L’asterisco

■ Quando si usa l’asterisco? ■ Si può usare l’asterisco per le note a piè di pagina? ■ Si possono usare più asterischi insieme? ■ Perché nei libri si possono trovare tre asterischi separati da spazio in una riga morta? ■ Come si usa l’asterisco per indicare un’omissione di un nome? ■ Perché gli asterischi sono inclusi nella punteggiatura?

L’asterisco viene di solito incluso tra i segni d’interpunzione perché si può trovare:

● apposto a fine parola, senza spazi, per indicare una nota a piè di pagina, per esempio: parola* (se non si usa la numerazione progressiva di solito espressa con il numero in apice: es. parola1 o in altri casi con la numerazione romana in minuscolo); quando nella stessa pagina sono presenti più note l’asterisco si moltiplica, per esempio così**;
● per indicare un’omissione, e in questo caso se ne mettono tre, per esempio: il signor ***;
● talvolta se ne mettono tre, di solito separati dallo spazio (* * *) e in una riga morta che serve per separare dei blocchi di testo all’interno di uno stesso paragrafo, creando in questo modo una separazione grafica che indica una pausa fortissima, superiore a quella del capoverso, ma inferiore a quello di un nuovo capitolo che richiede la sa titolazione. Serve per esempio per marcare un salto temporale nella narrazione o un salto a un altro argomento completamente slegato dal testo precedente.

La sbarretta (in inglese slash)

■ Quando si usa la sbarretta? ■ Che differenza c’è tra la sbarretta o barretta e lo slash? ■ Si può usare la sbarretta per separare i numeri delle date scritte in cifre (4/3/43)? ■ Che differenza c’è tra la sbarretta o barretta, e la sbrarretta rovesciata detta anche backslash?

La sbarretta (/) o barretta (spesso detta anche immotivatamente in inglese: slash) di solito sulle tastiere è posta sullo stesso tasto del numero 7, e non va confusa con la sbarretta o barretta rovesciata, inversa o retroversa (in inglese backslash) di uso informatico (\).

Nella scrittura si impiega di solito per indicare l’alternativa tra due possibilità (la verdura e/o la frutta) e si usa per scrivere le date in cifre (15/09/2019).

Accanto a questo uso storico, fuori dalla punteggiatura, nel nuovo Millennio si usa moltissimo soprattutto per gli indirizzi internet, e di solito separa, raddoppiata, l’http: dal www di un indirizzo Internet, per esempio:

https://diciamoloinitaliano.wordpress.com.

In informatica è molto usata anche come segno separatore dei percorsi delle liste dei documenti (in inglese le directory dei file) che indicano la gerarchia di cartelle e sottocartelle di archiviazione, per esempio:

www.repubblica.it/cronaca/titoloarticolo.html.

In matematica si usa per le frazioni (2/3), ma nei discorsi è meglio evitare il simbolo e scrivere l’espressione in lettere (i due terzi).

Le parentesi

■ Quando si usano le parentesi? ■ Quando si fa un’omissione in una citazione si usano le parentesi tonde o quadre? ■ Che differenza c’è tra le parentesi tonde e quelle quadre? ■ Quando si usano le parentesi quadre? ■ Se una frase tra parentesi chiude la frase, il punto si mette dentro o fuori? ■ La virgola precede o segue un inciso tra parentesi? ■ Le parentesi quadre si possono usare all’interno di quelle tonde?

Le parentesi tonde si usano per gli incisi (come il trattino lungo o le virgole), ma hanno un “potere di separazione” più marcato e si preferiscono quando l’inciso è una spiegazione che spezza la linearità del discorso.


Si possono usare per esempio:

per indicare un autore dopo una citazione: “Nel mezzo del cammin di nostra vita” (Dante);
per altre indicazioni da aggiungere senza appesantire la frase: “Italo Calvino (1923-1985)”;
per rimandi interni a un testo: (vedi paragrafo X);
per segnalare un’omissione all’interno di una citazione con i puntini di sospensione (…), altre volte riportate invece con le parentesi quadre […].

Quando si aprono vanno sempre chiuse, tranne nel caso degli elenchi numerati, e in questi casi sono sempre precedute dai numeri o dalle lettere dell’alfabeto: 1) 2)… oppure a) b)…

A volte le parentesi si usano anche per scrivere il copyright (C) o i marchi registrati come (R) e (TM), che più elegantemente si sotituiscono con i simboli che si trovano tra i → Caratteri speciali della tastiera: ©, ® e .

La punteggiatura associata alle parentesi

Prima delle parentesi di apertura e chiusura non si usa la punteggiatura (e non si lasciano mai spazi bianchi all’interno tra le parentesi e le parole), e la virgola, se necessaria, è da porre dopo la parentesi di chiusura e non prima di quella di apertura:

● Sono stanco (ho corso tutto il giorno), mi merito un po’ di riposo;
e non:
Sono stanco, (ho corso tutto il giorno) mi merito un po’ di riposo”.

Analogamente, bisogna sempre evitare la punteggiatura prima della parentesi di chiusura tranne quando la frase è un inciso compiuto e indipendente:

Sapevo che stava per suonare il campanello. (Lo avevo visto arrivare dalla finestra.)

Oppure quando si vuole inserire un punto interrogativo o esclamativo che si riferisce al testo interno:

Si dice (sarà vero?) che sia un brigante (incredibile!).

Le parentesi quadre

Le parentesi quadre, al contrario di quanto avviene in matematica, si possono usare all’interno delle parentesi tonde se servono ulteriori parentesi:

(là [avverbio] si scrive sempre con l’accento.)

Ma è meglio evitarlo e non abusarne, la scrittura non è algebra.

Si usano anche come parentesi editoriali, per esempio:

● per aggiungere una parola mancante in una citazione: “Pur di stare con lui [il signor Mario] avrebbe fatto di tutto”;
● per indicare che in una citazione c’è una lacuna che si riporta così com’è; oppure un refuso che si trascrive come nell’originale (e si scrive in questo caso sic, cioè “così” in latino): “Il zafferano [sic] è una spezia”;
● a volte si possono usare per indicare delle omissioni di parte di una citazione […], ma altre volte si trovano anche le parentesi tonde con questa stessa funzione (…);
● talvolta racchiudono le sigle NdR, NdT e NdA che rispettivamente indicano, di solito come note a piè pagina, le note del redattore, del traduttore o dell’autore.

Il trattino (o lineetta) corto e lungo

■ Che differenza c’è tra il trattino lungo o disgiuntivo e quello breve o congiuntivo? ■ Quando si usa il trattino corto? ■ Quando si usa il trattino lungo? ■ Negli incisi è meglio usare il trattino disgiuntivo, le virgole o le parenesi? ■ Nei dialoghi si usa il trattino breve o quello corto? ■ Dove si trova il trattino lungo sulla tastiera? ■ Quali altri trattini ci sono oltre a quello congiuntivo e disgiuntivo? ■ Come si dice underscore in italiano? ■ Dopo il trattino congiuntivo ci vuole lo spazio? ■ Dopo il trattino disgiuntivo ci vuole lo spazio? ■ Le norme editoriali italiani prevedono l’uso della “lineetta emme” (—) come in alcuni testi americani?

Ci sono vari tipi di trattini (o lineette), con dimensioni diverse, ma quelli che si usano nello scrivere sono solo due: quello corto e quello lungo.


Il trattino corto, detto anche di unione o congiuntivo, non prevede di inserire spazi prima e dopo e si usa:

per indicare periodi di valori: periodo marzo-settembre; durata 3-6 mesi;
per unire due parole: il treno Roma-Milano;
per le parole composte: il linguaggio tecnico-scientifico;
per la sillabazione delle parole (a-ba-co) che si utilizza per andare a capo.

Il trattino lungo o disgiuntivo () si utilizza invece per indicare un inciso o anche uno stacco del discorso, più elegante e meno netto delle parentesi tonde, ma più marcato di quanto non si fa con la semplice virgola. E in questo caso richiede sempre uno spazio prima e dopo:

I tre grandi poeti del Trecento – Dante, Petrarca e Boccaccio – erano detti le corone fiorentine.

Talvolta si usa per un inciso esplicativo all’interno di una citazione:

Vieni – disse l’uomo – e non avere paura”.

Si usa infine anche nei dialoghi per separare le battute:

– Ciao!
– Ciao a te!

In qualche caso, dialoghi come questo che introducono il discorso diretto vengono riportati di seguito all’interno di un testo senza andare a capo (Mi disse – Entra!).

Il trattino lungo non è presente sulla tastiera (si trova tra i caratteri speciali o tra i simboli) e per questo motivo quando si scrive spesso si utilizza (in modo non preciso) il trattino di unione, perché è più facile. Ma quando si scrive professionalmente è meglio essere precisi e cercarlo con un po’ di fatica tra i simboli.

Tra i trattini e lineette ce ne sono altri che non fanno parte della punteggiatura. Per esempio il trattino basso _ (spesso chiamato immotivatamente in inglese underscore), che si trova soprattutto negli indirizzi internet o nei nomi dei documenti informatici (ai tempi della macchina per scrivere si utilizzava per sottolineare le parole).

C’è poi il segno meno che si utilizza in matematica (3 − 1 = 2) che per essere precisi è di dimensioni leggermente diverse da quello lungo o da quello corto che di solito si impiegano per comodità nello scrivere.

Circola infine un altro tipo di trattino di dimensioni maggiori di quello lungo (—), detto lineetta emme, perché le sue dimensioni sono quelle dei due caratteri “em”, ma in italiano non si usa! Si trova invece nell’editoria statunitense spesso usato al posto dei due punti, ma nelle norme editoriali italiane non è contemplato e dunque in caso di traduzioni va sostituito con i segni della nostra punteggiatura.

Le virgolette

■ Che differenza c’è tra le virgolette alte e basse? ■ Quando si usano le virgolette? ■ I titoli dei libri si scrivono con le virgolette o in corsivo? ■ Che differenza c’è tra le virgolette doppie e quelle singole? ■ Come si fa una citazione dentro la citazione? ■ Si possono usare i simboli di maggiore e minore invece delle virgolette? ■ Quando si fa una citazione virgolettata il punto si mette dentro o fuori dalle virgolette? ■ Si possono fare citazioni senza usare le virgolette?

Le virgolette si usano nel discorso diretto, per citare parole o brani di testo di altri autori, e ce ne sono di due tipi, quelle alte (“”) dette anche all’italiana, e quelle basse («») dette anche caporale, sergente (perché ricordano il simbolo dei gradi militari).
La differenza è solo grafica, non c’è un regola per preferire le une alle altre, basta rispettare l’uniformità e non usarle entrambe all’interno di uno stesso scritto. Ricorrere alle virgolette basse o alte è dunque una scelta editoriale, non grammaticale.

Nel caso di citazioni lunghe di interi brani, nell’editoria si preferisce di solito andare a capo e riportare la citazione con un altro carattere o con un altro corpo del testo, invece di usare le virgolette, per esempio:

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In altri casi, quando la citazione è breve o di poche parole e inserita all’interno del testo, può capitare di trovare esempi d’uso in cui si usa il corsivo al posto delle virgolette (sono scelte editoriali). Bisogna però evitare di associare le virgolette al corsivo, in questi casi, si mette o l’uno o l’altro (mi chiese: Come stai? ma non ascoltò la mia risposta, e non mi chiese: “Come stai?” ma non ascoltò la mia risposta).

Le virgolette si usano anche:

● per citare una sola parola (es. la scritta “Benvenuto”);
● per indicare il significato di una parola (es. mouse letteralmente significa “topo”), ma a volte si usa anche il corsivo;
● per specificare un uso improprio di una parola o per sottolineare un senso figurato o ironico da cui si prendono le distanze (es. quel “furbo” non si è accorto di nulla; quella scuola è un “lager”), ma è meglio non abusarne;

● nelle indicazioni bibliografiche per le citazioni di articoli di giornale e periodici o di capitoli di libri: mentre il titolo di una rivista, giornale o libro si indica in corsivo, le sue parti si riportano tra virgolette (es. Giovanni Boccaccio, “Chichibio e la gru”,  Decameron).

Poiché le virgolette basse non sono presenti direttamente sulla tastiera , a volte si sostituiscono con il doppio simbolo di minore e maggiore (<<>>) ma non è una scelta molto elegante. Lo stesso vale per le cosiddette virgolette singole “all’inglese” o apici (’): talvolta si usa marcare una parola anche con l’apice (es. quella ‘maestrina’), ma è una scelta meno diffusa e diventa indispensabile solo quando c’è una citazione nella citazione, per evitare confusioni: “Disse: ‘Certo!’ Ma non sembrava contento”.

Per essere precisi gli apici sono segni che possono differire dall’apostrofo e quando occorre distinguerli sono dritti invece che curvi. Ma non tutte le fonti di caratteri permettono questa distinzione, oppure molti programmi di scrittura li convertono direttamemte, anche se distinguerli può essere invece fondamentale da un punto di vista tipografico.

La punteggiatura associata alle virgolette

La punteggiatura associata alle virgolette si trova sia all’interno sia all’esterno, dipende dai casi e anche dalle norme editoriali delle case editrici.

In linea di massima, quando si cita una parola o una frase la punteggiatura è posta all’esterno, per esempio:

● Grazie a quella specie di “barca”, i naufraghi si misero in salvo.

Oppure:

● “Fatta l’Italia, restano da fare gli italiani”, diceva Massimo D’Azeglio.

Tuttavia, davanti a segni d’interpunzione che riguardano l’intonazione, come il punto di domanda o quello esclamativo, si inseriscono all’interno:

Mi disse: “Davvero?”.

E in tal caso è bene aggiungere il punto fermo dopo le virgolette, perché il punto interrogativo che fa parte della citazione, seguito dalle virgolette, perde la sua forza di chiusura.

Quando invece la citazione include un periodo completo, indipendente e finito, si tende a lasciare la punteggiatura di chiusura all’interno delle virgolette, e non bisogna mettere un ulteriore punto successivamente:

“Chi la fa l’aspetti.” Non c’è altro da aggiungere.

I puntini di sospensione

■ Quando si usano i puntini di sospensione? ■ Se i puntini di sospensione chiudono la frase è necessario aggiungere il punto fermo? ■ Si possono scrivere in numero superiore a tre per rafforzare il senso di continuità? ■ Si possono usare solo due puntini di sospensione invece di tre? ■ Dopo i puntini di sospensione si procede con la maiuscola? ■ Si possono associare i puntini di sospensione a ecc. o eccetera? ■ Meglio scrivere ecc. o etc.?

I puntini di sospensione si usano:

● per indicare che un elenco di esempi può continuare: il mio equipaggiamento comprende zaino, piccozza, corda, ramponi…
● per lasciare il discorso in sospeso: non ricordo…
● a volte per marcare un’allusione che non viene esposta: con il mestiere che fa… (lascia intendere all’interlocutore di che mestiere si tratti);
● in alcuni casi per indicare tra parentesi un’omissione di una parte di un testo citato: “Quel ramo del lago di Como (…) vien (…) a ristringersi” (talvolta si usano indifferentemente anche le parentesi quadre).

Quando i puntini di sospensione chiudono una frase è necessario iniziare la successiva con la lettera maiuscola, perché costituiscono una pausa forte come quella del punto fermo. Se invece si utilizzano all’interno di un discorso senza chiudere il periodo… si prosegue normalmente con la minuscola.

Tra gli errori più frequenti nell’uso dei puntini di sospensione si registrano:

● metterne solo due (..), o più di tre (…..): i tre puntini di sospensione, come i tre porcellini, sono sempre e solo tre;
● quando chiudono il discorso non bisogna aggiungere il punto fermo e farli diventare quattro;
● davanti a un elenco che termina con i puntini di sospensione non si deve associare la parola eccetera (né prima …eccetera, né dopo eccetera…): hanno il medesimo significato e sarebbe ridondante, quindi o si mettono i puntini o si mette ecc., e mai ecc… (quanto a etc. è un’abbreviazione che scomoda inutilmente il latino et cetera che è sempre meglio evitare in buon italiano, è tipica dei registri burocratici; vedi anche → Meglio scrivere “eccetera”, “ecc.” o “etc.”?);
● quando chiudono un elenco non si deve inserire la e prima dell’ultima parola (zaino, piccozza, corda e ramponi): la e finale serve per introdurre l’ultimo elemento, ma nel caso in cui ci sono i puntini l’ultimo elemento è lasciato in sospeso;
● l’abuso dei puntini di sospensione, e il loro prevalere sulla punteggiatura normale, come avviene soprattutto in Rete (es. sono andato al mare… c’era un sacco di gente… non si riusciva a trovare posto… ed è stato uno strazio…). Vanno usati con moderazione e solo se indispensabili, altrimenti si conferisce al discorso un tono da fumetto e sgrammaticato.

Il punto esclamativo

■ Dopo il punto esclamativo ci vuole sempre la maiuscola? ■ Dopo il punto esclamativo si può mettere il punto fermo? ■ Si può raddoppiare o triplicare il punto esclamativo per rafforzare lo stupore? ■ Si può usare il punto interrogativo associato a quello interrogativo? ■ Se il punto di domanda è associato a quello esclamativo si mette prima (!?) o dopo (?!)? ■ Quali sono esempi di frasi in cui dopo il punto esclamativo si può procedere con la minuscola?

Il punto esclamativo serve per conferire un’intonazione rafforzativa (magari fossi ricco!), e si usa spesso con gli imperativi (esci!) o con le interiezioni (Ah!).
Chiude una frase con la forza di un punto fermo e dunque successivamente il discorso procede con l’iniziale maiuscola:

Sono sicuro! Esclamò.

Tuttavia in alcuni casi sporadici in cui l’esclamazione venga integrata all’interno di una frase, quando il  discorso continua è possibile trovare esempi d’uso seguiti dalla minuscola, una consuetudine diffusissima in passato e anche fino a pochi decenni fa, che oggi è invece più rara:

● “Sì; ma com’è dozzinale! com’è sguaiato! com’è scorretto!” (I promessi sposi)

Talvolta si trova associato al punto di domanda per conferire allo stesso tempo un tono di stupore e di interrogazione (e si può trovare collocato prima !? o dopo ?!), ma questo tipo di rafforzamento è tipico dei registri da fumetto, o pubblicitari e non è frequente in quelli formali, dunque va utilizzato con molta cautela. Anche l’abuso del punto esclamativo da solo è sconsigliabile nello scrivere; si trova frequentemente nei dialoghi, per conferire l’intonazione (Ecco! No!), ma altrimenti è meglio usarlo con moderazione, solo quando è indispensabile.

Tra gli errori più diffusi da evitare ci sono:

● il raddoppio o la moltiplicazione del segno: “Accidenti!!”, “Caspita!!!” (accettabile solo nei fumetti);
● l’aggiunta di un punto fermo o altri segni di interpunzione: “Certo!.” (il punto di domanda è già un segno di chiusura).

Nella lingua spagnola lo si mette anche all’inizio della frase, rovesciato (¡), in modo che l’intonazione sia chiara sin da subito, ma in italiano questa consuetudine non esiste.

Il punto di domanda

■ Dopo il punto di domanda ci vuole sempre la maiuscola? ■ Dopo il punto di domanda si può mettere il punto fermo? ■ Si può raddoppiare il punto di domanda per rafforzare l’interrogazione? ■ Si può usare il punto interrogativo nelle domande indirette? ■ Quali sono esempi di frasi in cui dopo il punto di domanda si prosegue con la minuscola?

Il punto interrogativo o di domanda serve per conferire la giusta intonazione nelle domande dirette e chiude la frase con la forza di un punto fermo, per cui richiede che dopo si usi la maiuscola, per esempio:

Vuoi venire al cinema? Gli domandai.

Tuttavia in alcuni casi sporadici in cui la domanda venga integrata all’interno di una frase, quando il  discorso continua è possibile trovare esempi d’uso seguiti dalla minuscola:

Certo che sei invitata – e perché mai non dovrei invitarti? – alla mia festa!
Si dice (sarà vero?) che le piante sentano.

Naturalmente, in alcuni casi, stabilire quando un discorso continua e quando no ha margini di soggettività e può essere una scelta dell’autore, per esempio: “Ma ora non s’è sbrigato ogni cosa? non s’è fatto tutto ciò che s’aveva a fare?” (I promessi sposi). Fino a qualche decennio fa questa consuetudine di continuare il discorso senza la maiuscola era molto diffusa, oggi si trova più di rado.

Talvolta il punto interrogativo viene associato a quello esclamativo per conferire allo stesso tempo un’intonazione di domanda e di sorpresa (e si può trovare collocato prima ?! o dopo !?), tuttavia questo tipo di rafforzamento è tipico dei registri spiritosi o pubblicitari/fumettistici più che letterari, e va utilizzato con molta cautela.

Tra gli errori più diffusi da evitare ci sono:

● il raddoppio o la moltiplicazione del carattere: “Perché??”, “Cosa???” (un uso accettabile solo nei fumetti);
● l’aggiunta di un punto fermo o altri segni di interpunzione: “Davvero?.” (il punto di domanda è già un segno di chiusura);
● il suo impiego  nelle interrogative indirette: non si scrive mai: “Mi chiedo che cosa pensi?”, esistono esempi del genere che appartengono al passato, ma nell’uso dell’italiano moderno non è accettabile.

Poiché il punto di domanda, che serve per dare la giusta intonazione, compare solo alla fine della frase, il consiglio è quello di non scrivere mai frasi interrogative troppo lunghe: il rischio è che chi legge si accorga troppo tardi che si tratti di una domanda.

Per ovviare al problema, nella lingua spagnola lo si mette anche all’inizio della frase, ma rovesciato (¿), in modo che l’intonazione sia chiara da subito, ma in italiano questa consuetudine non esiste.

Il punto fermo

■ Dopo il punto si deve sempre usare la maiuscola? ■ Le unità di misura abbreviate come cm o cl richiedono il punto finale? ■ 2.014 si scrive con il punto o senza?  ■ Bisogna mettere il punto alla fine di un titolo di capitolo? ■ Che differenza c’è tra punto e punto fermo? ■ Il punto si usa sempre nelle abbreviazioni? ■ Quando un’abbreviazione chiude la frase il punto va raddoppiato?

Il punto (detto anche punto fermo) ha la funzione di chiudere il periodo con un distacco forte, che viene ulteriormente ampliato se dopo si va a capo, iniziando un nuovo capoverso. Lasciare una riga bianca dopo il capoverso precedente conferisce uno stacco ancora maggiore.

Dopo il punto fermo bisogna utilizzare la maiuscola, al contrario di quanto avviene nel caso di virgola, punto e virgola e due punti. Ma il punto si usa anche per le abbreviazioni (sig. = signore, dott. = dottore) e solo in tal caso dopo la maiuscola non si utilizza: “Socrate nacque nel 469 a.C. ad Atene”.

Attenzione, però, a non mettere il punto dopo le abbreviazioni delle misure: km (chilometri), m (metri), cl (centilitri) e così via, non lo richiedono.
Inoltre, non si mettono i punti di abbreviazione nel caso delle sigle (vedi → “Sigle e acronimi“)

A proposito delle date: si scrivono sempre senza il punto delle migliaia, che invece è sempre consigliabile per i numeri (si mette ogni tre cifre: 100.000.000) per renderli più leggibili; perciò il 2014 (anno), ma 2.014 euro.

Quando un’abbreviazione chiude il periodo, il punto non va mai raddoppiato, se ne lascia uno solo: ho comprato pasta, riso ecc. Allo stesso modo non si aggiunge dopo i puntini di sospensione.

Infine, non bisogna mai mettere il punto alla fine dei titoli di un capitolo o paragrafo, non ce n’è bisogno, sarebbe ridondante e graficamente poco elegante.

Il punto e virgola

■ Quando si usa il punto e virgola? ■ Scegliere il punto e virgola o la virgola è sempre soggettivo ed equivalente? ■ Che differenza c’è tra punto e virgola e punto fermo? ■ Dopo il punto e virgola si usa la maiuscola? ■ Quando si usa il punto e virgola negli elenchi?

Il punto e virgola si impiega per conferire una separazione maggiore di quella della virgola, ma non forte come nel caso del punto. Dopo questo segno di interpunzione si procede con la minuscola.

Anche se di solito è usato di rado, rispetto alla virgola è indispensabile quando nella frase c’è un cambio di soggetto. Per esempio:


la gatta si sistemò su una pila di libri; questa cominciò a barcollare per il peso.

In questo caso la virgola sarebbe insufficiente. In alternativa si può mettere il punto.

È consigliabile usare il punto e virgola anche quando ci sono degli elenchi che includono sottoinsiemi, per esempio:


la redazione è composta da Marco, il redattore; Sara, la grafica; e Maurizio, il direttore.

Usare la virgola sarebbe meno elegante e farebbe apparire la frase meno chiara: si potrebbe pensare che “Marco” e “il redattore” siano persone diverse.

Anche negli “elenchi punto” si usa preferibilmente il punto e virgola per separare ogni voce, tranne l’ultima che richiede il punto fermo; per esempio:

ingredienti per la torta:

● burro;
● uova;
● farina.

La virgola

■ Esistono delle regole che prescrivono quando la virgola è obbligatoria? ■ Esistono delle regole che prescrivono quando la virgola non si può mettere? ■ Quali sono le differenze tra virgola e punto e virgola? ■ Quando le incidentali richiedono la virgola invece delle parentesi? ■ Quali sono gli esempi di frasi in cui la virgola cambia il significato?

La virgola ha la funzione di separare un concetto o una frase, ma senza staccarli completamente, perché continuano, e dunque conferisce una separazione debole, rispetto al punto fermo. Si usa per esempio in un inciso (o incidentale), e in questo caso bisogna sempre chiuderlo con un’altra virgola (il telefono, inventato nell’Ottocento, oggi si è molto evoluto). L’inciso può racchiudere a volte anche una sola parola e non sempre un frase, per esempio nel caso di appellativi rivolti a qualcuno: correte, donne, è arrivato l’arrotino!

Nello scrivere è bene evitare di usare troppe incidentali, appesantiscono il periodo, ma quando capita o c’è un’incidentale nell’incidentale è possibile ricorrere alle parentesi o al trattino lungo disgiuntivo, invece della virgola, per essere più chiari; per esempio:

Nello scrivere è bene evitare di usare troppe incidentali (appesantiscono il periodo), ma quando capita o c’è un’incidentale nell’incidentale è possibile ricorrere alle parentesi o al trattino lungo disgiuntivo invece della virgola per essere più chiari.

La virgola si usa quasi sempre (ma non obbligatoriamente) prima di ma (vedi → “Si può dire ma però? E altri dubbi su ma“), però, tuttavia, sebbene, se, o quindi (es. mangio la mela, ma scarto la buccia).
È obbligatoria negli elenchi per separare gli elementi (ho messo in valigia pantofole, calze, maglia e pigiama) e nell’ultimo elemento si sostituisce spesso con la e (che invece si tende a omettere quando l’elenco non si conclude e termina con ecc. e non può precedere i puntini di sospensione…).

Nel caso della “virgola seriale” che separa gli elenchi, non è obbligatorio sostituire l’ultima virgola con la e, talvolta possono convivere. Per esempio: “Mi hanno servito antipasto, spaghetti al pomodoro, seppie, e patate” può specificare che il contorno di patate era un piatto separato e non un piatto unico composto di “seppie e patate”. Dunque, anche fuori dagli elenchi, non è necessariamente vero, come si sente dire spesso, che la congiunzione e sia sempre sostitutiva della virgola (vedi → “E o virgola? O entrambe?“), talvolta si possono usare insieme (sono stanco, e non mi vergogno ad ammetterlo). Come avviene nel parlare, anche nello scrivere tutto dipende dalla volontà dell’autore di sottolineare una pausa, e non solo di separare, ma può succedere che la volontà dell’autore di fare una pausa non corrisponda poi all’intonazione del lettore che interpreta. Anche nel caso di un elenco di due parole si può scegliere di usare la virgola oppure la congiunzione e: sono stanco, sfinito oppure sono stanco e sfinito.

In molti casi una semplice virgola può dare diverse valenze a una frase e il suo uso non è più soggettivo. Per esempio nelle relative, quando c’è che:

gli uomini che erano accaldati si fecero una doccia

indica che, tra tutti, solo chi era accaldato si fece una doccia, mentre:

● gli uomini, che erano accaldati, si fecero una doccia

indica che tutti gli uomini in questione erano accaldati e si fecero una doccia.

Allo stesso modo dire:

quando il gatto mangia, il topo è contento

è diverso rispetto a:

quando il gatto mangia  il topo, è contento.

Nel secondo caso il soggetto della frase cambia, e con esso il senso.

Se non è possibile prescrivere quando si deve mettere la virgola, viceversa ci sono casi in cui metterla è sicuramente sbagliato, per esempio quando c’è una continuazione logica che non consente una separazione (come tra l’articolo e il nome). Gli errori più comuni da evitare sono di metterla:


tra soggetto e predicato (Mario andava per la città e mai: Mario, andava per la città);
tra predicato e complemento (mangio un panino e mai: mangio, un panino);
tra il nome e l’aggettivo (ho comprato una maglia rossa e non: ho comprato una maglia, rossa).

La punteggiatura

■ Quali sono i segni d’interpunzione? ■ Quali sono i segni d’interpunzione che esprimono l’intonazione? ■ Quali sono le regole che regolano la punteggiatura? ■ Quando ci vogliono gli spazi con i segni d’interpunzione? ■ Quali segni d’interpunzione richiedono di proseguire con la maiuscola?

Quando parliamo facciamo delle pause tra le parole e tra le frasi, e diamo anche un’intonazione.
Nello scrivere utilizziamo la punteggiatura per esprimere le stesse cose.

Ci sono segni che esprimono le intonazioni, per esempio il punto di domanda o quello esclamativo, e altri che hanno una funzione più logica, cioè fanno sentire le pause per separare i concetti all’interno di una frase e anche per separare le frasi all’interno del periodo, come le virgole o i punti.

Questo secondo aspetto è molto soggettivo, e come nel parlare possiamo interpretare in vari modi uno stesso discorso con pause e toni differenti, allo stesso modo nello scrivere non ci sono sempre delle regole ferree, tutto dipende dallo stile e dagli intenti di chi scrive.

L’interpunzione, perciò, non può essere codificata in modo rigido, è un’arte delicata, soggettiva, che richiede orecchio, e una buona punteggiatura può migliorare un testo e renderlo più chiaro o semplicemente più “bello”. Un punto esclamativo alla fine della frase ha la funzione di conferire enfasi all’intonazione; un punto fermo invece di una virgola ha la funzione di separare maggiormente i concetti, e per dire le stesse cose si può scegliere di costruire un periodo lungo con tante virgole (per esempio in contesti esplicativi e razionali) oppure preferire tante frasi brevi con uno stile completamente diverso (per esempio nella narrativa).

In questa soggettività, tuttavia, dei punti fermi ci sono, ed esistono degli errori oggettivi da evitare e delle prescrizioni logiche da seguire.

La prima regola riguarda gli spazi: i segni di interpunzione si attaccano alle parole di solito alla fine (ma nel caso dell’apertura delle virgolette o delle parentesi anche subito prima) e ne diventano parte integrante, dunque non richiedono spaziazioni per esempio:

disse: e non disse : (una consuetudine che si ritrova nel francese, ma non in italiano);
«esempio» e non « esempio » ;
Addio! e non Addio !

Quanto agli altri usi obbligatori, bisogna tenere presente che la punteggiatura può cambiare il senso di una frase:

il maestro dice: Pierino è un somaro

è molto diverso da:

il maestro, dice Pierino, è un somaro.

In linea di massima, dopo i segni d’interpunzione di chiusura come il punto, il punto di domanda e quello esclamativo si procede con l’iniziale maiuscola, mentre dopo quelli deboli come virgola, punto e virgola e due punti il discorso prosegue con l’iniziale minuscola, ma ci sono casi in cui le cose vanno diversamente.

Per scoprire le regole, gli errori da evitare e i consigli per un buon utilizzo della punteggiatura è bene andare a fondo vedendo come comportarsi caso per caso davanti a:

● il punto;
● la virgola;
● il punto e virgola;
● i due punti;
● il punto di domanda;
● il punto esclamativo;
● i puntini di sospensione;
● le virgolette;
● i trattini congiuntivo e disgiuntivo;
● le parentesi;
● la sbarretta (/);
● l’asterisco.

Questi articoli includono anche le norme per esempio dell’associazione delle virgole o dei punti alle virgolette (si mettono fuori o dentro?) o alle parentesi.

Bisogna poi tenere presente che oltre ai segni d’interpunzione ci sono anche altri caratteri della tastiera che è bene sapere padroneggiare, a cominciare dall’apostrofo, dagli accenti o dallo spazio (che è a tutti gli effetti un carattere da sapere usare nel giusto modo) per finire con una serie di caratteri speciali come le losanghe (♦) e tutti gli altri caratteri meno frequenti (per esempio: § che nell’editoria serve talvolta per marcare i paragrafi).

Maiuscole e minuscole

■ Quando una parola deve essere scritta con l’iniziale maiuscola e quando minuscola? ■ Dopo i due punti si può usare la maiuscola? ■ Dopo il punto interrogativo si può evitare la maiuscola? ■ Dopo i puntini di sospensione è sempre obbligatoria la maiuscola? ■ Perché “Monte” Rosa si scrive maiuscolo, ma il “monte” Gran Sasso in minuscolo? ■ Perché il “fiume” Tevere si scrive minuscolo ma il “Lago” Maggiore tutto maiuscolo? ■ Gli eventi storici come la “Rivoluzione” francese si scrivono con la maiuscola? ■ I movimenti artistici o culturali come il “Futurismo” si scrivono con la maiuscola? ■ I periodi storici come il “Rinascimento” si scrivono con la maiuscola? ■ I movimenti artistici o culturali come il “Futurismo” si scrivono con la maiuscola? ■ Le epoche come il “Novecento” o i periodi come gli anni “Settanta” si scrivono con la maiuscola? ■ Quando nord, sud, est e ovest si scrivono con la maiuscola? ■ I nomi degli ordini biologici come i “Mammiferi” si scrivono con la maiuscola? ■ “Luna” che è il nome proprio del nostro satellite si scrive con la maiuscola? ■ I numeri romani si scrivono sempre con la maiuscola? ■ “Dio” si scrive con la maiuscola? ■ Meglio scrivere “I promessi sposi” o “I Promessi Sposi” con le maiuscole? ■ La Divina Commedia si scrive con entrambe le iniziali maiuscole? ■ “Papa” o “re” si scrivono in maiuscolo? ■ Meglio scrivere “I promessi sposi” o “I Promessi Sposi” con le maiuscole? ■ Meglio scrivere “paese” in minuscolo o maiuscolo? ■ I nomi dei popoli si scrivono in maiuscolo? ■ La “Borsa” di Milano si scrive in maiuscolo? ■ I giorni e i mesi si scrivono con l’iniziale maiuscola? ■ Le sigle si scrivono in maiuscolo? ■ Si può usare il maiuscolo per evidenziare un concetto o una parola in un testo? ■ Che cos’è il maiuscoletto?

L’iniziale maiuscola si usa quando si inizia un periodo o nei nomi propri, e più precisamente in questi casi:

● dopo il punto, il punto esclamativo, interrogativo e i puntini di sospensione, se la frase si conclude; anche dopo i due punti seguiti dalle virgolette che si usano nelle citazioni è buona norma usare la maiuscola, per esempio: disse: “Ciao”;
● nei nomi propri di persona (Laura) o animale (Fido), nei soprannomi e appellativi (il Savonarola e il Canaletto);
● nei nomi geografici e topografici (il Monte Rosa, il Lago Maggiore, Palazzo Marino, via del Campo, piazza Tricolore, la Cappella Sistina, ma anche il Nuovo Mondo e l’Estremo Oriente); tuttavia, nei casi in cui il doppio nome non sia parte integrante della denominazione, solo il nome proprio va in maiuscolo, per cui si scrive il Monte Rosa ma il monte Gran Sasso (monte in questo caso non fa parte del nome proprio, è nome comune), così come il Lago Maggiore ma il fiume Tevere;
● nei nomi commerciali di aziende e marchi registrati (la moto Guzzi, i gialli Mondadori);
● nei nomi di enti e istituzioni (per lo più solo la prima parola, il Ministero dei beni culturali, il Movimento cinque stelle, ma non sempre e necessariamente, per esempio la Croce Rossa) e in quelle di associazioni (Avis), squadre sportive (Juventus) o gruppi artistici (i Beatles, i Gufi);
● per alcuni eventi storici significativi (la Rivoluzione francese o la Prima guerra mondiale o anche Prima Guerra Mondiale);
● nel caso delle epoche (il Medioevo, il Risorgimento) e nei nomi di decenni e secoli (gli anni Settanta, l’Ottocento, l’anno Mille) e delle correnti culturali (l’Espressionismo, il Futurismo);
● nei titoli delle opere letterarie, musicali, giornali, riviste o nei documenti ufficiali (lo Zibaldone, la Traviata, l’Espresso, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo);
● nei punti cardinali quando indicano una particolare regione: il Nord America, il Sud Africa (quando invece indicano una direzione si usa il minuscolo: andare a sud, pochi chilometri a nord di Berlino);
● nei nomi delle festività (Natale, Pasqua);
● nei numeri romani (I, II…), tranne quando sono apposti in un testo come apice per indicare le note editoriali, es. xxxiv;
● nelle classificazioni biologiche del regno animale e vegetale quando indicano ordini, classi e famiglie (i Mammiferi, i Lepidotteri, le Conifere) che diventano invece tutti minuscoli quando sono usati in senso comune, così come in senso scientifico si scrive la Luna (il nome proprio del satellite) ma diventa la luna nel linguaggio comune.

Dio, stando al dizionario, per rispetto si scrive maiuscolo quando indica l’essere supremo delle grandi religioni monoteistiche, mentre diventa un dio quando si riferisce alle altre divinità, “al tempo degli dei falsi e bugiardi” per dirla con Dante (Divina Commedia, Inf., I, 72).

Quando si scrive in maiuscolo una lettera accentata è sempre evitare di usare l’apostrofo invece dell’accento, ed è consigliabile cercare il simbolo apposito tra i caratteri speciali, visto che non è presente sula tastiera. In particolare bisogna fare attenzione alla voce del verbo essere “è”, che sia in minuscolo sia in maiuscolo, va scritta con il suo accento grave (“è” e “È” e non e’ e E’): accento e apostrofo sono infatti due segni diversi.

Maiuscole o minuscole?

Se un tempo si tendeva a utilizzare il più possibile le iniziali maiuscole, oggi la tendenza è quella di evitarle, quando non sono indispensabili. Vanno scomparendo e attenuandosi sempre maggiormente le forme reverenziali, un tempo preferibilmente maiuscole. Ormai nessuno (o quasi) si fa chiamare “dottore” per ostentare la laurea, per cui scrivere Dottore addirittura in maiuscolo risulta sempre più fuori luogo. Come anche presidente, ministro, re e papa si possono tranquillamente scrivere in minuscolo, quasi obbligatoriamente quando sono apposizioni di nomi (re Umberto II, papa Francesco, il presidente della Repubblica, il marchese del Grillo), mentre da soli, il Papa e il Re, si possono tollerare, ma stanno cadendo in disuso. Anche nelle lettere formali o commerciali, sono ormai in regressione e suonano un po’ obsolete le formule referenziali di una volta che prevedono l’uso delle maiuscole per i pronomi che riguardano il destinatario come: “PorgendoLe i miei migliori auguri La saluto cordialmente”.

E così, anche se paese (minuscolo) indica un agglomerato urbano e Paese indica una nazione, ormai questa distinzione si trova sempre meno, nei libri e sui giornali, e non è più obbligatoria, come anche i nomi dei popoli (gli Italiani, i Cinesi) tendono a comparire sempre più in minuscolo, senza più fare distinzioni tra il loro uso come nome (gli Inglesi), e quello come aggettivo (i costumi inglesi) obbligatoriamente in minuscolo, in questo secondo caso. Sono ancora diffusi e quasi obligatori, invece, nel caso delle popolazioni antiche: gli Egizi, gli Etruschi.

Le distinzioni tra maiuscole e minuscole continuano ad avere un senso in certi contesti per esempio per differenziare il significato di alcune parole: una chiesa e la Chiesa (come istituzione), la borsa e la Borsa (degli affari), un consiglio e il Consiglio (dei ministri o di amministrazione), la facoltà di parola e la Facoltà di Filosofia… Altre volte si può scrivere per esempio Web o Internet con le iniziali maiuscole, ma nel vocabolario sono riportati minuscoli e di fatto non c’è una regola per preferire una forma all’altra, soprattutto quando questi termini penetrano nel nostro linguaggio in modo profondo e sempre più diffuso.

Non c’è alcuna ragione per scrivere con l’iniziale maiuscola, come spesso si vede, per esempio i nomi dei mesi, o i giorni della settimana: non sono nomi propri di mesi e giorni, sono nomi comuni: lunedì 3 gennaio.

Ciò vale anche, dopo la prima parola, per i titoli dei libri, dei film e simili, che spesso sono scritti per vezzi grafici con le iniziali maiuscole, all’americana, per cui si trova I promessi sposi, ortograficamente corretto e preferibile (a mio gusto), ma anche I Promessi Sposi. Fate un po’ come volete, in questi casi, è una questione di stile (ma Divina Commedia si scrive per convenzione sempre con la doppia maiuscola).

Un discorso a parte va fatto per le sigle e gli acronomi che un tempo si scrivevano preferibilmente in maiuscolo (ENEL, AIDS), ma oggi la tendenza è di riportare almeno quelle più conosciute solo con l’iniziale maiuscola (Unesco, Fiat) o addirtura completamente in minuscolo per quelle entrate nell’uso comune (tv, cd). Per approfondire l’uso delle maiuscole in questi casi e anche il loro genere e la loro pronuncia, vedi → “Sigle e acronimi“.

Per lo stesso motivo di carattere grafico e di buon gusto, nell’editoria non si usa mai il maiuscolo per evidenziare parole o concetti a cui dare risalto all’interno di un testo. Si tende a evitare il corpo tutto maiuscolo persino nei titoli, perché appesantisce, a maggior ragione nel testo è meglio farne a meno. Per dare risalto a delle parole meglio usare il grassetto o il corsivo (vedi → “Lo stile di un testo e l’uso del corsivo“).

Quando non si può fare a meno del maiuscolo è preferibile scegliere il maiuscoletto, che mantiene la differenza tra maiuscole e minuscole, ed è più aggraziato, se si vuole introdurre in qualche titolo.

I due punti

■ Quando si usano i due punti? ■ Dopo i due punti si può usare la maiuscola? ■ Sono indispensabili i due punti prima degli elenchi? ■ Come si abbinano i due punti con le virgolette nel discorso diretto? ■ È giusto scrivere ho mangiato: un panino? ■ Si possono usare i due punti nello scrivere l’ora seguita da minuti e secondi? ■ Si possono usare i due punti nel discorso indiretto?

I due punti servono a specificare e chiarire qualcosa che segue, e hanno la funzione di precisare; per esempio:

a quel punto ho capito tutto: l’assassino era il maggiordomo.

Però non si possono usare per specificare per esempio l’oggetto di un verbo, dunque si dice ho mangiato un panino (e non ho mangiato: un panino).

Si usano anche per introdurre il discorso diretto (mai quello indiretto), e sono in questo caso di solito seguiti dalle virgolette; per esempio:

le domandai: “E tu che fai?” (e mai per il discorso indiretto: “le domandai: che cosa facesse”).

Dopo i due punti si procede con la minuscola, tranne quando sono seguiti dalle virgolette, in tal caso è buona norma cominciare con la maiuscola (mi disse: “Aspettami!”).

Si impiegano di solito (anche se non sempre e obbligatoriamente) prima degli elenchi (es. ingredienti: uova, farina, latte); quando gli elenchi sono numerati o “elenchi punto” diventano indispensabili ed è consigliabile anche andare a capo subito dopo. Per esempio:

lista della spesa:

● detersivo;
● vino;
● insalata.

Si trovano anche per indicare le ore in modo puntuale con la separazione di minuti e secondi, per esempio: sono le 15:34:05. E poi si possono trovare in matematica come segno di divisione (8 : 2 = 4).

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