Piuttosto che = anziché (e non “oppure”)

■ Si può dire “vado indifferentemente al mare piuttosto che in montagna”? ■ Qual è il significato di “piuttosto che”? ■ “Piuttosto che” è equivalente a “oppure”? ■ “Piuttosto che” significa “anziché” o “oppure”? ■ “Piuttosto che” ha un valore avversativo o disgiuntivo?

L’avverbio piuttosto, associato al che, diventa una congiunzione (una locuzione congiuntiva) che introduce una comparazione con il valore di anziché, invece di, al posto di, e ha quindi un significato avversativo: “Piuttosto che mangiare la minestra, salto dalla finestra!”

Nel nuovo Millennio si è invece diffuso un uso improprio di questa espressione che non ha precedenti storici nella nostra lingua e non ha una motivazione: piuttosto che viene utilizzato come una congiunzione disgiuntiva (invece che avversativa) con il significato di oppure, o. Dunque si sentono sempre più spesso frasi come: “In vacanza pensavo di andare al mare, piuttosto che in montagna, piuttosto che in qualche città d’arte…”.

Questo uso non è solo scorretto, è anche ambiguo, e un’espressione come: “Mario pensa di andare a letto piuttosto che guardare la tv”, per esempio, non significa che Mario fa una delle due cose indifferentemente (= oppure), bensì che non intende guardare la tv, e pur di non guardarla (= anziché, invece di) preferisce andare a dormire.

L’abuso di piuttosto che arriva dalle parlate regionali settentrionali e si è diffuso a macchia d’olio attraverso i mezzi di informazione soprattutto audiovisivi per poi finire sempre più spesso anche nella lingua scritta a partire dalla fine degli anni Novanta. È ormai così frequente e “inarginabile” che i dizionari lo hanno registrato e ne riportano gli esempi specificando che è un uso improprio.

Andrebbe perciò evitato, soprattutto nello scrivere, anche se c’è chi lo considera un’evoluzione moderna che non è più condannabile, visto che l’uso fa la lingua.

E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche

■ Cosa sono le “d eufoniche”? ■ Quando si usano le “d eufoniche”? ■ Meglio dire “e adesso” o “ed adesso”? ■ Meglio dire “e editoria” o “ed editoria”? ■ Meglio dire “per esempio” o “ad esempio”? ■ Meglio dire “a uno a uno” o “ad uno ad uno”? ■ Si può scrivere “ed” davanti a una vocale diversa dalla “e”? ■ Si può scrivere “ad” davanti a una vocale diversa dalla “a”? ■ Si può scrivere “od” davanti a una parola che comincia con “o”?

Le “d eufoniche” si appongono davanti alla preposizione “a” e alle congiunzioni “e” e “o” per evitare che l’incontro con una parola che comincia con vocale abbia una difficoltà di pronuncia e suoni male.

Un tempo erano molto diffuse davanti a qualunque vocale, ma oggi la forma “od” è praticamente decaduta (si tende a non usarla più nell’editoria) e nel caso di “ad” e “edsi usano solo ed esclusivamente davanti alla stessa vocale, dunque si scrive “ed era”, “foglie ed erba”, “ad avere”, “ad  amici”, ma mai “ed ovviamente”, “ed adesso”, “ad uno”…

Le norme editoriali di tutte le case editrici seguono questa regola (e i correttori bozze passano la vita a togliere le “d eufoniche”) dunque è bene seguire questa norma. Non sono grammaticalmente errate, sono però di cattivo gusto e sono il segno di uno scrivere non professionale.

In alcuni casi si possono evitare anche davanti alla stessa vocale, per esempio quando creano bisticci più fastidiosi dell’incontro con la stessa vocale: meglio scrivere “le regole grammaticali e editoriali” invece di “ed editoriali”.


L’unica eccezione a questa regola riguarda poche locuzioni ormai entrate nell’uso come frasi fatte: “ad esempio” che convive accanto alla forma equivalente “per esempio” (non si può scrivere “a esempio”), oppure “ad ogni modo” o “ad eccezione di”.

Sia… sia O sia… che? A mano a mano O mano a mano?

■ Meglio dire “sia… sia” o “sia… che”? ■ Meglio dire “a poco a poco” o “poco a poco”? ■ Meglio dire “a mano a mano” o “mano a mano”? ■ Meglio dire “a mano a mano” o “man mano”? ■ Meglio dire “a faccia a faccia” o “faccia a faccia”? ■ Meglio dire “a corpo a corpo” o “corpo a corpo”? ■ Perché è meglio dire “sia… sia” invece di usare come secondo elemento “che”?

Il costrutto “sia… che” (es. “è sia buono che bello”) è molto diffuso anche sui giornali, al punto che è ormai accettato e inarginabile. Tuttavia, nelle norme editoriali di molte case editrici, e soprattutto in un buon italiano non popolare, è da evitare.

La forma più corretta è “sia… sia” (“è sia buono sia bello”), perché si tratta della ripetizione della stessa congiunzione correlativa, che non ha ragione di essere sostituita da “che” nel secondo elemento.

Il consiglio di stile è perciò di evitare sempre “sia… che”.

L’origine di questo costrutto è da ricercarsi nel congiuntivo di comando del verbo essere: sia così e sia in altro modo.

In linea di massima, anche negli altri costrutti correlativi come a mano a mano, a poco a poco, a uno a uno, sono sempre da evitare le forme abbreviate come poco a poco o mano a mano (si può invece dire correttamente man mano, se si vuole essere più sintetici). Anche a corpo a corpo o a faccia a faccia sono consigliabili rispetto alle locuzioni corpo a corpo o faccia a faccia, ma sono così diffuse, che è sempre più difficile ricorrere ai costrutti più corretti, e in televisione dominano ormai i “faccia a faccia” senza alternative.

“Se me lo dicevi” o “se me l’avessi detto”?

■ Si può usare il doppio imperfetto per i periodi ipotetici? ■ Si può dire “se lo sapevo andavo”? ■ Meglio dire “se me lo dicevi” o “se me ‘avessi detto”?

Nei periodi ipotetici della realtà si usa l’indicativo sia nella principale sia nella dipendente:

se non annaffi i fiori → muoiono (ma se si vuole sottolineare la possibilità si può anche dire se non annaffiassi i fiori morirebbero).

Se però la stessa frase si volge al passato non è più un periodo ipotetico della realtà: una cosa già avvenuta non si può modificare, dunque diventa un’ipotesi dell’irrealtà che si esprime necessariamente (non è più una scelta) con il condizionale più il congiuntivo:

se non avessi innaffiato i fiori sarebbero morti (cosa impossibile dato che li hai annaffiati).

Tuttavia questo costrutto è spesso sostituito con la forma piuttosto diffusa nel parlato del doppio imperfetto:

se non bagnavi i fiori morivano.

Questo costrutto non è propriamente corretto né elegante, tuttavia è molto diffuso al punto che nei registri popolari o nel parlato familiare è ormai ammissibile, il che non vale per i registri formali o per la scrittura di testi ufficiali.

Dunque le espressioni come “se lo sapevo non venivo” o “se me lo dicevi prima ti operavo io” (Enzo Jannacci), possono essere colloquiali e colorite per rendere l’italiano parlato, ma da evitare nei registri alti.

Come distinguere gli avverbi da aggettivi, congiunzioni o preposizioni

■ Come si distingue una parola come “forte” che può essere sia aggettivo sia avverbio? ■ Come si distingue una parola come “dopo” che può essere congiunzione, preposizione o avverbio? ■ Quali sono gli esempi di frasi in cui una stessa parola cambia funzione e diventa preposizione, congiunzione, aggettivo o avverbio?

Gli avverbi primitivi (o semplici, ma non sono per niente “semplici”) sono più difficili da riconoscere di quelli derivati dall’aggettivo, che perlopiù finiscono in –mente (sicuramente, velocemente…).

Il problema è che molte volte una stessa parola diventa una diversa parte del discorso a seconda del contesto. Forte, per esempio, può essere un aggettivo, ma può anche diventare un avverbio.

Nell’espressione correre forte (= fortemente) è usato avverbialmente (dunque è avverbio) perché si riferisce al verbo anziché a un sostantivo (è “l’aggettivo del verbo”). Per distinguerlo, oltre a vedere a cosa si riferisce, può essere utile in questo caso notare che quando è avverbio diventa invariabile. Al contrario, quando è riferito al nome è sempre variabile, cioè si può conocrdare nel genere e nel numero: un uomo forte, due uomini forti. Lo stesso vale per chiaro: è avverbio in parlar chiaro (= chiaramente, riferito al verbo e invariabile), ma è aggettivo in l’uomo chiaro (la donna chiara, gli uomini chiari e le donne chiare).

Se questo concetto è forte chiaro si può passare a un distinzione un po’ più difficile.

Altre volte si usano in modo avverbiale anche molte parole invariabili, e per distinguerle si può analizzare solo la loro funzione e il loro significato. Dopo, per esempio, secondo il contesto può assumere il ruolo di avverbio, di preposizione o di congiunzione.
Nell’espresione: vado dopo è riferito al verbo ed è avverbio;
nell’espressione: dopo pranzo vado via (riferito al nome) diventa una preposizione impropria (dopo pranzo è come sul tavolo, nel piatto…);
nell’espressione: dopo aver mangiato (= dopo che ho mangiato) vado via diventa una congiunzione subordinativa, perché congiunge una frase principale a quella subordinata temporale (vado via = principale + dopo che ho mangiato subordinata).

Si può dire “ma però”? E altri dubbi su “ma”

■ Si può dire “ma però”? ■ Si può iniziare una frase con “ma”? ■ Prima di “ma” è obbligatoria la virgola? ■ Quali sono gli esempi di frasi che cominiciano con “ma”? ■ Nei Promessi sposi ci sono frasi che cominciano con “ma”? ■ Quali sono gli esempi di frasi con “ma però”? ■ Nei Promessi sposi ci sono frasi che usano “ma” senza che sia preceduto dalla virgola? ■ Quali sono gli esempi di frasi in cui “ma” non è precuto dalla virgola? ■ Nei Promessi sposi si trova “ma però”?

Tra le espressioni indicate come errore sin dalle scuole elementari c’è “ma però” che viene duramente condannato come inutile ripetizione dello stesso concetto. Questa espressione, tuttavia, non dovrebbe così tanto scandalizzare, il pleonasmo è un artificio retorico che si può usare in molti casi, come per esempio l’ossimoro, l’accostamento di due termini opposti, assurdo logicamente ma potente per esempio nella poesia (“Cessate d’uccidere i morti”, Ungaretti). Curiosamente non ci si scaglia invece contro analoghi rafforzamenti come “ma invece”, e non si dice che questo costrutto ricorre in numerosissimi classici della lingua italiana.

Nei Promessi sposi “ma però” ricorre più volte:
● “Non era un conto che richiedesse una grande aritmetica; ma però c’era abbondantemente da fare una mangiatina.”
● “Signor curato, se mai desiderasse di portar lassù qualche libro, per passare il tempo, da pover’uomo posso servirla: ché anch’io mi diverto un po’ a leggere. Cose non da par suo, libri in volgare; ma però…”
● “…ma però, a parlarne tra amici, è un sollievo”.

Altri esempi di “ma però” si trovano nell’Inferno di Dante (“Lo caldo sghermitor sùbito fue; ma però di levarsi era neente, sì avieno inviscate l’ali sue”, XXII, 142-144; “questa fiamma staria sanza più scosse; ma però che già mai di questo fondo non tornò vivo alcun”, XXVII, 63-65); nelle Novelle di Verga  (“In città facciamo una vita impossibile. Ma però voi altri signori dovete preferirla”, “Pentolaccia”); nella Gerusalemme liberata di Tasso (“Va contra gli altri, e rota il ferro crudo; ma però da lei pace non impetra”); nella Vita di Alfieri (“ma però era assai minore il pericolo”), e moltissime volte nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galilei (“Fatta la radunanza nel palazzo dell’illustrissimo Sagredo, dopo i debiti, ma però brevi, complimenti”; “m’accorsi della mia semplicità [ma però scusabile])”.

Dunque (come l’espressione altrettanto vituperata ingiustamente “a me mi”, vedi → “Si può dire a me mi?“) questo può avere il suo perché cin vari contesti, e chi lo stigmatizza in modo così perentorio dovrebbe forse maggiormente riflettere su altri tipi di inutili pleonasmi molto in voga che nessuno sembra condannare, per esempio il sempre più onnipresente “requisiti richiesti”, come se un requisito non contenesse già in sé il concetto di richiesto.

Si può cominciare una frase con “ma”?
Un’altra leggenda grammaticale da sfatare è quella per cui non sarebbe possibile iniziare una frase con “ma”. Ma bisogna premettere che “ma” non ha solo un valore avversativo e può esprimere una contrarietà o uno stupore nei confronti di qualcosa, per esempio: “Ma pensa un po’”, “Ma va?”, “Ma tu guarda!”.
Inoltre, a seconda dello stile, è possibile scrivere una frase con una punteggiatura dalle pause deboli espresse con la virgola (Ero stanco, ma tirai avanti ugualmente), oppure amplificarle con il punto (Ero stanco. Ma tirai avanti ugualmente). Di frasi che iniziano con “ma” è piena la letteratura, a cominciare dai Promessi sposi: “…Sia detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è buona a suo luogo…”; “Si sentì subito venir sulle labbra più parole del bisogno. Ma pensando quanto importasse di non guastare i fatti suoi…”.

Prima di “ma” è obbligatoria la virgola?
Infine, non è vero che prima di “ma” sia sempre obbligatoria la virgola, ancora una volta non esistono regole così ferree da prescrivere nel caso della punteggiatura e in un’espressione come “è brutto ma buono” la virgola non è necessaria è solo una scelta possibile, così come nel caso di: “ Zitta! – rispose, con voce bassa ma iraconda, don Abbondio” (I promessi sposi).

“E” o virgola? O entrambe?

■ Quando si sostituisce la congiunzione e con la virgola? ■ Si può mettere la virgola prima della e? ■ Si può cominciare una frase con la e? ■ Quali sono gli esempi di frasi in cui si può associare la virgola alla E? ■ Quali sono gli esempi di frasi che possono iniziare con la E?

La congiunzione e serve per coordinare due parole sullo stesso piano (mangio pane e salame), ma talvolta si può sostituire con una virgola, e a seconda dello stile e del contesto si può scegliere di scrivere: “Era stanco e avvilito, dunque si arrese” oppure: “Era stanco, avvilito, dunque si arrese”.

Quando gli elementi sono tanti e diventano degli elenchi, di solito la e si omette (altrimenti il costrutto diventa pesante) e si sostituisce con una virgola per lasciarla solo in conclusione prima dell’ultimo elemento: “Indossava un cappello, un cappotto, pantaloni pesanti e stivali alti”. Ancora una volta, la scelta di usare la e in conclusione non è necessariamente obbligatoria in ogni contesto, ma quando l’elenco si lascia in sospeso e la frase termina con eccetera o con i puntini di sospensione di norma la e conclusiva si omette: “Indossava un cappello, un cappotto, pantaloni pesanti, stivali alti…” (vedi anche → Meglio scrivere “eccetera”, “ecc.” o “etc.”?).

Si può usare la virgola prima di “e”?
Un’altra questione che pone dei dubbi è quella della possibilità di usare la virgola prima di e, che spesso viene additato come un errore da evitare, visto che la loro funzione è la stessa. Ma questa è una leggenda grammaticale da sfatare: si può fare e si ritrova in molti testi anche letterari: “Si trovò nella strada, portato come in trionfo, e accompagnato da una folla di popolo” (Promessi sposi).
Bisogna tenere presente che l’uso della punteggiatura è molto soggettivo e non è disciplinabile da norme rigide (a parte alcuni usi evidentemente errati) e dunque anche nella sua associazione alla e ci son molti margini di soggettività e di stile. Si può benissimo amplificare e rafforzare la pausa della virgola aggiungendo anche una e. Oppure, anche se nelle incidentali è in linea di massima è forse preferibile escludere la virgola (era una giornata fredda e, a parte questo, non mi sentivo bene) non è infrequente trovare invece scelte che la includono (era una giornata fredda, e a parte questo, non mi sentivo bene) che non si può considerare un errore.

Si può cominciare una frase con la “e”?
Sì. Anche la leggenda che non si possa cominciare una frase con la e, non ha fondamenti. Tutto dipende dallo stile. Molte espressioni come “E ancora” o “E voi che fate?” sono legittime, ma anche in moltissimi altri casi è possibile: “Ambasciator non porta pena. E, i proverbi, signor conte, sono la sapienza del genere umano (Promessi sposi).
Spesso e si può usare uno stile che privilegia le costruzioni lunghe (Si alzò di buon ora, si vestì in fretta e corse fuori) o quelle spezzettate da una punteggiatura forte che amplificano le pause (Si alzò di buon ora. Si vestì in fretta. E corse fuori). Ogni considerazione di quale dei due costrutti sia preferibile non riguarda la grammatica, ma lo stile.

Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni

■ Si dice sopra il o sopra al? ■ Si dice insieme a o insieme con? ■ Si dice dietro il o dietro al? ■ Si dice dentro il o dentro al? ■ Si dice sopra e sotto il o sopra e sotto al? ■ Si dice davanti al o davanti il? ■ Che differenza c’è tra oltre il e oltre al? ■ Perché si dice contro il muro, ma contro di me? ■ Perché si dice sul tavolo, ma su di noi? ■ Meglio dire fra noi o fra di noi? ■ Qual è la differenza di “tra” e “fra”? ■ Quali sono gli esempi di frasi con l’uso corretto delle preposizioni tra loro equivalenti? ■ Si dice “scrivi alla lavagna” o “scrivi sulla lavagna”? ■ Meglio dire “macchina per scrivere” o “macchina da scrivere”?

Spesso l’uso delle preposizioni genera dubbi.

Si dice sopra il tavolo o sopra al tavolo?

Sono corrette entrambe le forme, e si può dire come si vuole.

Molte volte non esistono regole precise per l’uso più corretto delle preposizioni e si può dire in più di un modo, a seconda del gusto personale ma anche del contesto. Per esempio, tra, fra e su talvolta si possono rafforzare attraverso l’aggiunta di “di”: si può dire fra di voi o fra voi, e ognuno può scegliere la forma che preferisce. E ancora si può scegliere tra:

insieme a lui e insieme con lui;
dietro la porta e dietro alla porta;
dentro la casa e dentro alla casa;
sopra e sotto la panca, ma anche sopra al tavolo;
davanti alla finestra (preferibile) e, meno comune, davanti la finestra.

In altri casi l’aggiunta di una preposizione semplice può cambiare il senso della locuzione, per cui oltre la porta significa dietro la porta (o dietro alla porta, è lo stesso), mentre oltre alla porta ha un altro significato: in questa stanza oltre alla porta c’è anche la finestra.
A seconda del contesto si può dire:

oltre la siepe e oltre al danno la beffa;
una gita fuori porta, una via fuori mano, ma fuori dalla finestra, fuori dai piedi, fuori di qui e fuori di me.

L’ultimo esempio è interessante, perché quando c’è un pronome personale spesso è necessario appoggiarsi a una preposizione semplice che non si usa in altri casi, per cui si dice:

sul (o sopra il) divano, ma su (o sopra) di noi;
oltre la finestra, ma oltre a te;
contro il muro, ma contro di me;
sotto il maglione, ma sotto di lui;
dietro la facciata, ma dietro di me;
senza le mani, ma senza di te;
dopo (la) cena, ma dopo di voi;
presso il giardino, ma presso di me.

Ciò è valido spesso, ma non sempre, e nel caso di tra e fra si può dire fra di noi e fra di voi ma anche fra noi e fra voi (rimanga fra noi), oppure tra lui e lei.

Tra gli usi scorretti delle preposizioni si possono segnalare casi ormai entrati nell’uso come “scrivi alla lavagna” (che riprende l’espressione vai alla lavagna, corretta perché è un complemento di moto a luogo), ma la preposizione corretta è “su”, dunque “scrivi sulla lavagna“.
Anche altri casi che un tempo erano considerati errori si sono diffusi al punto che sono ormai accettabili e la loro frequenza è maggiore di quella delle forme storicamente più appropriate. Per esempio l’uso di “da” in locuzioni come macchina “da scrivere” o “da cucire” che letteralmente dovrebbero essere “per scrivere” o “per cucire” (l’uso di “da” è una forma popolare non appropriata). Ma ormai la consuetudine ha cambiato le regole e persino un autore come Giorgio Manganelli ha intitolato un suo libro Improvvisi per macchina da scrivere. Inoltre, espressioni come costume da bagno, sali da bagno, ferro da stiro (costruiti sul falso calco di cose “da mangiare”, “da portare via”…) sono entrate nell’uso comune registrato anche dai dizionari e sono diventate insostituibili.

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I tanti valori di “che”

■ Quali sono i significati possibili di che? ■ Si può cominciare una frase con che? ■ Si può dire “siccome che”? ■ Come si può distinguere il che congiunzione dal che pronome relativo? ■ Che può essere anche aggettivo?

Che” può assumere tantissimi significati diversi, e per fare un po’ di chiarezza per esempio nell’analisi logica, oppure semplicemente nella comprensione di un testo, va sempre esplicitato.

In altre parole, per poter comprendere il suo valore e il suo senso, bisogna vedere che cosa significa nel contesto e come si può di volta in volta trasformare.

Per esempio può essere:

pronome relativo: l’uomo che (= il quale) parla;
pronome interrogativo o esclamativo: che (= cosa) fare? che bello!;
aggettivo interrogativo o esclamativo: che (= quale) giacca indossi? Che faccia tosta!;
congiunzione: ti dico che sei bravo.

Che altro dire?
Che non è vero che non si può mai iniziare una frase con il che, come talvolta si dice (“che mi venga un accidente se non è così!”: non esistono controindicazione nel cominciare una frase con il congiuntivo preceduto da che).
Oltre a tante frasi comuni che iniziano così (che bello! Che succede? Che mi dici?), ci sono anche molti esempi letterari che contraddicono l’opinione diffusa per cui non sarebbe possibile aprire una frase in questo modo, per esempio l’incipit di un racconto di Jorge Luis Borges:

Che un uomo del suburbio di Buenos Aires (…) s’interni nei deserti battuti dai cavalli (…), sembra a prima vista impossibile

(“Il morto” in L’aleph, Feltrinelli, Milano 1961, traduzione di Francesco Mentori Montalto).

Il fatto che sia possibile non significa però che sia sempre consigliabile: non è vietato, ma bisogna saperlo fare e poterselo permettere.


Invece, a proposito di divieti: non si può mai dire siccome che!

Si può dire “a me mi”?

■ Si può dire a me mi? ■ Nei Promessi sposi ricorre il rafforzativo a me mi? ■ Ci sono contesti in cui è lecito usare a me mi?

Evitare di dire “a me mi” è una delle regole che insegnano sin dalle elementari, e grammaticalmente rappresenta una ripetizione dello stesso concetto che non ha senso, è qualcosa di pleonastico che è diventato il simbolo di un cattivo italiano.

Eppure, poiché la lingua è non è logica, ma soprattutto metafora, tra le figure retoriche c’è proprio il pleonasmo, un espediente che ha il suo senso, se lo si usa nel modo giusto, come del resto l’anacoluto, un costrutto sintattico volutamente errato cui  Manzoni ricorreva spesso: “Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro”.

Proprio nei Promessi sposi si trova anche l’uso di “a me mi”, nelle parole di una vecchia che indirizza Renzo verso Gorgonzola:
“A me mi par di sì: potete domandare nel primo paese che troverete andando a diritta.”
E lo stesso uso del rafforzativo del pronome personale è rimarcato anche alla terza persona, in un altro passo:
“Però, anche dall’amico seppe molte cose che ignorava, e di molte venne in chiaro che non sapeva bene, sui casi di Lucia, e sulle persecuzioni che gli avevan fatte a lui, e come don Rodrigo sen’era andato con la coda tra le gambe…”.

Altri esempi di “a me mi” si trovano nella Gerusalemme liberata di Tasso (“Oimè! che fu rapina e parve dono, ché rendendomi a me da me mi tolse” o nelle Novelle di Verga (“A me mi hanno detto delle altre cose ancora!”, “Vita dei campi”; “a me mi basterà che mi lasciate un cantuccio nella cucina, per stendervi un po’ di pagliericcio”, “La lupa”).

In certi contesti, i rafforzativi sono dunque una leva della comunicazione e non si capisce perché “a me mi” dovrebbe suscitare così tanto scalpore.

Nella lingua spagnola, per esempio, questo rafforzativo è praticamente d’obbligo: se non si rimarca a mi me gusta, ma soltanto me gusta, si ha l’impressione che qualcosa non piaccia veramente.

In sintesi, è consigliabile evitare questo costrutto (come anche → “ma però” biasimato altrettanto ingiustamente) nei contesti formali, soprattutto perché è così vituperato che suona come un atto di ignoranza. Ma in altri contesti non ci sono ragioni per bollarlo come scorretto e “tanto odio” è ingiustificato: non viola le regole della grammatica e se rafforzare fosse un reato dovremmo evitare anche espressioni come proprio lui e tante altre espressioni rafforzative.

Gli ho dato o ho dato loro?

■ Si può usare gli al posto di loro? ■ Se ci si riferisce a più persone, meglio dire gli ho dato o ho dato loro? ■ Glielo si può riferire anche a più persone? ■ Alessandro Manzoni ha usato “gli” al posto di “loro” nei Promessi sposi?

Il pronome personale gli sta al posto di a lui, dunque al plurale è sempre meglio dire loro, quindi:

● “dai un bacio al principe” si può trasformare in “dagli un bacio”

ma

● “dai un bacio ai principi” (plurale) diventa “dà loro un bacio” e non “dagli un bacio”.

Tuttavia nel parlato e nell’uso comune prevale spesso la forma meno elegante, che non è sempre considerata un errore.

Questo uso si ritrova persino nell’Introduzione dei Promessi sposi:
“Taluni però di que’ fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c’eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni” e Manzoni usa questa forma anche in altri passi del romanzo:
“Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta?”

Bisogna riconoscere che in alcuni casi il loro può suonare male anche se è più corretto. Per esempio, la forma “glielo” è molto più eufonica (dateglielo è più “maneggevole” di datelo a loro).

In sintesi, quando la naturalezza del discorso lo richiede è possibile piegare e adattare le regole della grammatica troppo rigide.

Lui può essere soggetto al posto di egli?

■ Lui, lei e loro possono essere soggetto? ■ Meglio dire lui andava o egli andava? ■ Quando è obbligatorio che lui diventi soggetto al posto di egli? ■ Nei Promessi sposi si trova “lui” come soggetto?

Un tempo si insegnava a non usare mai lui e lei come soggetto: così come i pronomi di prima persona me e te non possono essere soggetto (si dice io sono e non me sono), allo stesso modo lui (e lei) e il plurale loro erano consentiti nei casi fossero l’oggetto (guardo lui) o per altri complementi (parlo di lui, con lui, a lui…). Per il soggetto si prescriveva sempre egli (dunque egli parla, non lui parla), e per il plurale essi.

Nell’italiano corrente invece, soprattutto nel linguaggio diretto, queste formule sono sempre più diffuse, e sono state “sdoganate” anche da autori classici, a cominciare da Alessandro Manzoni che nei Promessi sposi usa frequentemente lui come soggetto: “Lui invece caccia un urlo”; “e lui allora continuò a raccontare altre di quelle belle cose…”

Lui, lei e loro spesso sono preferiti anche nella scrittura a egli, ella o essi che suonano di stile un po’ antico, e nel parlato non si sentono mai. Passando dalla grammatica, dove sono leciti, alle questioni di stile, va detto che molte volte nel discorso si tende a non usare il pronome personale e a sostituirlo con sinonimi del nome o con altri giri di parole. Per esempio: “Il lupo vide Cappuccetto rosso. La ragazzina stava raccogliendo i fiorellini” è un costrutto più diffuso di “Il lupo vide Cappuccetto rosso. Lei stava raccogliendo i fiorellini”.

Ci sono però casi in cui l’uso di lui, lei e loro come soggetto sono obbligatori, per esempio:
● quando sono collocati dopo il verbo: lo dice lui (e mai “lo dice egli”!);
● quando sono preceduti da anche, nemmeno, più…: nemmeno lui (mai “nemmeno egli”), più lui fa così e piùanche lui, anche se lui…;
● nelle esclamazioni come proprio lui, beato lui;
● nei dialoghi di tipo teatrale: Lui – “Vieni!” Lei – “Arrivo!”;
● nelle contrapposizioni: lui era alto, lei bassa; tanto lui quanto lei…;
● quando il pronome è da solo: chi è stato? Lui;
● per dare risalto al pronome soggetto: lui sì che è una persona davvero intelligente.

Si scrive “se stesso” o “sé stesso”?

■ Meglio scrivere sé stesso o se stesso? ■ Si può omettere l’accento di sé? ■ È logico omettere l’accento di sé davanti a stesso e medesimo? ■ Perché nel Novecento si è affermata la regola che “se stesso” si scrivesse con l’accento, ma oggi è stata messa in discussione? ■ Alessandro Manzoni come scriveva “sé stesso”? ■ Quali sono le indicazioni dei principali dizionari per scrivere “sé stesso”?

Nei monosillabi, in linea di massima, si mette l’accento quando esistono degli “equivoci” che li possono far confondere con altri dal diverso significato ( verbo e da preposizione, affermativo e si riflessivo… (vedi Monosillabi che cambiano significato con l’accento“).

Il pronome personale , al contrario di me e te (il primo non ha omografi e nel secondo caso si accenta il bevanda)  si scrive con l’accento (acuto) per evitare confusioni con se congiunzione.

Partendo da queste considerazioni da molto tempo si è diffusa la consuetudine che in presenza dei rafforzativi stesso e medesimo, venendo a mancare l’elemento di possibile confusione, si scrivesse senza accento se stesso e se medesimo (ma solo in questi casi). Questa regola è stata insegnata nelle scuole per decenni (spesso violarla era un errore da penna blu) ed è soprattutto entrata nelle norme editoriali di tutte le principali case editrici che l’hanno osservata nella pubblicazione dei libri per decenni e, anche se qualcuno aveva da obiettare sul senso, nel Novecento si è affermata come la tendenza dominante.

Le obiezioni di carattere logico e razionale partono dal presupposto che non ha senso oscillare a seconda dei casi, e poi c’è sempre la possibilità di confondere il rafforzativo del pronome personale con forme verbali come se (io) stessi, se (egli) stesse… Inoltre non si capisce per quale motivo non si dovrebbe scrivere anche a “se stante” invece di “a sé stante”.

Che ne dicono i dizionari e i repertori storici

Passando in rassegna i dizionari, sino agli anni Novanta il Devoto Oli (quando Giancarlo Oli era ancora vivente) riportava che “se stesso si scrive preferibilmente senza accento” e in tutto il testo del vocabolario lo scriveva così. Anche nello Zingarelli del 1985 lo si scriveva senza accento (pur ammettendo nella voce che se rafforzato da stesso e medesimo si può scrivere “anche senza accento”), come nel GRADIT e nel Nuovo De Mauro nella riedizione del 2014. Il Sabatini-Coletti (2005) tra parentesi annota che “si può non accentare prima di stesso, medesimo” e riporta due versi di Dante privi di accentazione. Il Gabrielli (2014) tra parentesi indica che rafforzato da stesso e medesimo “si scrive di solito senza accento”, ma poi usa la forma accentata in altre parti della voce, che pare dunque la forma usata e preferita. Il DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia di Migliorini, Tagliavini e Fiorelli, ERI, 1981) osserva che le varianti senza accento sono “frequenti ma non giustificate” come sostiene anche Luca Serianni (Grammatica italiana, Utet, 1991) secondo il quale la regola di omettere l’accento non è di alcuna utilità, anche se è la forma che prevale. Con il passaggio della cura del Devoto Oli a Serianni e Trifone, dunque, non c’è da stupirsi che le occorrenze non accentate in tutto il testo siano state sostituite da quelle accentate, così come è accaduto nello Zingarelli dei nostri giorni.
Andando a ritroso nel tempo, il dizionario Tommaseo-Bellini (1861-1879) riporta nei suoi esempi il pronome rafforzato privo di accento e, consultando il cd-rom LIZ (Letteratura Italiana Zanichelli, 2001) con un ampio repertorio della lingua italiana in digitale si scopre addirittura che Manzoni lo scriveva talvolta non accentato (più di 20 volte) e talvolta accentato, ma usando prevalentemente “sè” con l’accento grave per ben 33 volte. Ma a quei tempi si scriveva ancora a mano, e la consuetudine tipografica di distinguere chiaramente l’accento acuto e grave si è consolidata in seguito, nell’Ottocento spesso si usava solo quello grave sulle parole tronche (e “sè stesso” con l’accento grave ricorre anche nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, 1870). Nella seconda edizione postuma del romanzo (Sonzogno 1873) ricorrono oscillazioni di , e se stesso, che nella riedizione moderna di Einaudi sono state sempre sostituite da (acuto) o se senza accento.

Concludendo, in tempi recenti pare proprio che si stia affermando la scuola che preferisce sé stesso, che si sta diffondendo anche nelle norme editoriali di varie case editrici, ma non di tutte. Anche se ci sarebbe da interrogarsi sul senso di questa diatriba che è una sorta di riforma ortografica in nome della logica che cozza però contro l’uso che si era consolidato, la questione è attualmente aperta e la risposta è che lo si può scrivere come si preferisce.

Però è bene fare attenzione nei contesti scolastici o con professori alla vecchia maniera che potrebbero scambiare la scelta dell’accento come un atto di ignoranza da stigmatizzare con la penna blu, invece che come un segno di maggior cultura e modernità.

Dare del tu, del lei, del loro e del voi

■ Nelle formule di cortesia, quando gli interlocutori sono più di uno, è meglio dare del voi o del loro? ■ Che differenza c’è tra le forme di cortesia con lei e con voi? ■ Che cos’è il plurale maiestatis? ■ Che cos’è il plurale di modestia? ■ Perché il medico si rivolge talvolta al paziente chiedendo “come andiamo”?

Dare del lei (terza persona singolare) seguito da congiuntivo (vedi anche “Il congiuntivo nelle frasi autonome“) si usa nelle formule di cortesia, cioè quando ci si rivolge a qualcuno a cui non si dà del tu, in modo formale, e vale anche per gli uomini, al maschile: lei è furbo (terza persona singolare).

Al plurale si dovrebbe perciò usare di conseguenza la terza persona plurale: loro (loro sono furbi).

Se invece si dà del tu all’interlocutore (un tono meno formale e più intimo), il plurale mantiene coerentemente la seconda persona del voi: tu sei furbovoi siete furbi.

Tuttavia, dare del loro è oggi diventato più raro, è percepito forse come eccessivamente formale, ma va precisato che dare del voi in tono formale è una formula di cortesia solo apparente, che si ritrova anche in formule legali o commerciali come “vogliate provvedere” e simili al posto di “vogliano provvedere”.

Questa mancata differenza che si riscontra sempre più spesso deriva dalla confusione con il voi usato come formula di cortesia che ha però un uso completamente diverso. In passato, e ancora oggi in contesti regionali tipici per esempio del Sud Italia, si usa il voi riferito a una persona sola (e invariato se sono più di una) anche per i contesti formali (come siete furbo, signore), ma oggi questa consuetudine non è in uso, e fuori dai contesti regionali, nell’italiano standard è consigliabile evitarla.

Un’ultima nota sui pronomi delle formule formali: esiste anche il plurale di maestà (maiestatis) usato un tempo per esempio dai re, che prevede il noi al posto di io, oppure quello di modestia, usato per esempio nella scrittura (es. “possiamo concludere che” al posto di “concludo”, ma altre volte si può dare del voi al lettore o usare formule impersonali). Quando invece un medico chiede al paziente: “Come andiamo?” usa una formula “affettiva” come se condividesse le sofferenze del malato e ne fosse partecipe.

Il plurale dei nomi latini

■ Le parole in latino si volgono al plurale? ■ Meglio dire i curriculum o i curricula? ■ I medium e i media sono la stessa cosa? ■ Meglio dire i corpus o i corpora? ■ Cosa sono gli anglolatinismi? ■ È giusto dire l’opera omnia al singolare anche se significa “tutte le opere”? ■ Perché si dice gli addenda o i desiderata al plurale?

I forestierismi (le parole straniere) non si volgono al plurale (vedi → “Il plurale dei nomi stranieri“), ma anche quelle latine, si possono trattare come forestierismi?

Anche se c’è chi sostiene ancora che nel latino sia buona norma declinare le parole al plurale (e quindi non considerarlo come i forestierismi perché sarebbe la nostra lingua madre), la maggior parte delle fonti e dei dizionari moderni seguono le regole degli esotismi.

La questione è aperta e dibattuta soprattutto nel caso di curriculum (decurtazione dell’espressione più completa e corretta curriculum vitae) che si trova spesso al plurale, curricula, come fosse uno sfoggio di cultura (i dizionari riportano perlopiù che è invariabile, e lo affiancano all’italianizzazione curricolo e curricoli). Stesso discorso si può fare per i corpora, molto diffuso al posto dei corpus che però si può dire anche al singolare (una raccolta di opere o di testi).

È vero, in latino i plurali sono questi, ma perché non si dovrebbe dire i curriculum o i corpus come si dice i referendum (e non i referenda) gli ictus, i lapsus, i rebus, i bonus, gli excursus, i raptus, i virus e gli album? Lo stesso discorso si può fare per gli anglolatinismi (cioè le parole latine che ci sono arrivate attraverso l’inglese) e che non si declinano: i monitor, gli sponsor, i forum, i focus, i campus, le tariffe premium… Insomma in queste declinazioni al plurale del latino manca una logica coerente con i tantissimi esempi che rimangono invariabili. Tuttavia, c’è chi preferisce fare una distinzione tra i latinsimi moderni o derivati dall’inglese, come negli ultimi esempi, che non si dovrebbero declinare, e quelli classici che invece sarebbero da concordare al plurale: lectio magistralis e lectiones magistrales, una prescrizione non riscontrabile per esempio nello Zingarelli che definisce lectio sostantivo latino invariabile.

La questione cambia per i latinismi entrati direttamente al plurale, e in questo caso non si volgono al singolare, per esempio gli acta (relazioni, compilazioni), gli addenda (cose da aggiungere), i desiderata (desideri, richieste) e anche l’opera omnia, letteralmente “tutte le opere”, plurale, anche se in italiano l’espressione si trasforma in sostantivo femminile singolare e si dice comunemente “l’opera omnia di Virgilio”.

Un caso a parte è quello di media (che ci è arrivato però dall’inglese) al plurale, ma un medium, al singolare, ha un altro significato (è un sensitivo che ha a che fare con il paranormale, e dunque al plurale si parla dei medium), anche se dopo il celebre motto del sociologo Marshall McLuhan (1911-1980) “il medium è il messaggio” si trova ormai anche al singolare con il significato di mezzo di informazione.

Che si scrivano al singolare o al plurale, è buona norma ricordare che le parole in latino (al contrario degli altri forestierismi dove è solo una scelta possibile) si dovrebbero sempre scrivere in corsivo (vedi → “Lo stile di un testo e l’uso del corsivo“), a meno che non siano così diffuse da essere assimilate alla stregua delle parole italiane (virus, album…).

I plurali dei composti di capo-

■ Il plurale dei composti di capo-. ■ Capostazione varia la radice: capistazione. ■ Capolavoro varia la desinenza: capolavori. ■ Caposaldo varia entrambi gli elementi: capisaldi. ■ Meglio dire i capoufficio o i capi ufficio?

Poiché nelle parole composte da capo– non esistono delle regole semplici e chiare per stabilire i plurali (vedi → “Il plurale dei nomi composti“), di seguito è possibile consultare una lista delle parole del genere più diffuse con i plurali indicati nei principali dizionari.

Si possono dividere in tre insiemi:

le parole che al plurale variano solo capi– e mantengono uguale il secondo elemento;
quelle che mantengono capo– e variano la desinenza finale;
quelle che presentano più possibilità.

ATTENZIONE: Ci sono anche rari casi in cui il plurale si forma attraverso la variazione di entrambi gli elementi:
capocannonierecapicannonieri;
capocronistacapicronisti;
caposaldocapisaldi.

I composti di capo– che al plurale variano in capi– senza cambiare il secondo elemento (es. capoareacapiarea) mentre al femminile plurale restano invariati (es. le capoarea):

capoarea capiarea;
capobandacapibanda;
capobarcacapibarca;
capobrancocapibranco;
capoclancapliclan;
capoclassecapiclasse
capocordatacapicordata;
capocorrentecapicorrente;
capocronacacapicronaca;
capodipartimentocapidipartimento;
capodivisionecapidivisione;
capofabbricacapifabbrica;
capofamigliacapifamiglia;
capofficina (o capoofficina) → capiofficina;
capofilacapifila;
capogabinettocapigabinetto;
capogruppocapigruppo;
capoletteracapilettera;
capolistacapilista;
capomafiacapimafia;
caporepartocapireparto;
caposalacapisala;
caposcalacapiscala;
caposcortacapiscorta;
caposcuolacapiscuola;
caposerviziocapiservizio;
caposezionecapisezione;
caposquadracapisquadra;
capostazionecapistazione;
capostradacapistrada;
capostrutturacapistruttura;
capotavolacapitavola;
capotribùcapitribù;
capoturnocapiturno.

I principali sostantivi che nella formazione del plurale cambiano la desinenza, ma mantengono invariato capo-:

capodanno (o capo d’anno) → capodanni (o capi d’anno);
capodoglio (o capidoglio) → capodogli (o capidogli);
capolavorocapolavori (raro capilavori);
capoluogocapoluoghi (meno com. capiluoghi);
capogirocapogiri;
capostipitecapostipiti;
capotastocapotasti;
capoversocapoversi;
capovolgimentocapovolgimenti.

Al plurale hanno una doppia possibilità i seguenti sostantivi:

capomastrocapomastri e capimastri;
capolineacapilinea (o invariabile);
caporedattore
capiredattori e caporedattori (femminile → la caporedattrice e le caporedattrici);
capotecnicocapotecnici e capitecnici;
capoufficio (e capo uffìcio o capufficio) → capi uffìcio e capiufficio;
capocomicocapocomici o capicomici (femminile → la capocomica e le capocomiche)
capocuococapocuochi (femminile la capocuoca e le capocuoche).

Questo articolo è tratto da: L’italiano for dummies, Hoepli, Milano.

Il plurale dei nomi composti

■ Come si fa il plurale dei nomi composti? ■ Perché il plurale di capostazione è capistazione mentre capolavoro diventa capolavori? ■ Si dice pomodori o “pomidoro”? ■ Si dice palcoscenici o “palcoscenichi”? ■ Si dice casseforti o “cassaforti”? ■ Si dice caporedattori o “capiredattore”?

I sostantivi formati dall’unione di due parole al plurale danno molti grattacapi e causano capogiri!

Senza fare i guastafeste, va detto che le regole che riportano molte grammatiche sono così complicate e, soprattutto, presentano tante di quelle eccezioni, che non si riesce a farne tesoro e a metterle in cassaforte (al plurale casseforti).

Per rispondere a tutti i dubbi di questi casi si possono dare solo delle indicazioni, meglio procedere con prudenza e consultare i dizionari.

L’unione di due parole è il risultato di tante combinazioni possibili:

● nome + nome (es. arcobaleno): nella maggior parte dei casi hanno un plurale regolare e modificano solo la desinenza finale: arcobaleni, francobolli, melograni, banconote, ferrovie. Ma non sempre.

Infatti, oltre a pescecani si può dire anche pescicani, mentre pescespada diventa pescispada, ma anche se quest’ultimo esempio è riportato in varie grammatiche, nei dizionari è registrato più spesso staccato: pesce spada al contrario di pescecane.

Questo caso fa riflettere sulla prima cosa importante: quando una parola è percepita come staccata, o si può scrivere staccata, il plurale il più delle volte si comporta di conseguenza. Per esempio: pomodoro, diventa pomodori (mentre pomidori e anche pomidoro sono delle forme popolari).

In passato si scriveva “pomo d’oro” e i plurali logici erano perciò diversi, ma con il tempo la parola è diventata unica e non più percepita come un composto, ed ecco che il plurale è diventato regolare: prende semplicemente la –i finale come una parola normale. Tutto il contrario di fico d’India che diventa fichi d’India e che ancora si scrive staccato. Naturalmente, questo esempio non rappresenta un criterio oggettivo, e forse proprio per questo in molti casi i dizionari ammettono i doppi plurali, per esempio: cassapanche e cassepanche, toporagni e topiragni;


nome + aggettivo (es. cassaforte): per lo più formano il plurale cambiando la desinenza sia del primo sia del secondo termine, comportandosi come se fossero separati: cassaforte/casseforti; terracotta/terrecotte; gattamorta/gattemorte; caposaldo/capisaldi; acquaforte/acqueforti.


Ma attenzione: palcoscenico fa palcoscenici, tanto per citare un’eccezione;


aggettivo + nome (es. gentiluomo): spesso si varia solo la desinenza a fine parola: francobollo/francobolli, biancospino/biancospini, e nel caso di gentiluomo/gentiluomini, seguendo la regola del secondo elemento che varia al plurale anche la sua radice. Anche purosangue non cambia (come sangue, il secondo elemento).

In altri casi, però, mezzobusto diventa mezzibusti, inoltre, i composti con alto– e basso– hanno quasi sempre il doppio plurale possibile: altopiani e altipiani, bassopiani e bassipiani,anche se bassofondo diventa bassifondi e altoforno altiforni;


aggettivo + aggettivo (es. sordomuto): per lo più cambiano solo la desinenza finale: sordomuto/sordomuti; pianoforte/pianoforti; agrodolce/agrodolci; bianconero/bianconeri;

verbo + nome (es. cavatappi): se il nome è già al plurale rimangono invariati: i cavatappi, i battipanni, gli accendisigari, i portaborse, i portaombrelli, i guastafeste, i portapenne e gli schiaccianoci; lo stesso avviene quando il nome è femminile singolare: i salvagente, i tagliaerba, gli asciugamano, i portacenere; se il nome è maschile singolare possono spesso variare: i paracarri, i passaporti, i grattacapi, ma altre volte rimangono invariati: i rompicapo, i copricapo;

verbo + verbo (es. saliscendi): anche in questo caso tendono a non cambiare: i saliscendi, i dormiveglia;

verbo + avverbio o viceversa (es. benestare e buttafuori): tendono a rimanere invariabili;

preposizione (o avverbio) + nome (es. soprannome): di solito si declina al plurale solo il nome se è maschile: i soprannomi, i sottaceti; al femminile rimane per lo più invariato i dopocena, i fuoristrada e i fuoripista.

I composti della parola capo

I composti della parola capo sono da considerare a parte, ma la questione si ingarbuglia a tal punto che una regola valida non c’è e le proposte che si trovano nelle grammatiche non reggono, con il risultato che le per le pretese regole tutto rischia di diventare una caporetto!

Le “leggende grammaticali” (in questo caso non si può parlare di “regole”) affermano che capo– si trasforma in plurale (capi-) quando ha una posizione preminente, oppure quando è inteso nel senso di “superiore”, mentre altre insistono sul contesto: per esempio se capo– si riferisce a un solo reparto diventerà capireparto, se sono tanti reparti diventa caporeparti (ma questo plurale nei dizionari non è presente).

Il problema è che spesso gli esempi indicati nelle grammatiche non sono coerenti tra loro e differiscono da quanto riportato sui dizionari, e va detto che molte grammatiche glissano sulla questione. E persino i dizionari indicano a volte diverse soluzioni. Per esempio: caporedattore diventa capiredattori per il Devoto-Oli e lo Zingarelli, ma caporedattori per il Gabrielli e il Treccani.


Quando le regole non reggono non rimane che studiare le singole parole (per lo più modificano capo– in capi-).

Un regola più affidabile c’è nel caso dei plurali femminili: quando i composti di capo– si volgono al plurale femminile, al contrario del maschile tendono a rimanere invariati come al singolare, per cui i capiclasse, ma le capoclasse, i capibranco, ma le capobranco (ma anche in questo caso le eccezioni non mancano, per esempio le caporedattrici).

Per saperne di più vedi la lista con → “I plurali dei composti di capo-

I plurali dei nomi che terminano in -co e -go

■ Come si fa il plurale dei nomi in –co e –go? ■ Quali sono i nomi in –co e –go con un doppio plurale? ■ Si dice psicologi o “psicologhi”? ■ Si dice stomaci o “stomachi”?

Poiché non esistono regole chiare e semplici (dunque utilizzabili) per sapere quando i nomi che terminano in co e go al plurale mantengono il suono duro o prendono quello dolce, di seguito è possibile consultare un elenco che raccoglie i più diffusi sostantivi di questo tipo e ne indica il plurale.

Per saperne di più vedi anche → “Il plurale dei nomi in -o e le irregolarità“.

Terminano in chi

abbiocchi, accrocchi, affreschi, alambicchi, albicocchi, allocchi, almanacchi, alterchi, asterischi, attacchi, baiocchi, banchi, battibecchi, bivacchi, boschi, buchi, bruchi, caschi, chicchi, circhi, cosacchi, dischi, elenchi, falchi, fianchi, fiaschi, fichi, fuochi, franchi, giochi, imbarchi, imbocchi, incarichi, inneschi, lombrichi, molluschi, monarchi, obelischi, ombelichi, orchi, pacchi, palchi, parchi, peschi, rammarichi, rinfreschi, ritocchi, rotocalchi, sacchi, saltimbanchi, scacchi, spacchi, spizzichi, sporchi, sprechi, stecchi, tarocchi, tabacchi, traslochi, trichechi, tronchi, turchi, valichi, vigliacchi.

Terminano in ci

accademici, acquatici, acrilici, afrodisiaci, amici, analgesici, anarchici, antibiotici, antistaminici, barbiturici, bonifici, botanici, cardiopatici, cantici, chimici, comici, daltonici, diplomatici, diuretici, elastici, elvetici, equivoci, eretici, fanatici, farmaci, fisici, geroglifici, grafici, greci, informatici, ipnotici, laconici, logorroici, maniaci, manici, mantici, matematici, medici, nemici, nevrastenici, nevrotici, ostetrici, ottici, palcoscenici, periodici, pirotecnici, plastici, porci, portici, profilattici, psicopatici, punici, rustici, sadici, sindaci, spastici, storici, tisici, tecnici, tossici, viatici, villici, zodiaci.

È ammesso il doppio plurale in ci e chi:
monaco, intonaco, manico, parroco, stomaco.

Terminano in ghi

alberghi, allunghi, apologhi, arcipelaghi, borghi, callifughi, castighi, cataloghi, colleghi, decaloghi, chirurghi, dialoghi, dinieghi, dittonghi, draghi, drammaturghi, epiloghi, fanghi, fiamminghi, funghi, gerghi, gioghi, impieghi, ingorghi, intrighi, laghi, luoghi, monologhi, obblighi, profughi, ranghi, righi, ripieghi, roghi, sfoghi, sobborghi, spaghi, sughi, svaghi, strateghi, svaghi, trittonghi, vaghi, vichinghi.

Terminano in gi

asparagi, biologi, cardiologi e la maggior parte dei composti con -logo (es: allergologi, esofagi, ideologi, filologi, fisiologi, psicologi, sociologi, speleologi…) e -fago (antropofagi, coprofagi, esofagi, necrofagi, onicofgi…).

È ammesso il doppio plurale in gi e ghi:
astrologo, demiurgo, egittologo, meteorologo, sarcofago, sessuologo, taumaturgo, tuttologo.

Il plurale dei nomi in -a (aran-ce e cilie-gie)

■ Come si fa il plurale dei nomi in –cia e –gia. ■ Si dice ciliegie o “ciliege”? ■ Si dice arance o “arancie”? ■ Si dice valigie o “valige”? ■ Si dice province o “provincie”? ■ Si dice gocce  o “gocce”? ■ Si dice lance o “lancie”? ■ Che differenza c’è tra camice e camicie? ■ Perché il plurale di tema e poeta è temi e poeti, ma cinema e gorilla rimangono invariabili?

I nomi che terminano in –a per la maggior parte sono femminili, e in questo caso al plurale prendono la –e, per esempio: pera (→ pere), guida (→ guide).

Le parole come strega, però, visto che hanno la g dura, al plurale aggiungono la h per mantenere il suono duro (→ streghe).

Ma bisogna fare attenzione, perché non tutti i nomi che terminano in –a sono femminili (vedi → “Il sesso dei nomi: il genere“), e quando sono maschili si volgono al plurale con la –i: poeta (→ poeti), tema (→ temi), esteta (→ esteti).

Un caso anomalo è quello di belga, che al plurale femminile manitene il suono duro (le belghe), mentre al maschile diventa i belgi (vedi anche → “Plurali anomali“).

A questi due gruppi bisogna poi aggiungere anche i sostantivi maschili che sono invariabili, sono delle eccezioni, e al plurale non cambiano affatto, per esempio: boia, cinema, gorilla, sosia

Tra i sostantivi che terminano in –a si annida però uno dei grandi dilemmi della nostra lingua, che lascia ogni volta dei dubbi anche a chi ha dimestichezza con la scrittura: per i plurali dei nomi in –cia e –gia, quando ci vuole la i e quando no?

Perché il plurale di cilie-gia è cili-egie e quello di aran-cia è aran-ce?

Per risolvere questo interrogativo esiste qualche regola semplice e piuttosto affidabile:

● quando sulla i cade l’accento (in altre parole è tonica) le cose sono facili, perché nel plurale è sempre mantenuta: farmacìa fa farmacìe, bugìa fa bugìe e si può andare a orecchio;
● quando la i è invece senza accento (atona) bisogna vedere se le desinenze –cia e –gia sono precedute da vocale o da consonante; se prima c’è la vocale il plurale mantiene la i: –cie e –gie (dunque: ciliegie e non “ciliege”, valigie e non “valige”, e camicie non “camice”, il camice è quello del medico);
● se invece le terminazioni in –cia e –gia sono precedute da consonante, il plurale è –ce e –ge. Quindi: arancia diventa arance e non “arancie”, e allo stesso modo si dice lance e non “lancie”, gocce e non “goccie” e così via.

Tuttavia, poiché questi errori sono così diffusi che sono entrati nell’uso, anche se le forme più corrette ed eleganti rimangono queste, nel caso di “valige” e “ciliege” ormai i dizionari (e persino i correttori ortografici) li accettano come tollerabili, così come nel caso di “provincie” al posto del più corretto province.

Ma quando si scrive e si vuole mantenere un registro colto ed elevato è di gran lunga preferibile e consigliabile usare le forme classiche!

Nomi con doppio plurale e doppio significato

■ Quali sono i nomi con due plurali che hanno un diverso significato? ■ Che differenza c’è tra bracci/braccia? ■ Che differenza c’è tra budelli e budella  ■ Che differenza c’è tra  cervelli e cervella? ■ Che differenza c’è tra cigli e ciglia? ■ Che differenza c’è tra corni e corna?  ■ Che differenza c’è tra diti e dita? ■ Che differenza c’è tra fili e fila? ■ Che differenza c’è tra fondamenti e fondamenta? ■ Che differenza c’è tra frutti e frutta? ■ Che differenza c’è tra gesti e gesta? ■ Che differenza c’è tra legni e legna? ■ Che differenza c’è tra lenzuoli e lenzuola?  ■ Che differenza c’è tra membri e membra ■ muri/mura ■ Che differenza c’è tra ossi e ossa?

Tra i nomi sovrabbondanti non ci sono solo quelli che presentano ridondanze dallo stesso significato (presepe e presepio, puzza e puzzo), ci sono anche quelli che possiedono due plurali diversi, che molto spesso hanno però diversi significati.

Per esempio i gesti sono quelli che facciamo con le mani nella comunicazione, ma le gesta sono le imprese degli eroi; altre volte un plurale ha un valore collettivo e uno ha un valore individuale: gli ossi designano i singoli ossi considerati separatamente (due ossi della mano) o quelli degli animali (ossi di seppia), mentre le ossa indicano l’insieme, l’ossatura o lo scheletro (le ossa della mano = tutte), le lenzuola indicano il completo, e i singoli lenzuoli spaiati sono al maschile.

Di seguito un elenco dei più diffusi sostantivi che presentano due plurali dal significato differenziato:

● i bracci (del carcere, di una bilancia, di una croce o di una tenaglia) e le braccia (del corpo umano);
● i budelli (cunicoli lunghi e stretti) e le budella (intestini);
● i cervelli (persone intelligenti, “la fuga dei cervelli”) e le cervella (la materia cerebrale per esempio degli animali);
● i cigli (della strada) e le ciglia (degli occhi);
● i corni (strumenti musicali) e le corna (del toro);
● i diti (singolarmente: i diti indici) e le dita (nel loro insieme: della mano);
● i fili (d’erba) e le fila (tirare le fila, con valore collettivo);
● i fondamenti (del sapere) e le fondamenta (della casa);
● i frutti (singoli: i frutti del pero) e la frutta (inteso come nome collettivo);
● i gesti (che si fanno nel gesticolare) e le gesta (di un eroe);
● i legni (i pezzi di legno) e la legna (nome collettivo);
● i lenzuoli (singolarmente) e le lenzuola (il paio completo);
● i membri (del governo) e le membra (del corpo);
● i muri (di casa) e le mura (della città);
● gli ossi (singoli o degli animali, per esempio di seppia) e le ossa (nel loro insieme).

“Ho potuto” o “sono potuto” andare? Gli ausiliari nelle locuzioni verbali

■ Si dice ho potuto andare o sono potuto andare? ■ Quale ausiliare si usa con i verbi servili? ■ Come si associano gli ausiliari ai verbi fraseologici? ■ Come si usano gli ausiliari nelle locuzioni verbali?

Davanti a una locuzione formata per esempio da verbi servili, come poter andare, quale ausiliare si deve usare nei tempi composti? Si dice “ho potuto andare” o “sono potuto andare”?

Più precisamente, potere regge l’ausiliario avere (ho potuto) e andare l’ausiliario essere (sono andato), ma allora quali dei due prevale quando questi due verbi si uniscono in una locuzione?

Sono potuto andare è preferibile rispetto a ho potuto andare (anche se circolano entrambe le soluzioni).
Di solito è più corretto utilizzare l’ausiliario del verbo principale e non quello del servile che lo accompagna. Dunque, poiché si dice ho parlato e sono uscito, è bene dire anche ho potuto parlare e sono dovuto uscire.

Questa regola generale, però, non è sempre vera.

Per esempio, quando i verbi servili sono seguiti dal verbo essere all’infinito o da un infinito al passivo, vogliono l’ausiliario avere: quindi è corretto dire ho voluto essere furbo (e non sono voluto) e avrei potuto essere lodato.

Inoltre, i verbi come sapere, preferire, desiderare e osare mantengono sempre avere: ho saputo correre (e non sono saputo), ho preferito andare ecc.

Le coniugazioni dei verbi sono 3 oppure 4

■ Le coniugazioni dei verbi sono 3? ■ Si possono dividere i verbi in 4 coniugazioni? ■ Che differenza c’è nel classificare i verbi in 3 oppure 4 coniugazioni?

Tradizionalmente i verbi (a parte gli ausiliari essere e avere) si dividono in tre coniugazioni a seconda della desinenza dell’infinito: la prima coniugazione comprende i verbi che terminano in -are (amare), la seconda in -ere (temere), e la terza in –ire (servire) e possono essere regolari (come i paradigmi di questi tre) o presentare delle irregolarità.

Ma va detto che questo è solo un modo di classificarli, e non è il solo.

Un altro criterio può essere quello di dividerli in quattro tipologie: quelli che terminano in -are (es. amare), quelli in -ere (temere), quelli in ire (servire) e quelli che terminano in altro modo, per esempio trarre, comporre, tradurre

A seconda del criterio impiegato si può dire per esempio che dire e fare, che derivano dal latino dicere e facere, appartengono alla seconda coniugazione, come porre, tradurre e simili. Oppure si può dire che questi ultimi si raggruppano a parte, e che fare appartiene alla prima coniugazione (finisce in –are) e si comporta irregolarmente, esattamente come dire che viene classificato nella terza (in –ire).

Insomma: le coniugazioni (che siano 3 o 4) non esistono nella realtà, sono solo degli schemi pratici per classificare e inquadrare le flessioni dei verbi. Alcuni sono regolari: mantengono sempre la stessa radice e le desinenze che si applicano sono sempre le stesse; ma molto spesso sono irregolari, seguono degli schemi diversi, cambiano la radice (and-are vad-o), la vocale tematica (d-a-re diventa d-e-sse al congiuntivo) o assumono desinenze non applicabili al modo in cui terminano.

Per semplicità, tratteremo i verbi a seconda delle desinenze dividendoli in quattro categorie, ma la cosa importante non è quella di etichettarli, ma di saperli coniugare correttamente anche quando si comportano irregolarmente.

L’urlo ci ha spaventato o ci ha spaventati? Come concordare il participio passato

■ Perché si dice “mi hai portato la cartella”, ma “me l’hai portata (femminile), la cartella”? ■ Meglio dire l’urlo ci ha spaventato o ci ha spaventati? ■ Perché si dice la gatta è andata (femminile) ma la gatta ha mangiato? ■ Quali sono esempi di frasi con il participio passato concordato con il nome di riferimento?

Di solito, quando il participio passato è usato come attributo (aggettivo) o predicato (verbo) con l’ausiliario essere concorda con il nome a cui si riferisce per genere e numero (è andata, siamo andati); rimane invece invariato in presenza di avere (ho mangiato, abbiamo mangiato).

Ma non è sempre così, e in alcuni contesti questa tendenza non viene necessariamente rispettata.

Bisogna fare attenzione quando ci sono alcune particelle pronominali e anche al costrutto della frase (la posizione del participio può cambiare le cose).

Per esempio diciamo:

mi hai consegnato la cartella? (senza concordanza di genere)
ma davanti alla particella me si usa dire:
me l’hai portata la cartella? (concordato al femminile).

Inoltre, il participio si concorda con il complemento oggetto quando precede il verbo, per cui diciamo:

hai comprato le caramelle? (il participio è prima del complemento oggetto e non si concorda)
certo, le ho comprate e le ho mangiate! (il participio è dopo il complemento oggetto e si concorda)

In altri casi, quando il participio si può concordare logicamente sia con il soggetto sia con l’oggetto, si può dire in due modi:

l’urlo ci ha spaventati (concordato con l’oggetto = noi)
ma anche:
l’urlo ci ha spaventato (concordato con il soggetto = l’urlo), anche se questa seconda forma è meno usata.

In sintesi, per le concordanze del participio non esistono delle regole rigide, e la questione si può riassumere con un prospetto che però non va inteso come una serie di regole da imparare a memoria (sarebbe complicato), ma come una serie di esempi e di paradigmi che servono poi per andare a orecchio e a istinto.

Il participio passato non si accorda con il soggetto ma rimane invariato (al maschile singolare):
 
● con i verbi transitivi nella forma attiva: la gatta (o il gatto) ha mangiato; le gatte (o i gatti) hanno mangiato;
● con i verbi transitivi se l’ausiliare è avere: la gatta (o il gatto) ha dormito; le gatte (o i gatti) hanno dormito.

Si accorda con il soggetto:

● con i verbi intransitivi se l’ausiliario è essere: il cane è arrivato; la gatta è arrivata; i cani sono arrivati; le gatte sono arrivate;
● con i verbi riflessivi: il gatto si è lavato; la gatta si è lavata; i gatti si sono lavati; le gatte si sono lavate;
● con i verbi al passivo: il gatto è pettinato; la gatta è pettinata; i gatti sono pettinati; le gatte sono pettinate.

Non si accorda con l’oggetto e rimane di solito invariato:

● quando c’è un complemento oggetto, se il participio precede il verbo: ho letto un libro/i libri/una rivista/le riviste;
● se il participio segue il verbo con il pronome relativo: il giornale/i giornali/la rivista/le riviste che ho letto (ma in questo caso si può dire anche le riviste che ho lette, la rivista che ho letta e i giornali che ho letti, anche se non è molto in uso).

Si accorda con l’oggetto:

● quando il complemento oggetto precede il verbo: quel gatto l’ho visto ieri; quei gatti li ho visti ieri; quelle gatte le ho viste ieri; quella gatta l’ho vista ieri;
● in presenza di alcune particelle pronominali (mi, ti, ci, si, vi, ma anche lo, la, li, le): l’urlo mi ha spaventato (dice Marco), l’urlo mi ha spaventata (dice Laura); l’urlo ci ha spaventate (dicono Laura e Silvia); l’urlo ci ha spaventati (dicono Marco e Claudio); ma in questo caso tutti possono anche dire senza sbagliare: “Ci ha spaventato”.

Voglio che sia ma vorrei che fosse

■ Perché si dice “voglio che sia” ma “vorrei che fosse”? ■ Si può dire “desidererei che sia”? ■ Meglio dire “mi piacerebbe che sia” o “mi piacerebbe che fosse”?


Quando si usa il congiuntivo, per esprimere la contemporaneità nel presente con la principale si usa di solito il congiuntivo presente, per esempio:

immagino che tu sappia
voglio che sia.

Ma quando nella principale c’è un condizionale (e non un indicativo) di un verbo di volontà o desiderio, per esprimere la contemporaneità nel presente non si usa il congiuntivo presente, ma il congiuntivo imperfetto.

Dunque si dice:

vorrei che tu fossi

e non:

vorrei che tu sia.

Riassumendo: si dice voglio che sia, ma vorrei che fosse, come cantava Mina.

Congiuntivo o indicativo? Attenzione alle negazioni

■ Perché si dice “so che è” ma “non so se sia””? ■ Perché si dice “sono sicuro che è” ma “non sono sicuro che sia”? ■ Meglio dire “non ti ho raccontato perché ha fatto tardi” o “non ti ho raccontato perché abbia fatto tardi”?

L’indicativo si usa per esprimere certezze e il congiuntivo è invece più adatto per esprimere il mondo della possibilità, dunque davanti a verbi come dire, affermare, constatare, dichiarare, vedere, sentire, accorgersi, scoprire, spiegareseguiti da che si usa sempre l’indicativo:

ho visto e sentito che Marco ha fatto un tuffo
ti ho detto che ho preso il tram
si è accorto che era in ritardo…

Tuttavia, in alcuni casi, si può usare il congiuntivo in presenza di una negazione che cambia le cose, per esempio:

so che ha (e mai abbia) un vestito nuovo

al negativo si può esprimere preferibilmente con:

non so se abbia un vestito nuovo
(è più corretto ed elegante di non so se ha un vestito nuovo).

In questo costrutto il che si trasforma in se, e il verbo sapere, al negativo, perde la sua oggettività e si trasforma in un verbo che esprime un’incertezza. Lo stesso vale per un’espressione come:

                                            sono sicuro che ti sei sbagliato

che al negativo si può rendere meglio con:

                                            non sono sicuro che ti sia sbagliato.

Ciò non vale solo per le frasi introdotte da che, ma anche da altre congiunzioni, per esempio:

ti ho raccontato perché ho deciso di non andare al lavoro
non ti ho raccontato perché avessi deciso/ho deciso di non andare al lavoro.


La scelta del congiuntivo in questi casi non è obbligatoria, ma più elegante.


Questo articolo è tratto da:
Antonio Zoppetti,
Sos congiuntivo for dummies,
Hoepli, Milano 2016.

“Penso che è” o “penso che sia”? (Dubbi sul congiuntivo)

■ Si dice “penso che è” o “penso che sia”? ■ Quando si usa il congiuntivo e quando l’indicativo? ■ Perché si dice “ho notato che è” ma “dubito che sia? ■ Perché si dice “sono partito dopo che è arrivato” ma “sono partito prima che arrivasse? ■ Perché si dice “mi tira la palla perché sono vicino” ma “mi tira la palla perché io faccia canestro?

Si dice penso che sia (congiuntivo) o penso che è (indicativo)?

Si può dire in tutti e due i modi. E poiché il congiuntivo è soprattutto il modo verbale indicato per l’incertezza, la possibilità e l’impossibilità, la prima frase esprime un dubbio (lascia intendere che potrei sbagliarmi e che potrebbe non essere così), mentre la seconda è perentoria e lascia intendere che è di scuro così come penso (penso = è vero, è senza dubbio così).

Per fugare un po’ di dubbi e incertezze su quando usare il congiuntivo e quando usare l’indicativo si possono prendere in considerazione le seguenti frasi:

ho notato → che sei furbodubito → che tu sia furbo
mangia → quando ha famemangia → prima che passi la fame
mi tira la palla → perché vuole giocaremi tira → la palla perché io faccia gol

Anche se la struttura di queste frasi è molto simile, negli esempi a sinistra le frasi dipendenti dalla principale (quelle dopo la freccia) sono espresse obbligatoriamente con il modo indicativo, negli altri tre di destra è invece obbligatorio l’uso del congiuntivo.

La scelta del modo corretto a seconda dei casi, semplificando, dipende da almeno tre fattori:

dal tipo di verbo della reggente che può esprimere oggettività o certezza (indicativo), oppure dubbio, possibilità o convinzione soggettiva (congiuntivo);
dal tipo di frase dipendente (causale, temporale, finale…);
dalle congiunzioni che legano la dipendente con la principale (quando, perché…).

Poiché l’indicativo è il modo della certezza e dell’oggettività, e il congiuntivo della possibilità, dell’impossibilità e della soggettività (volontà, desiderio, sentimenti personali), si dice:

ho notato che sei bravo, ma dubito che tu sia bravo.

Anche il tipo di frase dipendente aiuta a capire quale modo usare, e le frasi temporali (quelle che rispondono alla domanda: “Quando?”) di solito vogliono l’indicativo (parti quando sei pronto) a meno che non siano introdotte dall’espressione “prima che” che vuole obbligatoriamente il congiuntivo: parto (quando?) prima che sia tardi (dunque: “Sono partito dopo che è arrivato” ma “sono partito prima che arrivasse).

Nell’ultimo esempio del nostro elenco, infine, la scelta di indicativo o congiuntivo dipende dal significato di perché: nel primo caso esprime una causa e introduce una frase dipendente causale (mi tira la palla → perché vuole giocare) che vuole l’indicativo; nel secondo caso è sostituibile da affinché (= allo scopo di, al fine di) ed esprime una dipendente finale che vuole il congiuntivo: mi tira la palla → perché (= affinché) io faccia canestro.


Questo articolo è tratto da:
Antonio Zoppetti,
Sos congiuntivo for dummies,
Hoepli, Milano 2016.

Condizionale: si può dire “se sarebbe”?

■ È vero che non si può MAI dire “se sarebbe”? ■ Nelle ipotesi si può dire “se sarebbe”? ■ Nelle interrogative indirette (mi domando se…) si può dire “se sarebbe”? ■ Nelle frasi concessive introdotte da “anche se…” si può dire “se sarebbe”?

Nelle ipotesi, cioè nei periodi ipotetici, non si può mai e poi mai usare il se + condizionale (se sarebbe), è uno degli errori più diffusi da evitare. Si dice:


                se fosse vero (e mai se sarebbe vero) sarebbe bello;
               se potessi (e mai se potrei) lo farei;
               se venisse (e mai se verrebbe) vedrebbe con i suoi occhi.

In questi casi il condizionale si usa nella principale (sarebbe bello), mentre l’ipotesi si formula sempre con se + congiuntivo.

Tuttavia, fuori dai periodi ipotetici e dalle ipotesi, se seguito dal condizionale è corretto nelle frasi concessive perlopiù davanti all’espressione “anche se”, per esempio:

                anche se sarebbe giusto fare una pausa, continuiamo!
                anche se potrebbe funzionare, meglio non perderci tempo.
                anche se avrebbe potuto evitare quell’errore, non ci ha pensato…
               

Si può usare anche nelle interrogative indirette:

                mi chiedo se sarebbe giusto…
                non so se potrebbe andare bene…
                mi domando se sarebbe opportuno…

Questi casi non rappresentano delle ipotesi!


Questo articolo è tratto da:
Antonio Zoppetti,
Sos congiuntivo for dummies,
Hoepli, Milano 2016.

Congiuntivo: come evitare la “sindrome di Fantozzi”

■ Da dove nascono gli errori “fantozziani” sul congiuntivo che spingono a dire “facci” o “batti” al posto di “faccia” e “batta”? ■ Qual è la vocale tematica che prendono i verbi regolari in -are al congiuntivo? ■ Qual è la vocale tematica che prendono i verbi irregolari andare, dare, fare e stare al congiuntivo? ■ Qual è la vocale tematica che prendono i verbi regolari in -ere e -ire al congiuntivo? ■ Qual è la vocale tematica che prendono i verbi regolari in -are ■ Al congiuntivo imperfetto i verbi dare e stare mantengono la stessa radice in A o la cambiano in E? ■ Al congiuntivo i dice “stassi” e “dassi” o “stessi” e “dessi”?

“Ma mi facci il piacere” diceva Totò al posto di “faccia”, ironizzando su uno degli errori più diffusi in fatto di congiuntivo. Anche il personaggio di Fantozzi incarna la caricatura dell’uomo medio che sbaglia sistematicamente tutti i congiuntivi (“venghi” invece di venga) e una delle scenette più celebri è quella della partita a tennis nella nebbia con il ragionier Filini, il cui dialogo suona pressappoco così:

                          – Batti!
                          – Ma… mi dà del tu?
                          – No, batti lei!
                          – Ah, congiuntivo!

Questi congiuntivi maccheronici ed errati dipendono dall’andare a orecchio nel modo sbagliato. Ma chi soffre della “sindrome di Fantozzi”, un caso diffuso di “congiuntivite”, la può correggere in modo semplice.

Da dove nascono questi errori? Dal semplice fatto di non ricordare 4 semplici eccezioni.

Il congiuntivo presente dei verbi regolari in –are si forma con la vocale tematica “i” (mangiareche io mang-i), mentre verbi in ere e in –ire prendono la vocale tematica “a” (temere → che io tem-a e non temi e servire → che io serv-a e non servi.

Fantozzi, invece, coniuga tutti i verbi al congiuntivo in modo sistematico solo con la vocale –i, sul modello di lodare (che io lod-i).

In particolare, i verbi andare, dare, fare e stare, anche se terminano in –are, non sono regolari, e si comportano come se fossero verbi in –ere/ire, cioè sono eccezioni che vogliono la vocale tematica –a (e mai la –i!).

Dunque si dice:

                          vada e vadano (e non vadi e vadino)
                          dia e diano (e non dii e diino)
                          faccia e facciano (e non facci e faccino)
                          stia e stiano (e non stii e stiino).

Inoltre, passando dal congiuntivo presente al congiuntivo imperfetto, dare e stare cambiano la vocale tematica (dalla a passano alla e), e si trasformano in

dessi e dessero (e non dassi e dassero)
                          stessi e stessero (e non stassi e stassero).

Basta ricordarsi queste poche regole, e il rischio di fare figure “fantozziane” è scongiurato.


Questo articolo è tratto da:
Antonio Zoppetti,
Sos congiuntivo for dummies,
Hoepli, Milano 2016.

Le regole per combinare le lettere nella formazione delle parole

■ Quando si scrive “ce” di cento e quando “cie” di cielo? ■ Quali sono le parole che si scrivono con la i come cielo? ■ Quali sono le parole che si scrivono senza i, come celeste? ■ Quando si usa “qu” di quaderno, e quando “cq” di acqua? ■ Quando si usa “cu” di cuore e quando “qu” di quadro? ■ Quali sono le parole che non vogliono la q, come taccuino? ■ Perché si scrive iniquo con la Q, ma proficuo con la C? ■ Quando si scrive con il GL (come aglio) e quando senza (come olio)? ■ Quali sono le parole che si scrivono senza il GL come cavaliere? ■ Quali sono le parole che si scrivono con il GL come aglio? ■ Perché glicemia non si pronuncia come aglio? ■ Davanti a B e P la N si trasforma sempre in M? ■ Perché si dice Giampiero con la M ma benpensante con la N? ■ Il GN non è mai seguito dalla i? ■ Si dice sognamo o sogniamo con la “i”? ■ Perché se dopo il GN non si usa la “i” si dice compagnia? ■ Quando si usa il GN di gnomo e quando non si usa come in niente e in genio? ■ Le parole con -ZIA, -ZIO E -ZIE come grazie si possono a volte scrivere con la doppia Z? ■ Perché si dice giustiziere con una sola Z ma corazziere con due Z? ■ Perché “sopra” + “tutto” diventa “soprattutto” con la doppia T? ■ Perché coscienza si scrive con la “i” e conoscenza senza? ■ Quali sono le parole come scienza che vogliono la “i”? ■ Quali sono le parole come conoscenza che si scrivono senza la i? ■ Il suono “sce” di scendere è diverso dal suono “scie” di scienza? ■ Quali sono le forme del verbo avere che richiedono l’H come “hanno”? ■ Quando si usa la H in italiano?

Le lettere dell’alfabeto si combinano tra loro nel formare le sillabe, e dunque le parole, seguendo alcune regole che possono fugare molti dubbi ortografici che spesso attanagliano tutti: perché si scrive coscienza ma conoscenza? Perché si scrive cielo ma celeste? E la q? Come ci si può destreggiare tra acqua, scuola e soqquadro? Quando usare il gl (aglio) e quando no (olio)? E perché si scrive niente ma gnomo?

Di seguito alcune indicazioni, esempi ed eccezioni che dovrebbero risolvere i dubbi grammaticali più frequenti.

 “Ce” di cento o “cie” di cielo?

La maggior parte delle parole con il suono ce non presenta problemi: si scrivono senza la i: cento, cera, cerotto e cetriolo.

Tuttavia ci sono alcuni vocaboli che invece richiedono la i (anche se nella pronuncia non si sente), tra queste è bene ricordare le seguenti eccezioni:

cielo e cieco, che però nei derivati perdono però la i: celeste e cecità;
pasticciere (ma si è diffuso anche pasticcere), anche se pasticceria si scrive senza la i:
crociera, che non deriva da croce, e si scrive diversamente da crocefiggere, crocevia… che come il sostantivo che li ha generati non vogliono la i;
società, superficie e specie;
sufficiente e derivati (insufficienza…), efficienza e derivati (inefficienza…).

Anche il suono ge presenta qualche eccezione che prevede la i, per esempio igiene e derivati (igienico, igienista, igienizzante).

Bisogna poi fare attenzione ai plurali dei nomi che terminano in –cia e –gia che al plurale mantengono la i quando sono preceduti da vocale (ciliegiaciliegie, valigiavalige), mentre la perdono quando sono preceduti da una consonante (provinciaprovince, aranciaarance).

Per saperne di più → “I plurali dei nomi che terminano in -co e -go).

“Qu” di quaderno, “cq” di acqua o “cu” di cuore?

Il suono cu si scrive quasi sempre con “qu” (quaderno, quarzo, questione, quiete, quiz), sempre seguito da vocale, anche se tra le eccezioni (la differenza nella pronuncia è impercettibile) ci sono:

arcuato (da arco), acuire, innocuo, circuire, circuito, cospicuo, cui, cuocere, cuoio, cuoco, cuore, proficuo, promiscuo, percuotere, riscuotere, scuola, scuotere, taccuino e vacuo.

La ragione di queste differenze sta nell’etimo di ogni parola, dunque si scrive iniquo (perché deriva da non equo), ma proficuo (da proficuus cioè che dà profitto).

Quando il suono è rafforzato si usa il “cq” (acqua, acquisto) tranne in soqquadro, l’unica parola della nostra lingua con la doppia q.

Il gl o no? Aglio, olio e glicemia

Nel caso del trigramma gli + vocale (aglio, coniglio, taglio, voglio…) in certi casi è sostituito da li + vocale, ma la pronuncia è un po’ diversa e aiuta a scrivere correttamente parole come olio, cavaliere, concilio, milione o esilio.

Anche se le parole con gli si pronunciano quasi sempre dolci, questi dubbi svaniscono nei pochi casi in cui la pronuncia è dura, per esempio glicemia, glicerina, glicine o glicemico che derivano dal greco glykeròs che significa “dolce” (da cui glucosio). Lo stesso avviene nel caso di glissare, cioè sorvolare (dal francese glisser), o nei derivati di glisso- (incidere) tra cui glittica (tecnica di incisione) o glittografia.

N + B e P = imb e imp (ma non vale per i benpensanti)

Un’altra delle regole alla base della formazione delle parole vuole che la n, davanti alle lettere b e p, si trasformi in m per ragioni eufoniche, per cui in + possibile diventa impossibile, e Gian Piero e Gian Paolo, se diventano un nome solo, si trasformano in Giampiero e Giampaolo (di solito).

Tuttavia il cane sanbernardo, il sanpietrino (ma anche sampietrino), il panpepato e il benpensante mantengono la n, perché sono percepiti come termini staccati, mentre parole straniere acquisite come input o bonbon non seguono certo le regole della nostra lingua.

Il gn non vuole mai la i (a meno che non sogniamo in compagnia e che non ci sia niente da fare)

Tra le regole della formazione dei gruppi consonantici c’è quella del gn che non va mai seguito dalla i (gnocco, gnomo…) tranne per i verbi in -gnare che, coniugati, possono avere forme come sogniamo (dove la i fa parte della desinenza verbale: sogn-iamo è come am-iamo, e omettere la i non è elegante, anche se è diffuso) o in parole come compagnia (dove per fortuna l’accento che cade sulla i non lascia dubbi) che è una cosa diversa da compagna.

Ma anche se la maggior parte delle parole segue la regola del gn, altre volte, invece, la g non è presente (la pronuncia è un po’ diversa, ma bisogna avere orecchio), per cui bisogna fare attenzione a non scrivere con il gn parole come niente, genio o scrutinio!

I raddoppiamenti: dire che zio e zia non vogliono mai la doppia z, sarebbe una pazzia

Un’altra regola che si ripete spesso in modo impreciso è che zio, –zia e –zie non vogliono mai la doppia z, dunque si scrive razione, reazione, iniziazione, inezia, grazie… Ciò è vero il più delle volte, però c’è qualche eccezione, come pazzia e razzia, e se giustiziere si scrive con una sola z, ciò non vale per corazziere, tappezziere e carrozziere (costruiti sulla doppia z di corazza, tappezzeria e carrozza). Meglio riformulare la regola specificando che solo davanti alle parole in ione la z – e anche la g – non si raddoppiano mai (ragione, nazione), esattamente come davanti alle parole in ile la b non si raddoppia mai (abile, mobile).

Viceversa, in molti altri casi il raddoppiamento di consonante nelle parole composte diventa una regola (per ragioni eufoniche) per cui sopra + tutto diventa soprattutto (sempre con quattro t in totale), + su (o giù) diventa lassù (o laggiù) o da + capo diventa daccapo.

La scienza e la conoscenza

Un altro dubbio grammaticale frequente riguarda l’ortografia di sc quando è pronunciato dolce, che talvolta è seguito dalla i e altre volte dalla e. Si scrive quasi sempre senza la i: sce (scendere, scemo, cosce), tranne in parole come

usciere;
scie (plurale di scia);
coscienza e derivati (incoscienza);
scienza e tutti i derivati: fantascienza, scientifico… (mentre conoscenza si scrive senza i perché deriva da conoscere e non da scienza).

Attenzione alla H

Un’ultima precisazione riguarda l’uso della lettera h; bisogna ricordare che serve per rafforzare quattro forme del verbo avere:

ho, hai, ha e hanno (nel caso di essere per il rafforzamento si usa l’accento: è).

L’h, inoltre, si usa anche in alcune interiezioni come ahimè! oh! ahi!… oltre che per rendere duro il suono di c e g (chiesa, ghette) e in alcune parole straniere (hotel, hall, humus…).

Dubbi di pronuncia

■ Si dice appèndice o appendìce? ■ Si dice amàca o àmaca? ■ Si dice pùdico o pudìco? ■ Si dice ìinfido o infìdo? ■ Si dice mòllica o mollìca? ■ Si dice utènsileo utensìle? ■ Si dice èdile o edìle? ■ Si dice Sàlgari o Salgàri? ■ Si dice facòcero o facocéro? ■ Si dice io vàluto o valùto? ■ Si dice sàlubre o salùbre? ■ Si dice cùculo o cucùlo? ■ Si dice persuadére o presuàdere? ■ Si dice tèrmite o termìte? ■ Si dice cosmopolìta o cosmopòlita?

Ci sono molte parole che presentano frequentemente dubbi di pronuncia, e spesso vengono dette usando un accento tonico errato.

Di seguito un elenco di quelle più “spinose” che bisognerebbe conoscere, anche se per alcune i dizionari ormai riportano anche la pronuncia meno corretta proprio perché viene travisata così di frequente che tende a diventare quasi la norma.

amàca (non àmaca);
appendìce (non appèndice);
bocciòlo (non bòcciolo);
codardìa (non codàrdia);
cosmopolìta (non cosmopòlita);
cucùlo (non cùculo);
edìle (non èdile);
facocèro (e non facòcero);
gòmena (non gomèna);
guaìna (non guàina);
gratùito (non gratuìto);
infìdo (non ìnfido);
incàvo (non ìncavo sul modello di còncavo);
ìnternet (non internèt);
isòtopo (non isotòpo);
leccornìa (non leccornia);
libìdo (non lìbido);
mollìca (non mòllica);
ossìmoro, ma anche ossimòro;
persuadére (non persuàdere);
pudìco (non pùdico);
robòt (o ròbot, ma non robò alla francese: è un termine diffuso da un romanzo dello scrittore ceco K. Capek, 1890-1938);
rubrìca (non rùbrica);
salùbre (non sàlubre);
Salgàri (e non Emilio Sàlgari);
scandinàvo (meglio di scandìnavo, accettabile, ma meno corretto);
scòrbuto ma anche scorbùto;
seròtino (non serotìno);
sìlice (non silìce sul calco di silìcio);
tèrmite (più corretto di termìte);
ùpupa (non upùpa);
utensìle, meglio di utènsile anche se varia a seconda del contesto: se usato come aggettivo è accettabile utènsile (una macchina utensile); se è sostantivo si pronuncia utensìle (l’utensile del calzolaio);
● (io) valùto, (tu) valùti, (egli) valùta (più corretto e preferibile e alla forma vàluto, che però è ormai accettata ed entrata in uso);
zaffìro (è più diffuso e preferibile a zàffiro, con la pronuncia alla greca).

Vedi anche
→ “Quando l’accento cambia il significato
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z

L’accento: differenze tra parlare e scrivere

■ Gli accenti grafici coincidono con quelli tonici? ■ Si può pronunciare una parola diversamente da come indicato nel dizionario? ■ Come si fa a sapere come pronunciare e scrivere correttamente gli accenti?

La “A“, la “I” e la “U” in italiano hanno una sola pronuncia possibile.

La “E” e la “O” hanno invece ognuna due diverse pronunce possibili, aperta (è e ò) e chiusa (é e ó).

E allora come si fa, di volta in volta, a sapere quale utilizzare sia nello scrivere sia nel parlare?

Quando scriviamo l’unico problema si pone per la lettera “E” a fine parola, e infatti sulle tastiere sono presenti due caratteri distinti (è/é). Per esempio, caffè si scrive e pronuncia con la e aperta (accento grave), mentre perché si pronuncia con la e chiusa (accento acuto). In questi casi la pronuncia è indicata dall’accento grafico che coincide con l’accento tonico, dunque le cose sono più facili. Se non si sa come scrivere e pronunciare correttamente queste parole si può consultare un dizionario, anche se esistono delle indicazioni che aiutano a orientarsi (vedi → “La dizione corretta di e, o, s e z“). L’ortografia delle altre parole accentate sull’ultima sillaba (tronche), in italiano non presenta problemi, si scrivono tutte con un solo accento (e sulle tastiere ci sono solo le lettere con l’accento grave, bsta usare quello): maestà, colibrì, cucù e anche però. Dunque la “O” accentata a fine parola si scrive e pronuncia sempre aperta (accento grave).

Quando parliamo le cose sono più complicate, perché gli accenti si pronunciano ma non si scrivono e anche la “O” (come la “E“) all’interno di parola può essere detta in due modi. Ancora una volta in caso di dubbi si può consultare un dizionario, che riporta anche la pronuncia corretta di ogni parola nell’italiano “nazionale”, e seguire alcune regole e indicazioni che possono aiutare.

Bisogna però precisare che se, nello scrivere, gli accenti grafici a fine parola sono obbligatori e non si può scrivere “perché” con l’accento grave (perchè), quando parliamo, in generale, non è richiesta una dizione come indicata nel vocabolario, e tranne nel caso di attori o annunciatori che seguono la dizione sovraregionale ognuno usa la propria parlata e inflessione regionale, che non è “errata”, fa parte dell’italiano vivo che caratterizza il modo di parlare di ciascuno. Un toscano dirà istintivamente “perché”, e un lombardo “perchè”, ma questo distaccamento non è un “errore”, fa parte della lingua viva. L’italiano standard è un’astrazione che vive solo in tv, a teatro o al cinema, e spesso anche in questi contesti si trovano le varietà che contraddistinguono l’italiano “reale”.

Tuttavia, è bene sapere che una dizione corretta può cambiare il significato delle parole, e per esempio le domande da pórci (con la o chiusa, da porgere) non sono la stessa cosa delle domande da pòrci (con la o aperta), cioè da maiali.

Vedi anche
→ “Quando l’accento cambia il significato
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z
→ “Dubbi di pronuncia