fiore)

Questi accenti tonici si pronunciano ma non si scrivono! Per saperne di più → “Gli accenti grafici“.

Vedi anche
→ “Dubbi di pronuncia
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z

La dizione corretta di “E”, “O”, “S” e “Z”

■ Come si fa a spaer se la S e la Z si pronunciano sorde o sonore? ■ La S e la Z sorde sono la stessa cosa di aspre? ■ Z e S sonore o dolci sono la stessa cosa? ■ Come si pronuncia “dinosauro”? ■ Che differenza c’è tra la Z sorda (o aspra) e quella sonora (o dolce)? ■ La E di “tre” e dei suoi composti si pronuncia sempre stretta? ■ Come si pronuncia la E finale delle terze persone del passato remoto (batté, poté)? ■ La E si pronuncia stretta su perché e tutti i derivati di che? ■ Quali sono gli esempi di parole con la Z sonora? ■ Quali sono gli esempi di parole con la Z sorda? ■ Quali sono gli esempi di parole con la S sonora? ■ Quali sono gli esempi di parole con la S sorda? ■ Quali sono gli esempi di parole con la E aperta? ■ Quali sono gli esempi di parole con la E chiusa? ■ Quali sono gli esempi di parole con la O aperta? ■ Quali sono gli esempi di parole con la O chiusa?

Chi vuole sfoggiare una dizione corretta, perché è un attore o ha esigenze professionali che lo richiedono, segue di solito corsi specifici per “ripulirsi” dalle inflessioni regionali e impara per esempio a dire bène (e non béne), perché (e non perchè), o dinosauro con la S sorda di sasso (e non con quella sonora di rosa).

Le questioni che generano più dubbi sono rappresentate dalla doppia pronuncia di S e Z e di E e O.

La S sonora (o dolce) si trova in parole come asilo o sbaglio e si chiama così perché nel pronunciarla emettiamo un suono sonoro attraverso la laringe. Spesso si trova tra due vocali (chiesa, rosa, musica, viso, paese), ma ci sono troppe eccezioni (goloso, frettoloso….) per farne una regola. Ricorre anche davanti alle consonanti sonore (come b, d, g, v): sbadiglio, sdegno, sgabello, dislivello, asma, slegato, snaturato, sregolato, svelto.

La S sorda (o aspra) si pronuncia senza che le corde vocali vibrino, quasi come fosse raddoppiata e ricorre in parole come sasso o rosso, cioè quando è doppia (posso, masso) o quando è a inizio parola seguita da vocale (sale, sera, siedi, solo, subito). E ancora quando è preceduta da un’altra consonante (penso, psicologo, immenso).

La Z sonora (o dolce) ricorre in parole come zanzara o dozzina (le corde vocali vibrano come nel ronzio della zanzara). Di solito si pronuncia così quando è in mezzo a due vocali (ozono, azalea), nei verbi in –izzare (organizzare, penalizzare) e nella prima parte di tutte le “-izzazioni” (la seconda parte di organizza-zione è invece aspra).

La Z sorda (o aspra), senza vibrazioni delle corde vocali e movimenti della laringe, ricorre in parole come stanza o bellezza e si usa di solito nelle parole che terminano in –zione (colazione, petizione), quando precede i dittonghi con la i (pazzia, grazie, ozio, tizio, polizia), quando segue la l (calzini, sfilza, alzato), nelle terminazion in –anza (stanza) o –enza (pazienza) e quando ha un raddoppiamento forte (pazza, pezza, pizza, pozzo e puzza), ma ci sono eccezioni come azzardo e azzurro e molti altri casi complessi.

Dunque, per la S e la Z le cose non sono semplici, e a parte questi accenni ci sono tantissimi altri casi che richiederebbero una trattazione molto più approfondita, che però riguarda la dizione professionale, perché la pronuncia delle lettere ha anche forti oscillazioni regionali che non è necessario modificare, se non c’è l’esigenza di parlare l’italiano “nazionale”.

Pronuncia chiusa di E e O

Per quanto riguarda la doppia pronuncia di E e O, ecco una breve lista di casi, che ha solo il valore di fornire qualche esempio, in cui si dovrebbe pronunciare l’accento chiuso di é e ó:

● quando l’accento tonico cade sulla “e” o sulla “o” le pronunce sono spesso chiuse (dóccia, sónno, vólere, pótere), anche se ci sono eccezioni come cièlo, gèlo, mèntore o gònna (ma anche gónna è accettato dai dizionari). Ciò vale per gli accenti tonici che cadono all’interno della parola, e non per le parole accentate sull’ultima (tronche);
● su tre e tutti i composti (ventitré, trentatré… dove però è giusto indicare anche l’accento grafico, oltre che tonico, perché cade sull’ultima sillaba);
● su venti (il numero 20, altrimenti si dice vènti alisei) e derivati (ventuno, ventidue…);
● su perché, affinché, cosicché e tutti gli altri composti di che (ma anche in questo caso è obbligatorio mettere l’accento grafico acuto, che indica proprio la pronuncia);
● su me, te e (nell’ultimo caso si indica, acuto, per non confondere la parola con il se congiunzione; quanto al con l’accento aperto è invece una bevanda, vedi anche → “Monosillabi che cambiano significato con l’accento“);
● nelle preposizioni proprie e negli articoli: ló , le, cón, per, degli, dei… (dèi aperto, è invece il plurale di dio);
● negli avverbi in -mente;
● su questo, quello, dópo, mentre, entro, spesso;
● tra i molti nomi si possono ricordare per esempio: capello, cerchio, forchetta, giorno, maschietto, mente, segno, tristezza, teschio, vetro;
● spesso nelle terze persone singolari del passato remoto dei verbi, per esempio: poté, batté, ripeté…;
● in molte flessioni verbali come: sembra, balbetto, metto, mento (mentire).

Pronuncia aperta di E e O

Di seguito qualche esempio in cui, invece, la pronuncia è con l’accento aperto (è/ò):

● quasi sempre nei dittonghi in ie: ariete, cerniera, irrequieto, obbedienza, (ma bigliétto è un’eccezione, come anche gaiézza);
● spesso nelle parole dove la sillaba con la “e” è seguita da una sillaba con un dittongo: genio, miseria, sedia, serio, straniero;
● nei participi in -ente: aderente, incongruente, pezzente, potente, presente, presidente, solvente;
● su pòi e fuòri;
● su sei, sette, òtto e dieci;
● nelle parole che terminano in “o” accentate, tutte aperte così come si scrivono: (oblò, menabò).

A parte queste sommarie indicazioni e questi esempi che aiutano, le cose sono molto più complesse, e in caso di dubbi non resta che controllare le pronunce corrette su un dizionario.

Vedi anche
→ “Quando l’accento cambia il significato
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole

Pronuncia e dizione

■ Cos’è la dizione? ■ Che differenza c’è tra l’italiano nazionale e quello regionale? ■ Si dice stèlla o stélla? ■ Come si dovrebbe pronunciare la Z di zucchero? ■ Che differenza c’è tra la dizione di una lettera e la pronuncia di una parola? ■ Dire “perchè” invece di “perché” è un errore? ■ Secondo le regole della dizione si dovrebbe die “bène” o “béne”?

Si dice stélla o stèlla?

La prima opzione è quella corretta, come riportano i dizionari, ma sull’apertura delle vocali – come anche sulla doppia pronuncia di “s” e “z”, per cui è più corretto dire (z)zucchero e (z)zio, sonori, quasi con il raddoppiamento – pesano molto le inflessioni regionali e non è sempre fondamentale uniformarsi alle regole della dizione. O più precisamente: quando dalla pronuncia degli accenti dipende il significato di una parola (èsca = verbo ed ésca = verme da mettere sull’amo) sarebbe meglio essere precisi, ma negli altri casi ognuno ha il diritto di esprimersi con la vivacità del proprio bagaglio linguistico territoriale, e le inevitabili parlate e inflessioni dialettali sono espressive e caratterizzanti. Dal modo naturale con cui ognuno parla è possbile riconoscere per esempio l’area geografica dove è nato o vissuto, mentre l’italiano “nazionale” che ascoltiamo per esempio nell’audio di una pubblicità è impersonale, nella sua “perfezione”.

Nella pratica quasi nessuno parla con l’impostazione perfetta dell’italiano “standard” dei dizionari, tranne gli attori, che sulla dizione e la pronuncia fondano la loro professione, ed è per loro fondamentale essere impostati e dire “bène” invece di “béne” o “perché” invece di “perchè”. La dizione non riguarda solo la pronuncia, insegna anche a scandire bene ogni lettera, a impostare la voce e a usarla in modo profesionale. Ma l’italiano impostato e privo di connotazioni regionali vive solo in televisione, al cinema e a teatro, e spesso nemmeno lì: che ne sarebbe di Massimo Troisi o di Eduardo De Filippo senza il napoletano, di Alberto Sordi senza il romano o di Roberto Benigni senza il toscano?

A seconda dei contesti comunicativi, perciò, una dizione perfetta può essere essenziale per gli attori, o utile per parlare in pubblico, ma viceversa per il linguaggio colloquiale tra amici e parenti essere troppo impostati può essere recepito come un parlare artificiale, distante o freddo.

Fatte queste premesse, ci sono alcune regole della dizione sovraregionale che si possono seguire soprattutto nella pronuncia delle “e”, delle “o”, delle zeta o delle esse.

Ma bisogna fare un’importante distinzione tra la dizione delle lettere (per esempio le sfumature regionali della zeta o le aperture di certe vocali) e la pronuncia delle parole, che riguarda l’accento tonico vero e proprio, cioè dove cade l’accento di una parola. In questo caso lo spostamento di un accento da una sillaba all’altra è una questione di lessico, non di dizione, e può cambiare il significato delle parole: il nòcciolo del discorso non è il nocciòlo, cioè l’albero delle nocciole, e la rètina dell’occhio non è una retìna per prendere i pesci! Questi accenti tonici devono essere seguiti da tutti, non solo dagli attori.

Per saperne di più vedi → “Quando l’accento cambia il significato” (un elenco di parole che cambiano significato in base a dove cade l’accento), e → “Dubbi di pronuncia” (un elenco di parole che si sbagliano spesso, come rùbrica e non rubrìca, o edìle e non édile) .

L’accento: differenze tra parlare e scrivere

■ Gli accenti grafici coincidono con quelli tonici? ■ Si può pronunciare una parola diversamente da come indicato nel dizionario? ■ Come si fa a sapere come pronunciare e scrivere correttamente gli accenti?

La “A“, la “I” e la “U” in italiano hanno una sola pronuncia possibile.

La “E” e la “O” hanno invece ognuna due diverse pronunce possibili, aperta (è e ò) e chiusa (é e ó).

E allora come si fa, di volta in volta, a sapere quale utilizzare sia nello scrivere sia nel parlare?

Quando scriviamo l’unico problema si pone per la lettera “E” a fine parola, e infatti sulle tastiere sono presenti due caratteri distinti (è/é). Per esempio, caffè si scrive e pronuncia con la e aperta (accento grave), mentre perché si pronuncia con la e chiusa (accento acuto). In questi casi la pronuncia è indicata dall’accento grafico che coincide con l’accento tonico, dunque le cose sono più facili. Se non si sa come scrivere e pronunciare correttamente queste parole si può consultare un dizionario, anche se esistono delle indicazioni che aiutano a orientarsi (vedi → “La dizione corretta di e, o, s e z“). L’ortografia delle altre parole accentate sull’ultima sillaba (tronche), in italiano non presenta problemi, si scrivono tutte con un solo accento (e sulle tastiere ci sono solo le lettere con l’accento grave, bsta usare quello): maestà, colibrì, cucù e anche però. Dunque la “O” accentata a fine parola si scrive e pronuncia sempre aperta (accento grave).

Quando parliamo le cose sono più complicate, perché gli accenti si pronunciano ma non si scrivono e anche la “O” (come la “E“) all’interno di parola può essere detta in due modi. Ancora una volta in caso di dubbi si può consultare un dizionario, che riporta anche la pronuncia corretta di ogni parola nell’italiano “nazionale”, e seguire alcune regole e indicazioni che possono aiutare.

Bisogna però precisare che se, nello scrivere, gli accenti grafici a fine parola sono obbligatori e non si può scrivere “perché” con l’accento grave (perchè), quando parliamo, in generale, non è richiesta una dizione come indicata nel vocabolario, e tranne nel caso di attori o annunciatori che seguono la dizione sovraregionale ognuno usa la propria parlata e inflessione regionale, che non è “errata”, fa parte dell’italiano vivo che caratterizza il modo di parlare di ciascuno. Un toscano dirà istintivamente “perché”, e un lombardo “perchè”, ma questo distaccamento non è un “errore”, fa parte della lingua viva. L’italiano standard è un’astrazione che vive solo in tv, a teatro o al cinema, e spesso anche in questi contesti si trovano le varietà che contraddistinguono l’italiano “reale”.

Tuttavia, è bene sapere che una dizione corretta può cambiare il significato delle parole, e per esempio le domande da pórci (con la o chiusa, da porgere) non sono la stessa cosa delle domande da pòrci (con la o aperta), cioè da maiali.

Vedi anche
→ “Quando l’accento cambia il significato
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z
→ “Dubbi di pronuncia

La pronuncia delle parole: accenti tonici

■ Cosa sono gli accenti tonici? ■ Che differenza c’è tra accenti tonici e accenti grafici? ■ Quando bisogna scrivere gli accenti tonici? ■ Cosa sono le parole tronche? ■ Cosa sono le parole piane? ■ Cosa sono le parole sdrucciole? ■ Cosa sono le parole bisdrucciole? ■ Cosa sono le parole trisdrucciole?  ■ Quali sono gli esempi di parole trisdrucciole? ■ Quali sono gli esempi di parole bisdrucciole? ■ Quali sono gli esempi di parole trisdrucciole? ■ Quali sono gli esempi di parole sdrucciole? ■ Quali sono gli esempi di parole piane? ■ Quali sono gli esempi di parole tronche?

Ogni parola è composta da sillabe (i monosillabi come o no ne hanno una sola) e possiede un suo accento, su cui la voce si appoggia con maggior forza.

Gli accenti tonici (cioè quelli che si pronunciano ma non si scrivono) cadono sempre su una vocale.

La sillaba dove cade l’accento è detta tonica (dal greco tònos, “forza”), mentre le altre sillabe sono àtone (senza tono). Per esempio: “farfallina” è composta da quattro sillabe, far-fal-lì-na, e quella tonica è la penultima.

A seconda di dove cade l’accento, le parole si dividono in:

tronche, cioè accentate sull’ultima sillaba (però, città);
piane, accentate sulla penultima (cà-ne, pa-rò-la);
sdrucciole, sulla terz’ultima (cà-vo-lo, rò-to-lo);
bisdrucciole, sulla quart’ultima (di-mò-stra-me-lo, pre-cì-pi-ta-no);
trisdrucciole, sulla quint’ultima (fàb-bri-ca-me-ne, òr-di-na-glie-lo).

Gli accenti tonici di questi esempi (marcati in grassetto) si pronunciano ma non si scrivono, tranne per le parole tronche accentate sull’ultima (però, città): solo in questo caso è obbligatorio indicarli anche nella scrittura (e l’accento grafico coincide con l’accento tonico).

Le regole ortografiche non prevedono di scrivere questi tipi di accenti nemmeno in casi di ambiguità (come si faceva talvolta in passato), perciò “ancora”, a seconda dell’accento tonico e di come si pronuncia, può essere l’àncora di una nave o l’avverbio ancòra, ma non c’è bisogno di aggiungere l’accento grafico (è facoltativo ma in disuso), il significato si ricava dal contesto; allo stesso modo “principi” può indicare i prìncipi figli di un re, o i  princìpi morali, e “capitano” può essere la terza persona plurale del verbo, càpitano, oppure un capitàno.

Per un elenco di queste parole → “Quando l’accento cambia il significato“.

Ci sono molte parole che presentano spesso dubbi di pronuncia e di frequente gli accenti tonici vengo sbagliati e fatti cadere erroneamente sulla sillaba errata (per esempio “rùbrica” al posto di rubrìca, o “édile” al posto di edìle). Per un elenco di quste parole → “Dubbi di pronuncia“.

Inoltre, questi accenti che si pronunciano ma non si scrivono non riguardano solo l’accento della parola che cade sulla giusta sillaba, ma possono anche riguardare il fonema (cioè il suono) di una singola lettera, per esempio le o” aperte o chiuse. Le parole che cambiano il significato a seconda della dizione di queste lettere (come pésca e pèsca) vengono chiamate omografe, cioè che si scrivono allo stesso modo.

Vedi anche:
→ “Omografi, omofoni e omonimi
→ “Quando l’accento cambia il significato
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z
→ “Dubbi di pronuncia
→ “L’accento: le differenze tra parlare e scrivere

La pronuncia delle lettere

■ Come si pronunciano la E e la O? ■ Che cosa sono la Z sorda e sonora? ■ Che cosa sono la S sorda e sonora? ■ Come si pronunciano le lettere straniere? ■ Come si pronuncia la J? ■ Che differenza c’è tra la E aperta e chiusa? ■ Che differenza c’è tra la O aperta e chiusa? ■ Cosa sono digrammi e trigrammi? ■ Come si pronuncia il digramma SC? ■ Perché aglio e glissare si pronunciano diversamente?

La pronuncia delle 7 vocali

Le vocali si pronunciano solo con la bocca, ma se quelle dell’alfabeto sono  A, E, I, O, U (e possono includere anche il suono di y e j quando sono pronunciate come la i), le loro emissioni non sono cinque, bensì sette: i, é, è, a, ò, ó, u.

A, I e U hanno una sola pronuncia possibile, almeno in italiano (in francese, per esempio, ci sono due pronunce della u, aperta e chiusa), ma la “E” e la “O” sono due grafemi che hanno ognuno due fonemi (= suoni) possibili:

possono essere pronunciate aperte o chiuse: la pèsca (con la e aperta) è un frutto, mentre la pésca (con la e chiusa) è quella dei pesci; le domande da pórci (con la o chiusa) non sono la stessa cosa delle domande da pòrci (con la o aperta), cioè da maiali.

La pronuncia di consonanti, digrammi e trigrammi

Anche le consonanti possono avere più pronunce:

la s” e la “z possono essere pronunciate in modo sordo (o aspro), senza vibrazione delle corde vocali – come nel caso di sala, rosso, pazzo, zucca e zampa – e sonoro (o dolce) che implica il passaggio di una sonorità attraverso la laringe, come: rosa, sbaglio, zanzara, zero, azienda e azzurro.

In altri casi la pronuncia delle lettere cambia a seconda di come si combinano con le altre.

Digrammi e trigrammi

I digrammi corrispondono a un unico suono espresso da 2 lettere davanti a vocale, e sono 7:
ci + vocale (suono dolce: ciabatta);
ch + i/e (suono duro: chiesa);
gi + vocale (suono dolce: giada);
gh + i/e (suono duro: ghette);
gl + i (suono dolce: mogli); però in alcuni casi come glicine le lettere si pronunciano separatamente come nelle altre vocali, con la g dura, dunque non sono un digramma e diventano due suoni (come glassa e gleba);
gn + vocale (suono dolce: gnomo);
sc + i/e (suono dolce: scende); davanti alle altre vocali non è più digramma, sono due suoni distinti (scatola).

I trigrammi corrispondono a un unico suono espresso da 3 lettere davanti a vocale, e sono 2:
gli + vocale (aglio);  
sci + vocale (sciocco); sciatore non è invece un trigramma, perché la i si pronuncia, e dunque sono due suoni diversi.

La “c” e la “g” possono essere dure (o aspre), quando sono seguite da “a”, “o”, “u” “he” e “hi” (casa, chiave, ghette) e dolci quando sono seguite da “e” e “i” (cinema, gelato). L’unione di due lettere + una vocale a volte può infatti corrispondere a un solo suono (digramma), per esempio nel caso di ch o anche sc.

Il fonema “sc” è pronunciato duro se seguito da “a”, “o”, “u” “he” e “hi” (scatola, schiavo) e dolce in presenza di “e” e “i” (scelta, scienza, scivolo).

Tra le eccezioni c’è scervellarsi o scentrato dove la “s” è pronunciabile anche staccata dalla “c”, per dare risalto alla “s” (che deriva dal latino ex con valore privativo, cioè senza cervello, fuori centro), anche se alcuni dizionari preferiscono la pronuncia meno “a senso” come in scelta.

Il “gl” quando è seguito dalla “i” si pronuncia dolce: figlio, figlia, figlie o tagliuzzare, ma ci sono le eccezioni dure, che non formano un trigramma (cioè la pronuncia di gli + vocale in un solo suono), ma vengono scandite seaparatamente:

negligente, sigli (voce del verbo siglare), glissare (cioè sorvolare, dal francese glisser), glicine e glicemia e i loro composti (glicerina, glicemico, ipoglicemia) che derivano dal greco glykeròs che significa “dolce” (da cui glucosio). Lo stesso avviene nei derivati di glisso (incidere) tra cui glittica (tecnica di incisione) o glittografia.

E anche davanti alle altre vocali il gl è solo la combinazione di due distinte consonanti e si pronuncia duro: gleba, inglese, negletto, glassa, glottologia, glucosio.

La “q”, sempre seguita dalla “u” (tranne in soqquadro), si pronuncia come la “c” dura, anche quando è raddoppiata dal “cq”; mentre nei casi precedenti uno stesso grafema corrisponde a più fonemi, in questo caso avviene il contrario: una sola pronuncia per due segni grafici differenti.

La “h” in italiano è muta (non corrisponde a un fonema), viene usata solo per rafforzare e distinguere alcune forme verbali (ho, ha, hanno o in rare interiezioni come ahi, ahia, ahimè), oltre che per i suoni duri di “c” e “g” (chiesa, ghiaia), e si può far sentire aspirata solo per alcune parole straniere (per esempio hard).

La pronuncia delle cosiddette lettere straniere

Anche se (tranne la “w” e la “y” presente nel greco antico) non sono propriamente “straniere” (vedi “L’alfabeto e il falso mito delle lettere straniere“):

● la “j” (si chiama i lunga, e non “jay” che corrisponde alla pronuncia inglese come se fosse la sola) ha una doppia pronuncia: si può leggere a volte come una “i” quando la derivazione è dall’italiano, per esempio Jacopo, Jolanda, Juventus, ma anche junior, ex Jugoslavia e juta. Oppure, quando si tratta di parole straniere, la pronuncia dipende dalla lingua: nel caso di Gustav Jung si pronuncia i, alla tedesca, e lo stesso nel caso di perestrojka, in cui ha valore di vocale; diventa invece g dolce nelle parole di derivazione inglese come jet, jazz, jeans, jukebox o jolly, oppure giapponesi come judo o jujitsu. Nel caso del francese, si pronuncia dolce e aspirata come in bonjour, julienne, enjambement, j’accuse e abat-jour; un suono simile a quello di alcune parole arabe come mujaeddin.
● la “k” si legge sempre come una c dura;
● la “w” si pronuncia v nelle parole italianizzate (Walter, Wanda, wafer) e nella lingua tedesca (Wagner, walzer), mentre in inglese si pronuncia u (week-end, download, welfare, western e whisky). Tuttavia, il “water” si pronuncia con la “v”, perché è una parola entrata da tanto tempo per via scritta che si è affermata con la pronuncia all’italiana;
● la “x” si pronuncia cs (xilofono, xenofobia, ex, box, excursus) e talvolta come una doppia ss (taxi, pronunciato alla francese è tassì);
● la “y” si pronuncia i (yogurt, yeti, yuppy e New York), ma in alcune parole inglesi può pronunciarsi anche ai, come nel caso di dry o di style.

Vedi anche:
→ “Quando l’accento cambia il significato
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z
→ “Dubbi di pronuncia
→ “L’accento: le differenze tra parlare e scrivere”.