Le 9 parti del discorso

■ Quali sono le parti del discorso? ■ Come si classificano le parti del discorso? ■ Che differenza c’è tra le parti del discorso variabili e invariabili? ■ Come si fa l’analisi grammaticale?  ■ Quali sono le 5 parti variabili del discorso? ■ Quali sono le 4 parti invariabili del discorso?

Nell’analisi grammaticale ogni parola appartiene necessariamente a una delle nove parti del discorso: cinque variabili e quattro invariabili.

Ognuna di queste parti è stata qui suddivisa in vari paragrafi che contengono le spiegazioni necessarie per la comprensione dei concetti chiave e per fugare i dubbi grammaticali più diffusi.

Le parti variabili del discorso, tradizionalmente, sono:

verbi; → nomi; → articoli;
aggettivi; → pronomi.

Si chiamano variabili perché si possono flettere (di solito la radice rimane uguale ma cambia la desinenza) e si concordano nel genere e nel numero. Nel caso dei verbi la flessione si chiama coniugazione, nei tempi, nei modi o nella persona, al singolare (io, tu, egli) e al plurale (noi, voi, essi). Nel caso delle altri parti la declinazione avviene attraverso le concordanze al singolare e plurale (il numero) o al maschile e femminile (il genere).

Le restanti quattro parti del discorso non si concordano, e sono perciò dette invariabili:

preposizioni; → congiunzioni;
avverbi; → interiezioni e onomatopee.

L’analisi grammaticale consiste nel classificare ogni parola della frase attraverso queste categorie, e specificando ogni volta le sottocategoire (per esempio: cane = nome o sostantivo comune di animale, singolare). Davanti a una parola di cui non si riesce a stabilire imediatamente a quale parte del discorso appartenga, perciò, un buon criterio di partenza è quello di domandarsi: si tratta di una parola variabile o invariabile? Dalla risposta è possibile cominciare a stabilire a quale dei due gruppi appartenga, procedendo poi per esclusione e applicando le regole e i consigli dispensati in ogni articolo dedicato, fino a sciogliere ogni esitazione.

I rumori delle onomatopee

■ Quali sono le onomatopee dei rumori? ■ I rumori onomatopeici sono codificati rigidamente? ■ Ci sono rumori onomatopeici che possono avere significati diversi? ■ Come si può esprimere il blaterare con un’onomatopea? ■ I rumori onomatopeici si possono usare solo nei fumetti o anche nella narrativa?

Le onomatopee sono parole costituite da sequenze di caratteri che riproducono e imitano versi di animali, suoni o rumori e vengono usate come interiezioni o esclamazioni. Tipiche dei fumetti, sono usate anche nella letteratura e sono state elevate al massimo grado dal movimento futurista di Filippo Tommaso Marinetti che ne esaltò la forza espressiva, rispetto alla scrittura ponderata e razionale, in un’opera di rottura e di avanguardia come Zang Tumb Tumb (1912).

I rumori non sono necessariamente codificati in modo rigido, si possono variare con fantasia, ma tra quelli che si possono trovare in un dizionario, ci sono:

bang, uno sparo o un colpo secco;
bip, il segnale acustico di apparecchi elettronici;
bla bla, il blaterare;
bum o boom, uno scoppio o uno sparo;
brr, un brivido di freddo;
ciaf, uno schiaffo o anche oggetto che cade in acqua;
ciuff, il rumore di una locomotiva a vapore;
clap, il battimano o l’applauso;
clic, il rumore metallico di uno scatto, di una macchina fotografica o anche del mouse;
crac, il rumore di qualcosa che si spacca;
cric, il suono del vetro o del ghiaccio che si incrina;
dindin, il suono di un campanello;
dindon, il rintocco delle campane;
drindrin, uno scampanellio;
eccì, uno starnuto;
frufru, un fruscio;
glo glo, il rumore di un liquido che esce dalla bottiglia o di chi beve a garganella;
gnam gnam, il mangiare avidamente;
gulp, il deglutire per sorpresa o per spavento;
mm (o hmm, mhmm, mmh), di volta in volta può essere un compiacimento o godimento di qualcosa (mm, che bontà), ma anche con un senso negativo può esprimere perplessità (mm, non sono convinto) o dubbio (mm, non ci credo!);
paf, il rumore di qualcosa che cade o anche un manrovescio;
patatrac, la rottura di qualcosa che crolla fragorosamente;
pissi pissi, il parlottio sottovoce e riservato di un bisbiglio;
pss, il sibilo per richiamare l’attenzione;
puff, un corpo che cade in acqua;
patapum, una caduta rovinosa;
ron ron, il russare oppure le fusa del gatto;
sss, il sibilo smorzato per intimare il silenzio;
tac, il rumore di uno scatto;
tic tac, il ticchettio di un orologio;
tic toc, il battito del cuore;
toc e toc toc, il bussare alla porta;
tuff, un tuffo;
uff, uno sbuffo di noia o di impazienza;
zac, un taglio netto.

Il “linguaggio” degli animali nelle onomatopee

■ Quali sono le onomatopee dei versi degli animali? ■ Che cos’è il gre gre? ■ Quali sono le voci imitative degli animali nei dizionari? ■ Come si esprime il gracidare della rana con un’onomatopea? ■ Quali sono le alternative onomatopeiche al miagolare del gatto, oltre a miao?

Che verso fanno gli animali?

Tra le onomatopee ce ne sono molte che riproducono i suoni degli animali.

Sfogliando un dizionario si possono trovare per esempio le seguenti voci imitative con a fianco il nome o il verbo per sapere come si chiamano in italiano i versi che fanno gli animali.

bau (bu o bu bu) è l’abbaiare cane;
(o bèe) è il belato della pecora;
caì caì è il guaito dei cuccioli o dei cani quando si fanno male;
chicchirichì è il canto del gallo;
cip (o cip cip) è il cinguettio del passero o di un uccelino;
cra cra è il gracidare della rana o il gracchiare o crocidare del corvo e della cornacchia;
cri cri è il verso del grillo, detto anche frinire (lo stridere che si riferisce anche alle cicale);
cucù è il verso del cuculo (o dell’orologio a cucù);
glo glo (o glu glu) è il gloglottare del tacchino, o di galline e faraone (anche gloglottio);
gre gre è il gracidare della rana (nei campi c’è un breve gre gre di ranelle – Pascoli);
miao (miau, mao e anche gnao) è il miagolare o miagolio del gatto;
pio (e pio pio) è il pigolare o pigolio dei pulcini;
qua (e qua qua) è lo starnazzare di anatre e oche;
zzz è il ronzio e il ronzare soprattutto di zanzare, ma anche api, mosche e insetti.

Le esclamazioni (o interiezioni) e le onomatopee

■ Cosa sono le esclamazioni o interiezioni? ■ Quali sono le sono le esclamazioni proprie? ■ Quali sono le sono le esclamazioni improprie? ■ Quali sono le sono le locuzioni esclamative? ■ Cosa sono le onomatopee? ■ “Oddio” è una locuzione esclamativa? ■ “Andiamo”, anche se è un verbo, può essere usato come una locuzione esclamativa? ■ Si può scrivere una parola come “brr””? ■ “Chicchirichì” è un’onomatopea?

Le interiezioni (dal latino interjectio, cioè “intromissione”), dette anche esclamazioni, sono parti invariabili del discorso che esprimono stati d’animo come stupore, gioia, meraviglia, dolore e altri ancora.

Le esclamazioni proprie possono essere: ah, eh, ih, oh, uh, ahi, ehi, ohi, ehm, uhm… e altre di stile fumettistico, spesso seguite dal punto esclamativo: toh! Uffa!

Le esclamazioni improprie sono invece costituite da nomi, aggettivi e altre parole, anche verbi, usate con senso di esclamazione: evviva! Urca! Ciao! Zitto! Fuori! Andiamo! Scusa! Esatto! Bello!

A volte queste esclamazioni sono espresse da locuzioni esclamative, che di solito sono frasi fatte come: santo cielo! Oddio! Al diavolo! Al ladro! Al fuoco! Mamma mia! Guai a te! Mio Dio!

Le onomatopee

In questa categoria di parti invariabili del discorso rientrano anche le onomatopee, cioè quelle parole costituite da sequenze di caratteri che riproducono determinati suoni o rumori e vengono usate come interiezioni o esclamazioni. Per esempio brr, un brivido, il drin di un campanello, il bum di un’esplosione o il dindon delle campane, e ancora  i versi degli animali (chicchirichì, bau, miao, cra cra), ma anche sob, gulp e tutto il repertorio dei fumetti, molto spesso espresso in inglese (wow, smack).

Vedi anche → “Il linguaggio degli animali nelle onomatopee” e “I rumori delle onomatopee

Come distinguere gli avverbi da aggettivi, congiunzioni o preposizioni

■ Come si distingue una parola come “forte” che può essere sia aggettivo sia avverbio? ■ Come si distingue una parola come “dopo” che può essere congiunzione, preposizione o avverbio? ■ Quali sono gli esempi di frasi in cui una stessa parola cambia funzione e diventa preposizione, congiunzione, aggettivo o avverbio?

Gli avverbi primitivi (o semplici, ma non sono per niente “semplici”) sono più difficili da riconoscere di quelli derivati dall’aggettivo, che perlopiù finiscono in –mente (sicuramente, velocemente…).

Il problema è che molte volte una stessa parola diventa una diversa parte del discorso a seconda del contesto. Forte, per esempio, può essere un aggettivo, ma può anche diventare un avverbio.

Nell’espressione correre forte (= fortemente) è usato avverbialmente (dunque è avverbio) perché si riferisce al verbo anziché a un sostantivo (è “l’aggettivo del verbo”). Per distinguerlo, oltre a vedere a cosa si riferisce, può essere utile in questo caso notare che quando è avverbio diventa invariabile. Al contrario, quando è riferito al nome è sempre variabile, cioè si può conocrdare nel genere e nel numero: un uomo forte, due uomini forti. Lo stesso vale per chiaro: è avverbio in parlar chiaro (= chiaramente, riferito al verbo e invariabile), ma è aggettivo in l’uomo chiaro (la donna chiara, gli uomini chiari e le donne chiare).

Se questo concetto è forte chiaro si può passare a un distinzione un po’ più difficile.

Altre volte si usano in modo avverbiale anche molte parole invariabili, e per distinguerle si può analizzare solo la loro funzione e il loro significato. Dopo, per esempio, secondo il contesto può assumere il ruolo di avverbio, di preposizione o di congiunzione.
Nell’espresione: vado dopo è riferito al verbo ed è avverbio;
nell’espressione: dopo pranzo vado via (riferito al nome) diventa una preposizione impropria (dopo pranzo è come sul tavolo, nel piatto…);
nell’espressione: dopo aver mangiato (= dopo che ho mangiato) vado via diventa una congiunzione subordinativa, perché congiunge una frase principale a quella subordinata temporale (vado via = principale + dopo che ho mangiato subordinata).

I gradi comparativo e superlativo degli avverbi

■ Come si fa il comparativo degli avverbi? ■ Come si fa il superlativo degli avverbi? ■ Il superlativo di precipitevole è precipitevolissimevolmente? ■ Qual è il superlativo di “grandemente”? ■ Meglio dire “pessimamente” o “malissimo”? ■ Il superlativo di “salubremente” è saluberrimamente? ■ Si può dire più bene o più male? ■ Perché si può dire “sento più male di ieri”, ma si dice “mi sento peggio di ieri”?

Come gli aggettivi, anche gli avverbi possono avere i gradi comparativo e superlativo.

Il comparativo può essere di maggioranza (si forma con più: più fortemente), di minoranza (meno fortemente) o di uguaglianza (tanto fortemente quanto…).

Il superlativo relativo si forma aggiungendo “il più… possibile” (possibile può essere anche sottinteso), per esempio: gridai il più fortemente possibile, mentre il superlativo assoluto si forma aggiungendo assai o molto oppure con i suffissi –issimo o –issimamente: gridai molto forte o fortissimo o fortissimamente.

Come gli aggettivi, anche alcuni avverbi possiedono delle forme particolari di comparativo e superlativo che si discostano da queste regole, e che sono riportate di seguito.

Grado positivo Comparativo Superlativo
assoluto
bene meglio ottimamente
(benissimo)
male peggio pessimamente
(malissimo)
molto più moltissimo
poco meno minimamente
(pochissimo)
grandemente maggiormente massimamente

Naturalmente benissimo, moltissimo e simili sono da intendere in senso avverbiale: non sono aggettivi e non sono variabili nel numero e nel genere, dunque si riferiscono al verbo: stare benissimo o mangiare pochissimo (un gelato buonissimo è aggettivo).

● Il comparativo di bene è meglio, dunque non si dice è più bene, mi sento più bene, ho fatto più bene, ma si dice sempre è meglio, mi sento meglio, ho fatto meglio.
● Allo stesso modo, il comparativo di male è peggio, e non si dice è più male, ma è peggio.

La forma “più bene”, però, vive in altre espressioni come: “Vuoi più bene alla mamma o al papà?”, ma si tratta di un falso comparativo: in questo caso bene è un sostantivo e più significa “una maggiore quantità” (un po’ come dire “vuoi più pere o più mele?”). Lo stesso vale nel caso di “più male” (ho sentito più male di ieri = sostantivo, cioè una maggiore quantità), ma non si può dire mi sento più male, si dice mi sento peggio.

In teoria, ma solo in teoria, i superlativi degli avverbi seguono le eccezioni che valgono anche per gli aggettivi (quelli in –fico e –volo si appoggiano al suffisso –entissimo), e dunque se magnifico diventa magnificentissimo, anche l’avverbio dovrebbe essere magnificentissimamente, ma non si usa, come non si usa saluberrimamente e via dicendo: non tutti gli avverbi hanno il superlativo.

Gli avverbi in –mente, già da soli, sono un po’ “pesanti” nel loro utilizzo e nella loro lunghezza, e nei corsi di scrittura in genere si consiglia di evitarli e di optare per locuzioni più eufoniche, per esempio correre forte o mangiare in modo avido sono preferibili a forme come correre fortemente, o mangiare avidamente. A maggior ragione usare superlativi renderebbe tutto ancor più di cattivo gusto.

Quanto a precipitevolissimevolmente non è il superlativo assoluto di precipitevolmente (sarebbe caso mai precipitevolissimamente se non fosse un ossimoro esprimere un concetto così rapido in una parola tanto lunga) è solo una voce scherzosa, usata in modo scherzoso anche da qualche autore soprattutto in passato, ma non è registrata nei dizionari, almeno quelli moderni, e dunque non è propriamente la parola più lunga della lingua italiana.

Gli avverbi

■ Cosa sono gli avverbi? ■ Che differenza c’è tra gli avverbi derivati e primitivi? ■ Gli avverbi terminano tutti in “-mente?” ■ Quali sono le locuzioni avverbiali? ■ Quali sono  gli avverbi di modo? ■ Quali sono gli avverbi di tempo? ■ Quali sono gli avverbi di luogo? ■ Quali sono gli avverbi di quantità? ■ Quali sono gli avverbi di affermazione? ■ Quali sono gli avverbi di negazione? ■ Quali sono gli avverbi di dubbio? ■ “Ecco” è un avverbio? ■ Quali sono gli accrescitivi e i diminutivi degli avverbi? ■ Si dice “a cavalcioni” o soltanto “cavalcioni”? ■ Quali sono gli avverbi che terminano in “-oni”? ■ “Eccetera” è un avverbio?

L’avverbio si chiama così perché “sta vicino al verbo” (ad verbum), ma la vicinanza non è nella sua collocazione all’interno della frase (può essere anche lontano), bensì nel fatto che si riferisce al verbo e ne specifica una qualità quasi come fosse “l’aggettivo del verbo”: mangio avidamente, corro velocemente, cioè in modo rapido.

Per essere più precisi, però, un avverbio può anche specificare altre parti del discorso per esempio un sostantivo (riposo specialmente la domenica) o un aggettivo, soprattutto nei casi del predicato nominale (questo libro è enormemente pesante) o anche un’intera frase (indubbiamente, mangi con avidità), ma in tutti questi esempi è sempre legato anche al verbo.

Gli avverbi sono classificati tra le parti invariabili del discorso perché non si concordano nel genere e nel numero, e molto spesso si riconoscono facilmente perché terminano in –mente e nascono proprio dalla modifica dell’aggettivo con questo suffisso (facile diventa facilmente, lento diventa lentamente). Ma non è sempre così. Altre volte si possono formare con la desinenza in –oni che nascono dai sostantivi o dai verbi: tentare diventa tentoni, come gatto diventa gattoni, ma c’è anche il procedere cavalcioni, ciondoloni, carponi che a volte si possono introdurre con la preposizione a, ma vivono anche senza.

Oltre a questi avverbi (chiamati anche derivati, perché derivano di solito dall’aggettivo) ce ne sono tantissimi altri chiamati talvolta primitivi (o semplici, perché non derivano da un’altra parola), che possono essere per esempio subito, dopo, prima, poco, bene, male, forte… e a loro volta si possono classificare in base alla loro funzione di specificare un modo, un tempo, una quantità…

Se gli avverbi derivati sono molto semplici da riconoscere grazie alla desinenza, quelli primitivi sono molto più problematici, perché si tratta di parole che in altri contesti possono avere altre funzioni ed essere per esempio aggettivi come poco, oppure congiunzioni come prima o preposizioni improprie come dietro.

Per capire quando sono avverbi bisogna di volta in volta analizzare la frase: gli aggettivi si variano nel e genere e numero e si riferiscono al nome, dunque questo piatto è poco (riferito al nome, piatto) si può volgere al plurale (questi piatti sono pochi) e in questo caso poco è aggettivo. Mangio poco invece si riferisce al verbo ed è un’espressione invariabile. Allo stesso modo le stesse parole possono essere avverbi in espressioni come guardo dietro o arrivo prima (riferite al verbo) oppure diventare una preposizione impropria (prima di pranzo) o una congiunzione subordinativa di una frase dipendente (riposo prima che arrivi = frase dipendente temporale).

Per approfondire → “Come distinguere gli avverbi da aggettivi, congiunzioni o preposizioni

Oltre agli avverbi derivati e primitivi, esistono anche le locuzioni avverbiali, cioè espressioni complesse che hanno gli stessi significati o le stesse funzioni, come di rado, di corsa, di fretta… formate da altre parti del discorso che però sono usate in senso avverbiale, cioè riferite al verbo e diventate invariabili (non si possono declinare al femminile o al plurale).

Volendo classificare gli avverbi  in base a ciò che qualificano, ci sono per esempio quelli:

di modo, che rispondono alla domanda “in che modo?”, per esempio: cammino dolcemente, caparbiamente, piano, forte, carponi, volentieri
di luogo, che rispondono alla domanda “dove?” o indicano un dove, per esempio: andare qui, qua, , , ovunque (possono includere anche delle locuzioni avverbiali: di qui, di là)…
di tempo, che rispondono alla domanda “quando?” o indicano un periodo, per esempio: quando, ora, adesso, subito, prima, dopo, presto, tardi, oggi, domani, spesso, raramente, mai, sempre
di quantità, che rispondono alla domanda “quanto?” o esprimono quantità, per esempio: quanto mangi, mangi molto, troppo, poco, tanto, poco, meno, minimamente
di dubbio: chissà, probabilmente, forse, magari, eventualmente
di affermazione: , sicuramente, certamente, certo, proprio, ovviamente, decisamente
di negazione: no, non, , nemmeno, mai, neanche, neppure
interrogativi o esclamativi: come, dove, quando, perché, quanto

Eccone altri!
Queste etichette possono variare secondo le grammatiche (alcune raggruppano negli avverbi di valutazione quelli di affemazione, negazione e dubbio) e da queste classificazioni possono sfuggire avverbi come eccetera (considerato una locuzione avverbiale, vedi anche → Meglio scrivere “eccetera”, “ecc.” o “etc.”?) oppure un avverbio come ecco, che si trova in locuzioni come ecco fatto, e ha una forza particolare che può sostituire un verbo e subire trasformazioni: eccomi = sono qui (eccoci, eccola), o anche essere unito a nomi (ecco ecco un cocco un cocco per te! nella poesia di Pascoli) e pronomi: eccone un altro!

Pur essendo invariabili nel genere e nel numero, alcuni avverbi si possono alterare in forme vezzeggiative, diminutive, accrescitive o peggiorative (benino e benone, maluccio e malino, pochino e pochetto, o “andavano a scuola adagino e pianino…”); inoltre (come gli aggettivi), possono in alcuni casi avere → i gradi di comparativo e superlativo assoluto.

Si può dire “ma però”? E altri dubbi su “ma”

■ Si può dire “ma però”? ■ Si può iniziare una frase con “ma”? ■ Prima di “ma” è obbligatoria la virgola? ■ Quali sono gli esempi di frasi che cominiciano con “ma”? ■ Nei Promessi sposi ci sono frasi che cominciano con “ma”? ■ Quali sono gli esempi di frasi con “ma però”? ■ Nei Promessi sposi ci sono frasi che usano “ma” senza che sia preceduto dalla virgola? ■ Quali sono gli esempi di frasi in cui “ma” non è precuto dalla virgola? ■ Nei Promessi sposi si trova “ma però”?

Tra le espressioni indicate come errore sin dalle scuole elementari c’è “ma però” che viene duramente condannato come inutile ripetizione dello stesso concetto. Questa espressione, tuttavia, non dovrebbe così tanto scandalizzare, il pleonasmo è un artificio retorico che si può usare in molti casi, come per esempio l’ossimoro, l’accostamento di due termini opposti, assurdo logicamente ma potente per esempio nella poesia (“Cessate d’uccidere i morti”, Ungaretti). Curiosamente non ci si scaglia invece contro analoghi rafforzamenti come “ma invece”, e non si dice che questo costrutto ricorre in numerosissimi classici della lingua italiana.

Nei Promessi sposi “ma però” ricorre più volte:
● “Non era un conto che richiedesse una grande aritmetica; ma però c’era abbondantemente da fare una mangiatina.”
● “Signor curato, se mai desiderasse di portar lassù qualche libro, per passare il tempo, da pover’uomo posso servirla: ché anch’io mi diverto un po’ a leggere. Cose non da par suo, libri in volgare; ma però…”
● “…ma però, a parlarne tra amici, è un sollievo”.

Altri esempi di “ma però” si trovano nell’Inferno di Dante (“Lo caldo sghermitor sùbito fue; ma però di levarsi era neente, sì avieno inviscate l’ali sue”, XXII, 142-144; “questa fiamma staria sanza più scosse; ma però che già mai di questo fondo non tornò vivo alcun”, XXVII, 63-65); nelle Novelle di Verga  (“In città facciamo una vita impossibile. Ma però voi altri signori dovete preferirla”, “Pentolaccia”); nella Gerusalemme liberata di Tasso (“Va contra gli altri, e rota il ferro crudo; ma però da lei pace non impetra”); nella Vita di Alfieri (“ma però era assai minore il pericolo”), e moltissime volte nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galilei (“Fatta la radunanza nel palazzo dell’illustrissimo Sagredo, dopo i debiti, ma però brevi, complimenti”; “m’accorsi della mia semplicità [ma però scusabile])”.

Dunque (come l’espressione altrettanto vituperata ingiustamente “a me mi”, vedi → “Si può dire a me mi?“) questo può avere il suo perché cin vari contesti, e chi lo stigmatizza in modo così perentorio dovrebbe forse maggiormente riflettere su altri tipi di inutili pleonasmi molto in voga che nessuno sembra condannare, per esempio il sempre più onnipresente “requisiti richiesti”, come se un requisito non contenesse già in sé il concetto di richiesto.

Si può cominciare una frase con “ma”?
Un’altra leggenda grammaticale da sfatare è quella per cui non sarebbe possibile iniziare una frase con “ma”. Ma bisogna premettere che “ma” non ha solo un valore avversativo e può esprimere una contrarietà o uno stupore nei confronti di qualcosa, per esempio: “Ma pensa un po’”, “Ma va?”, “Ma tu guarda!”.
Inoltre, a seconda dello stile, è possibile scrivere una frase con una punteggiatura dalle pause deboli espresse con la virgola (Ero stanco, ma tirai avanti ugualmente), oppure amplificarle con il punto (Ero stanco. Ma tirai avanti ugualmente). Di frasi che iniziano con “ma” è piena la letteratura, a cominciare dai Promessi sposi: “…Sia detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è buona a suo luogo…”; “Si sentì subito venir sulle labbra più parole del bisogno. Ma pensando quanto importasse di non guastare i fatti suoi…”.

Prima di “ma” è obbligatoria la virgola?
Infine, non è vero che prima di “ma” sia sempre obbligatoria la virgola, ancora una volta non esistono regole così ferree da prescrivere nel caso della punteggiatura e in un’espressione come “è brutto ma buono” la virgola non è necessaria è solo una scelta possibile, così come nel caso di: “ Zitta! – rispose, con voce bassa ma iraconda, don Abbondio” (I promessi sposi).

“E” o virgola? O entrambe?

■ Quando si sostituisce la congiunzione e con la virgola? ■ Si può mettere la virgola prima della e? ■ Si può cominciare una frase con la e? ■ Quali sono gli esempi di frasi in cui si può associare la virgola alla E? ■ Quali sono gli esempi di frasi che possono iniziare con la E?

La congiunzione e serve per coordinare due parole sullo stesso piano (mangio pane e salame), ma talvolta si può sostituire con una virgola, e a seconda dello stile e del contesto si può scegliere di scrivere: “Era stanco e avvilito, dunque si arrese” oppure: “Era stanco, avvilito, dunque si arrese”.

Quando gli elementi sono tanti e diventano degli elenchi, di solito la e si omette (altrimenti il costrutto diventa pesante) e si sostituisce con una virgola per lasciarla solo in conclusione prima dell’ultimo elemento: “Indossava un cappello, un cappotto, pantaloni pesanti e stivali alti”. Ancora una volta, la scelta di usare la e in conclusione non è necessariamente obbligatoria in ogni contesto, ma quando l’elenco si lascia in sospeso e la frase termina con eccetera o con i puntini di sospensione di norma la e conclusiva si omette: “Indossava un cappello, un cappotto, pantaloni pesanti, stivali alti…” (vedi anche → Meglio scrivere “eccetera”, “ecc.” o “etc.”?).

Si può usare la virgola prima di “e”?
Un’altra questione che pone dei dubbi è quella della possibilità di usare la virgola prima di e, che spesso viene additato come un errore da evitare, visto che la loro funzione è la stessa. Ma questa è una leggenda grammaticale da sfatare: si può fare e si ritrova in molti testi anche letterari: “Si trovò nella strada, portato come in trionfo, e accompagnato da una folla di popolo” (Promessi sposi).
Bisogna tenere presente che l’uso della punteggiatura è molto soggettivo e non è disciplinabile da norme rigide (a parte alcuni usi evidentemente errati) e dunque anche nella sua associazione alla e ci son molti margini di soggettività e di stile. Si può benissimo amplificare e rafforzare la pausa della virgola aggiungendo anche una e. Oppure, anche se nelle incidentali è in linea di massima è forse preferibile escludere la virgola (era una giornata fredda e, a parte questo, non mi sentivo bene) non è infrequente trovare invece scelte che la includono (era una giornata fredda, e a parte questo, non mi sentivo bene) che non si può considerare un errore.

Si può cominciare una frase con la “e”?
Sì. Anche la leggenda che non si possa cominciare una frase con la e, non ha fondamenti. Tutto dipende dallo stile. Molte espressioni come “E ancora” o “E voi che fate?” sono legittime, ma anche in moltissimi altri casi è possibile: “Ambasciator non porta pena. E, i proverbi, signor conte, sono la sapienza del genere umano (Promessi sposi).
Spesso e si può usare uno stile che privilegia le costruzioni lunghe (Si alzò di buon ora, si vestì in fretta e corse fuori) o quelle spezzettate da una punteggiatura forte che amplificano le pause (Si alzò di buon ora. Si vestì in fretta. E corse fuori). Ogni considerazione di quale dei due costrutti sia preferibile non riguarda la grammatica, ma lo stile.

Le congiunzioni

■ Che differenza c’è tra le congiunzioni semplici e composte? ■ Che cosa sono le locuzioni congiuntive? ■ Che differenza c’è tra congiunzioni coordinanti e subordinanti? ■ Per è una preposizione o una congiunzione? ■ Come si dividono le congiunzioni coordinative? ■ Quali sono le congiunzioni copulative? ■ Quali sono le congiunzioni disgiuntive? ■ Quali sono le congiunzioni avversative? ■ Quali sono le congiunzioni dichiarative? ■ Quali sono le congiunzioni correlative? ■ Come si dividono le congiunzioni subordinative? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le congiunzioni?

Le congiunzioni sono quelle parole, sempre invariabili, che servono a congiungere tra loro altre parole o intere frasi. Sono perciò dei connettivi, e a seconda di come sono strutturate (la loro forma) possono essere semplici o composte.

Tra le congiunzioni semplici ci sono: e, o, se, ma, però, che, dunque, anzi, quindi

E tra quelle composte le grammatiche annoverano: perché (formata da per + che), sebbene (= se + bene), seppure (= se + pure), neanche (= + anche)… Ma altre volte questa stessa funzione di connettere può avvenire non solo con queste parole semplici, ma anche con espressioni dallo stesso significato o dalla funzione analoga, e in questo caso sono classificate come locuzioni congiuntive, per esempio: come se, in modo che, tranne che, fino a che

Passando dalla loro forma alla loro funzione, un’altra distinzione fondamentale (soprattutto per l’analisi del periodo) che si può fare è quella di raggrupparle in due categorie a seconda del loro uso: le congiunzioni coordinanti e quelle subordinanti.

Le congiunzioni coordinanti (dette anche coordinative) collegano due parole o frasi che sono sullo stesso piano, per esempio:

cane e gatto (congiunzione tra parole)
compro un cane e regalo un gatto (collegamento tra due frasi indipendenti = che si reggono da sole)

sono coordinate dalla congiunzione e.

Le congiunzioni subordinanti (dette anche subordinative) congiungono invece due frasi che non sono sullo stesso piano, uno dipende dall’altro in una concatenazione che rende il secondo elemento subordinato, per esempio:

compro un cane per regalarlo a Silvia;

in questo caso il collegamento è tra una frase indipendente (che si regge da sola) e una frase dipendente dalla prima: per regalarlo non si regge da sola senza la principale (è una frase subordinata o dipendente).

Nell’esempio sopra, per che è di solito una preposizione (non una congiunzione) ha assunto il valore di congiunzione come può accadere spesso nelle forme implicite di una frase: “Corro per (= affinché, congiunzione) far presto” ha un valore finale che è diverso da: “Passo per (= attraverso) il centro”, con valore spaziale. Quindi, individuare quando una parola rientra in una certa categoria grammaticale, come sempre, dipende dal contesto. Sia le congiunzioni sia le preposizioni sono infatti dei connettivi (ma anche altre parti del discorso lo possono diventare a seconda del loro uso). Vedi anche → “Come distinguere gli avverbi da aggettivi, congunzioni e preposizioni“.

Volendo andare ancora più a fondo nelle classificazioni, le congiunzioni coordinanti vengono di solito distinte ulteriormente dalle grammatiche in varie tipologie:

copulative, congiungono due elementi: e, anche, inoltre, ancora (positive), , neppure, neanche, nemmeno (negative);
disgiuntive, separano gli elementi spesso escludendone uno: o, oppure, ovvero;
avversative, mettono in contrapposizione: ma, però, tuttavia, invece;
dichiarative o esplicative, spiegano un fatto: cioè, infatti, per esempio…;
conclusive, traggono delle conclusioni: dunque, quindi, perciò, pertanto, sicché…;
correlative, si usano per fare confronti, ma sono solo il raddoppiamento delle copulative: ee, siasia (“sia… che” è da evitare), tantoquanto, cosìcome, oraora,

Le congiunzioni subordinanti si possono invece distinguere a seconda dei rapporti logici che determinano (tempo, luogo, causa, scopo, conseguenza…), per esempio:

temporali: quando, mentre, finché, che, dopo che, prima che (es. mangio quando ho fame);
finali: finché, affinché, perché, per (mi corico per riposare);
consecutive: cosìche; tantoche, tantoda (è così bravo da saperlo);
concessive: benché, sebbene, per quanto (lavora sebbene sia malato);
condizionali: se, qualora, ove, casomai, nel caso che (vengo se mi inviti);
modali: come, siccome (ho fatto come mi hai detto);
comparative: come, nel modo che (mangia come parli);
interrogative: perché, come (dimmi perché non vieni);
dubitative: se (non so se verrò);
dichiarative: che, come (credo che tu sia nel giusto);
eccettuative o limitative: tranne che, eccetto che, a meno che, fuorché (fammi di tutto tranne il solletico).

Queste congiunzioni introducono spesso frasi subordinate che, a seconda del significato della congiunzione, danno alla frase dipendente valori diversi. Per esempio: mi tira la palla perché gli sono vicino (= causa) e mi tira la palla perché io faccia canestro (= affinché, frase finale). Dunque, nell’analisi del periodo bisogna sempre cogliere il significato e non guardare semplicemente alla singola parola slegata dal contesto.

Vedi anche
→ “E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche
→ “Sia… sia O sia… che? A mano a mano O mano a mano?

Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni

■ Si dice sopra il o sopra al? ■ Si dice insieme a o insieme con? ■ Si dice dietro il o dietro al? ■ Si dice dentro il o dentro al? ■ Si dice sopra e sotto il o sopra e sotto al? ■ Si dice davanti al o davanti il? ■ Che differenza c’è tra oltre il e oltre al? ■ Perché si dice contro il muro, ma contro di me? ■ Perché si dice sul tavolo, ma su di noi? ■ Meglio dire fra noi o fra di noi? ■ Qual è la differenza di “tra” e “fra”? ■ Quali sono gli esempi di frasi con l’uso corretto delle preposizioni tra loro equivalenti? ■ Si dice “scrivi alla lavagna” o “scrivi sulla lavagna”? ■ Meglio dire “macchina per scrivere” o “macchina da scrivere”?

Spesso l’uso delle preposizioni genera dubbi.

Si dice sopra il tavolo o sopra al tavolo?

Sono corrette entrambe le forme, e si può dire come si vuole.

Molte volte non esistono regole precise per l’uso più corretto delle preposizioni e si può dire in più di un modo, a seconda del gusto personale ma anche del contesto. Per esempio, tra, fra e su talvolta si possono rafforzare attraverso l’aggiunta di “di”: si può dire fra di voi o fra voi, e ognuno può scegliere la forma che preferisce. E ancora si può scegliere tra:

insieme a lui e insieme con lui;
dietro la porta e dietro alla porta;
dentro la casa e dentro alla casa;
sopra e sotto la panca, ma anche sopra al tavolo;
davanti alla finestra (preferibile) e, meno comune, davanti la finestra.

In altri casi l’aggiunta di una preposizione semplice può cambiare il senso della locuzione, per cui oltre la porta significa dietro la porta (o dietro alla porta, è lo stesso), mentre oltre alla porta ha un altro significato: in questa stanza oltre alla porta c’è anche la finestra.
A seconda del contesto si può dire:

oltre la siepe e oltre al danno la beffa;
una gita fuori porta, una via fuori mano, ma fuori dalla finestra, fuori dai piedi, fuori di qui e fuori di me.

L’ultimo esempio è interessante, perché quando c’è un pronome personale spesso è necessario appoggiarsi a una preposizione semplice che non si usa in altri casi, per cui si dice:

sul (o sopra il) divano, ma su (o sopra) di noi;
oltre la finestra, ma oltre a te;
contro il muro, ma contro di me;
sotto il maglione, ma sotto di lui;
dietro la facciata, ma dietro di me;
senza le mani, ma senza di te;
dopo (la) cena, ma dopo di voi;
presso il giardino, ma presso di me.

Ciò è valido spesso, ma non sempre, e nel caso di tra e fra si può dire fra di noi e fra di voi ma anche fra noi e fra voi (rimanga fra noi), oppure tra lui e lei.

Tra gli usi scorretti delle preposizioni si possono segnalare casi ormai entrati nell’uso come “scrivi alla lavagna” (che riprende l’espressione vai alla lavagna, corretta perché è un complemento di moto a luogo), ma la preposizione corretta è “su”, dunque “scrivi sulla lavagna“.
Anche altri casi che un tempo erano considerati errori si sono diffusi al punto che sono ormai accettabili e la loro frequenza è maggiore di quella delle forme storicamente più appropriate. Per esempio l’uso di “da” in locuzioni come macchina “da scrivere” o “da cucire” che letteralmente dovrebbero essere “per scrivere” o “per cucire” (l’uso di “da” è una forma popolare non appropriata). Ma ormai la consuetudine ha cambiato le regole e persino un autore come Giorgio Manganelli ha intitolato un suo libro Improvvisi per macchina da scrivere. Inoltre, espressioni come costume da bagno, sali da bagno, ferro da stiro (costruiti sul falso calco di cose “da mangiare”, “da portare via”…) sono entrate nell’uso comune registrato anche dai dizionari e sono diventate insostituibili.

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Le preposizioni

■ Quali preposizioni si possono articolare? ■ Perché si dice dagli (da + gli) ma “per gli”? ■ Meglio dire “con lo” o “collo”? ■ Meglio dire “tra” o “fra”? ■ Quali preposizioni si apostrofano e quali non si possono apostrofare? ■ Cosa sono le locuzioni prepositive? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni semplici? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni articolate? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni proprie? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni improprie?

Le preposizioni (dal latino praeponere, cioè “porre prima”) sono particelle chiamate così perché “si mettono prima” (su precede sempre il nome, per es. sul tavolo) e hanno una funzione di collegamento.
Possono collegare tra loro due parole (il cane di Marco, cibo per cani), si usano nel caso dei complementi indiretti (torno da Roma, vado con lui) e per legare insieme le frasi principali con quelle dipendenti (o subordinate): ti propongodi correre;  corro per allenarmi.

Oltre a quelle semplici e articolate che sono dette proprie, ci sono anche quelle improprie, e cioè che hanno gli stessi significati (per esempio sopra invece di su) o analoghe funzioni (per esempio davanti).

Preposizioni proprie semplici e articolate

Le preposizioni semplici, cioè di, a, da, in, con, su, per, tra e fra (come nella filastrocca che si impara a memoria), sono parti invariabili del discorso (non si volgono al singolare, plurale, maschile o femminile), ma quando si uniscono all’articolo in una parola sola (dello, della, degli, delle) diventano articolate, e in questo caso si concordano con le parole che precedono seguendo le regole degli articoli che le compongono.

Ma non sempre è possibile fondere preposizione con l’articolo in una preposizione articolata: da + il = dal, ma nel caso di per + lo non si usa “pello”.

Il prospetto che segue riassume ogni possibile caso di articolazione possibile e mostra i casi in cui non si articolano e rimangono separate.

Se in alcuni casi le preposizioni non si uniscono mai all’articolo (non si può dire “fralle” o “perle” al posto di fra le o per le), i casi indicati tra parentesi indicano le forme che grammaticalmente si possono articolare, ma nell’uso dell’italiano moderno tendono  a rimanere  staccate. Forme come “pei”, “pegli” o “pei” sono arcaiche e non si usano più, vivono solo nei libri del passato. Nel caso di collo, colla o colle si usano di frequente nel parlato, ma quando si scrive la tendenza moderna è di preferire le forme staccate, che suonano meglio e non creano confusioni con altre parole dallo stesso significato (il collo, il colle, la colla). Col e coi sono invece più diffuse.

Tra e fra e sono sinonimi perfetti, e scegliere una o l’altra forma dipende solo da motivi eufonici. Dire per esempio “tra trame” e “fra farfalle” produce  un bisticcio e suona quasi come uno scioglilingua, perciò è consigliabile usare forme come fra trame o tra farfalle. In tutti gli altri casi scegliere tra una e l’altra preposizione dipende solo dai gusti personali, entrambe sono perfettamente lecite (tra papaveri o fra papaveri).

Tra, fra e su talvolta si possono rafforzare attraverso l’aggiunta di “di”: si può dire fra di voi o su di voi… oppure fra voi e su voi, ancora una volta ognuno può scegliere la forma che preferisce. Per saperne di più vedi → “Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni”.

Le preposizioni che si apostrofano
Anche se finiscono per vocale, fra, tra e su non si apostrofano mai (fra amici, e mai fr’amici), e anche da non si apostrofa di solito, tranne in alcune locuzioni come: d’altro canto, d’altra parte, d’ora innanzi, d’ora in poi, d’altronde…). La preposizione di invece si tende ad apostrofare: un gioiello d’oro, un vassoio d’argento, d’un tratto, tutto d’un pezzo, protocollo d’intesa… (vedi anche → “L’apostrofo: elisione e troncamento“).

La preposizione “a” può prendere la “d eufonica” e diventare “ad” solo quando precede una parola che comincia per “a” (per saperne di più → “E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche“).

Preposizioni improprie e le locuzioni prepositive

Le preposizioni improprie sono parole diverse dalle preposizioni proprie, anche se il loro significato o la loro funzione sono simili: invece di dire in (preposizione propria) è possibile dire dentro (preposizione impropria). Tra queste ultime, che sono sempre invariabili, ci sono anche parole che in altri contesti possono essere avverbi di luogo o di tempo come davanti, dietro, sopra, sotto, giù, dentro, fuori, vicino, presso, accanto, intorno, prima, dopo o aggettivi come secondo, salvo, lungo (aggettivi) e altre parole ancora usate con funzione di preposizione, come mediante, eccetto

Locuzioni prepositive
A volte le preposizioni improprie si appoggiano a preposizioni proprie; per esempio, invece di dire i calzini nel cassetto (preposizione propria) si può dire i calzini dentro il cassetto, ma anche i calzini dentro al cassetto (per saperne di più → “Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni”). E in certi casi questi stessi significati si possono rendere anche con più di una parola, e in questo caso si parla di  locuzioni prepositive: per mezzo di, per opera di, a favore di, nell’interesse di, a causa di, a dispetto di

I tanti valori di “che”

■ Quali sono i significati possibili di che? ■ Si può cominciare una frase con che? ■ Si può dire “siccome che”? ■ Come si può distinguere il che congiunzione dal che pronome relativo? ■ Che può essere anche aggettivo?

Che” può assumere tantissimi significati diversi, e per fare un po’ di chiarezza per esempio nell’analisi logica, oppure semplicemente nella comprensione di un testo, va sempre esplicitato.

In altre parole, per poter comprendere il suo valore e il suo senso, bisogna vedere che cosa significa nel contesto e come si può di volta in volta trasformare.

Per esempio può essere:

pronome relativo: l’uomo che (= il quale) parla;
pronome interrogativo o esclamativo: che (= cosa) fare? che bello!;
aggettivo interrogativo o esclamativo: che (= quale) giacca indossi? Che faccia tosta!;
congiunzione: ti dico che sei bravo.

Che altro dire?
Che non è vero che non si può mai iniziare una frase con il che, come talvolta si dice (“che mi venga un accidente se non è così!”: non esistono controindicazione nel cominciare una frase con il congiuntivo preceduto da che).
Oltre a tante frasi comuni che iniziano così (che bello! Che succede? Che mi dici?), ci sono anche molti esempi letterari che contraddicono l’opinione diffusa per cui non sarebbe possibile aprire una frase in questo modo, per esempio l’incipit di un racconto di Jorge Luis Borges:

Che un uomo del suburbio di Buenos Aires (…) s’interni nei deserti battuti dai cavalli (…), sembra a prima vista impossibile

(“Il morto” in L’aleph, Feltrinelli, Milano 1961, traduzione di Francesco Mentori Montalto).

Il fatto che sia possibile non significa però che sia sempre consigliabile: non è vietato, ma bisogna saperlo fare e poterselo permettere.


Invece, a proposito di divieti: non si può mai dire siccome che!