Plurali anomali

■ Quali sono le parole che al plurale cambiano genere come uovo e uova? ■ Che differenza c’è tra  orecchi e orecchie? ■ Quali sono le parole che hanno un plurale sia al maschile sia al femminile come ginocchi e ginocchia? ■ Quali sono le parole che al plurale cambiano radice come uomo e uomini? ■ Il plurale di calcagno è calcagni o calcagna? ■ Il plurale di tempio è tempi o templi? ■ Qual è il plurale di “belga”? ■ Che differenza c’è tra i gridi e le grida?

Tra i plurali anomali e irregolari, ci sono parole sovrabbondanti che presentano due forme per il plurale e, talvolta possiedono un diverso significato e talvolta no.

Tra questi ultimi ci sono per esempio nomi dal plurale sia maschile sia femminile, come i ginocchi o le ginocchia; gli orecchi e le orecchie (ma quelle che si fanno alle pagine dei libri sono solo al femminile), i gridi (per lo più solo degli animali) e le grida.
In alcuni casi i plurali al femminile vivono solo in alcune frasi fatte, per esempio i calcagni è affiancato da un doppio plurale solo nell’espressione “stare alle calcagna”; i reni e “spezzare le reni”; i cuoi e “tirare le cuoia”.

Ci sono poi plurali che cambiano genere e passano dal maschile al femminile, come un uovo e le uova, il riso (nel senso delle risate) e le risa, il paio e le paia, e poi  alcune unità di misura come il miglio e le miglia, il migliaio e le migliaia, il centinaio e le centinaia, mentre mille nei composti si trasforma in –mila (duemila). Il carcere ha due plurali di diverso genere: i carceri e le carceri. Passa invece dal femminile al maschile la eco che diventa gli echi.

Tra i plurali irregolari femminili c’è ala che diventa le ali, invece di seguire le regole della prima declinazione.

Altri plurali cambiano la radice e così uomo diventa uomini (anche nei composti come gentiluomo), dio diventa dei (che ha anche un’articolazione irregolare: gli dei al posto de “i dei”), e bue diventa buoi, così come uscendo dalla categoria dei sostantivi, anche gli aggettivi possessivi mio, tuo e suo si trasformano in miei, tuoi e suoi.

Tempio e ampio al plurale prendono una “l” (ampio anche nel superlativo amplissimo) e diventano templi e ampli, anche se esistono anche le forme regolari, tempi e ampi.

Infine, un abitante del Belgio è detto belga, ma al plurale diventa belgi, invece di mantenere il suono duro come fa al femminile (le belghe).

Le preposizioni

■ Quali preposizioni si possono articolare? ■ Perché si dice dagli (da + gli) ma “per gli”? ■ Meglio dire “con lo” o “collo”? ■ Meglio dire “tra” o “fra”? ■ Quali preposizioni si apostrofano e quali non si possono apostrofare? ■ Cosa sono le locuzioni prepositive? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni semplici? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni articolate? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni proprie? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni improprie?

Le preposizioni (dal latino praeponere, cioè “porre prima”) sono particelle chiamate così perché “si mettono prima” (su precede sempre il nome, per es. sul tavolo) e hanno una funzione di collegamento.
Possono collegare tra loro due parole (il cane di Marco, cibo per cani), si usano nel caso dei complementi indiretti (torno da Roma, vado con lui) e per legare insieme le frasi principali con quelle dipendenti (o subordinate): ti propongodi correre;  corro per allenarmi.

Oltre a quelle semplici e articolate che sono dette proprie, ci sono anche quelle improprie, e cioè che hanno gli stessi significati (per esempio sopra invece di su) o analoghe funzioni (per esempio davanti).

Preposizioni proprie semplici e articolate

Le preposizioni semplici, cioè di, a, da, in, con, su, per, tra e fra (come nella filastrocca che si impara a memoria), sono parti invariabili del discorso (non si volgono al singolare, plurale, maschile o femminile), ma quando si uniscono all’articolo in una parola sola (dello, della, degli, delle) diventano articolate, e in questo caso si concordano con le parole che precedono seguendo le regole degli articoli che le compongono.

Ma non sempre è possibile fondere preposizione con l’articolo in una preposizione articolata: da + il = dal, ma nel caso di per + lo non si usa “pello”.

Il prospetto che segue riassume ogni possibile caso di articolazione possibile e mostra i casi in cui non si articolano e rimangono separate.

Se in alcuni casi le preposizioni non si uniscono mai all’articolo (non si può dire “fralle” o “perle” al posto di fra le o per le), i casi indicati tra parentesi indicano le forme che grammaticalmente si possono articolare, ma nell’uso dell’italiano moderno tendono  a rimanere  staccate. Forme come “pei”, “pegli” o “pei” sono arcaiche e non si usano più, vivono solo nei libri del passato. Nel caso di collo, colla o colle si usano di frequente nel parlato, ma quando si scrive la tendenza moderna è di preferire le forme staccate, che suonano meglio e non creano confusioni con altre parole dallo stesso significato (il collo, il colle, la colla). Col e coi sono invece più diffuse.

Tra e fra e sono sinonimi perfetti, e scegliere una o l’altra forma dipende solo da motivi eufonici. Dire per esempio “tra trame” e “fra farfalle” produce  un bisticcio e suona quasi come uno scioglilingua, perciò è consigliabile usare forme come fra trame o tra farfalle. In tutti gli altri casi scegliere tra una e l’altra preposizione dipende solo dai gusti personali, entrambe sono perfettamente lecite (tra papaveri o fra papaveri).

Tra, fra e su talvolta si possono rafforzare attraverso l’aggiunta di “di”: si può dire fra di voi o su di voi… oppure fra voi e su voi, ancora una volta ognuno può scegliere la forma che preferisce. Per saperne di più vedi → “Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni”.

Le preposizioni che si apostrofano
Anche se finiscono per vocale, fra, tra e su non si apostrofano mai (fra amici, e mai fr’amici), e anche da non si apostrofa di solito, tranne in alcune locuzioni come: d’altro canto, d’altra parte, d’ora innanzi, d’ora in poi, d’altronde…). La preposizione di invece si tende ad apostrofare: un gioiello d’oro, un vassoio d’argento, d’un tratto, tutto d’un pezzo, protocollo d’intesa… (vedi anche → “L’apostrofo: elisione e troncamento“).

La preposizione “a” può prendere la “d eufonica” e diventare “ad” solo quando precede una parola che comincia per “a” (per saperne di più → “E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche“).

Preposizioni improprie e le locuzioni prepositive

Le preposizioni improprie sono parole diverse dalle preposizioni proprie, anche se il loro significato o la loro funzione sono simili: invece di dire in (preposizione propria) è possibile dire dentro (preposizione impropria). Tra queste ultime, che sono sempre invariabili, ci sono anche parole che in altri contesti possono essere avverbi di luogo o di tempo come davanti, dietro, sopra, sotto, giù, dentro, fuori, vicino, presso, accanto, intorno, prima, dopo o aggettivi come secondo, salvo, lungo (aggettivi) e altre parole ancora usate con funzione di preposizione, come mediante, eccetto

Locuzioni prepositive
A volte le preposizioni improprie si appoggiano a preposizioni proprie; per esempio, invece di dire i calzini nel cassetto (preposizione propria) si può dire i calzini dentro il cassetto, ma anche i calzini dentro al cassetto (per saperne di più → “Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni”). E in certi casi questi stessi significati si possono rendere anche con più di una parola, e in questo caso si parla di  locuzioni prepositive: per mezzo di, per opera di, a favore di, nell’interesse di, a causa di, a dispetto di

Gli ho dato o ho dato loro?

■ Si può usare gli al posto di loro? ■ Se ci si riferisce a più persone, meglio dire gli ho dato o ho dato loro? ■ Glielo si può riferire anche a più persone? ■ Alessandro Manzoni ha usato “gli” al posto di “loro” nei Promessi sposi?

Il pronome personale gli sta al posto di a lui, dunque al plurale è sempre meglio dire loro, quindi:

● “dai un bacio al principe” si può trasformare in “dagli un bacio”

ma

● “dai un bacio ai principi” (plurale) diventa “dà loro un bacio” e non “dagli un bacio”.

Tuttavia nel parlato e nell’uso comune prevale spesso la forma meno elegante, che non è sempre considerata un errore.

Questo uso si ritrova persino nell’Introduzione dei Promessi sposi:
“Taluni però di que’ fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c’eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni” e Manzoni usa questa forma anche in altri passi del romanzo:
“Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta?”

Bisogna riconoscere che in alcuni casi il loro può suonare male anche se è più corretto. Per esempio, la forma “glielo” è molto più eufonica (dateglielo è più “maneggevole” di datelo a loro).

In sintesi, quando la naturalezza del discorso lo richiede è possibile piegare e adattare le regole della grammatica troppo rigide.

La declinazione degli aggettivi: genere e numero

■ Gli aggettivi sono sempre variabili? ■ Come si forma il plurale degli aggettivi? ■ Gli aggettivi come si volgono al femminile? ■ Quali sono le declinazioni degli aggettivi? ■ Perché il plurale di poco è pochi, ma quello di pacifico è pacifici? ■ Perché il plurale di saggio è saggi, ma quello di pio è pii? ■ Come si fa il plurale degli aggettivi composti? ■ Quando bello diventa bel, bei, belli? ■ Quando si deve dire quel, quei o quelli invece di quello? ■ Quali sono gli aggettivi invariabili? ■ Quando usa buon e quando buono? ■ Nessun e nessuno seguono le regole di un e uno? ■ Quando l’aggettivo si riferisce a una coppia di nomi uno maschile e l’altro femminile come si declina? ■ Meglio dire i pomodori e le mele rossi, o i pomodori e le mele rosse?

Gli aggettivi sono inclusi tra le parti variabili del discorso perché il più delle volte si concordano con il sostantivo di riferimento nel genere (maschile e femminile) e nel numero (singolare, plurale).

Per essere precisi non sempre è così, e ci sono anche molti aggettivi invariabili come molti numeri, alcuni colori come il rosa, alcuni aggettivi determinativi. Sono invariabili anche:

● aggettivi come tuttofare, stereo, turbo
● alcune locuzioni avverbiali usate come aggettivi (perbene, dappoco);
pari e i derivati (dispari, impari);
● alcuni composti di anti– come antinebbia, antifurto, antiriflesso (ma non vale per antipatico o antisismico, al plurale –ci), di fuori- (fuoripista, fuoriporta), si mono– (monoposto), o di pluri– (pluriuso);

e in altri casi ancora.

Per comprendere quando si possono declinare e come, può essere utile dividerli in categorie a seconda della loro desinenza (così come si fa con i sostantivi):

● gli aggettivi che al maschile singolare terminano in –o (per esempio bello) hanno quattro possibili desinenze:
o per il maschile singolare → uomo bello
a per il femminile singolare, → donna bella
i per il maschile plurale → uomini belli
e per il femminile plurale, → donne belle;


● gli aggettivi che al maschile singolare terminano in –a (es. idealista) hanno tre possibili desinenze:
a per il maschile e il femminile singolare → uomo o donna idealista
e per il femminile plurale, → donne idealiste
i per il maschile plurale → uomini idealisti
 

● gli aggettivi che al maschile singolare terminano in –e (es. interessante) hanno due possibili desinenze:
e per il maschile e femminile singolare → uomo o donna interessantei per il maschile e femminile plurale → uomini o donne interessanti

Inoltre (come nel caso dei nomi in –co e –go), gli aggettivi che terminano in:

● –co al plurale si trasformano in –chi (pronuncia dura; per esempio pòchi, antìchi) quando sono accentati sulla penultima (sono cioè piani); se invece sono accentati sulla terz’ultima (sdruccioli) si trasformano in –ci mantenendo il suono dolce (per esempio: pacìfici, antibiòtici ma al femminile mantengono il suono duro: pacifiche, antibiotiche);
● in –go al plurale diventano –ghi (casalinghi, larghi), ma ciò non vale per i composti di –fago (antropofagi);
● in –io al plurale maschile terminano in –ii quando al singolare l’accento tonico cade sulla i (pìopii), altrimenti si contraggono in una sola –i (saggiosaggi).

Quando sono composti, di solito gli aggettivi cambiano il plurale solo nella desinenza del secondo elemento: verità sacrosante; comunità italo-francesi.


Nel declinare gli aggettivi è bene ricordare che:

bello (come quello, formato dall’articolo determinativo il/lo) si comporta seguendo le regole che governano → l’articolo determinativo, dunque al maschile possiede un doppio singolare e un doppio plurale a seconda della parola che segue: un bel gatto, un bell’armadio, bei colori, begli occhi (al femminile sempre bella e belle). Dunque non è corretto dire che bei occhi;
buono (come alcuno, formato → dall’articolo indeterminativo un/uno) si comporta come l’articolo indeterminativo: buon appiglio (senza l’apostrofo), buono studente (benché buon studente venga ormai tollerato, anche se non elegante), buon’anima, buona persona (al plurale è invece sempre buone e buoni). Vedi anche “L’apostrofo: elisione e troncamento

Infine, bisogna prestare attenzione alle concordanze: quando ci sono aggettivi riferiti a più nomi di genere diverso prevale il maschile, per esempio: “Il gatto e la gatta sono bianchi”, anche se talvolta, per assonanza, è ammissibile anche concordare l’aggettivo solo con il nome più vicino: “Ho passato giorni e settimane intense”. Insomma talvolta le regole di questo tipo non si applicano solo in modo rigido e matematico, sono elastiche e si possono piegare a seconda delle circostanze, se suonano meglio.

Un, uno e una al plurale: gli articoli partitivi dei, degli e delle

■ Come si distinguono gli articoli partitivi dalle preposizioni articolate? ■ Si può dire “hai dei begli occhi”? ■ Si può dire “il cane di dei miei amici”? ■ Si può dire “sono stato in dei posti”? ■ Che differenza c’è tra “mangio biscotti”, “mangio dei biscotti” e mangio alcuni biscotti”? ■ Quando è obbligatorio l’uso del partitivo? ■ Quando si può evitare l’uso del partitivo? ■ Con quali parole si può sostituire un partitivo? ■ Quando i partitivi non si possono usare?

Un, uno e una non hanno un vero e proprio plurale.

Gli articoli indeterminativi al plurale diventano come le preposizioni articolate: dei, degli e delle. Prendono il nome di articoli partitivi perché indicano una quantità o una parte del tutto, come quando (anche al singolare) si dice: “Ho mangiato della carne e ho bevuto dell’acqua” (= una parte, un po’). Con questa stessa funzione, ho visto un amico al plurale diventa ho visto degli amici (cioè alcuni, un po’, certi, una parte dei miei amici, non tutti) che ha un valore indeterminato prima che di quantità.

Come distinguere i partitivi dalle preposizioni articolate?
In alternativa agli articoli partitivi, per formare il plurale si può utilizzare l’aggettivo indefinito alcuni e alcune (alcuni pneumatici, alcune amiche). Oppure, si possono sostituire con un po’, certi, qualche. E ancora, si possono quasi sempre omettere. Per esempio:

ho mangiato delle ciliegie = ho mangiato ciliegie, oppure qualche ciliegia, alcune ciliegie, un po’ di ciliegie, certe ciliegie.

Nell’analisi grammaticale, dunque, un trucco per distinguere le preposizioni articolate dagli articoli partitivi è quello di provare a compiere questa sostituzione o a ometterli (guardo dei film = guardo film o alcuni film; la palla dei bambini è invece preposizione articolata). O ancora, si può provare a girare la frase al singolare (prendo delle coseprendo una cosa = partitivo; il nome delle coseil nome della cosa, preposizione).

Nella loro declinazione nel genere e nel numero, i partitivi seguono le stesse regole degli articoli determinativi i, gli e le da cui sono composti (e non degli indeterminativi un, uno e una). Dunque, il plurale di una è sempre delle, mentre quello di un e di uno si trasforma in dei o degli. Il che significa che “un” al plurale può diventare a seconda dei casi dei (es. un canedei cani) oppure degli (un amicodegli amici).

Più precisamente, degli si usa davanti a:

● le parole che cominciano con vocale (degli amici, degli ermellini, degli imbuti, degli orsi, degli usignoli);
● le parole che cominciano con x e z (degli xenofobi, degli zerbini);
● le parole che cominciano con s impura (cioè seguita da un’altra consonante e non da una vocale, per esempio degli studi);
● i gruppi di consonanti gn, pn e ps (degli gnomi, degli pneumatici, degli psicologi).

Negli altri casi si usa dei (dei cani, dei bambini…).

Come nel caso di le e gli, è bene ricordare che anche delle e degli non si apostrofano mai: delle aquile ( e mai “dell’aquile”), degli amici (e mai “degl’amici”), e anche nel caso di degli seguito da parola che inizia con i è preferibile omettere l’apostrofo (degli italiani è meglio di “degl’italiani”, anche se grammaticalmente sarebbe accettabile). Per saperene di più vedi → “Il, lo e la: gli articoli determinativi” e → “Apostrofo: elisione e troncamento“.

Quando i partitivi si possono anche omettere e quando non si possono usare

Venendo alle questioni di stile, è consigliabile non abusare di dei, degli e delle con valore partitivo.

In passato molti linguisti di stampo purista si sono scagliati contro l’uso dei partitivi perché venivano considerati un’interferenza della lingua francese (dove sono sempre obbligatori e non si possono omettere), e anche se nell’italiano moderno sono utilizzati molto di frequente soprattutto nel parlato, è rimasta nell’aria una certa ostilità nel loro abuso soprattutto nei registri alti. Perciò c’è chi ritiene preferibile dire “ho letto alcuni libri” invece di “ho letto dei libri”, ma sono scelte stilistiche personali.

L’uso del partitivo plurale non si può invece ammettere dopo la preposizione di: il cane di un mio amico non può diventare il cane di dei miei amici; o si omette dei (il cane di miei amici) o si sostituisce (il cane di certi miei amici).


Con le altre preposizioni è grammaticalmente ammissibile, ma è spesso considerato inelegante o anche scorretto dopo la preposizione in: sono andato in dei posti (meglio: in posti, in certi posti); animali chiusi in delle gabbie… sono espressioni additate come da evitare dal punto di vista dello stile.
C’è anche chi biasima il suo uso con altre preposizioni, per esempio mangio pane con del salame (meglio mangio pane con salame), oppure ho prestato la mia macchina a degli altri e così via.
Anche quando il nome è accompagnato da un aggettivo qualificativo, per esempio ho bevuto dei vini ottimi, non è ben visto da tutti rispetto a ho bevuto vini ottimi. E davanti a queste forme che alcuni considerano ammissibili, ma altri sconvenienti, è sempre meglio domadarsi se non sia di volta in volta meglio evitarle e rigirare una frase in modo più felice a seconda dei casi.

Infine, i partitivi non andrebbero usati quando ci si riferisce a coppie di oggetti e nomi che non possono essere più di due (in tal caso dei, nel senso di alcuni, ha poco senso), per esempio: Valeria ha occhi molto belli (e non “ha degli occhi molto belli”, visto che sono solo due e che la loro bellezza non appartiene a una parte di essi), così come non si dovrebbe dire “hai delle belle gambe”, anche se questo tipo di espressioni sono piuttosto frequenti e inarginabili al punto di essere entrate nell’uso.

Invece gli articoli partitivi sono  obbligatori quando precedono il verbo nei costrutti: si può dire ho portato libri, ma non libri ho portato.

Il, lo e la: gli articoli determinativi

■ Quando si usa il/i e quando si usa lo/gli? ■ Si dice gli pneumatici o i pneumatici? ■ Si può scrivere l’Fbi? ■ Si può scrivere l’8 settembre? ■ Si dice il TAV o la TAV? ■ Perché si dice il jazz ma lo juventino? ■ Perché si dice i deodoranti ma gli dei? ■ Perché si dice il cherubino ma lo champagne?

Si chiamano determinativi perché indicano qualcosa di determinato: il cane indica “quel cane lì”, non un cane qualsiasi.

Se per il femminile non ci sono dubbi su quale articolo determinativo utilizzare – ci sono solo la per il singolare e le per il plurale – per il maschile nasce invece un problema: quando usare lo (al plurale gli) e quando il (al plurale i)?

Chi è madrelingua va a orecchio senza troppi problemi, di solito, anche se ci sono casi che si sbagliano frequentemente (per es. gli gnocchi e non i gnocchi) e per chi ha dubbi esistono delle regole semplici per non confondersi.

Lo (e gli), si usano davanti a:

● le parole che cominciano con vocale;
● le parole che cominciano con x e z;
● le parole che cominciano con s impura (cioè seguita da un’altra consonante e non da una vocale, per esempio studio);
● i gruppi di consonanti gn, pn e ps.

Dunque, si dice lo xilofono, lo zappatore, gli specchi. Ma soprattutto lo psicologo (al plurale gli psicologi), lo gnomo (gli gnomi), lo gnocco (gli gnocchi); lo pneuma, lo pneumatico o lo pneumotorace.

Il detto: “Ridi, ridi, che mamma ha fatto i gnocchi” è una forma popolare da evitare, è coretto gli gnocchi, e anche nel caso degli pneumatici è la forma più corretta, anche se “i pneumatici” è così diffusa che ormai passa per accettabile.

Il (al plurale i) si usa in tutti gli altri casi, dunque con le parole che cominciano in consonante (a parte quelle già viste): il bambino, il contadino, il dentista, il sogno (qui la s è seguita da vocale), il vigile.

ECCEZIONI!
L’unica eccezione è rappresentata dal plurale di il dio che diventa gli dei (anziché i dei come si dice invece negli altri casi: i deodoranti, i deambulanti…).
E poi c’è l’eccezione delle parole inglesi che cominciano con “w”: anche se si legge “u” (week-end, welfare) si associano all’articolo il e gli (e non a lo come le parole in “u”: gli uomini) e si dice il e i week-end, il e i whisky, come se si pronunciassero con la “v”. La stessa anomalia fonetica si ritrova nelle parole che cominciano con “sw”, dove la “w” è percepita come consonante e non come vocale, dunque si dice lo swing ma il suino, lo swap ma il suocero.

L’articolo con le parole straniere

Nel caso delle parole straniere la cui pronuncia diverge dal modo con cui scriviamo, di solito conta la pronuncia e non l’ortografia, perciò si dice lo champagne (come lo sciatore e non come il chierichetto), l’hotel e gli herpes (l’h è muta e quindi è come se queste parole cominciassero per vocale), il jazz, il jackpot, i jeans, il j’accuse (perché si pronunciano come parole che iniziano per g), mentre si dice lo junghiano, lo jodel, lo jugoslavo, lo juventino (perché si pronunciano come parole che iniziano per i). Per saperne di più vedi → “La pronuncia delle lettere” nella parte dedicata alle lettere straniere.

L’uso dell’articolo davanti alle sigle

Anche davanti alle sigle l’articolo pone qualche problema. In linea di massima si concorda con numero e genere della denominazione completa, per esempio si dice gli USA al plurale (sottintendendo gli Stati Uniti d’America) o la CEE (al femminile perché si sottintende la Comunità Economica Europea). Ma non è sempre così, a volte non è chiaro il genere delle sigle, e nel caso del o della TAV, per esempio, inizialmente si è diffuso il femminile perché era sentita come sinonimo della tratta dell’alta velocità. Ultimamente sta guadagnando terreno il TAV, razionalmente più corretto, visto che è la sigla di Treno ad Alta Velocità.

Tuttavia non sempre questi approcci razionali sono applicabili come una regola, e nel caso di Aids, per esempio, che significa Sindrome da ImmunoDeficienza Acquisita, si è affermato immotivatamente il maschile (l’Aids sta per lo Aids, che infatti è contagioso), forse perché sentito come sinonimo di virus. Per saperne di più vedi → “Sigle e acronomi” (e per l’uso dell’apostrofo degli articoli davanti alle sigle vedi il prossimo paragrafo).

L’apostrofo degli articoli: non si usa nel caso di gli e le

Quando una parola inizia per vocale:
lo e la si apostrofano sempre: l’animale, l’ermellino, l’istrice, l’opossum e l’uccellino (come la del resto: l’amaca, l’edera);
● invece, al plurale gli e le non si apostrofano: le elezioni, gli animali e mai “l’elezioni” o “gl’animali”.

Solo davanti alla i è possibile apostrofare gli, per esempio gl’imbuti, gl’italiani, ma è meglio evitarlo: nell’italiano moderno non è in uso e suona fuori luogo.
Per saperne di più vedi → “Apostrofo: elisione e troncamento“.

Infine: ci sono casi in cui è possibile apostrofare l’articolo anche davanti ai numeri (per esempio l’8 settembre) o alle sigle che vengono pronunciate con una vocale anche se si scrivono con una conosonante perché prevale la pronuncia sull’ortografia, per esempio si trova spesso l’FBI (l’apostrofo, completamente scorretto dal punto di vista grammaticale, si giustifica con la concordanza con la pronuncia all’inglese “effebiài”, come una parola che inizia con la e).

Il plurale dei nomi latini

■ Le parole in latino si volgono al plurale? ■ Meglio dire i curriculum o i curricula? ■ I medium e i media sono la stessa cosa? ■ Meglio dire i corpus o i corpora? ■ Cosa sono gli anglolatinismi? ■ È giusto dire l’opera omnia al singolare anche se significa “tutte le opere”? ■ Perché si dice gli addenda o i desiderata al plurale?

I forestierismi (le parole straniere) non si volgono al plurale (vedi → “Il plurale dei nomi stranieri“), ma anche quelle latine, si possono trattare come forestierismi?

Anche se c’è chi sostiene ancora che nel latino sia buona norma declinare le parole al plurale (e quindi non considerarlo come i forestierismi perché sarebbe la nostra lingua madre), la maggior parte delle fonti e dei dizionari moderni seguono le regole degli esotismi.

La questione è aperta e dibattuta soprattutto nel caso di curriculum (decurtazione dell’espressione più completa e corretta curriculum vitae) che si trova spesso al plurale, curricula, come fosse uno sfoggio di cultura (i dizionari riportano perlopiù che è invariabile, e lo affiancano all’italianizzazione curricolo e curricoli). Stesso discorso si può fare per i corpora, molto diffuso al posto dei corpus che però si può dire anche al singolare (una raccolta di opere o di testi).

È vero, in latino i plurali sono questi, ma perché non si dovrebbe dire i curriculum o i corpus come si dice i referendum (e non i referenda) gli ictus, i lapsus, i rebus, i bonus, gli excursus, i raptus, i virus e gli album? Lo stesso discorso si può fare per gli anglolatinismi (cioè le parole latine che ci sono arrivate attraverso l’inglese) e che non si declinano: i monitor, gli sponsor, i forum, i focus, i campus, le tariffe premium… Insomma in queste declinazioni al plurale del latino manca una logica coerente con i tantissimi esempi che rimangono invariabili. Tuttavia, c’è chi preferisce fare una distinzione tra i latinsimi moderni o derivati dall’inglese, come negli ultimi esempi, che non si dovrebbero declinare, e quelli classici che invece sarebbero da concordare al plurale: lectio magistralis e lectiones magistrales, una prescrizione non riscontrabile per esempio nello Zingarelli che definisce lectio sostantivo latino invariabile.

La questione cambia per i latinismi entrati direttamente al plurale, e in questo caso non si volgono al singolare, per esempio gli acta (relazioni, compilazioni), gli addenda (cose da aggiungere), i desiderata (desideri, richieste) e anche l’opera omnia, letteralmente “tutte le opere”, plurale, anche se in italiano l’espressione si trasforma in sostantivo femminile singolare e si dice comunemente “l’opera omnia di Virgilio”.

Un caso a parte è quello di media (che ci è arrivato però dall’inglese) al plurale, ma un medium, al singolare, ha un altro significato (è un sensitivo che ha a che fare con il paranormale, e dunque al plurale si parla dei medium), anche se dopo il celebre motto del sociologo Marshall McLuhan (1911-1980) “il medium è il messaggio” si trova ormai anche al singolare con il significato di mezzo di informazione.

Che si scrivano al singolare o al plurale, è buona norma ricordare che le parole in latino (al contrario degli altri forestierismi dove è solo una scelta possibile) si dovrebbero sempre scrivere in corsivo (vedi → “Lo stile di un testo e l’uso del corsivo“), a meno che non siano così diffuse da essere assimilate alla stregua delle parole italiane (virus, album…).

Il plurale nei nomi stranieri

■ Come si fa il plurale dei forestierismi? ■ Tutte le parole straniere non si declinano al plurale? ■ Meglio dire mural o murales? ■ Al plurale si dice hater o haters?  ■ Al plurale è meglio dire crêpe o crêpes? ■ Che differenza c’è tra le parole straniere crude come “mouse” e quelle assimilate nel nostro sistema come “sauna”? ■ Le parole francesi si possono declinare al plurale? ■ Le parole spagnole si possono declinare al plurale? ■ Perché i jeans o le fake news si dicono al plurale?

Quando le parole straniere (i forestierismi) entrano nel nostro lessico possono essere adattate e assimilate, e in tal caso si comportano come le parole italiane, per esempio la parola sauna, che è una voce finnica, al plurale si volge in saune in modo normale.

Quando invece entrano nell’uso così come sono, in modo crudo senza adattamenti, la regola è che diventano invariabili nel numero, dunque non si volgono al plurale: i film e i computer (non si può dire films e computers all’inglese). Ciò vale anche per le parole di formazioni più recente, per esempio gli hater (e non haters, anche se la scelta migliore è forse usare le parole italiane: odiatori).

Le uniche eccezioni avvengono quando una parola entra nella nostra lingua già al plurale, per esempio i jeans (e in tal caso rimangono ugualmente invariabili perché non si può fare il singolare) o le fake news (in questo caso si dice una fake news, come in inglse, anche se in italiano abbiamo bufale, notizie false, contraffatte, manipolate…).

Sono ammissibili le variazioni di singolare e plurale solo per eventuali parole che non sono entrate nel nostro lessico, ma rappresentano degli occasionalismi (per esempio nel caso di tecnicismi o termini specialistici non tradotti) che vengono riportati così come sono nell’originale, come una citazione, che può essere fatta sia con il singolare sia con il plurale a seconda dei casi, ma che è bene virgolettare (e anche affiancare dalla traduzione).

Questa regola non vale solo per gli anglicismi, ma anche per ogni altra lingua: i menu (francese), i lager (tedesco), i soviet (russo), gli yogurt (turco), i suq (arabo), i kamikaze (giapponese) i wok (cinese), i golem (ebraico).

Qualche eccezione si può trovare nel caso del francese, dello spagnolo e del portoghese, dove talvolta circola qualche plurale, anche se la regola del singolare invariabile vale comunque e non declinare queste parole è corretto. Però, a volte si può incontrare qualche francesismo al plurale come crêpes (oltre al singolare crêpe), così come per il portoghese è possibile imbattersi anche nei viados o nelle fazendas (o fazende) oltre che nei viado e nelle fazenda, mentre nel caso dello spagnolo i peone, i desaparecido, le telenovela, gli indio e i conquistador possono anche diventare i peones, i desapercidos, telenovelas, gli indios, i conquistadores e nel caso di murales, si usa raramente il singolare, mural, e si dice quasi sempre al plurale. Ma nonostante questi casi la regola di non declinare i forestierismi al plurale vive senza controindicazioni anche nei pochi casi in cui circolano delle eccezioni che sono solo possibili più che obbligatorie.

In linea di massima questa stessa regola vive anche per la parole latine, benché in certi casi vengano trattate in modo differente, come se al latino, che è considerata la nostra “lingua madre” fosse riservato un diverso trattamento (è una questione aperta: per saperne di più vedi → “Il plurale dei nomi latini“).

I plurali dei composti di capo-

■ Il plurale dei composti di capo-. ■ Capostazione varia la radice: capistazione. ■ Capolavoro varia la desinenza: capolavori. ■ Caposaldo varia entrambi gli elementi: capisaldi. ■ Meglio dire i capoufficio o i capi ufficio?

Poiché nelle parole composte da capo– non esistono delle regole semplici e chiare per stabilire i plurali (vedi → “Il plurale dei nomi composti“), di seguito è possibile consultare una lista delle parole del genere più diffuse con i plurali indicati nei principali dizionari.

Si possono dividere in tre insiemi:

le parole che al plurale variano solo capi– e mantengono uguale il secondo elemento;
quelle che mantengono capo– e variano la desinenza finale;
quelle che presentano più possibilità.

ATTENZIONE: Ci sono anche rari casi in cui il plurale si forma attraverso la variazione di entrambi gli elementi:
capocannonierecapicannonieri;
capocronistacapicronisti;
caposaldocapisaldi.

I composti di capo– che al plurale variano in capi– senza cambiare il secondo elemento (es. capoareacapiarea) mentre al femminile plurale restano invariati (es. le capoarea):

capoarea capiarea;
capobandacapibanda;
capobarcacapibarca;
capobrancocapibranco;
capoclancapliclan;
capoclassecapiclasse
capocordatacapicordata;
capocorrentecapicorrente;
capocronacacapicronaca;
capodipartimentocapidipartimento;
capodivisionecapidivisione;
capofabbricacapifabbrica;
capofamigliacapifamiglia;
capofficina (o capoofficina) → capiofficina;
capofilacapifila;
capogabinettocapigabinetto;
capogruppocapigruppo;
capoletteracapilettera;
capolistacapilista;
capomafiacapimafia;
caporepartocapireparto;
caposalacapisala;
caposcalacapiscala;
caposcortacapiscorta;
caposcuolacapiscuola;
caposerviziocapiservizio;
caposezionecapisezione;
caposquadracapisquadra;
capostazionecapistazione;
capostradacapistrada;
capostrutturacapistruttura;
capotavolacapitavola;
capotribùcapitribù;
capoturnocapiturno.

I principali sostantivi che nella formazione del plurale cambiano la desinenza, ma mantengono invariato capo-:

capodanno (o capo d’anno) → capodanni (o capi d’anno);
capodoglio (o capidoglio) → capodogli (o capidogli);
capolavorocapolavori (raro capilavori);
capoluogocapoluoghi (meno com. capiluoghi);
capogirocapogiri;
capostipitecapostipiti;
capotastocapotasti;
capoversocapoversi;
capovolgimentocapovolgimenti.

Al plurale hanno una doppia possibilità i seguenti sostantivi:

capomastrocapomastri e capimastri;
capolineacapilinea (o invariabile);
caporedattore
capiredattori e caporedattori (femminile → la caporedattrice e le caporedattrici);
capotecnicocapotecnici e capitecnici;
capoufficio (e capo uffìcio o capufficio) → capi uffìcio e capiufficio;
capocomicocapocomici o capicomici (femminile → la capocomica e le capocomiche)
capocuococapocuochi (femminile la capocuoca e le capocuoche).

Questo articolo è tratto da: L’italiano for dummies, Hoepli, Milano.

Il plurale dei nomi composti

■ Come si fa il plurale dei nomi composti? ■ Perché il plurale di capostazione è capistazione mentre capolavoro diventa capolavori? ■ Si dice pomodori o “pomidoro”? ■ Si dice palcoscenici o “palcoscenichi”? ■ Si dice casseforti o “cassaforti”? ■ Si dice caporedattori o “capiredattore”?

I sostantivi formati dall’unione di due parole al plurale danno molti grattacapi e causano capogiri!

Senza fare i guastafeste, va detto che le regole che riportano molte grammatiche sono così complicate e, soprattutto, presentano tante di quelle eccezioni, che non si riesce a farne tesoro e a metterle in cassaforte (al plurale casseforti).

Per rispondere a tutti i dubbi di questi casi si possono dare solo delle indicazioni, meglio procedere con prudenza e consultare i dizionari.

L’unione di due parole è il risultato di tante combinazioni possibili:

● nome + nome (es. arcobaleno): nella maggior parte dei casi hanno un plurale regolare e modificano solo la desinenza finale: arcobaleni, francobolli, melograni, banconote, ferrovie. Ma non sempre.

Infatti, oltre a pescecani si può dire anche pescicani, mentre pescespada diventa pescispada, ma anche se quest’ultimo esempio è riportato in varie grammatiche, nei dizionari è registrato più spesso staccato: pesce spada al contrario di pescecane.

Questo caso fa riflettere sulla prima cosa importante: quando una parola è percepita come staccata, o si può scrivere staccata, il plurale il più delle volte si comporta di conseguenza. Per esempio: pomodoro, diventa pomodori (mentre pomidori e anche pomidoro sono delle forme popolari).

In passato si scriveva “pomo d’oro” e i plurali logici erano perciò diversi, ma con il tempo la parola è diventata unica e non più percepita come un composto, ed ecco che il plurale è diventato regolare: prende semplicemente la –i finale come una parola normale. Tutto il contrario di fico d’India che diventa fichi d’India e che ancora si scrive staccato. Naturalmente, questo esempio non rappresenta un criterio oggettivo, e forse proprio per questo in molti casi i dizionari ammettono i doppi plurali, per esempio: cassapanche e cassepanche, toporagni e topiragni;


nome + aggettivo (es. cassaforte): per lo più formano il plurale cambiando la desinenza sia del primo sia del secondo termine, comportandosi come se fossero separati: cassaforte/casseforti; terracotta/terrecotte; gattamorta/gattemorte; caposaldo/capisaldi; acquaforte/acqueforti.


Ma attenzione: palcoscenico fa palcoscenici, tanto per citare un’eccezione;


aggettivo + nome (es. gentiluomo): spesso si varia solo la desinenza a fine parola: francobollo/francobolli, biancospino/biancospini, e nel caso di gentiluomo/gentiluomini, seguendo la regola del secondo elemento che varia al plurale anche la sua radice. Anche purosangue non cambia (come sangue, il secondo elemento).

In altri casi, però, mezzobusto diventa mezzibusti, inoltre, i composti con alto– e basso– hanno quasi sempre il doppio plurale possibile: altopiani e altipiani, bassopiani e bassipiani,anche se bassofondo diventa bassifondi e altoforno altiforni;


aggettivo + aggettivo (es. sordomuto): per lo più cambiano solo la desinenza finale: sordomuto/sordomuti; pianoforte/pianoforti; agrodolce/agrodolci; bianconero/bianconeri;

verbo + nome (es. cavatappi): se il nome è già al plurale rimangono invariati: i cavatappi, i battipanni, gli accendisigari, i portaborse, i portaombrelli, i guastafeste, i portapenne e gli schiaccianoci; lo stesso avviene quando il nome è femminile singolare: i salvagente, i tagliaerba, gli asciugamano, i portacenere; se il nome è maschile singolare possono spesso variare: i paracarri, i passaporti, i grattacapi, ma altre volte rimangono invariati: i rompicapo, i copricapo;

verbo + verbo (es. saliscendi): anche in questo caso tendono a non cambiare: i saliscendi, i dormiveglia;

verbo + avverbio o viceversa (es. benestare e buttafuori): tendono a rimanere invariabili;

preposizione (o avverbio) + nome (es. soprannome): di solito si declina al plurale solo il nome se è maschile: i soprannomi, i sottaceti; al femminile rimane per lo più invariato i dopocena, i fuoristrada e i fuoripista.

I composti della parola capo

I composti della parola capo sono da considerare a parte, ma la questione si ingarbuglia a tal punto che una regola valida non c’è e le proposte che si trovano nelle grammatiche non reggono, con il risultato che le per le pretese regole tutto rischia di diventare una caporetto!

Le “leggende grammaticali” (in questo caso non si può parlare di “regole”) affermano che capo– si trasforma in plurale (capi-) quando ha una posizione preminente, oppure quando è inteso nel senso di “superiore”, mentre altre insistono sul contesto: per esempio se capo– si riferisce a un solo reparto diventerà capireparto, se sono tanti reparti diventa caporeparti (ma questo plurale nei dizionari non è presente).

Il problema è che spesso gli esempi indicati nelle grammatiche non sono coerenti tra loro e differiscono da quanto riportato sui dizionari, e va detto che molte grammatiche glissano sulla questione. E persino i dizionari indicano a volte diverse soluzioni. Per esempio: caporedattore diventa capiredattori per il Devoto-Oli e lo Zingarelli, ma caporedattori per il Gabrielli e il Treccani.


Quando le regole non reggono non rimane che studiare le singole parole (per lo più modificano capo– in capi-).

Un regola più affidabile c’è nel caso dei plurali femminili: quando i composti di capo– si volgono al plurale femminile, al contrario del maschile tendono a rimanere invariati come al singolare, per cui i capiclasse, ma le capoclasse, i capibranco, ma le capobranco (ma anche in questo caso le eccezioni non mancano, per esempio le caporedattrici).

Per saperne di più vedi la lista con → “I plurali dei composti di capo-

I plurali dei nomi che terminano in -co e -go

■ Come si fa il plurale dei nomi in –co e –go? ■ Quali sono i nomi in –co e –go con un doppio plurale? ■ Si dice psicologi o “psicologhi”? ■ Si dice stomaci o “stomachi”?

Poiché non esistono regole chiare e semplici (dunque utilizzabili) per sapere quando i nomi che terminano in co e go al plurale mantengono il suono duro o prendono quello dolce, di seguito è possibile consultare un elenco che raccoglie i più diffusi sostantivi di questo tipo e ne indica il plurale.

Per saperne di più vedi anche → “Il plurale dei nomi in -o e le irregolarità“.

Terminano in chi

abbiocchi, accrocchi, affreschi, alambicchi, albicocchi, allocchi, almanacchi, alterchi, asterischi, attacchi, baiocchi, banchi, battibecchi, bivacchi, boschi, buchi, bruchi, caschi, chicchi, circhi, cosacchi, dischi, elenchi, falchi, fianchi, fiaschi, fichi, fuochi, franchi, giochi, imbarchi, imbocchi, incarichi, inneschi, lombrichi, molluschi, monarchi, obelischi, ombelichi, orchi, pacchi, palchi, parchi, peschi, rammarichi, rinfreschi, ritocchi, rotocalchi, sacchi, saltimbanchi, scacchi, spacchi, spizzichi, sporchi, sprechi, stecchi, tarocchi, tabacchi, traslochi, trichechi, tronchi, turchi, valichi, vigliacchi.

Terminano in ci

accademici, acquatici, acrilici, afrodisiaci, amici, analgesici, anarchici, antibiotici, antistaminici, barbiturici, bonifici, botanici, cardiopatici, cantici, chimici, comici, daltonici, diplomatici, diuretici, elastici, elvetici, equivoci, eretici, fanatici, farmaci, fisici, geroglifici, grafici, greci, informatici, ipnotici, laconici, logorroici, maniaci, manici, mantici, matematici, medici, nemici, nevrastenici, nevrotici, ostetrici, ottici, palcoscenici, periodici, pirotecnici, plastici, porci, portici, profilattici, psicopatici, punici, rustici, sadici, sindaci, spastici, storici, tisici, tecnici, tossici, viatici, villici, zodiaci.

È ammesso il doppio plurale in ci e chi:
monaco, intonaco, manico, parroco, stomaco.

Terminano in ghi

alberghi, allunghi, apologhi, arcipelaghi, borghi, callifughi, castighi, cataloghi, colleghi, decaloghi, chirurghi, dialoghi, dinieghi, dittonghi, draghi, drammaturghi, epiloghi, fanghi, fiamminghi, funghi, gerghi, gioghi, impieghi, ingorghi, intrighi, laghi, luoghi, monologhi, obblighi, profughi, ranghi, righi, ripieghi, roghi, sfoghi, sobborghi, spaghi, sughi, svaghi, strateghi, svaghi, trittonghi, vaghi, vichinghi.

Terminano in gi

asparagi, biologi, cardiologi e la maggior parte dei composti con -logo (es: allergologi, esofagi, ideologi, filologi, fisiologi, psicologi, sociologi, speleologi…) e -fago (antropofagi, coprofagi, esofagi, necrofagi, onicofgi…).

È ammesso il doppio plurale in gi e ghi:
astrologo, demiurgo, egittologo, meteorologo, sarcofago, sessuologo, taumaturgo, tuttologo.

Il plurale dei nomi della quarta declinazione

■ Il plurale dei nomi della quarta declinazione rimane invariato? ■ Come si fa il plurale dei monosillabi? ■ Come si fa il plurale delle parole accentate? ■ Come si fa il plurale delle parole che terminano in –i e –u? ■ Come si fa il plurale delle parole che terminano in consonante?

Se i nomi si possono dividere in declinazioni a seconda della loro desinenza (→ –a, la prima;→ o, la seconda; → –e, la terza), quelli che terminano in altro modo sono talvolta raggruppati nel mucchio selvaggio della quarta declinazione.

Questi nomi sono di solito invariabili, come quelli che terminano in –i (le crisi o le tesi) o i pochissimi in –u come le gru, i babau o i guru. Altrettanto invariabili sono tutte le parole che terminano in vocale accentata (le maestà, i caffè, i colibrì, le virtù, le tribù) e i monosillabi (i re, gli gnu). E lo stesso vale per tutti i nomi che terminano con una consonante (bar, film, gas, sport) che sono per lo più stranieri e dunque non si volgono mai al plurale.

Il plurale dei nomi in -e

■ Perché superficie o moglie al plurale diventano superfici e mogli, ma rimangono invariate le specie, le carie e le serie? ■ Qual è il plurale di bue? ■ Come si fa il plurale delle parole che terminano in –e? ■ Com’è il plurale delle parole che terminano in –ie?

I nomi che terminano in –e al plurale si volgono quasi sempre in –i , sia che siano maschili – per esempio: cane (→ cani), paese (→ paesi), pesce (→ pesci) – sia che siano femminili: pelle (→ pelli), fine (→ fini), rete (→ reti).

Naturalmente ciò non vale per → i re perché tutti i monosillabi sono sempre invariabili.


I nomi che terminano in –ie, però, al plurale rimangono invariati:  la specie e le specie (e mai “le speci”), le carie, le serie e le barbarie. Ma le eccezioni che confermano la regola non mancano, per esempio: moglie, effigie e superficie diventano → mogli, effigi e superfici.

Tra le eccezioni che rientrano nelle parole irregolari che al plurale cambiano la loro radice c’è poi da segnalare bue che diventa buoi (vedi anche “Plurali anomali“).

Il plurale dei nomi in -o e le irregolarità

■ Perché il plurale di la mano è le mani ma le radio e moto restano invariate? ■ Plurale di braccio: che differenza c’è tra braccia e bracci? ■ Eco è femminile anche al plurale? ■ Perché il plurale di brusio e zio è con la doppia i, brusii e zii, ma quello di principio e dominio ha una sola i, principi e domini? ■ Perché il plurale di medico è medici e quello di baco è bachi? ■ Perché il plurale di chirurgo è chirurghi e quello di psicologo è psicologi? ■ Quali parole cambiano la radice nel plurale come uomo/uomni? ■ Quali parole cambiano il genere nel plurale come uovo, maschile, che diventa uova, femminile? ■ C’è una regola per sapere quando i nomi in -co e -go diventano dolci come medici e asparagi, o rimangono duri come bachi e monologhi?

Le parole che terminano in –o per la maggior parte sono maschili, e al plurale si volgono in –i: per esempio corvo (corvi), posto (posti).

Ma esistono anche nomi femminili che terminano in –o e la mano diventa le mani, mentre l’eco (che è femminile: la eco) al plurale fa gli echi (ma cambia genere e si trasforma in maschile). Tuttavia, questi sostantivi femminili di solito restano invariati anche al plurale, per esempio le radio, le auto, le moto o le dinamo.

Tra le irregolarità che si riscontrano in questa seconda declinazione si possono segnalare quei sostantivi che oltre al plurale regolare ne possiedono un altro, come braccio (→ bracci e braccia) oppure osso (→ ossi e ossa) anche se spesso i significati differiscono: i bracci meccanici e le braccia dell’uomo, gli ossi degli animali o gli ossi dei diti mignoli, oppure le ossa nel loro insieme, e le dita (nel loro insieme) della mano (per saperne di più vedi → “Nomi con doppio plurale e doppio significato”).

In altri casi, si trovano nomi maschili che al plurale diventano obbligatoriamente femminili per esempio: il riso (nel senso del ridere) diventa le risa, il paio e l’uovo diventano le paia e le uova, e centinaio, migliaio e miglio si trasformano in centinaia, migliaia e miglia. Tra i femminili che diventano maschili, invece, c’è l’eco che diventa gli echi.

Tra le eccezioni, bisogna poi ricordare i nomi che al plurale cambiano anche la propria radice, oltre alla desinenza, come: uomo (→ uomini), dio (→ dei) o tempio (→ templi, aggiungendo una l).

Il plurale dei nomi in –io

Perché bacio diventa baci (con una sola i) mentre zio diventa zii?
Per saperlo c’è una regola semplice: tutto dipende dall’accento del singolare: nei nomi in –io, quando sulla i è cade l’accento tonico, come nel caso di zìo, pendìo e brusìo, al plurale mantengono la doppia i (→ zii, pendii e brusii), se invece la i è atona (l’accento cade su un’altra sillaba della parola) come bàcio, princìpio e domìnio, si trasformano al plurale con una i sola (→ baci, principi e domini).

Ma le irregolarità di questi nomi in –o, non sono finite! Bisogna ancora affrontare uno dei peggiori incubi grammaticali da cui quasi nessuno è esente: perché il plurale di medico è medici e quello di gioco è giochi? E perché chirurgo diventa chirurghi, ma teologo diventa teologi?

I plurali dei nomi in –co e –go

Purtroppo, per i nomi che terminano in -co e -go le cose sono così complicate che una regola fissa non c’è o, se c’è, include tante di quelle eccezioni che perde di senso.

Per esempio c’è chi ha osservato che questi nomi al plurale mantengono il suono duro quando sono accentati sulla penultima (cioè sono piani, per esempio antìco fa antichi, ma allora perché amìco diventa amici e grèco greci?), mentre se sono accentati sulla terz’ultima (cioè sono sdruccioli) al plurale assumono un suono dolce (per cui polìtico diventa politici, ma allora come la mettiamo con òbbligo che fa obblighi e àbaco che fa abachi?).

Davanti a tante irregolarità è meglio abbandonare l’ipotesi di trovare una regola semplice e applicabile e spostare l’attenzione sui singoli casi, andando a orecchio o controllando sui dizionari in caso di dubbi.

Albergo diventa alberghi e mago maghi (i Magi sono invece quelli del presepio), mentre medico, sindaco e teologo si trasformano in medici, sindaci e teologi. In generale i composti di -fago e -logo si volgono quasi sempre in –fagi e –logi (ma non vale per gli apologhi e i decaloghi).

Le cose sono così complicate che persino i dizionari registrano spesso la doppia forma del plurale: chirurghi e “chirurgi” (meno elegante e diffuso, da evitare), traffici e “traffichi” (arcaico), sarcofaghi e “sarcofagi”, stomaci e “stomachi”, e anche accanto alle forme psicologi, sociologi e antropologi, sono riportate e ammesse (anche se poco eleganti) quelle popolari “psicologhi”, “sociologhi” e “antropologhi”.

Per saperne i più vedi la tabella → “Il plurale dei nomi che termninano in -co e go

Il plurale dei nomi in -a (aran-ce e cilie-gie)

■ Come si fa il plurale dei nomi in –cia e –gia. ■ Si dice ciliegie o “ciliege”? ■ Si dice arance o “arancie”? ■ Si dice valigie o “valige”? ■ Si dice province o “provincie”? ■ Si dice gocce  o “gocce”? ■ Si dice lance o “lancie”? ■ Che differenza c’è tra camice e camicie? ■ Perché il plurale di tema e poeta è temi e poeti, ma cinema e gorilla rimangono invariabili?

I nomi che terminano in –a per la maggior parte sono femminili, e in questo caso al plurale prendono la –e, per esempio: pera (→ pere), guida (→ guide).

Le parole come strega, però, visto che hanno la g dura, al plurale aggiungono la h per mantenere il suono duro (→ streghe).

Ma bisogna fare attenzione, perché non tutti i nomi che terminano in –a sono femminili (vedi → “Il sesso dei nomi: il genere“), e quando sono maschili si volgono al plurale con la –i: poeta (→ poeti), tema (→ temi), esteta (→ esteti).

Un caso anomalo è quello di belga, che al plurale femminile manitene il suono duro (le belghe), mentre al maschile diventa i belgi (vedi anche → “Plurali anomali“).

A questi due gruppi bisogna poi aggiungere anche i sostantivi maschili che sono invariabili, sono delle eccezioni, e al plurale non cambiano affatto, per esempio: boia, cinema, gorilla, sosia

Tra i sostantivi che terminano in –a si annida però uno dei grandi dilemmi della nostra lingua, che lascia ogni volta dei dubbi anche a chi ha dimestichezza con la scrittura: per i plurali dei nomi in –cia e –gia, quando ci vuole la i e quando no?

Perché il plurale di cilie-gia è cili-egie e quello di aran-cia è aran-ce?

Per risolvere questo interrogativo esiste qualche regola semplice e piuttosto affidabile:

● quando sulla i cade l’accento (in altre parole è tonica) le cose sono facili, perché nel plurale è sempre mantenuta: farmacìa fa farmacìe, bugìa fa bugìe e si può andare a orecchio;
● quando la i è invece senza accento (atona) bisogna vedere se le desinenze –cia e –gia sono precedute da vocale o da consonante; se prima c’è la vocale il plurale mantiene la i: –cie e –gie (dunque: ciliegie e non “ciliege”, valigie e non “valige”, e camicie non “camice”, il camice è quello del medico);
● se invece le terminazioni in –cia e –gia sono precedute da consonante, il plurale è –ce e –ge. Quindi: arancia diventa arance e non “arancie”, e allo stesso modo si dice lance e non “lancie”, gocce e non “goccie” e così via.

Tuttavia, poiché questi errori sono così diffusi che sono entrati nell’uso, anche se le forme più corrette ed eleganti rimangono queste, nel caso di “valige” e “ciliege” ormai i dizionari (e persino i correttori ortografici) li accettano come tollerabili, così come nel caso di “provincie” al posto del più corretto province.

Ma quando si scrive e si vuole mantenere un registro colto ed elevato è di gran lunga preferibile e consigliabile usare le forme classiche!

I nomi: dal singolare al plurale (numero)

■ Quali sono le regole per il plurale dei nomi? ■ Perché i nomi si possono suddividere in 4 declinazioni? ■ Quali sono le declinazioni dei nomi? ■ Quali sono i plurali irregolari dei nomi?

I nomi possono variare nel genere, cioè passare dal maschile al femminile, e anche nel numero, cioè dal singolare al plurale.

Nella maggior parte dei casi è molto semplice costruire il plurale (casa diventa case), ma altre volte può essere molto complicato e non esiste una regola universale che prescriva esattamente come costruire i plurali.

Alcune grammatiche, ma non tutte, per rendere conto delle diverse formazioni del plurale raggruppano i nomi in declinazioni a seconda della desinenza (un po’ come per le coniugazioni dei verbi), che possono essere comode per dividerli in insiemi con caratteristiche simili.

Ci sono i nomi che al singolare terminano:

● in a (prima declinazione) che se sono maschili tendenzialmente prendono la i (gli automi) e se sono femminili si volgono con la e finale (le case), ma presentano eccezioni come i boia ( vedi → “Il plurale dei nomi in -a: aranc-e e cilieg-ie“);
● in o (seconda declinazione) e che prendono la i al maschile (gli armadi) e al femminile (le mani), ma non sempre (le moto e le radio, vedi → “Il plurale dei nomi in -o e le irregolarità“);
● in e (terza declinazione) spesso prendono la i, ma ci sono le eccezioni che rimangono invariate (le carie, vedi → “Il plurale dei nomi in -e“);
● la quarta declinazione raccoglie tutto il resto: i nomi che terminano in –i, –u, in consonante, le parole accentate e i monosillabi, che rimangono sempre invariabili (vedi → “Il plurale dei nomi della quarta declinazione“);

Ci sono però molte altri variabili da tenere presenti, a cominciare dai plurali dei nomi che terminano in –cia e –gia che a volte mantengono la i (camicie, ciliegie) e a volte no (province, arancevai alla regola), in –co e –go, che a volte mantengono il suono dolce (medici, asparagi) e altre volte no (chirurghi, sarcofagiscopri di più); e poi c’è la questione dei plurali dei nomi composti che a volte variano solo la finale (pomodori), a volte solo il primo elemento (capiclasse) e a volte entrambi (capisaldiscopri di più), visto che il caso dei composti di capo- è ancora più complicato ( → scopri di più).

Infine ci sono i nomi stranieri che rimangono tendenzialmente invariati, con qualche oscillazione (per esempio muralesscopri di più) e i sostantivi latini che oscillano (i media ma i referendumscopri perché).

Nomi con doppio plurale e doppio significato

■ Quali sono i nomi con due plurali che hanno un diverso significato? ■ Che differenza c’è tra bracci/braccia? ■ Che differenza c’è tra budelli e budella  ■ Che differenza c’è tra  cervelli e cervella? ■ Che differenza c’è tra cigli e ciglia? ■ Che differenza c’è tra corni e corna?  ■ Che differenza c’è tra diti e dita? ■ Che differenza c’è tra fili e fila? ■ Che differenza c’è tra fondamenti e fondamenta? ■ Che differenza c’è tra frutti e frutta? ■ Che differenza c’è tra gesti e gesta? ■ Che differenza c’è tra legni e legna? ■ Che differenza c’è tra lenzuoli e lenzuola?  ■ Che differenza c’è tra membri e membra ■ muri/mura ■ Che differenza c’è tra ossi e ossa?

Tra i nomi sovrabbondanti non ci sono solo quelli che presentano ridondanze dallo stesso significato (presepe e presepio, puzza e puzzo), ci sono anche quelli che possiedono due plurali diversi, che molto spesso hanno però diversi significati.

Per esempio i gesti sono quelli che facciamo con le mani nella comunicazione, ma le gesta sono le imprese degli eroi; altre volte un plurale ha un valore collettivo e uno ha un valore individuale: gli ossi designano i singoli ossi considerati separatamente (due ossi della mano) o quelli degli animali (ossi di seppia), mentre le ossa indicano l’insieme, l’ossatura o lo scheletro (le ossa della mano = tutte), le lenzuola indicano il completo, e i singoli lenzuoli spaiati sono al maschile.

Di seguito un elenco dei più diffusi sostantivi che presentano due plurali dal significato differenziato:

● i bracci (del carcere, di una bilancia, di una croce o di una tenaglia) e le braccia (del corpo umano);
● i budelli (cunicoli lunghi e stretti) e le budella (intestini);
● i cervelli (persone intelligenti, “la fuga dei cervelli”) e le cervella (la materia cerebrale per esempio degli animali);
● i cigli (della strada) e le ciglia (degli occhi);
● i corni (strumenti musicali) e le corna (del toro);
● i diti (singolarmente: i diti indici) e le dita (nel loro insieme: della mano);
● i fili (d’erba) e le fila (tirare le fila, con valore collettivo);
● i fondamenti (del sapere) e le fondamenta (della casa);
● i frutti (singoli: i frutti del pero) e la frutta (inteso come nome collettivo);
● i gesti (che si fanno nel gesticolare) e le gesta (di un eroe);
● i legni (i pezzi di legno) e la legna (nome collettivo);
● i lenzuoli (singolarmente) e le lenzuola (il paio completo);
● i membri (del governo) e le membra (del corpo);
● i muri (di casa) e le mura (della città);
● gli ossi (singoli o degli animali, per esempio di seppia) e le ossa (nel loro insieme).