Le preposizioni

■ Quali preposizioni si possono articolare? ■ Perché si dice dagli (da + gli) ma “per gli”? ■ Meglio dire “con lo” o “collo”? ■ Meglio dire “tra” o “fra”? ■ Quali preposizioni si apostrofano e quali non si possono apostrofare? ■ Cosa sono le locuzioni prepositive? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni semplici? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni articolate? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni proprie? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni improprie?

Le preposizioni (dal latino praeponere, cioè “porre prima”) sono particelle chiamate così perché “si mettono prima” (su precede sempre il nome, per es. sul tavolo) e hanno una funzione di collegamento.
Possono collegare tra loro due parole (il cane di Marco, cibo per cani), si usano nel caso dei complementi indiretti (torno da Roma, vado con lui) e per legare insieme le frasi principali con quelle dipendenti (o subordinate): ti propongodi correre;  corro per allenarmi.

Oltre a quelle semplici e articolate che sono dette proprie, ci sono anche quelle improprie, e cioè che hanno gli stessi significati (per esempio sopra invece di su) o analoghe funzioni (per esempio davanti).

Preposizioni proprie semplici e articolate

Le preposizioni semplici, cioè di, a, da, in, con, su, per, tra e fra (come nella filastrocca che si impara a memoria), sono parti invariabili del discorso (non si volgono al singolare, plurale, maschile o femminile), ma quando si uniscono all’articolo in una parola sola (dello, della, degli, delle) diventano articolate, e in questo caso si concordano con le parole che precedono seguendo le regole degli articoli che le compongono.

Ma non sempre è possibile fondere preposizione con l’articolo in una preposizione articolata: da + il = dal, ma nel caso di per + lo non si usa “pello”.

Il prospetto che segue riassume ogni possibile caso di articolazione possibile e mostra i casi in cui non si articolano e rimangono separate.

Se in alcuni casi le preposizioni non si uniscono mai all’articolo (non si può dire “fralle” o “perle” al posto di fra le o per le), i casi indicati tra parentesi indicano le forme che grammaticalmente si possono articolare, ma nell’uso dell’italiano moderno tendono  a rimanere  staccate. Forme come “pei”, “pegli” o “pei” sono arcaiche e non si usano più, vivono solo nei libri del passato. Nel caso di collo, colla o colle si usano di frequente nel parlato, ma quando si scrive la tendenza moderna è di preferire le forme staccate, che suonano meglio e non creano confusioni con altre parole dallo stesso significato (il collo, il colle, la colla). Col e coi sono invece più diffuse.

Tra e fra e sono sinonimi perfetti, e scegliere una o l’altra forma dipende solo da motivi eufonici. Dire per esempio “tra trame” e “fra farfalle” produce  un bisticcio e suona quasi come uno scioglilingua, perciò è consigliabile usare forme come fra trame o tra farfalle. In tutti gli altri casi scegliere tra una e l’altra preposizione dipende solo dai gusti personali, entrambe sono perfettamente lecite (tra papaveri o fra papaveri).

Tra, fra e su talvolta si possono rafforzare attraverso l’aggiunta di “di”: si può dire fra di voi o su di voi… oppure fra voi e su voi, ancora una volta ognuno può scegliere la forma che preferisce. Per saperne di più vedi → “Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni”.

Le preposizioni che si apostrofano
Anche se finiscono per vocale, fra, tra e su non si apostrofano mai (fra amici, e mai fr’amici), e anche da non si apostrofa di solito, tranne in alcune locuzioni come: d’altro canto, d’altra parte, d’ora innanzi, d’ora in poi, d’altronde…). La preposizione di invece si tende ad apostrofare: un gioiello d’oro, un vassoio d’argento, d’un tratto, tutto d’un pezzo, protocollo d’intesa… (vedi anche → “L’apostrofo: elisione e troncamento“).

La preposizione “a” può prendere la “d eufonica” e diventare “ad” solo quando precede una parola che comincia per “a” (per saperne di più → “E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche“).

Preposizioni improprie e le locuzioni prepositive

Le preposizioni improprie sono parole diverse dalle preposizioni proprie, anche se il loro significato o la loro funzione sono simili: invece di dire in (preposizione propria) è possibile dire dentro (preposizione impropria). Tra queste ultime, che sono sempre invariabili, ci sono anche parole che in altri contesti possono essere avverbi di luogo o di tempo come davanti, dietro, sopra, sotto, giù, dentro, fuori, vicino, presso, accanto, intorno, prima, dopo o aggettivi come secondo, salvo, lungo (aggettivi) e altre parole ancora usate con funzione di preposizione, come mediante, eccetto

Locuzioni prepositive
A volte le preposizioni improprie si appoggiano a preposizioni proprie; per esempio, invece di dire i calzini nel cassetto (preposizione propria) si può dire i calzini dentro il cassetto, ma anche i calzini dentro al cassetto (per saperne di più → “Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni”). E in certi casi questi stessi significati si possono rendere anche con più di una parola, e in questo caso si parla di  locuzioni prepositive: per mezzo di, per opera di, a favore di, nell’interesse di, a causa di, a dispetto di

I pronomi indefiniti

■ Quali sono i pronomi indefiniti? ■ Che differenza c’è tra “uno” pronome e “uno” articolo indeterminativo? ■ Come funzionano gli apostrofi e i troncamenti dei pronomi indefiniti come alcun e alcuno? ■ Cosa sono i pronomi correlativi? ■ Perché si dice: “NON ho visto NULLA” (doppia negazione”), ma “NULLA mi ferma” con una negazione sola? ■ “Alcuno” e “Nessuno” sono pronomi o aggettivi?

Si chiamano così perché indicano qualcosa in modo generico e vago (indeterminato e indefinto).

Alcune volte possono coincidere con gli analoghi aggettivi, quando non c’è il nome (e persino con gli articoli indeterminativi, per es. ho visto uno sconosciuto = articolo, e ho visto uno = pronome, cioè ho visto qualcuno di indefinito, ma vale anche per ho visto due, tre…).

Coincidono con le forme degli aggettivi indefiniti per esempio nel caso di alcuno (alcuni, alcune), nessuno (nessuna), ciascuno (ciascuna) e ancora altro, molto, poco, troppo, tanto, quanto, parecchio, tutto, nessuno, tale, taluno… che si possono sempre concordare con il genere (altra, poca) e con il numero (altre, altri).
Esempi: ho visto tutto; molti non sanno nuotare; troppi commettono errori

Sono invece solo pronomi: qualcuno e qualcuna (senza plurale), qualcosa (invariabile maschile), ognuno e ognuna (senza plurale), chiunque (invariabile maschile), niente e nulla (invariabili maschili) e poi qualcheduno, certuni, chicchessia, checché, alcunché… (per esempio: qualcosa è cambiato, c’è qualcuno?).

● I pronomi composti da uno, seguono le regole dell’articolo nell’uso dell’apostrofo, e dunque nei costrutti come alcun altro o qualcun altro, non vanno mai apostrofati davanti a vocale, nel caso del maschile:
uno, quando è pronome, a differenza dell’articolo non ammette invece la forma tronca (un) e si usa con il significato di “un tale” (c’è uno che mi segue);
niente e il suo corrispettivo più formale nulla, si usano nelle espressioni negative; se seguono il verbo sono accompagnati da non, se invece lo precedono non lo vogliono e non ne hanno bisogno: “Niente e nulla mi farà cambiare idea”, ma: “Non ho visto nulla”:
tantoquanto, l’uno (gli uni) e l’altro (gli altri), talequale, spesso servono per formare frasi correlative e in questo caso si chiamano anche pronomi correlativi (es. tanti nascono quanti muoiono).

I pronomi dimostrativi

■ Quali sono i pronomi dimostrativi? ■ Come si apostrofano questo e quello? ■ Quali sono i pronomi dimostrativi oltre a questo e quello? ■ Quando si usa codesto? ■ Come si distinguono i pronomi dimostrativi questo e quello dagli stessi aggettivi dimostrativi? ■ Si può dire ‘sto al posto di questo? ■ “Ciò” si può usare riferito alle persone? ■ “Colui” si può riferire alle cose o solo alle persone? ■ “Costui” può avere un valore dispregiativo?

Questo e quello sono pronomi dimostrativi quando prendono il posto del nome, altrimenti sono aggettivi dimostrativi:

prendo questo libro (→ aggettivo)
prendo questo (→ pronome).

Non presentano particolari dubbi grammaticali, si declinano senza problemi nel genere e nel numero (questa, queste, questi; quella, quelle, quelli), e l’unica questione problematica può riguardare l’uso dell’apostrofo che segue le regole dell’articolo lo.

Questo si apostrofa davanti a vocale (quest’uomo), e quello si comporta come bello e l’articolo lo da cui è formato: quel cane, quell’armadio, quello studio, quella casa, quell’automobile; non si apostrofano invece quei cani, quegli armadi, quelle case, quelle antenne. Quegli si può eventualmente apostrofare solo davanti a parola che comincia per i (quegl’italiani) ma non è molto in uso, né particolarmente consigliabile.

Bisogna anche registrare che nel parlato a volte circolano forme con la soppressione della sillaba iniziale (aferesi) come ‘sto (‘sta, ‘ste e ‘sti) al posto di questo (che me ne faccio di ‘sto coso?), ma sono forme popolari e familiari non eleganti e non adatte ai registri formali.

Tra i pronomi dimostrativi ci sono anche:

stesso e medesimo: vado sempre nello stesso/medesimo posto;
ciò, che è invariabile e si usa per indicare le cose e mai le persone: mangia ciò che vuoi;
colui, colei e coloro, per lo più usati nei discorsi solenni: beato colui che è saggio;
costui, costei e costoro, poco usati, che equivalgono a questo e simili, ma si usano solo per le persone (“Carneade! Chi era costui?”, I promessi sposi, cap. VIII), ma assumono talvolta una sfumatura un po’ spregiativa (es. cosa credono di fare costoro?).

“Codesto” non si usa
Come nel caso degli aggettivi dimostrativi, anche per i pronomi le grammatiche riportano spesso codesto, che servirebbe a indicare qualcosa che è vicino a chi ascolta, e per esempio il maestro dalla sua cattedra direbbe all’alunno seduto in un banco lontano: portami codesto quaderno, invece di quel. Ma questo uso è completamente decaduto, nel parlato e nello scritto. Vive solo come regionalismo nella parlata toscana e va assolutamente evitato nell’italiano formale.

Uno, un e una: gli articoli indeterminativi e quando si apostrofano

■ L’articolo uno si può apostrofare? ■ Si può scrivere un’insegnante? ■ Perché si scrive un amico senza apostrofo ma un’amica con l’apostrofo? ■ Si dice “uno pneumatico” o “un pneumatico”? ■ Meglio dire “un’azienda” o “una azienda”? ■ Perché si dice uno spazzino ma un secchiello se cominciano entrambi con la S? ■ Che differenza c’è tra gli articoli indeterminativi e determinativi? ■ Come si fa il plurale di “un”, “uno” e “una”? ■ Quando si deve usare “un” e quando “uno”?

Uno, un e una sono articoli indeterminativi perché indicano un nome indeterminato (un cane qualsiasi, non il cane = quel cane lì). Come nel caso degli → articoli determinativi, al femminile non c’è alcuna ambiguità si usa sempre una (una tazzina, una finestra, una strada) che si può (ed è consigliabile, anche se non obbligatorio) apostrofare quando la parola seguente inizia per vocale (un’amaca, un’eccezione, un’italiana, un’ocarina e un’upupa).

Per l’articolo indeterminativo maschile (un e uno), invece, la regola si può formulare in un modo semplice da ricordare: si usa sempre un, in particolare per le parole che cominciano per vocale (un amico, un armadio) tranne nei seguenti casi in cui si usa uno davanti a:

● i gruppi di consonanti gn, pn e ps;
● le parole che cominciano con x e z;
● le parole che cominciano con s impura, cioè seguita da un’altra consonante, per esempio studio (davanti alla s seguita da vocale si usa invece un: un secchiello).

Dunque si dice: uno gnomo, uno pneumatico, uno psicologo, uno spazzino, uno xenofobo, uno zerbino.

In tutti gli altri casi si usa un: un bottone, un cavallo, un diamante, ma soprattutto si usa sempre un anche davanti a vocale (è bene ripeterlo): un assolo, un elettrone, un imbuto, un osso e un ufficio.

In questi casi non si deve mai e poi mai usare uno con l’apostrofo: scrivere “un’errore” è un errore (e un orrore) tra i più sgradevoli e intollerabili, benché diffusi. Vedi anche → “L’apostrofo: elisione e troncamento“.

Uno non si apostrofa mai per una ragione molto semplice: davanti ai nomi che iniziano per vocale si usa l’articolo un, che non ha bisogno di alcun apostrofo, vive da solo così com’è. Un’ si usa solo ed esclusivamente per il femminile una davanti a vocale: un’amaca, un’eccezione, un’iniziativa, un’opera e un’ulcera.

Perciò scrivere un’insegnante significa che stiamo parlando di una donna (= una insegnante), altrimenti nel caso di un uomo è un insegnante.

Gli articoli indeterminativi al plurale si formano con dei, degli e delle e cioè gli articoli partitivi (da non confondere con le omonime → preposizioni articolate). Vai al paragrafo → “Un, uno e una al plurale: gli articoli partitivi“.

Apostrofo: elisione e troncamento

■ Cos’è l’elisione? ■ Cos’è un troncamento? ■ Cos’è l’aferesi? ■ Che differenza c’è tra elisione e troncamento? ■ Che differenza c’è tra apostrofo e accento? ■ I troncamenti richiedono l’apostrofo? ■ Quando l’apostrofo è obbligatorio? ■ Davanti a vocale l’apostrofo è sempre obbligatorio? ■ Scrivere questa azienda è errato? ■ Si può dire c’è e c’ha? ■ Qual è e tal altro si possono scrivere con l’apostrofo? ■ Si può scrivere qual’erano? ■ Quali sono i troncamenti che richiedono l’apostrofo? ■ Perché non si può scrivere “la penna d’Antonio” ma si scrive “d’altro canto”? ■ Per ché “l’isola” si apostrofa ma la iella non si può apostrofare? ■ Si può apostrofare una parola che iniza per consonante? ■ Si può scrivere l’Fbi o l’8 marzo? ■ Tra e fra si possono apostrofare?

L’apostrofo (che non bisogna mai confondere con l’accento) si mette al posto di una vocale che cade e viene omessa, e si chiama anche elisione (da elidere). Sta al posto dell’ultima vocale di una parola, che si sostituisce con l’apposito segno () e si attacca alla parola successiva. Il motivo di queste elisioni è quello di far suonare meglio e in modo più naturale e semplice la pronuncia.

L’apostrofo prende il posto dello spazio che dividerebbe le parole, dunque le parole apostrofate si scrivono attaccate e senza spazio, come fossero una sola (mai scrivere “l’ amico“).

Proprio per questa ragione eufonica, l’uso dell’apostrofo è spesso una questione di stile e di orecchio: non ci sono delle regole rigide, e si può scrivere correttamente sia “una ipotesi” sia “un’ipotesi”, oppure “questa azienda” e “quest’azienda” (ma anche se non è grammaticamente scorretto la forma apostrofata è preferita e molto più frequente). Per sapere di più sull’uso con gli articoli vedi → articoli determinativi e → indeterminativi.

Più precisamente, l’uso dell’apostrofo davanti a vocale è facoltativo con:

questo e questa (solo al singolare): questo uomo o quest’uomo;
● la preposizione di: di interesse o d’interesse, di intesa e d’intesa;
● le particelle pronominali mi, ti, si e vi (nel caso di ci è obbligatorio con il verbo essere, c’è e c’era, ma errato con le parole che iniziano con altra vocale e il verbo avere, c’aveva, c’ho): mi illumino e m’illumino, ti amo e t’amo
anche seguito dai pronomi personali: anche io o anch’io, anche egli o, anch’egli (ma solo in questi casi, non si può dire anch’Elena);
come, dove, quando e quanto seguiti dal verbo essere: come è o com’è, dove è o dov’è… (ma non si usa dire quand’andiamo o quant’armonia).

L’elisione è invece diventata obbligatoria davanti a vocale:

● con gli articoli lo e la (e le preposizioni articolate da loro formate): l’anima, l’apostrofo, dell’uomo, sull’albero, nell’acqua;
● con quello e bello (solo al singolare): bell’armadio, bell’uomo, quell’altro;
● con ci seguito dalle forme del verbo essere che iniziano con è: c’è, c’era, c’erano;
● con santo seguito da una parola che inizia con vocale: sant’Antonio, sant’Anna;
● in varie frasi fatte come mezz’ora, d’altra parte, d’ora in poi, d’altronde, buon’anima, senz’altro

Viceversa, l’elisione non si fa mai:

● con da: andiamo da Antonio, vengo da Ancona, da anni (tranne in alcune locuzioni fatte come: d’altro canto, d’altra parte, d’ora innanzi, d’ora in poi, d’altronde…);
● con le, gli e i loro derivati e composti: le elezioni (e mai l’elezioni), delle erbe, degli altri, gli elefanti (solo davanti alla i è in teoria possibile apostrofare gli, per esempio gl’istrici, ma è meglio evitarlo, non è molto usato);
● con su, tra e fra: tra amici, fra alunni;
● davanti alle i con valore di semiconsonante (cioè che fungono da consonanti perché sono seguite da vocale): la iella (e mai l’iella), la Juventus, la iuta
● Con questi, queste, quelle, quegli, belle, belli, begli…: che begli occhi (meglio non scrivere begl’occhi).

Talvolta, si usa l’apostrofo anche quando una parola si pronuncia come se iniziasse per vocale, e per esempio si può scrivere l’Fbi, perché anche se si scrive con la f è pronunciato come se iniziasse per e (sulla pronuncia delle sigle vedi “Sigle e acronimi“); lo stesso vale nel caso di l’8 marzo (perché è considerato come se iniziasse con la o). Dunque in questi casi si può trovare l’apostrofo anche per parole che iniziano con consonante o con numeri.

Il troncamento

Il troncamento si distingue dall’apostrofo perché anche se in qualche caso si usa il medesimo segno per indicare la caduta di un sillaba (po’ per poco, a mo’ per a modo), non si lega alla parola successiva, e fa parte della parola troncata.

Quando po’ è vicino ad altre parole mantiene lo spazio di separazione: “un po’ a me” è ben diverso da “l’amico” che si scrive tutto attaccato. Nel primo caso l’apostrofo è parte integrante della parola che ha perso una sillaba e che vive da sola, nel secondo caso lo stesso segno indica che è avvenuta la caduta di una vocale per l’elisione (l’ non è una parola che vive da sola).

Negli altri casi, però, i troncamenti non richiedono l’apostrofo e utilizzarlo nelle forme tronche sarebbe un errore grave: buon uomo non si apostrofa mai, e il fatto che la parola che segue buon inizi per vocale o consonante è indifferente, si scrive “un buon amico” esattamente come “buon pasto”, “buon libro” o “buon giorno”.

Gli errori più comuni e diffusi in proposito riguardano tale e quale: si scrive “qual è”, “qual era”, “tal uomo”, “tal altro” sempre senza apostrofo, come a “tal punto”, perché tal e qual sono parole che vivono da sole e sono già tronche, non necessitano perciò dell’elisione: “Qual’è” è uno degli errori/orrori più diffusi da evitare!
L’uso di qual e tal tronchi o per esteso è facoltativo, si può dire qual buon vento ma anche quale buon vento, così come si può dire “chi sa qual diavoleria avrebbe attaccata a quel numero, se don Abbondio non l’avesse interrotto” (I promessi sposi), e in qual maniera, la qual cosa, qual si voglia, chissà in qual ordine

Invece al plurale quali si può elidere (la forma tronca qual significa quale, non quali), dunque è corretto scrivere qual’erano oltre a quali erano.

Dunque, quando esiste una parola tronca che vive da sola, come qual, tal, buon, alcun… non bisogna mai usare la parola senza troncamenti e apostrofarla!
Lo stesso vale nel caso degli articoli indeterminativi un e uno: al maschile uno non si apostrofa mai, si usa la forma tronca un; solo al femminile, visto che esiste solo la forma una, la si apostrofa davanti a vocale: un’amica (ma mai un’amico).
Allo stesso modo non si mette l’apostrofo in casi come signor Antonio (signor al posto di signore vive da solo: per es. signor Marco), nessun amico e nessun soldo (nessuno segue le regole di uno da cui è composto).

I troncamenti che richiedono l’apostrofo

Tra i pochi casi di troncamento che richiedono l’apostrofo oltre a po’ (troncamento di poco, che non bisogna mai scrivere con l’accento: “” è un errore) e mo’ (nel significato di a modo: a mo’ d’esempio) c’è anche to’ (prendi), ca’ (nel senso di casa: ca’ Foscari).
Spesso si trova l’apostrofo anche negli imperativi tronchi: fa’ (= fai), da’ (= dai), sta’ (= stai), va’ (= vai), ma non obbligatoriamente (queste forme verbali si trovano anche per esteso, a parte di’ = dimmi).
Oppure si usa l’apostrofo nelle date troncate: il ’68 (cade la prima parte sottintesa di 1968).

L’unico caso in cui si usa l’accento invece dell’apostrofo per indicare un troncamento è piè al posto di piede (Achille piè veloce, a piè di pagina, piè fermo), e poi alcuni dizionari riportano anche l’imperativo del verbo dare da’ affiancato anche dalla variante accentata (decisamente meno corretta ed elegante).

L’elisione nell’aferesi

L’elisione, infine, può comparire anche quando la caduta di una sillaba è all’inizio di parola (in questo caso il “troncamento” iniziale si chiama aferesi) per esempio nelle forme di registro popolare come ‘sto e ‘sta (meglio evitarle fuori dai registri popolari) al posto di questo o questa, in quelle poetiche come ‘l per il (S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo), o in quelle gergali non ufficializzate nei dizionari come ‘notte per buonanotte.

Vedi anche
→ “Apostrofo e accento sono segni diversi da non confondere
→ “Uno, un e una: gli articoli indeterminativi e quando si apostrofano
→ “L’apostrofo degli articoli: non si usa nel caso di gli e le” (paragrafo interno al collegamento)
→ “Le preposizioni articolate” (contiene le prescrizioni sull’apostrofo)

Apostrofo e accento sono segni diversi da non confondere

■ Che differenza c’è tra apostrofo e accento? ■ Perché po’ si scrive con l’apostrofo e però con l’accento? ■ Si può scrivere “pò”? ■ Si può scrivere E’ al posto di È? ■ Il troncamento di piede è piè o pie’?

Anche se si assomigliano, non bisogna confondere mai l’accento grafico con l’apostrofo, detto anche elisione: sono due segni diversi.

Per ragioni eufoniche, quando una parola che termina con vocale (es. una) è seguita da un’altra che inizia con vocale (es. amaca), l’ultima vocale della prima parola si può omettere sostituendola con l’apostrofo (un’amaca).

Questo segno indica perciò che è avvenuta la caduta di una lettera, ma talvolta, e solo di rado, si pone anche per indicare che è avvenuto un troncamento, cioè la caduta di una sillaba finale di una parola. Per esempio è obbligatorio l’apostrofo con: po’ (= po-co), a mo’ di (= mo-do), ca’ Foscari (= ca-sa Foscari).

La confusione che talvolta si può generare con l’accento si verifica proprio in questi casi: quando l’apostrofo è posto a fine parola. Ma non bisogna mai scrivere po’ con l’accento (). In altri termini, non bisogna confondere le parole tronche (cioè accentate sull’ultima sillaba, come maestà, perché o caffè, colibrì, però e Belzebù) con quelle “troncate”, cioè che hanno subito un troncamento, come po’.

L’unico caso in cui si usa l’accento per indicare un troncamento è piè invece di piede (Achille piè veloce, a piè di pagina), ma si può considerare “l’eccezione che conferma la regola” (anche se qualche dizionario annovera con l’accento accanto alla forma più corretta da’ per l’imperativo tronco di dare (al posto di dai).  

Per lo stesso motivo, non bisogna neanche mai usare l’apostrofo al posto dell’accento e scrivere per esempio realta’ o caffe’ invece di realtà e caffè, e questo vale anche nei casi in cui il carattere accentato non è presente sulla tastiera, come avviene per la è maiuscola (che si scrive È e non E’ così come nel caso del minuscolo si scrive è e non e’).