Plurali anomali

■ Quali sono le parole che al plurale cambiano genere come uovo e uova? ■ Che differenza c’è tra  orecchi e orecchie? ■ Quali sono le parole che hanno un plurale sia al maschile sia al femminile come ginocchi e ginocchia? ■ Quali sono le parole che al plurale cambiano radice come uomo e uomini? ■ Il plurale di calcagno è calcagni o calcagna? ■ Il plurale di tempio è tempi o templi? ■ Qual è il plurale di “belga”? ■ Che differenza c’è tra i gridi e le grida?

Tra i plurali anomali e irregolari, ci sono parole sovrabbondanti che presentano due forme per il plurale e, talvolta possiedono un diverso significato e talvolta no.

Tra questi ultimi ci sono per esempio nomi dal plurale sia maschile sia femminile, come i ginocchi o le ginocchia; gli orecchi e le orecchie (ma quelle che si fanno alle pagine dei libri sono solo al femminile), i gridi (per lo più solo degli animali) e le grida.
In alcuni casi i plurali al femminile vivono solo in alcune frasi fatte, per esempio i calcagni è affiancato da un doppio plurale solo nell’espressione “stare alle calcagna”; i reni e “spezzare le reni”; i cuoi e “tirare le cuoia”.

Ci sono poi plurali che cambiano genere e passano dal maschile al femminile, come un uovo e le uova, il riso (nel senso delle risate) e le risa, il paio e le paia, e poi  alcune unità di misura come il miglio e le miglia, il migliaio e le migliaia, il centinaio e le centinaia, mentre mille nei composti si trasforma in –mila (duemila). Il carcere ha due plurali di diverso genere: i carceri e le carceri. Passa invece dal femminile al maschile la eco che diventa gli echi.

Tra i plurali irregolari femminili c’è ala che diventa le ali, invece di seguire le regole della prima declinazione.

Altri plurali cambiano la radice e così uomo diventa uomini (anche nei composti come gentiluomo), dio diventa dei (che ha anche un’articolazione irregolare: gli dei al posto de “i dei”), e bue diventa buoi, così come uscendo dalla categoria dei sostantivi, anche gli aggettivi possessivi mio, tuo e suo si trasformano in miei, tuoi e suoi.

Tempio e ampio al plurale prendono una “l” (ampio anche nel superlativo amplissimo) e diventano templi e ampli, anche se esistono anche le forme regolari, tempi e ampi.

Infine, un abitante del Belgio è detto belga, ma al plurale diventa belgi, invece di mantenere il suono duro come fa al femminile (le belghe).

Falsi cambiamenti di genere

■ Cosa sono i nomi falsi alterati? ■ Che differenza c’è tra: baleno/balena ■ banco/banca ■ busto/busta  ■ calco/calca ■ caso/casa ■ cavo/cava  ■ colpo/colpa ■ latte/latta ■ mostro/mostra ■ palmo/palma ■ mento/menta ■ pianto/pianta ■ pizzo/pizza ■ porto/porta ■ pupillo/pupilla  ■ razzo/razza ■ torto/torta?

Alcuni nomi hanno il loro genere fisso, e il genere grammaticale non sempre coincide con il sesso di ciò che designa (la guardia può essere un uomo, ma il canguro è una femmina, quando ha il marsupio). Altri si possono volgere dal maschile al femminile, come gatto e gatta o ministro e ministra (vedi → “Il sessismo della lingua e la femminilizzazione delle cariche“).

Ci sono poi nomi che presentano un falso cambiamento tra il maschile e il femminile, in realtà in questo passaggio di genere cambia completamente il significato, per esempio:

l’arco e l’arca;
il baleno e la balena;
il banco e la banca;
il busto e la busta;
il calco e la calca;
il capitale e la capitale;
il caso e la casa;
il cavo e la cava;
il colpo e la colpa;
il latte e la latta;
il mostro e la mostra;
il palmo e la palma;
il mento e la menta;
il pianto e la pianta;
il pizzo e la pizza;
il porto e la porta;
il pupillo e la pupilla;
il razzo e la razza;
il torto e la torta.

La declinazione degli aggettivi: genere e numero

■ Gli aggettivi sono sempre variabili? ■ Come si forma il plurale degli aggettivi? ■ Gli aggettivi come si volgono al femminile? ■ Quali sono le declinazioni degli aggettivi? ■ Perché il plurale di poco è pochi, ma quello di pacifico è pacifici? ■ Perché il plurale di saggio è saggi, ma quello di pio è pii? ■ Come si fa il plurale degli aggettivi composti? ■ Quando bello diventa bel, bei, belli? ■ Quando si deve dire quel, quei o quelli invece di quello? ■ Quali sono gli aggettivi invariabili? ■ Quando usa buon e quando buono? ■ Nessun e nessuno seguono le regole di un e uno? ■ Quando l’aggettivo si riferisce a una coppia di nomi uno maschile e l’altro femminile come si declina? ■ Meglio dire i pomodori e le mele rossi, o i pomodori e le mele rosse?

Gli aggettivi sono inclusi tra le parti variabili del discorso perché il più delle volte si concordano con il sostantivo di riferimento nel genere (maschile e femminile) e nel numero (singolare, plurale).

Per essere precisi non sempre è così, e ci sono anche molti aggettivi invariabili come molti numeri, alcuni colori come il rosa, alcuni aggettivi determinativi. Sono invariabili anche:

● aggettivi come tuttofare, stereo, turbo
● alcune locuzioni avverbiali usate come aggettivi (perbene, dappoco);
pari e i derivati (dispari, impari);
● alcuni composti di anti– come antinebbia, antifurto, antiriflesso (ma non vale per antipatico o antisismico, al plurale –ci), di fuori- (fuoripista, fuoriporta), si mono– (monoposto), o di pluri– (pluriuso);

e in altri casi ancora.

Per comprendere quando si possono declinare e come, può essere utile dividerli in categorie a seconda della loro desinenza (così come si fa con i sostantivi):

● gli aggettivi che al maschile singolare terminano in –o (per esempio bello) hanno quattro possibili desinenze:
o per il maschile singolare → uomo bello
a per il femminile singolare, → donna bella
i per il maschile plurale → uomini belli
e per il femminile plurale, → donne belle;


● gli aggettivi che al maschile singolare terminano in –a (es. idealista) hanno tre possibili desinenze:
a per il maschile e il femminile singolare → uomo o donna idealista
e per il femminile plurale, → donne idealiste
i per il maschile plurale → uomini idealisti
 

● gli aggettivi che al maschile singolare terminano in –e (es. interessante) hanno due possibili desinenze:
e per il maschile e femminile singolare → uomo o donna interessantei per il maschile e femminile plurale → uomini o donne interessanti

Inoltre (come nel caso dei nomi in –co e –go), gli aggettivi che terminano in:

● –co al plurale si trasformano in –chi (pronuncia dura; per esempio pòchi, antìchi) quando sono accentati sulla penultima (sono cioè piani); se invece sono accentati sulla terz’ultima (sdruccioli) si trasformano in –ci mantenendo il suono dolce (per esempio: pacìfici, antibiòtici ma al femminile mantengono il suono duro: pacifiche, antibiotiche);
● in –go al plurale diventano –ghi (casalinghi, larghi), ma ciò non vale per i composti di –fago (antropofagi);
● in –io al plurale maschile terminano in –ii quando al singolare l’accento tonico cade sulla i (pìopii), altrimenti si contraggono in una sola –i (saggiosaggi).

Quando sono composti, di solito gli aggettivi cambiano il plurale solo nella desinenza del secondo elemento: verità sacrosante; comunità italo-francesi.


Nel declinare gli aggettivi è bene ricordare che:

bello (come quello, formato dall’articolo determinativo il/lo) si comporta seguendo le regole che governano → l’articolo determinativo, dunque al maschile possiede un doppio singolare e un doppio plurale a seconda della parola che segue: un bel gatto, un bell’armadio, bei colori, begli occhi (al femminile sempre bella e belle). Dunque non è corretto dire che bei occhi;
buono (come alcuno, formato → dall’articolo indeterminativo un/uno) si comporta come l’articolo indeterminativo: buon appiglio (senza l’apostrofo), buono studente (benché buon studente venga ormai tollerato, anche se non elegante), buon’anima, buona persona (al plurale è invece sempre buone e buoni). Vedi anche “L’apostrofo: elisione e troncamento

Infine, bisogna prestare attenzione alle concordanze: quando ci sono aggettivi riferiti a più nomi di genere diverso prevale il maschile, per esempio: “Il gatto e la gatta sono bianchi”, anche se talvolta, per assonanza, è ammissibile anche concordare l’aggettivo solo con il nome più vicino: “Ho passato giorni e settimane intense”. Insomma talvolta le regole di questo tipo non si applicano solo in modo rigido e matematico, sono elastiche e si possono piegare a seconda delle circostanze, se suonano meglio.

Un, uno e una al plurale: gli articoli partitivi dei, degli e delle

■ Come si distinguono gli articoli partitivi dalle preposizioni articolate? ■ Si può dire “hai dei begli occhi”? ■ Si può dire “il cane di dei miei amici”? ■ Si può dire “sono stato in dei posti”? ■ Che differenza c’è tra “mangio biscotti”, “mangio dei biscotti” e mangio alcuni biscotti”? ■ Quando è obbligatorio l’uso del partitivo? ■ Quando si può evitare l’uso del partitivo? ■ Con quali parole si può sostituire un partitivo? ■ Quando i partitivi non si possono usare?

Un, uno e una non hanno un vero e proprio plurale.

Gli articoli indeterminativi al plurale diventano come le preposizioni articolate: dei, degli e delle. Prendono il nome di articoli partitivi perché indicano una quantità o una parte del tutto, come quando (anche al singolare) si dice: “Ho mangiato della carne e ho bevuto dell’acqua” (= una parte, un po’). Con questa stessa funzione, ho visto un amico al plurale diventa ho visto degli amici (cioè alcuni, un po’, certi, una parte dei miei amici, non tutti) che ha un valore indeterminato prima che di quantità.

Come distinguere i partitivi dalle preposizioni articolate?
In alternativa agli articoli partitivi, per formare il plurale si può utilizzare l’aggettivo indefinito alcuni e alcune (alcuni pneumatici, alcune amiche). Oppure, si possono sostituire con un po’, certi, qualche. E ancora, si possono quasi sempre omettere. Per esempio:

ho mangiato delle ciliegie = ho mangiato ciliegie, oppure qualche ciliegia, alcune ciliegie, un po’ di ciliegie, certe ciliegie.

Nell’analisi grammaticale, dunque, un trucco per distinguere le preposizioni articolate dagli articoli partitivi è quello di provare a compiere questa sostituzione o a ometterli (guardo dei film = guardo film o alcuni film; la palla dei bambini è invece preposizione articolata). O ancora, si può provare a girare la frase al singolare (prendo delle coseprendo una cosa = partitivo; il nome delle coseil nome della cosa, preposizione).

Nella loro declinazione nel genere e nel numero, i partitivi seguono le stesse regole degli articoli determinativi i, gli e le da cui sono composti (e non degli indeterminativi un, uno e una). Dunque, il plurale di una è sempre delle, mentre quello di un e di uno si trasforma in dei o degli. Il che significa che “un” al plurale può diventare a seconda dei casi dei (es. un canedei cani) oppure degli (un amicodegli amici).

Più precisamente, degli si usa davanti a:

● le parole che cominciano con vocale (degli amici, degli ermellini, degli imbuti, degli orsi, degli usignoli);
● le parole che cominciano con x e z (degli xenofobi, degli zerbini);
● le parole che cominciano con s impura (cioè seguita da un’altra consonante e non da una vocale, per esempio degli studi);
● i gruppi di consonanti gn, pn e ps (degli gnomi, degli pneumatici, degli psicologi).

Negli altri casi si usa dei (dei cani, dei bambini…).

Come nel caso di le e gli, è bene ricordare che anche delle e degli non si apostrofano mai: delle aquile ( e mai “dell’aquile”), degli amici (e mai “degl’amici”), e anche nel caso di degli seguito da parola che inizia con i è preferibile omettere l’apostrofo (degli italiani è meglio di “degl’italiani”, anche se grammaticalmente sarebbe accettabile). Per saperene di più vedi → “Il, lo e la: gli articoli determinativi” e → “Apostrofo: elisione e troncamento“.

Quando i partitivi si possono anche omettere e quando non si possono usare

Venendo alle questioni di stile, è consigliabile non abusare di dei, degli e delle con valore partitivo.

In passato molti linguisti di stampo purista si sono scagliati contro l’uso dei partitivi perché venivano considerati un’interferenza della lingua francese (dove sono sempre obbligatori e non si possono omettere), e anche se nell’italiano moderno sono utilizzati molto di frequente soprattutto nel parlato, è rimasta nell’aria una certa ostilità nel loro abuso soprattutto nei registri alti. Perciò c’è chi ritiene preferibile dire “ho letto alcuni libri” invece di “ho letto dei libri”, ma sono scelte stilistiche personali.

L’uso del partitivo plurale non si può invece ammettere dopo la preposizione di: il cane di un mio amico non può diventare il cane di dei miei amici; o si omette dei (il cane di miei amici) o si sostituisce (il cane di certi miei amici).


Con le altre preposizioni è grammaticalmente ammissibile, ma è spesso considerato inelegante o anche scorretto dopo la preposizione in: sono andato in dei posti (meglio: in posti, in certi posti); animali chiusi in delle gabbie… sono espressioni additate come da evitare dal punto di vista dello stile.
C’è anche chi biasima il suo uso con altre preposizioni, per esempio mangio pane con del salame (meglio mangio pane con salame), oppure ho prestato la mia macchina a degli altri e così via.
Anche quando il nome è accompagnato da un aggettivo qualificativo, per esempio ho bevuto dei vini ottimi, non è ben visto da tutti rispetto a ho bevuto vini ottimi. E davanti a queste forme che alcuni considerano ammissibili, ma altri sconvenienti, è sempre meglio domadarsi se non sia di volta in volta meglio evitarle e rigirare una frase in modo più felice a seconda dei casi.

Infine, i partitivi non andrebbero usati quando ci si riferisce a coppie di oggetti e nomi che non possono essere più di due (in tal caso dei, nel senso di alcuni, ha poco senso), per esempio: Valeria ha occhi molto belli (e non “ha degli occhi molto belli”, visto che sono solo due e che la loro bellezza non appartiene a una parte di essi), così come non si dovrebbe dire “hai delle belle gambe”, anche se questo tipo di espressioni sono piuttosto frequenti e inarginabili al punto di essere entrate nell’uso.

Invece gli articoli partitivi sono  obbligatori quando precedono il verbo nei costrutti: si può dire ho portato libri, ma non libri ho portato.

Uno, un e una: gli articoli indeterminativi e quando si apostrofano

■ L’articolo uno si può apostrofare? ■ Si può scrivere un’insegnante? ■ Perché si scrive un amico senza apostrofo ma un’amica con l’apostrofo? ■ Si dice “uno pneumatico” o “un pneumatico”? ■ Meglio dire “un’azienda” o “una azienda”? ■ Perché si dice uno spazzino ma un secchiello se cominciano entrambi con la S? ■ Che differenza c’è tra gli articoli indeterminativi e determinativi? ■ Come si fa il plurale di “un”, “uno” e “una”? ■ Quando si deve usare “un” e quando “uno”?

Uno, un e una sono articoli indeterminativi perché indicano un nome indeterminato (un cane qualsiasi, non il cane = quel cane lì). Come nel caso degli → articoli determinativi, al femminile non c’è alcuna ambiguità si usa sempre una (una tazzina, una finestra, una strada) che si può (ed è consigliabile, anche se non obbligatorio) apostrofare quando la parola seguente inizia per vocale (un’amaca, un’eccezione, un’italiana, un’ocarina e un’upupa).

Per l’articolo indeterminativo maschile (un e uno), invece, la regola si può formulare in un modo semplice da ricordare: si usa sempre un, in particolare per le parole che cominciano per vocale (un amico, un armadio) tranne nei seguenti casi in cui si usa uno davanti a:

● i gruppi di consonanti gn, pn e ps;
● le parole che cominciano con x e z;
● le parole che cominciano con s impura, cioè seguita da un’altra consonante, per esempio studio (davanti alla s seguita da vocale si usa invece un: un secchiello).

Dunque si dice: uno gnomo, uno pneumatico, uno psicologo, uno spazzino, uno xenofobo, uno zerbino.

In tutti gli altri casi si usa un: un bottone, un cavallo, un diamante, ma soprattutto si usa sempre un anche davanti a vocale (è bene ripeterlo): un assolo, un elettrone, un imbuto, un osso e un ufficio.

In questi casi non si deve mai e poi mai usare uno con l’apostrofo: scrivere “un’errore” è un errore (e un orrore) tra i più sgradevoli e intollerabili, benché diffusi. Vedi anche → “L’apostrofo: elisione e troncamento“.

Uno non si apostrofa mai per una ragione molto semplice: davanti ai nomi che iniziano per vocale si usa l’articolo un, che non ha bisogno di alcun apostrofo, vive da solo così com’è. Un’ si usa solo ed esclusivamente per il femminile una davanti a vocale: un’amaca, un’eccezione, un’iniziativa, un’opera e un’ulcera.

Perciò scrivere un’insegnante significa che stiamo parlando di una donna (= una insegnante), altrimenti nel caso di un uomo è un insegnante.

Gli articoli indeterminativi al plurale si formano con dei, degli e delle e cioè gli articoli partitivi (da non confondere con le omonime → preposizioni articolate). Vai al paragrafo → “Un, uno e una al plurale: gli articoli partitivi“.

Il, lo e la: gli articoli determinativi

■ Quando si usa il/i e quando si usa lo/gli? ■ Si dice gli pneumatici o i pneumatici? ■ Si può scrivere l’Fbi? ■ Si può scrivere l’8 settembre? ■ Si dice il TAV o la TAV? ■ Perché si dice il jazz ma lo juventino? ■ Perché si dice i deodoranti ma gli dei? ■ Perché si dice il cherubino ma lo champagne?

Si chiamano determinativi perché indicano qualcosa di determinato: il cane indica “quel cane lì”, non un cane qualsiasi.

Se per il femminile non ci sono dubbi su quale articolo determinativo utilizzare – ci sono solo la per il singolare e le per il plurale – per il maschile nasce invece un problema: quando usare lo (al plurale gli) e quando il (al plurale i)?

Chi è madrelingua va a orecchio senza troppi problemi, di solito, anche se ci sono casi che si sbagliano frequentemente (per es. gli gnocchi e non i gnocchi) e per chi ha dubbi esistono delle regole semplici per non confondersi.

Lo (e gli), si usano davanti a:

● le parole che cominciano con vocale;
● le parole che cominciano con x e z;
● le parole che cominciano con s impura (cioè seguita da un’altra consonante e non da una vocale, per esempio studio);
● i gruppi di consonanti gn, pn e ps.

Dunque, si dice lo xilofono, lo zappatore, gli specchi. Ma soprattutto lo psicologo (al plurale gli psicologi), lo gnomo (gli gnomi), lo gnocco (gli gnocchi); lo pneuma, lo pneumatico o lo pneumotorace.

Il detto: “Ridi, ridi, che mamma ha fatto i gnocchi” è una forma popolare da evitare, è coretto gli gnocchi, e anche nel caso degli pneumatici è la forma più corretta, anche se “i pneumatici” è così diffusa che ormai passa per accettabile.

Il (al plurale i) si usa in tutti gli altri casi, dunque con le parole che cominciano in consonante (a parte quelle già viste): il bambino, il contadino, il dentista, il sogno (qui la s è seguita da vocale), il vigile.

ECCEZIONI!
L’unica eccezione è rappresentata dal plurale di il dio che diventa gli dei (anziché i dei come si dice invece negli altri casi: i deodoranti, i deambulanti…).
E poi c’è l’eccezione delle parole inglesi che cominciano con “w”: anche se si legge “u” (week-end, welfare) si associano all’articolo il e gli (e non a lo come le parole in “u”: gli uomini) e si dice il e i week-end, il e i whisky, come se si pronunciassero con la “v”. La stessa anomalia fonetica si ritrova nelle parole che cominciano con “sw”, dove la “w” è percepita come consonante e non come vocale, dunque si dice lo swing ma il suino, lo swap ma il suocero.

L’articolo con le parole straniere

Nel caso delle parole straniere la cui pronuncia diverge dal modo con cui scriviamo, di solito conta la pronuncia e non l’ortografia, perciò si dice lo champagne (come lo sciatore e non come il chierichetto), l’hotel e gli herpes (l’h è muta e quindi è come se queste parole cominciassero per vocale), il jazz, il jackpot, i jeans, il j’accuse (perché si pronunciano come parole che iniziano per g), mentre si dice lo junghiano, lo jodel, lo jugoslavo, lo juventino (perché si pronunciano come parole che iniziano per i). Per saperne di più vedi → “La pronuncia delle lettere” nella parte dedicata alle lettere straniere.

L’uso dell’articolo davanti alle sigle

Anche davanti alle sigle l’articolo pone qualche problema. In linea di massima si concorda con numero e genere della denominazione completa, per esempio si dice gli USA al plurale (sottintendendo gli Stati Uniti d’America) o la CEE (al femminile perché si sottintende la Comunità Economica Europea). Ma non è sempre così, a volte non è chiaro il genere delle sigle, e nel caso del o della TAV, per esempio, inizialmente si è diffuso il femminile perché era sentita come sinonimo della tratta dell’alta velocità. Ultimamente sta guadagnando terreno il TAV, razionalmente più corretto, visto che è la sigla di Treno ad Alta Velocità.

Tuttavia non sempre questi approcci razionali sono applicabili come una regola, e nel caso di Aids, per esempio, che significa Sindrome da ImmunoDeficienza Acquisita, si è affermato immotivatamente il maschile (l’Aids sta per lo Aids, che infatti è contagioso), forse perché sentito come sinonimo di virus. Per saperne di più vedi → “Sigle e acronomi” (e per l’uso dell’apostrofo degli articoli davanti alle sigle vedi il prossimo paragrafo).

L’apostrofo degli articoli: non si usa nel caso di gli e le

Quando una parola inizia per vocale:
lo e la si apostrofano sempre: l’animale, l’ermellino, l’istrice, l’opossum e l’uccellino (come la del resto: l’amaca, l’edera);
● invece, al plurale gli e le non si apostrofano: le elezioni, gli animali e mai “l’elezioni” o “gl’animali”.

Solo davanti alla i è possibile apostrofare gli, per esempio gl’imbuti, gl’italiani, ma è meglio evitarlo: nell’italiano moderno non è in uso e suona fuori luogo.
Per saperne di più vedi → “Apostrofo: elisione e troncamento“.

Infine: ci sono casi in cui è possibile apostrofare l’articolo anche davanti ai numeri (per esempio l’8 settembre) o alle sigle che vengono pronunciate con una vocale anche se si scrivono con una conosonante perché prevale la pronuncia sull’ortografia, per esempio si trova spesso l’FBI (l’apostrofo, completamente scorretto dal punto di vista grammaticale, si giustifica con la concordanza con la pronuncia all’inglese “effebiài”, come una parola che inizia con la e).

Il sessismo della lingua e la femminilizzazione delle cariche

■ Come si formano i femminili delle professioni? Quando si formano i femminili con la desinenza in –a, in –essa o in –trice? ■ Cos’è il sessismo della lingua? ■ Meglio dire chirurgo o chirurga? ■ Meglio dire avvocato, avvocata o avvocatessa? ■ Meglio dire sindaca o sindachessa? ■ Meglio dire poliziotta o donna poliziotto? ■ Meglio dire la vigile o la vigilessa? ■ Meglio dire la sindaca o la sindachessa? ■ Meglio dire la presidente o la presidentessa?

In italiano, ma anche in altre lingue, il maschile è dominante sia nell’assegnazione del genere per i concetti neutri (il parlare, scalare una montagna è bello, il perché delle cose…) sia nel caso in cui un nome maschile e uno femminile si concordano con uno stesso aggettivo: prevale il maschile e nell’inferno dantesco Paolo e Francesca sono dannati.

Analogamente, quando diciamo che l’uomo (= l’essere umano) è bipede includiamo anche le donne. Si tratta del maschile generico (o non marcato).

Dal punto di vista grammaticale, perciò, non esiste una coincidenza tra il genere della parole e il sesso delle persone o animali che designano: la giraffa e la tigre, come la sentinella o la guida, sono nomi promiscui e non denotano il sesso degli esemplari, sono parole generiche, così come il mare, al maschile, non ha a che fare con il suo sesso: nella perdita del neutro che esisteva in latino le parole si sono trasformate in maschili o femminile senza ragioni logiche (vedi → “Il sesso dei nomi: il genere“).

Fatte queste premesse grammaticali, da qualche decennio è in atto un dibattito – che però è di tipo politico-sociale – sul “sessismo della lingua” che riguarda prevalentemente le professioni e le cariche sociali, un tempo egemonia maschile, ma sempre più aperte alle donne.

E allora si deve dire la ministra e l’architetta o prevalgono le forme al maschile anche per gli incarichi femminili?

La questione è attualmente aperta e al centro di controversie di non facile soluzione.

In Italia, uno dei primi libri a porre la questione è stato quello di Alma Sabatini (Il sessismo nella lingua italiana, 1987) pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che, in nome della parità dei sessi, attaccava un uso della lingua che avrebbe creato discriminazioni nel non distinguere i generi.
Precedentemente, le rivendicazioni del femminismo e del ruolo della donna puntavano con orgoglio al fatto che anche le donne si potessero fregiare di un carica maschile, come quella di medico o di chirurgo, un tempo ricoperte da soli uomini. In proposito si può ricordare un vecchio indovinello che girava appunto negli ambienti femministi degli anni Settanta.

Indovinello
In seguito a un grave incidente stradale un ragazzo è fin di vita e viene trasportato d’urgenza in pronto soccorso, mentre il padre che era alla guida muore.
Nella sala operatoria arriva il chirurgo, e non appena vede il ragazzo, sbianca e chiede di essere sostituito da un collega: non si sente in grado di operarlo, perché quello è suo figlio! Ma com’è possibile, visto che il padre era deceduto poco prima nello stesso incidente?

Semplice: il chirurgo in questione era una donna, quindi la madre. Solitamente il quesito veniva rivolto dalle donne agli uomini, che se non individuavano la soluzione erano tacciati di vedute ristrette e sessiste. Oggi, invece, questa storiella che giocava sul maschilismo imperante rischia di diventare un’autorete, dal punto di vista del sessismo, perché sempre di più emerge la tendenza a indicare una donna come chirurga. Va detto che non tutte le donne sono favorevoli a questo tipo di femminilizzazione delle cariche, e per esempio tra gli avvocati la maggioranza delle donne attualmente preferisce presentarsi come avvocato, e anche se da marzo del 2017 per le donne è possibile richiedere all’Ordine degli Architetti il duplicato del timbro professionale con la dicitura ufficiale di “architetta” l’iniziativa non ha avuto molto successo.

È nota anche la posizione dell’ex ministro delle pari opportunità Stefania Prestigiacomo che aveva esplicitamente espresso la sua antipatia per il termine ministra.

Comunque sia, nel 2007 è stata diramata una direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche) che invitava a usare un linguaggio non discriminante nei documenti di lavoro per favorire in questo modo una politica per le pari opportunità. Ci sono amministrazioni che hanno recepito la direttiva sin da subito, e altre che le hanno ignorate o contestate. L’Accademia della Crusca, qualche anno dopo, ha affiancato il Comune di Firenze nello stilare le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, perché il punto era quello di stabilire caso per caso come si potesse rendere il giusto femminile, che di volta in volta si può fare con la desinenza in –a, in –essa, in –trice
In questo modo, venendo a quanto è successo negli ultimi anni, l’uso di termini come ministra, sindaca, poliziotta anziché donna poliziotto e simili sono entrati non solo nei dizionari, ma anche nel linguaggio dei giornali e dei media, pur sollevando perplessità spesso anche da parte delle donne.

Passando alle questioni pratiche, da un punto di vista grammaticale le possibilità, in casi come questi, sono tre: si può dire il chirurgo, la chirurgo (ma questa soluzione non è in uso e stride, dunque è solo teorica, dal punto di vista grammaticale, ma è perfettamente lecita nel caso di parole in cui il maschile e il femminile sono uguali: la dentista, la pediatra, la analista…) o la chirurga, esattamente come si può dire la presidente della Camera, la presidentessa o anche il presidente della Camera Nilde Iotti. Qual è la scelta migliore?

Le risposte sono politiche e sociali, più che grammaticali, e ognuno rivendica le sue ragioni e sceglie il suo “stile”. Di fatto i dizionari da un po’ di anni hanno cominciato a inserire voci come ministra (nello Zingarelli del 1923 era definita voce scherzosa per indicare la moglie del ministro, a parte le accezioni storiche legate per esempio le sacerdotesse antiche ministre di qualche culto). E questa parola si sta sempre più affermando anche sui giornali, benché non in tutti e non sempre.

I femminili delle cariche attualmente più in voga

Fatte le dovute premesse, in questo momento di transizione e di dibattiti, non esiste una regola generale da seguire, e l’unica possibilità è quella di analizzare caso per caso qual è il giusto femminile e qual è l’alternativa più in uso con l’ausilio di un dizionario e anche a seconda dei contesti e delle proprie convinzioni. Il Devoto Oli riporta la voce ministra ma aggiunge che è più comunemente usato il maschile il ministro anche con riferimento a donna. Mentre nel caso di donna poliziotto recita che non è “da non incoraggiare” e il femminile riportato come più corretto è quello di poliziotta. Analogamente, anche molte forme in –essa sono ultimamente recepite come evocative di qualcosa di ironico o di spregiativo, come nota lo Zingarelli, per cui sarebbero da evitare forme come la presidentessa (meglio la presidente), la sindachessa (meglio la sindaca) o la avvocatessa, mentre nel caso di professoressa e studentessa, poetessa, dottoressa e principessa non c’è alcun problema.
In altri casi prevalgono le femminilizzazioni in –a, per esempio: la deputata, la ginecologa, o le altre forme tradizionali di femminilizzazione: la senatrice, la direttrice, la amministratrice; altre volte rimangono come scelta opzionale la notaia o il notaio Maria*** (così come per avvocato, architetto…).
In altri casi ancora, per esempio medica, soldata o ingegnera i femminili sono piuttosto rari, benché possibili.

Gli articoli davanti alle donne e ai nomi di sesso incerto

Un’altra questione riguarda l’utilizzo dell’articolo femminile davanti ai cognomi di donna, e già l’ex ministra del governo Monti, Elsa Fornero, aveva sollevato questo problema chiedendo di non essere appellata “la Fornero”, proprio in nome delle pari opportunità, visto che nessuno si sarebbe sognato di dire “il Monti”. In questi casi se si vuole evitare questo uso si può sempre aggiungere il nome (Loredana Bertè è una cantante, invece di “la Bertè”, oppue aggiungere altre apposizioni e qualifiche, per esempio “la cantante Bertè” (sulla questione vedi → “L’uso dell’articolo e la sua omissione” in cui si trova anche la questione dei nomi dal sesso incerto come soprano: “il soprano Maria Callas” o “la soprano”?).

Il genere dei nomi stranieri

■ Come si fa a sapere se i nomi stranieri sono maschili o femminili? ■ Si dice il samba o la samba? ■ Skyline è maschile o femminile? ■ Perché si dice il rock (maschile) ma la techno (femminile)? ■ Perché diciamo la pallacanestro ma il basket/basketball?

Le parole straniere entrate a far parte della nostra lingua (i forestierismi) di solito non presentano molti problemi nell’attribuzione del genere, quando arrivano da lingue affini come il francese o lo spagnolo, e le cose tendono a coincidere con la lingua di origine, a parte poche eccezioni come per esempio il samba, in portoghese maschile, ma in italiano ammissibile anche al femminile, la samba, perché il fatto che finisca in –a inganna (anche se non è una regola grammaticale è una “regola istintiva”) e fa presumere che sia femminile: da qui l’uso inizialmente considerato errato, si è poi affermato come così diffuso che è ormai accettato.

La questione è più complicata per le lingue che hanno il neutro, come il tedesco. Di solito prevale l’analogia con l’italiano:  la sachertorte, perché è una torta, le delicatessen per analogia con delicatezze, il dobermann perché è un cane, ma poi ci sono eccezioni come il würstel, affermato al maschile anche se l’analogia sarebbe con salsiccia (ma forse è vissuto come simile a un salsicciotto o a un hot dog affermato al maschile).

Il problema principale riguarda le parole inglesi, semplicemente per il fatto che sono numericamente preponderanti su tutte le altre lingue: i circa 3.500 anglicismi riportati dai dizionari sono più di tutti i forestierismi delle altre lingue messe assieme.

Bisogna tenere presente che l’italiano tende ad assegnare il maschile per le categorie neutre (andare a scuola è bello, il mangiare, il come e il quando), e da un punto di vista statistico la maggior parte degli anglicismi è maschile. Ancora una volta, però, non ci sono regole precise, e si trova lo skyline ma anche la skyline, a volte percepito come simile all’orizzonte o al profilo (lo skyline cittadino) a volte assimilato letteralmente alla linea del cielo (ultimamente i dizionari riportano il maschile come la forma più affermata).

Le cose sono complicate soprattutto per gli anglicismi incipienti, cioè quelli nuovi che poi sviluppano il loro genere preciso solo nel tempo.

Email o emoticon, per esempio, oggi si sono stabilizzate al femminile, ma inizialmente si registrava una forte incertezza. E anche la parola film, oggi maschile, ha cambiato sesso, perché sino agli anni Trenta del secolo scorso si trovava al femminile, la film, per analogia con pellicola di cui era il sinonimo.

La tendenza ad assegnare un genere come quello del corrispondente italiano, insomma, non è sempre possibile a volte ci sono più opzioni (diciamo il party anche se dovremmo basarci sull’equivalente festa, o forse sottintendiamo ricevimento?) e a volte ci sono eccezioni imprevedibili: curiosamente diciamo la pallacanestro, con riferimento a palla, ma il basket (in inglese però si dice basketball, il basket è solo un cesto), mentre la pallavolo diventa il volley (anche se in inglese sarebbe volleyball). E ancora, diciamo Aids al maschile anche se la traduzione della sigla sarebbe Sindrome da ImmunoDeficenza Acquisita, forse perché sottintendiamo il virus (per sapere di più sul genere delle sigle → “Sigle e acronimi“).

In generale diciamo la station wagon e la spider, perché come per la Uno, la Tipo e la Cinquecento sottintendiamo (l’iperonimo) automobile. E allora i generi musicali sono per lo più al maschile, il jazz, il rock, il rap e il blues, ma se si sottintende la parola musica ecco che si parla della disco (music) o della techno e della trap. E così si ha la blacklist (da la lista) e si dice la workstation e la playstation per analogia con il “falso amico” stazione, che ha un suono simile, anche se un significato differente.

In sintesi, per gli anglicismi non ancora stabilizzati può essere difficoltoso concordarli con l’aggettivo nel giusto genere, quando oscillano, mentre per quelli stabilizzati e datati il dizionario è il punto di riferimento, in caso di dubbi.

Il genere dei nomi geografici

■ Come si fa a sapere se i nomi geografici sono maschili o femminili? ■ Le città sono sempre femminili? ■ Quali sono i nomi dei fiumi maschili e femminili? ■ Quali sono i nomi dei monti e delle montagne maschili e femminili? ■ Si dice il Costarica o la Costa Rica? ■ Si dice il Piave o la Piave? ■ I laghi sono sempre maschili? ■ I Paesi sono maschili o femminili? ■ Il Costarica è maschile o femminile? ■ Come si può aggirare il problema delle concordanze dei nomi geografici se non si è sicuri del loro genere maschile o femminile?

Perché diciamo la Senna ma il Tevere?

E come si fa a sapere quando un nome geografico è maschile o femminile?

La questione è molto complicata, perché se per risolvere questi dubbi nel caso dei nomi comuni si può consultare un dizionario, i nomi propri non sono invece registrati. In proposito non ci sono delle regole precise, ma esistono molte indicazioni utili per districarsi tra questi dubbi.

Le città sono di solito femminili perché si sottintende “città”: Firenze è bella, Torino è caotica, Roma è antica. Il Cairo è invece maschile perché l’articolo fa parte integrante del nome della città, come L’Aquila, che però è femminile (Milano, in passato maschile nel dialetto meneghino – Milan l’è un gran Milan – si è adeguata).

Anche i mari sono maschili perché si sottintende: il (mare) Mediterraneo, Tirreno, Adriatico
L’Etna, il Vesuvio e lo Stromboli sono maschili perché si sottintende il vulcano, così come l’Elba sottintende l’isola e diventa femminile (come la Corsica, la Sardegna, la Sicilia), però si dice il Giglio (come abbreviazione dell’Isola del Giglio) perché prevale il nome maschile che porta.

Più difficile è la questione che riguarda i Paesi, per lo più femminili, ma non sempre, per esempio: il Guatemala, il Venezuela, il Canada, il Sudafrica, il Congo, il Kenia. Spinosissima è la questione della Costa Rica, che se scritta staccata come nella denominazione ufficiale è femminile (letteralmente significa “costa ricca”), ma nell’uso molto più spesso si trova scritta in una parola sola, e in questo caso prevale il maschile: il Costarica.

Lo stesso problema si riscontra per i nomi di monti e fiumi, in particolare per quelli che sono poco conosciuti, dove non è facile districarsi. Comunque la Dora Baltea, la Dora Riparia e la Secchia sono femminili come la Loira e la Senna, mentre il Po, il Lambro, il Ticino, l’Arno e il Tevere sono maschili come il Danubio.
In molti casi prevale forse l’adeguarsi istintivo alla terminazione in -a (percepito come femmnile anche se non è una regola, vedi → “Il sesso dei nomi: il genere“) e in -o (percepitocome maschile).

Quanto al Piave, un tempo era femminile (e lo è tutt’ora nei dialetti veneti: la Piau), ma dopo la celebre canzone in cui “mormorava calmo e placido al passaggio…” si è cristallizzato definitivamente come maschile.

Allo stesso modo, il monte Bianco o Rosa, maschili (sono monti), come gli Appennini o i Pirenei; ma le Alpi e le (montagne) della Marmolada e della Maiella, come le Dolomiti, sono femminili.

Per i laghi è tutto più semplice, perché a parte il Garda, di solito non si può omettere la parola lago e dire per esempio “il Bracciano”.

In caso di dubbi, perciò, il consiglio è quello di scrivere sempre per esteso ciò che è sottinteso (l’iperonimo): aggiungere il fiume Ovesca o Sarca risolve ogni problema sull’articolo da utilizzare e sul suo sesso, oprattutto nel caso dei nomi che non sono universalmente conosciuti.

Il sesso dei nomi: il genere

■ Perché i nomi sono maschili o femminili? ■ Come si distingue il maschile e femminile dei nomi? Si può dire che i nomi maschili terminano in O e quelli femminili in A? ■ Quali sono i nomi maschili che finiscono con la A? ■ Quali sono i nomi femminili che finiscono con la O? ■ Che differenza c’è tra “il tavolo” e “la tavola”?

Sembra naturale e logico che un nome come mamma sia femminile e papà sia maschile, ma in realtà dal punto di vista grammaticale non esiste alcuna corrispondenza necessaria tra il genere di una parola e il sesso di ciò che designa. Quando diciamo che il canguro ha il marsupio in realtà ci riferiamo alla femmina del canguro, perché il maschio non lo possiede affatto. E così non c’è una ragione logica per cui alcuni animali siano al femminile (la tigre, la marmotta) e altri al maschile (il leone, il cammello). Questi nomi sono anche detti promiscui (comprendono entrambi i generi). Allo stesso modo, una sentinella o una guardia (femminili) non corrispondono al sesso di chi svolge queste funzioni che possono essere sia uomini sia donne.

Lettura
Ricordo, da bambino, il tavolo della cucina su cui a volte giocavo o facevo i compiti sino all’ora di cena, quando finalmente richiudevo ogni cosa. All’improvviso, quello stesso tavolo veniva ricoperto da una tovaglia bianca, come una gonna che ne copriva le gambe, e apparecchiato. Al richiamo di: “È pronto! A tavola!” tutta la famiglia si sedeva e il tavolo era diventato la tavola, al femminile, che ci nutriva. Almeno fino a quando non la si sparecchiava nuovamente e la magia era finita: ritornava a essere un tavolo, da lavoro, maschio e spoglio. Mi è sempre sembrata una bella immagine per descrivere l’essenza della nostra lingua: instabile, irrazionale, senza una logica apparente.

(Tratto da: L’italiano for dummies, Hoepli, Milano, pp.141-142).

In altri casi le parole si differenziano tra il maschile e il femminile, per esempio madre e padre, abate e badessa, e la femmina del camoscio è la camozza.

In latino esistevano tre generi, il maschile, il femminile e il neutro impiegato proprio le cose e i concetti senza sesso, ma nel passaggio all’italiano il neutro è caduto in disuso e la conseguenza è che le parole si sono mascolinizzate e femminilizzate a orecchio e senza una ragione logica. E così il mare è maschile, in italiano, mentre in francese è femminile (la mère), in spagnolo (mar) può essere maschile o femminile a seconda dei contesti (“tengo un mar de compromisos”, cioè “ho un mare di cose da fare”, oppure “la mar de gente”, un “mare di gente”). In tedesco Meer è neutro, e in inglese (sea) non c’è il problema del genere, che vive solo nei pronomi personali.

Come distinguere il maschile e il femminile dei nomi

Per chi parla e scrive, è necessario sapere quando un sostantivo è maschile o femminile per poterlo concordare correttamente con gli aggettivi e le altre parole: il pane è buono (maschile) e la torta è buona (femminile).

Bisogna fare attenzione: anche se spesso è così, non è vero che i sostantivi maschili terminano in o e quelli femminile in a, questa circostanza non è una regola, e pensare che sia così è un’idea ingannevole ed errata: nomi come Mattia, Battista o Andrea (per quest’ultimo vale per l’italiano, in altri Paesi può essere femminile), sono maschili, come l’automa, il poeta, il sosia, il papa e il papà, il gorilla, il cinema, il prisma, il sisma, il plasma, il carisma, il boia, il vaglia, il pigiama, il nonnulla, il pirata, il problema, lo scisma, lo stemma, lo stratagemma, l’aforisma e l’aldilà. E anche: l’asma e l’edema (“lo asma” e “lo edema”)! Viceversa, sono femminili molte parole che terminano in -o come la moto, la pallavolo, la radio, la mano, l’auto, la dinamo e anche l’eco (“la eco”), che però al plurale è sempre gli echi, al maschile.

Dopo tutti questi esempi forse è più chiaro come fare a distinguere il genere di una parola: un nome è maschile (o femminile) quando il suo articolo è maschile (e viceversa): il capitale è una somma di denaro e la capitale è la città principale di un Paese.

Come si fa a sapere quale articolo abbinare?
Non c’è una regola, c’è solo l’uso e in caso di dubbi non resta che consultare il dizionario.

A volte però le cose sono ancora più complicate e spinose, per esempio nel caso di alcuni → nomi propri geografici (che non si trovano sul dizionario).

Sul genere dei nomi vedi anche

→ “Il genere dei nomi stranieri
→ “Il sessismo della lingua e la femminilizzazione delle cariche
→ “Falsi cambiamenti di genere

Nomi con doppio plurale e doppio significato

■ Quali sono i nomi con due plurali che hanno un diverso significato? ■ Che differenza c’è tra bracci/braccia? ■ Che differenza c’è tra budelli e budella  ■ Che differenza c’è tra  cervelli e cervella? ■ Che differenza c’è tra cigli e ciglia? ■ Che differenza c’è tra corni e corna?  ■ Che differenza c’è tra diti e dita? ■ Che differenza c’è tra fili e fila? ■ Che differenza c’è tra fondamenti e fondamenta? ■ Che differenza c’è tra frutti e frutta? ■ Che differenza c’è tra gesti e gesta? ■ Che differenza c’è tra legni e legna? ■ Che differenza c’è tra lenzuoli e lenzuola?  ■ Che differenza c’è tra membri e membra ■ muri/mura ■ Che differenza c’è tra ossi e ossa?

Tra i nomi sovrabbondanti non ci sono solo quelli che presentano ridondanze dallo stesso significato (presepe e presepio, puzza e puzzo), ci sono anche quelli che possiedono due plurali diversi, che molto spesso hanno però diversi significati.

Per esempio i gesti sono quelli che facciamo con le mani nella comunicazione, ma le gesta sono le imprese degli eroi; altre volte un plurale ha un valore collettivo e uno ha un valore individuale: gli ossi designano i singoli ossi considerati separatamente (due ossi della mano) o quelli degli animali (ossi di seppia), mentre le ossa indicano l’insieme, l’ossatura o lo scheletro (le ossa della mano = tutte), le lenzuola indicano il completo, e i singoli lenzuoli spaiati sono al maschile.

Di seguito un elenco dei più diffusi sostantivi che presentano due plurali dal significato differenziato:

● i bracci (del carcere, di una bilancia, di una croce o di una tenaglia) e le braccia (del corpo umano);
● i budelli (cunicoli lunghi e stretti) e le budella (intestini);
● i cervelli (persone intelligenti, “la fuga dei cervelli”) e le cervella (la materia cerebrale per esempio degli animali);
● i cigli (della strada) e le ciglia (degli occhi);
● i corni (strumenti musicali) e le corna (del toro);
● i diti (singolarmente: i diti indici) e le dita (nel loro insieme: della mano);
● i fili (d’erba) e le fila (tirare le fila, con valore collettivo);
● i fondamenti (del sapere) e le fondamenta (della casa);
● i frutti (singoli: i frutti del pero) e la frutta (inteso come nome collettivo);
● i gesti (che si fanno nel gesticolare) e le gesta (di un eroe);
● i legni (i pezzi di legno) e la legna (nome collettivo);
● i lenzuoli (singolarmente) e le lenzuola (il paio completo);
● i membri (del governo) e le membra (del corpo);
● i muri (di casa) e le mura (della città);
● gli ossi (singoli o degli animali, per esempio di seppia) e le ossa (nel loro insieme).

Sigle e acronimi

■ Le sigle si scrivono tutte in maiuscolo? ■ Le sigle si scrivono con i punti di abbreviazione tra le lettere o meglio ometterli? ■ Quando scrivere le sigle solo con l’iniziale maiuscola? ■ Le sigle si possono scrivere tutte in minuscolo? ■ Che differenza c’è tra sigle e acronimi?  ■ Come si pronunciano le sigle? ■ Ci sono delle regole per stabilire se una sigla è di genere maschile o femminile? ■ Le abbreviazioni di avanti e dopo Cristo, si scrivono attaccate (a.C. e d.C.) o con lo spazio? ■ Cosa significano Ndr, Ndt e Nda?

Un tempo si tendeva a scrivere le sigle non solo tutte in maiuscolo, ma addirittura con i punti di abbreviazione per ogni lettera, ma questa consuetudine è caduta in disuso: una parola in maiuscolo all’interno di un testo spicca sul resto in modo pesante, se poi fosse spaziata e infarcita di punti, apparirebbe davvero mostruosa “bucando” la pagina al primo sguardo (es. S.M.S.). Dunque attualmente non bisogna usare il punto che si usa per le abbreviazioni, per esempio a.C e d.C. (cioè avanti Cristo e dopo Cristo, che si scrivono senza gli spazi).

Il genere delle sigle: maschili o femminili?

Le sigle o acronimi, sono formati dalle iniziali di più parole: la SIAE, (Società Italiana Autori ed Editori) che si riporta al femminile sottintendendo il significato esteso, così come si dice l’ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) e gli USA (in italiano Stati Uniti d’America, ma l’acronimo deriva dall’inglese United States of America). Tuttavia, altre volte il loro genere, maschile o femminile, non segue questa regola e per esempio si parla di Aids al maschile anche se sarebbe la Sindrome da Immunodeficienza Acquisita. In altri casi si assiste a delle oscillazioni, per esempio il (o la) Tav (lett. Treno ad Alta Velocità, dunque al maschile logicamente, ma sentito spesso come equivalente di linea ad alta velocità).

La pronuncia delle sigle

Alcune volte si possono pronunciare senza problemi, così come si scrivono, per esempio l’Avis (Associazione Volontari Italiani del Sangue), mentre altre volte si devono scandire lettera per lettera, e in questi casi si tendono ad apostrofare anche se iniziano per conosonante perché si segue la loro pronuncia, per esempio l’Fbi o l’Html.

Sigle o acronimi?

La sottile differenza tra sigle e acronimi, secondo alcuni, sta nel fatto che le prime sono formate dalle semplici iniziali delle parole, e non è detto che si possano sempre leggere come una parola, a volte si scandiscono lettera per lettera perché sarebbero impronunciabili, come nel caso di CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), mentre gli acronimi costituiscono di solito una parola pronunciabile come si scrive (es. RAI) e possono anche essere parole formate da elementi diversi dalle semplici iniziali, per esempio radar (dall’inglese RAdio Detection And Ranging). Tuttavia in linguistica questa distinzione non viene fatta.

Tutte in maiuscolo o solo l’iniziale?

Rimane aperto il problema di come scrivere le sigle, tutte in maiuscolo o solo con l’iniziale?

Secondo una normativa (UNI 7413, Acronimi, grafia e impiego, 1975) andrebbero scritte in maiuscolo, senza spazi tra le lettere e punti di abbreviazione. Ma questa prescrizione è un po’ datata e questa tendenza è sempre più in disuso.

Il consiglio che riportano tutti i manuali e le norme editoriali dei principali editori è di trattare le sigle più diffuse ed entrate nel linguaggio corrente come parole normali che si possono scrivere solo con l’iniziale maiuscola, per esempio Unesco, Fiat, Rai e via dicendo, o anche completamente minuscole nel caso di sigle entrate nel linguaggio comune come cd, sms, tv, pc o ufo e laser, così diffuse che si è perso l’etimo della sigla (rispettivamente Unidentified Flying Object e Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation). E proprio tra le sigle editoriali capita di trovarle con la prima maiuscola (es. Ndr = nota del redattore), tutte in minuscolo (nda = nota dell’autore) e anche con i punti (N.d.T. = nota del traduttore).

Comunque, la scelta di scriverle tutte in maiuscolo è possibile (dunque si trovano esempi di HTML, Html e html a proposito del famoso codice delle pagine web) ed consigliabile per le sigle tecniche o di settore che non sono note a tutti, e in questi casi è buona norma affiancarle, tra parentesi, con la dicitura completa, per essere più chiari.