Piuttosto che = anziché (e non “oppure”)

■ Si può dire “vado indifferentemente al mare piuttosto che in montagna”? ■ Qual è il significato di “piuttosto che”? ■ “Piuttosto che” è equivalente a “oppure”? ■ “Piuttosto che” significa “anziché” o “oppure”? ■ “Piuttosto che” ha un valore avversativo o disgiuntivo?

L’avverbio piuttosto, associato al che, diventa una congiunzione (una locuzione congiuntiva) che introduce una comparazione con il valore di anziché, invece di, al posto di, e ha quindi un significato avversativo: “Piuttosto che mangiare la minestra, salto dalla finestra!”

Nel nuovo Millennio si è invece diffuso un uso improprio di questa espressione che non ha precedenti storici nella nostra lingua e non ha una motivazione: piuttosto che viene utilizzato come una congiunzione disgiuntiva (invece che avversativa) con il significato di oppure, o. Dunque si sentono sempre più spesso frasi come: “In vacanza pensavo di andare al mare, piuttosto che in montagna, piuttosto che in qualche città d’arte…”.

Questo uso non è solo scorretto, è anche ambiguo, e un’espressione come: “Mario pensa di andare a letto piuttosto che guardare la tv”, per esempio, non significa che Mario fa una delle due cose indifferentemente (= oppure), bensì che non intende guardare la tv, e pur di non guardarla (= anziché, invece di) preferisce andare a dormire.

L’abuso di piuttosto che arriva dalle parlate regionali settentrionali e si è diffuso a macchia d’olio attraverso i mezzi di informazione soprattutto audiovisivi per poi finire sempre più spesso anche nella lingua scritta a partire dalla fine degli anni Novanta. È ormai così frequente e “inarginabile” che i dizionari lo hanno registrato e ne riportano gli esempi specificando che è un uso improprio.

Andrebbe perciò evitato, soprattutto nello scrivere, anche se c’è chi lo considera un’evoluzione moderna che non è più condannabile, visto che l’uso fa la lingua.

Plurali anomali

■ Quali sono le parole che al plurale cambiano genere come uovo e uova? ■ Che differenza c’è tra  orecchi e orecchie? ■ Quali sono le parole che hanno un plurale sia al maschile sia al femminile come ginocchi e ginocchia? ■ Quali sono le parole che al plurale cambiano radice come uomo e uomini? ■ Il plurale di calcagno è calcagni o calcagna? ■ Il plurale di tempio è tempi o templi? ■ Qual è il plurale di “belga”? ■ Che differenza c’è tra i gridi e le grida?

Tra i plurali anomali e irregolari, ci sono parole sovrabbondanti che presentano due forme per il plurale e, talvolta possiedono un diverso significato e talvolta no.

Tra questi ultimi ci sono per esempio nomi dal plurale sia maschile sia femminile, come i ginocchi o le ginocchia; gli orecchi e le orecchie (ma quelle che si fanno alle pagine dei libri sono solo al femminile), i gridi (per lo più solo degli animali) e le grida.
In alcuni casi i plurali al femminile vivono solo in alcune frasi fatte, per esempio i calcagni è affiancato da un doppio plurale solo nell’espressione “stare alle calcagna”; i reni e “spezzare le reni”; i cuoi e “tirare le cuoia”.

Ci sono poi plurali che cambiano genere e passano dal maschile al femminile, come un uovo e le uova, il riso (nel senso delle risate) e le risa, il paio e le paia, e poi  alcune unità di misura come il miglio e le miglia, il migliaio e le migliaia, il centinaio e le centinaia, mentre mille nei composti si trasforma in –mila (duemila). Il carcere ha due plurali di diverso genere: i carceri e le carceri. Passa invece dal femminile al maschile la eco che diventa gli echi.

Tra i plurali irregolari femminili c’è ala che diventa le ali, invece di seguire le regole della prima declinazione.

Altri plurali cambiano la radice e così uomo diventa uomini (anche nei composti come gentiluomo), dio diventa dei (che ha anche un’articolazione irregolare: gli dei al posto de “i dei”), e bue diventa buoi, così come uscendo dalla categoria dei sostantivi, anche gli aggettivi possessivi mio, tuo e suo si trasformano in miei, tuoi e suoi.

Tempio e ampio al plurale prendono una “l” (ampio anche nel superlativo amplissimo) e diventano templi e ampli, anche se esistono anche le forme regolari, tempi e ampi.

Infine, un abitante del Belgio è detto belga, ma al plurale diventa belgi, invece di mantenere il suono duro come fa al femminile (le belghe).

E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche

■ Cosa sono le “d eufoniche”? ■ Quando si usano le “d eufoniche”? ■ Meglio dire “e adesso” o “ed adesso”? ■ Meglio dire “e editoria” o “ed editoria”? ■ Meglio dire “per esempio” o “ad esempio”? ■ Meglio dire “a uno a uno” o “ad uno ad uno”? ■ Si può scrivere “ed” davanti a una vocale diversa dalla “e”? ■ Si può scrivere “ad” davanti a una vocale diversa dalla “a”? ■ Si può scrivere “od” davanti a una parola che comincia con “o”?

Le “d eufoniche” si appongono davanti alla preposizione “a” e alle congiunzioni “e” e “o” per evitare che l’incontro con una parola che comincia con vocale abbia una difficoltà di pronuncia e suoni male.

Un tempo erano molto diffuse davanti a qualunque vocale, ma oggi la forma “od” è praticamente decaduta (si tende a non usarla più nell’editoria) e nel caso di “ad” e “edsi usano solo ed esclusivamente davanti alla stessa vocale, dunque si scrive “ed era”, “foglie ed erba”, “ad avere”, “ad  amici”, ma mai “ed ovviamente”, “ed adesso”, “ad uno”…

Le norme editoriali di tutte le case editrici seguono questa regola (e i correttori bozze passano la vita a togliere le “d eufoniche”) dunque è bene seguire questa norma. Non sono grammaticalmente errate, sono però di cattivo gusto e sono il segno di uno scrivere non professionale.

In alcuni casi si possono evitare anche davanti alla stessa vocale, per esempio quando creano bisticci più fastidiosi dell’incontro con la stessa vocale: meglio scrivere “le regole grammaticali e editoriali” invece di “ed editoriali”.


L’unica eccezione a questa regola riguarda poche locuzioni ormai entrate nell’uso come frasi fatte: “ad esempio” che convive accanto alla forma equivalente “per esempio” (non si può scrivere “a esempio”), oppure “ad ogni modo” o “ad eccezione di”.

Sia… sia O sia… che? A mano a mano O mano a mano?

■ Meglio dire “sia… sia” o “sia… che”? ■ Meglio dire “a poco a poco” o “poco a poco”? ■ Meglio dire “a mano a mano” o “mano a mano”? ■ Meglio dire “a mano a mano” o “man mano”? ■ Meglio dire “a faccia a faccia” o “faccia a faccia”? ■ Meglio dire “a corpo a corpo” o “corpo a corpo”? ■ Perché è meglio dire “sia… sia” invece di usare come secondo elemento “che”?

Il costrutto “sia… che” (es. “è sia buono che bello”) è molto diffuso anche sui giornali, al punto che è ormai accettato e inarginabile. Tuttavia, nelle norme editoriali di molte case editrici, e soprattutto in un buon italiano non popolare, è da evitare.

La forma più corretta è “sia… sia” (“è sia buono sia bello”), perché si tratta della ripetizione della stessa congiunzione correlativa, che non ha ragione di essere sostituita da “che” nel secondo elemento.

Il consiglio di stile è perciò di evitare sempre “sia… che”.

L’origine di questo costrutto è da ricercarsi nel congiuntivo di comando del verbo essere: sia così e sia in altro modo.

In linea di massima, anche negli altri costrutti correlativi come a mano a mano, a poco a poco, a uno a uno, sono sempre da evitare le forme abbreviate come poco a poco o mano a mano (si può invece dire correttamente man mano, se si vuole essere più sintetici). Anche a corpo a corpo o a faccia a faccia sono consigliabili rispetto alle locuzioni corpo a corpo o faccia a faccia, ma sono così diffuse, che è sempre più difficile ricorrere ai costrutti più corretti, e in televisione dominano ormai i “faccia a faccia” senza alternative.

Ortografia e dubbi di scrittura

■ Che cos’è l’ortografia? ■ Che cos’è la “sintassi delle lettere”? ■ Come si combinano le lettere nella formazione delle sillabe? ■ Che cosa sono le norme editoriali? ■ Perché i caratteri della tastiera sono molti di più delle lettere dell’alfabeto?  ■ Quali sono i caratteri della tastiera che si usano anche se non fanno parte della grammatica? ■ Come si scrivono i caratteri degli alfabeti stranieri? ■ Che cosa sono le norme per le citazioni bibliografiche?

Questa sezione intitolata Ortografia e dubbi di scrittura (caratterizzata dalla graffetta rossa nella testatina) contiene informazioni che si spingono oltre la semplice grammatica.

L’ortografia riguarda lo scrivere nel modo corretto secondo le regole grammaticali e include anche la punteggiatura, l’apostrofo e altri segni, oltre alle lettere dell’alfabeto, alla divisione in sillabe per andare a capo… Ma a sua volta si intreccia con la fonologia che studia i fonemi, cioè i suoni che si pronunciano nel parlare e che corrispondono ai grafemi corrispondenti, cioè i segni scritti, le lettere. Perciò alcune parti sono state etichettate in modo da essere rintracciabili anche dalle altre sezioni.

Tra gli articoli di questa sezione molti sono dedicati alle regole con cui lettere si compongono nella formazione delle parole. In un certo senso questa parte si può definire la “sintassi delle lettere”, visto che la sintassi regola i rapporti tra gli elementi che costituiscono strutture più ampie. Anche se la sintassi vera e propria studia i rapporti tra le parole nella formazione della frase, e i rapporti tra le frasi nella formazione del periodo.

Gli articoli partono dalle lettere dell’alfabeto con precisazioni che riguardano il modo con cui si combinano nella formazione delle sillabe e poi delle parole. Dunque è possibile trovare tutte le indicazioni per sapere per esempio quando nello scrivere si deve usare GLI (aglio) e quando no (cavaliere), quando usare la Q (iniquo) e quando la C (proficuo). E ancora quando e come si usa l’apostrofo? O quali sono le regole degli accenti gravi e acuti (perché e caffè)?
La combinazione delle lettere segue infatti delle regole che aiutano a fugare incertezze ed esitazioni, e passa per la formazione di digrammi e trigrammi, di sillabe (che è utile conoscere per esempio per sapere quando andare a capo), fino alla formazione delle parole, cioè quella parte della grammatica che si chiama lessico.

L’ortografia, però, non riguarda solo questo aspetto, è anche fatta di virgole, punti e delle regole che normano la punteggiatura, e in queste sezioni si trovano le risposte a dubbi per esempio sull’uso della virgola associata alle virgolette (in una citazione quando la punteggiatura finale si mette prima della chiusura delle virgolette e quando dopo?) o alle parentesi (quando occorre, meglio mettere la virgola prima o dopo le parentesi?). E ancora, dopo il punto interrogativo quando si può procedere con la minuscola? Come si scrivono le sigle (maiuscole, minuscole, con i punti di abbreviazione o senza)?

Poiché nello scrivere non si ha a che fare solo con le lettere dell’alfabeto e con la grammatica in questa sezione sono state incluse anche molte delle norme editoriali che servono nella scrittura professionale, come la giustificazione di un testo, la scelta dei caratteri più appropriati, l’uso del corsivo nell’editoria, o le norme per le citazioni bibliografiche, tra corsivi e virgolette.

Di seguito un indice degli articoli che fanno parte di questa sezione.

L’alfabeto e il falso mito delle lettere straniere
Maiuscole e minuscole
I caratteri della tastiera
Le regole per combinare le lettere nella formazione delle parole
Sillabe, dittonghi, trittonghi e iati
Divisione in sillabe
Gli accenti grafici
Monosillabi che cambiano significato con l’accento
Apostrofo: elisione e troncamento
Apostrofo e accento sono segni diversi da non confondere
La punteggiatura
Il punto fermo
La virgola
Il punto e virgola
I due punti
Il punto di domanda
Il punto esclamativo
I puntini di sospensione
Le virgolette
Il trattino (o lineetta) corto e lungo
Le parentesi
La sbarretta (in inglese slash)
L’asterisco
Caratteri speciali, simboli e faccine
La giustificazione di un testo
La fonte (font) e il corpo di un testo
Lo stile di un testo e l’uso del corsivo
Sigle e acronimi
Omografi, omofoni e omonimi

“Se me lo dicevi” o “se me l’avessi detto”?

■ Si può usare il doppio imperfetto per i periodi ipotetici? ■ Si può dire “se lo sapevo andavo”? ■ Meglio dire “se me lo dicevi” o “se me ‘avessi detto”?

Nei periodi ipotetici della realtà si usa l’indicativo sia nella principale sia nella dipendente:

se non annaffi i fiori → muoiono (ma se si vuole sottolineare la possibilità si può anche dire se non annaffiassi i fiori morirebbero).

Se però la stessa frase si volge al passato non è più un periodo ipotetico della realtà: una cosa già avvenuta non si può modificare, dunque diventa un’ipotesi dell’irrealtà che si esprime necessariamente (non è più una scelta) con il condizionale più il congiuntivo:

se non avessi innaffiato i fiori sarebbero morti (cosa impossibile dato che li hai annaffiati).

Tuttavia questo costrutto è spesso sostituito con la forma piuttosto diffusa nel parlato del doppio imperfetto:

se non bagnavi i fiori morivano.

Questo costrutto non è propriamente corretto né elegante, tuttavia è molto diffuso al punto che nei registri popolari o nel parlato familiare è ormai ammissibile, il che non vale per i registri formali o per la scrittura di testi ufficiali.

Dunque le espressioni come “se lo sapevo non venivo” o “se me lo dicevi prima ti operavo io” (Enzo Jannacci), possono essere colloquiali e colorite per rendere l’italiano parlato, ma da evitare nei registri alti.

Le norme editoriali

■ Cos’è l’ortografia. ■ Cosa sono le norme editoriali. ■ Cos’è il lessico.

Le norme editoriali, quelle che servono per scrivere professionalmente, coincidono solo in parte con l’ortografia, e cioè la scrittura in un italiano corretto, e abbracciano altri temi che sfiorano anche la tipografia e la grafica.

I caratteri della tastiera sono lo strumento di lavoro e bisogna sapere che sono ben di più di quelli dell’alfabeto. Includono segni come il cancelletto (#) o la chiocciola (@) che si affiancano a quelli più tradizionali come per sempio il simbolo del paragrafo (§) o le losanghe (♦). È importante conoscere il significato anche di molti altri caratteri non presenti sulla tastiera a cominciare da simboli come il copyright (©) per finire con le lettere di alfabeti stranieri a cui talvolta si deve ricorrere con precisione (ñ, α, ü…).
Sono poi necessarie molte cognizioni che riguardano l’uso del corsivo o del neretto, le norme per le citazioni bibliografiche, la giustificazione di un testo, la scelta dei caratteri di volta in volta più adatti (con le grazie come il Times New Roman o il Garamond, e senza grazie come l’Arial e il Verdana) e del loro corpo…
Bisogna saper padroneggiare a fondo per esempio l’associazione della virgola con le le virgolette all’interno di una citazione (quando si mette prima della chiusura delle virgolette e quando dopo?) o con le parentesi (quando occorre, meglio mettere la virgola prima o dopo le parentesi?). E ancora, dopo il punto interrogativo quando si può procedere con la minuscola? Come si scrivono le sigle (maiuscole, minuscole, con i punti di abbreviazione o senza)?

In altri casi entrano in gioco anche altri fattori qualitativi, non basta conoscere le regole ortografiche della punteggiatura, bisogna anche saper usare le virgole e i punti con maestria.

Di seguito un indice degli articoli più significativi su questi temi che riassumono le più importanti norme dell’editoria.


L’alfabeto e il falso mito delle lettere straniere
Le regole per combinare le lettere nella formazione delle parole
Divisione in sillabe
Gli accenti grafici
Apostrofo: elisione e troncamento
Apostrofo e accento sono segni diversi da non confondere
→ La punteggiatura
Il punto fermo
La virgola
Il punto e virgola
I due punti
Il punto di domanda
Il punto esclamativo
I puntini di sospensione
Le virgolette
Il trattino (o lineetta) corto e lungo
Le parentesi
La sbarretta (in inglese slash)
L’asterisco
Maiuscole e minuscole
I caratteri della tastiera
Caratteri speciali, simboli e faccine
E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche
Sia… sia O sia… che? A mano a mano O mano a mano?
La giustificazione di un testo
La fonte (font) e il corpo di un testo
Lo stile di un testo e l’uso del corsivo
→ Sigle e acronimi

Falsi cambiamenti di genere

■ Cosa sono i nomi falsi alterati? ■ Che differenza c’è tra: baleno/balena ■ banco/banca ■ busto/busta  ■ calco/calca ■ caso/casa ■ cavo/cava  ■ colpo/colpa ■ latte/latta ■ mostro/mostra ■ palmo/palma ■ mento/menta ■ pianto/pianta ■ pizzo/pizza ■ porto/porta ■ pupillo/pupilla  ■ razzo/razza ■ torto/torta?

Alcuni nomi hanno il loro genere fisso, e il genere grammaticale non sempre coincide con il sesso di ciò che designa (la guardia può essere un uomo, ma il canguro è una femmina, quando ha il marsupio). Altri si possono volgere dal maschile al femminile, come gatto e gatta o ministro e ministra (vedi → “Il sessismo della lingua e la femminilizzazione delle cariche“).

Ci sono poi nomi che presentano un falso cambiamento tra il maschile e il femminile, in realtà in questo passaggio di genere cambia completamente il significato, per esempio:

l’arco e l’arca;
il baleno e la balena;
il banco e la banca;
il busto e la busta;
il calco e la calca;
il capitale e la capitale;
il caso e la casa;
il cavo e la cava;
il colpo e la colpa;
il latte e la latta;
il mostro e la mostra;
il palmo e la palma;
il mento e la menta;
il pianto e la pianta;
il pizzo e la pizza;
il porto e la porta;
il pupillo e la pupilla;
il razzo e la razza;
il torto e la torta.

Omografi, omofoni e omonimi

■ Cosa sono gli omografi? ■ Cosa sono gli omonimi? ■ Cosa sono gli omofoni? ■ Che differenza c’è tra omografi e omonimi? ■ Quali sono gli esempi di omografi? ■ Quali sono gli esempi di omonimi? ■ Quali sono gli esempi di omofoni?

Le parole omografe (= dalla stessa grafia) si scrivono allo stesso modo anche se hanno un diverso significato, per esempio “stesse”, congiuntivo di “stare” ma anche plurale femminile di “stesso”. Non è detto, però, che si pronuncino allo stesso modo, alcune possono cambiare significato a seconda dell’accento tonico, come pésca e pèsca).

Le parole che hanno lo stesso suono indipendentemente da come sono scritte, invece, vengono dette omofone (= dallo stesso suono), per esempio la boxe (il pugilato, dal francese) e il box (per es. un riquadro di un testo, dall’inglese). E fuori dalle parole anche il suono e la pronuncia di cu e qu sono omofoni.

Le parole omonime (= dallo stesso nome) infine, sono quelle che si scrivono e si pronunciano in modo uguale (cioè sono sia omografe sia omofone), ma hanno diversi significati, per esempio miglio (che può indicare una distanza, ma anche la graminacea), fiera (una belva ma anche un’esposizione di merci) o riso (per il risotto, ma anche il ridere).

La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole

■ Che differenza c’ è tra pésca e pèsca? ■ Che differenza c’ è tra ménto e mènto? ■ Che differenza c’ è tra vénti e vènti? ■ Che differenza c’ è tra collèga e colléga? ■ Che differenza c’ è tra affétto e affètto?

La pronuncia della “E” può avvenire in due modi: aperta (che si indica con l’accento grave è) e chiusa ( che si indica con l’accento acuto é). Quando scriviamo il problema dell’accento grafico si pone solo nel caso delle parole tronche (accentate sull’ultima lettera: perché, ventitré, oppure caffè, egli è…), ed è importante usare il giusto carattere presente sulla tastiera.
Nel parlare, invece, c’è anche l’accento tonico all’interno di parola, che anche se non si scrive, si pronuncia. Anche se nell’italiano vivo ognuno parla con la propria parlata regionale (non è un errore), è bene sapere che esistono queste differenze che appartengono alla pronuncia nazionale (quella sovraregionale indicata nei dizionari e usata dagli attori che seguono questa dizione).
Di seguito c’è un prospetto utile per scrivere (quando la e accentata sull’ultima è obbligatoria), e anche per parlare, perché ci sono parole che cambiano il proprio significato a seconda dell’accento tonico della e pronunciata aperta (è) o chiusa (é).

egli accètta (da accettare) l’accétta (scure)
l’affètto (passione) io affétto (da affettare)
la collèga (d’ufficio) egli colléga (da collegare)
egli corrèsse (da correggere) se egli corrésse (da correre)
l’isola di Crèta la créta
gli dèi déi (preposizione articolata)
è (da essere) e (congiunzione)
la èsse (lettera S) ésse (femminile plurale di esso)
egli lègge (da leggere) la légge (norma)
io mènto (da mentire) il ménto
la pèsca (frutto) egli pésca (da pescare)
il tè (bevanda) té (pronome)
i vènti (come la tramontana) il vénti (numero 20)
èsca (da uscire) l’ésca (il verme da pesca)

Vedi anche
→ “La pronuncia della O può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z.

La pronuncia della O può cambiare il senso alle parole

■ Che differenza c’ è tra pòrci e pórci? ■ Che differenza c’ è tra còppa e cóppa? ■ Che differenza c’ è tra fòro e fóro? ■ Che differenza c’ è tra cólto e còlto?

La pronuncia della “O” può avvenire in due modi: aperta (che si indica con l’accento grave ò) e chiusa ( che si indica con l’accento acuto ó). Quando scriviamo il problema non si pone, perché l’accento grafico si usa solo sulle parole tronche (accentate sull’ultima lettera: però, menabò, andrò…). Nel parlare, invece, l’accento tonico all’interno di parola oscilla, e nella pronuncia nazionale (quella sovraregionale indicata nei dizionari e usata dagli attori che seguono questa dizione) ci sono parole che cambiano il significato a seconda di come venga pronunicita la “O”. Anche se nell’italiano vivo ognuno parla con la propria parlata rgionale (non è un errore), è bene sapere che esistono queste differenze. Di seguito un prospetto di parole che cambiano il proprio significato a seconda dell’accento tonico pronunciato aperto (ò) o chiuso (ó).

còlto dall’albero cólto (istruito)
la còppa (tazza) la cóppa (di maiale)
il fòro (piazza) il fóro (buco)
le fòsse (Ardeatine) egli fósse (da essere)
il mòzzo (della ruota) io mózzo (da mozzare)
le pòse (atteggiamenti) egli póse (da porre)
i pòrci (maiali) domande da pórci (da porgere)
la ròsa (fiore) è rósa (da rodere)
lo scòpo (fine) io scópo (da scopare)
è tòrta (da torcere) la tórta (dolce)
io vòlgo (da volgere) il vólgo (popolo)
è vòlto (da volgere) il vólto (viso)

Vedi anche
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
→ “La dizione corretta di E, O, S e Z.




Fonologia e fonetica

■ Che cos’è la fonetica? ■ Che cos’è la fonologia? ■ Che differenza c’è tra fonetica e fonologia? ■ Che cosa sono i fonemi? ■ Che cosa sono i grafemi? ■ Che differenza c’è tra la fonologia e l’ortografia? ■ Come si articolano le consonanti? ■ Che cosa sono le labiali? ■ Che cosa sono le linguali? ■ Che cosa sono le dentali? ■ Che cosa sono le palatali? ■ Che cosa sono le gutturali?


In questa sezione intitolata Fonologia e dubbi di pronuncia ci sono molte informazioni che riguardano la pronuncia corretta delle parole che si intrecciano inevitabilmente con altre parti della grammatica, come il lessico (per esempio si dice rùbrica e non rubrìca) o l’ortografia (per esempio ci sono accenti che si devono scrivere obbligatoriamente, e non riguardano solo la pronuncia). Dunque alcuni articoli possiedono più etichette e sono rintracciabili anche dalle altre sezioni. Inoltre, sono state incluse anche le principali norme della dizione, che rispetto alla pronuncia delle parole, riguardano quella delle lettere così come si dovrebbe dire nell’italiano “sovraregionale”, e come sono riportate dai dizionari, anche se le variazioni dell’italiano regionale e “reale” sono più che lecite, nel parlare.
Perciò il titolo “fonologia” va inteso in senso ampio e generico.

Tecnicamente la fonologia studia i fonemi, cioè i suoni che si pronunciano nel parlare e di conseguenza anche i grafemi corrispondenti (cioè i segni scritti, le lettere). Poiché non c’è una corrispondenza perfetta tra i grafemi e i fonemi, ecco che nascono i principali dubbi di pronuncia e anche di ortografia.

Uno stesso simbolo grafico può infatti essere pronunciato in modi differenti, per esempio:

● la “S” di sasso è pronunciata diversamente dalla “S” di sbaglio,

anche se si scrivono con lo stesso segno. Viceversa;

● la “C” dura di cuore si pronuncia allo stesso modo della “Q” di quadro, però si scrivono diversamente.

E allora l’ortografia riguarda la scrittura e la punteggiatura, e dunque i grafemi, l’uso corretto della sequenza di caratteri delle parole e del nostro lessico (insieme ad apostrofi, all’uso dell’H, alla punteggiatura…) e la fonologia riguarda l’italiano parlato e le emissioni delle parole.

La fonetica, invece, studia i suoni del linguaggio dal punto di vista della loro articolazione.

L’articolazione delle consonanti, per esempio, dipende da come vengono prodotte con il movimento della bocca e della lingua:

● le labiali sono articolate con le labbra: p, b, f, v, m;
● le linguali, con la punta della lingua: l, r;
● nelle dentali, la lingua poggia sui denti anteriori: d, t, s, z, n;
● le palatali, lingua sul palato: c, g dolci (cesto, gelato);
● le gutturali, lingua appoggiata verso la gola: c, g dure e q (casa, gatto, questo).

La pronuncia delle vocali, al contrario, dipende dall’apertura della bocca, più o meno aperta o chiusa, e dalla posizione della lingua e del canale di fonazione. Anche in questo caso i fonemi possibili non sono cinque (come i grafemi A, E, I, O, U), ma sette, perché “e” e “o” si possono pronunciare aperte o chiuse).

La fonologia (ma la differenza con la fonetica è sottile) si occupa maggiormente dei suoni, e cioè non solo del movimento della bocca, ma anche delle emissioni. Oltre alla pronuncia delle singole lettere dell’alfabeto, studia la pronuncia di quelle combinazioni di lettere che corrispondono a un solo suono, per esempio “ci” e “chi” e ci, i digrammi “gn” e “sc” e tutti gli altri. Per approfondire → “La pronuncia delle lettere“.

Questa sezione “Fonologia e dubbi di pronuncia” contiene i seguenti articoli:

La pronuncia delle lettere
La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole
La pronuncia della O può cambiare il senso alle parole
La pronuncia delle parole: accenti tonici
Omografi, omofoni e omonimi
L’accento: differenze tra parlare e scrivere
Pronuncia e dizione
La dizione corretta di “E”, “O”, “S” e “Z”
Quando l’accento cambia il significato
Dubbi di pronuncia

Le 9 parti del discorso

■ Quali sono le parti del discorso? ■ Come si classificano le parti del discorso? ■ Che differenza c’è tra le parti del discorso variabili e invariabili? ■ Come si fa l’analisi grammaticale?  ■ Quali sono le 5 parti variabili del discorso? ■ Quali sono le 4 parti invariabili del discorso?

Nell’analisi grammaticale ogni parola appartiene necessariamente a una delle nove parti del discorso: cinque variabili e quattro invariabili.

Ognuna di queste parti è stata qui suddivisa in vari paragrafi che contengono le spiegazioni necessarie per la comprensione dei concetti chiave e per fugare i dubbi grammaticali più diffusi.

Le parti variabili del discorso, tradizionalmente, sono:

verbi; → nomi; → articoli;
aggettivi; → pronomi.

Si chiamano variabili perché si possono flettere (di solito la radice rimane uguale ma cambia la desinenza) e si concordano nel genere e nel numero. Nel caso dei verbi la flessione si chiama coniugazione, nei tempi, nei modi o nella persona, al singolare (io, tu, egli) e al plurale (noi, voi, essi). Nel caso delle altri parti la declinazione avviene attraverso le concordanze al singolare e plurale (il numero) o al maschile e femminile (il genere).

Le restanti quattro parti del discorso non si concordano, e sono perciò dette invariabili:

preposizioni; → congiunzioni;
avverbi; → interiezioni e onomatopee.

L’analisi grammaticale consiste nel classificare ogni parola della frase attraverso queste categorie, e specificando ogni volta le sottocategoire (per esempio: cane = nome o sostantivo comune di animale, singolare). Davanti a una parola di cui non si riesce a stabilire imediatamente a quale parte del discorso appartenga, perciò, un buon criterio di partenza è quello di domandarsi: si tratta di una parola variabile o invariabile? Dalla risposta è possibile cominciare a stabilire a quale dei due gruppi appartenga, procedendo poi per esclusione e applicando le regole e i consigli dispensati in ogni articolo dedicato, fino a sciogliere ogni esitazione.

I rumori delle onomatopee

■ Quali sono le onomatopee dei rumori? ■ I rumori onomatopeici sono codificati rigidamente? ■ Ci sono rumori onomatopeici che possono avere significati diversi? ■ Come si può esprimere il blaterare con un’onomatopea? ■ I rumori onomatopeici si possono usare solo nei fumetti o anche nella narrativa?

Le onomatopee sono parole costituite da sequenze di caratteri che riproducono e imitano versi di animali, suoni o rumori e vengono usate come interiezioni o esclamazioni. Tipiche dei fumetti, sono usate anche nella letteratura e sono state elevate al massimo grado dal movimento futurista di Filippo Tommaso Marinetti che ne esaltò la forza espressiva, rispetto alla scrittura ponderata e razionale, in un’opera di rottura e di avanguardia come Zang Tumb Tumb (1912).

I rumori non sono necessariamente codificati in modo rigido, si possono variare con fantasia, ma tra quelli che si possono trovare in un dizionario, ci sono:

bang, uno sparo o un colpo secco;
bip, il segnale acustico di apparecchi elettronici;
bla bla, il blaterare;
bum o boom, uno scoppio o uno sparo;
brr, un brivido di freddo;
ciaf, uno schiaffo o anche oggetto che cade in acqua;
ciuff, il rumore di una locomotiva a vapore;
clap, il battimano o l’applauso;
clic, il rumore metallico di uno scatto, di una macchina fotografica o anche del mouse;
crac, il rumore di qualcosa che si spacca;
cric, il suono del vetro o del ghiaccio che si incrina;
dindin, il suono di un campanello;
dindon, il rintocco delle campane;
drindrin, uno scampanellio;
eccì, uno starnuto;
frufru, un fruscio;
glo glo, il rumore di un liquido che esce dalla bottiglia o di chi beve a garganella;
gnam gnam, il mangiare avidamente;
gulp, il deglutire per sorpresa o per spavento;
mm (o hmm, mhmm, mmh), di volta in volta può essere un compiacimento o godimento di qualcosa (mm, che bontà), ma anche con un senso negativo può esprimere perplessità (mm, non sono convinto) o dubbio (mm, non ci credo!);
paf, il rumore di qualcosa che cade o anche un manrovescio;
patatrac, la rottura di qualcosa che crolla fragorosamente;
pissi pissi, il parlottio sottovoce e riservato di un bisbiglio;
pss, il sibilo per richiamare l’attenzione;
puff, un corpo che cade in acqua;
patapum, una caduta rovinosa;
ron ron, il russare oppure le fusa del gatto;
sss, il sibilo smorzato per intimare il silenzio;
tac, il rumore di uno scatto;
tic tac, il ticchettio di un orologio;
tic toc, il battito del cuore;
toc e toc toc, il bussare alla porta;
tuff, un tuffo;
uff, uno sbuffo di noia o di impazienza;
zac, un taglio netto.

Il “linguaggio” degli animali nelle onomatopee

■ Quali sono le onomatopee dei versi degli animali? ■ Che cos’è il gre gre? ■ Quali sono le voci imitative degli animali nei dizionari? ■ Come si esprime il gracidare della rana con un’onomatopea? ■ Quali sono le alternative onomatopeiche al miagolare del gatto, oltre a miao?

Che verso fanno gli animali?

Tra le onomatopee ce ne sono molte che riproducono i suoni degli animali.

Sfogliando un dizionario si possono trovare per esempio le seguenti voci imitative con a fianco il nome o il verbo per sapere come si chiamano in italiano i versi che fanno gli animali.

bau (bu o bu bu) è l’abbaiare cane;
(o bèe) è il belato della pecora;
caì caì è il guaito dei cuccioli o dei cani quando si fanno male;
chicchirichì è il canto del gallo;
cip (o cip cip) è il cinguettio del passero o di un uccelino;
cra cra è il gracidare della rana o il gracchiare o crocidare del corvo e della cornacchia;
cri cri è il verso del grillo, detto anche frinire (lo stridere che si riferisce anche alle cicale);
cucù è il verso del cuculo (o dell’orologio a cucù);
glo glo (o glu glu) è il gloglottare del tacchino, o di galline e faraone (anche gloglottio);
gre gre è il gracidare della rana (nei campi c’è un breve gre gre di ranelle – Pascoli);
miao (miau, mao e anche gnao) è il miagolare o miagolio del gatto;
pio (e pio pio) è il pigolare o pigolio dei pulcini;
qua (e qua qua) è lo starnazzare di anatre e oche;
zzz è il ronzio e il ronzare soprattutto di zanzare, ma anche api, mosche e insetti.

Le esclamazioni (o interiezioni) e le onomatopee

■ Cosa sono le esclamazioni o interiezioni? ■ Quali sono le sono le esclamazioni proprie? ■ Quali sono le sono le esclamazioni improprie? ■ Quali sono le sono le locuzioni esclamative? ■ Cosa sono le onomatopee? ■ “Oddio” è una locuzione esclamativa? ■ “Andiamo”, anche se è un verbo, può essere usato come una locuzione esclamativa? ■ Si può scrivere una parola come “brr””? ■ “Chicchirichì” è un’onomatopea?

Le interiezioni (dal latino interjectio, cioè “intromissione”), dette anche esclamazioni, sono parti invariabili del discorso che esprimono stati d’animo come stupore, gioia, meraviglia, dolore e altri ancora.

Le esclamazioni proprie possono essere: ah, eh, ih, oh, uh, ahi, ehi, ohi, ehm, uhm… e altre di stile fumettistico, spesso seguite dal punto esclamativo: toh! Uffa!

Le esclamazioni improprie sono invece costituite da nomi, aggettivi e altre parole, anche verbi, usate con senso di esclamazione: evviva! Urca! Ciao! Zitto! Fuori! Andiamo! Scusa! Esatto! Bello!

A volte queste esclamazioni sono espresse da locuzioni esclamative, che di solito sono frasi fatte come: santo cielo! Oddio! Al diavolo! Al ladro! Al fuoco! Mamma mia! Guai a te! Mio Dio!

Le onomatopee

In questa categoria di parti invariabili del discorso rientrano anche le onomatopee, cioè quelle parole costituite da sequenze di caratteri che riproducono determinati suoni o rumori e vengono usate come interiezioni o esclamazioni. Per esempio brr, un brivido, il drin di un campanello, il bum di un’esplosione o il dindon delle campane, e ancora  i versi degli animali (chicchirichì, bau, miao, cra cra), ma anche sob, gulp e tutto il repertorio dei fumetti, molto spesso espresso in inglese (wow, smack).

Vedi anche → “Il linguaggio degli animali nelle onomatopee” e “I rumori delle onomatopee

Come distinguere gli avverbi da aggettivi, congiunzioni o preposizioni

■ Come si distingue una parola come “forte” che può essere sia aggettivo sia avverbio? ■ Come si distingue una parola come “dopo” che può essere congiunzione, preposizione o avverbio? ■ Quali sono gli esempi di frasi in cui una stessa parola cambia funzione e diventa preposizione, congiunzione, aggettivo o avverbio?

Gli avverbi primitivi (o semplici, ma non sono per niente “semplici”) sono più difficili da riconoscere di quelli derivati dall’aggettivo, che perlopiù finiscono in –mente (sicuramente, velocemente…).

Il problema è che molte volte una stessa parola diventa una diversa parte del discorso a seconda del contesto. Forte, per esempio, può essere un aggettivo, ma può anche diventare un avverbio.

Nell’espressione correre forte (= fortemente) è usato avverbialmente (dunque è avverbio) perché si riferisce al verbo anziché a un sostantivo (è “l’aggettivo del verbo”). Per distinguerlo, oltre a vedere a cosa si riferisce, può essere utile in questo caso notare che quando è avverbio diventa invariabile. Al contrario, quando è riferito al nome è sempre variabile, cioè si può conocrdare nel genere e nel numero: un uomo forte, due uomini forti. Lo stesso vale per chiaro: è avverbio in parlar chiaro (= chiaramente, riferito al verbo e invariabile), ma è aggettivo in l’uomo chiaro (la donna chiara, gli uomini chiari e le donne chiare).

Se questo concetto è forte chiaro si può passare a un distinzione un po’ più difficile.

Altre volte si usano in modo avverbiale anche molte parole invariabili, e per distinguerle si può analizzare solo la loro funzione e il loro significato. Dopo, per esempio, secondo il contesto può assumere il ruolo di avverbio, di preposizione o di congiunzione.
Nell’espresione: vado dopo è riferito al verbo ed è avverbio;
nell’espressione: dopo pranzo vado via (riferito al nome) diventa una preposizione impropria (dopo pranzo è come sul tavolo, nel piatto…);
nell’espressione: dopo aver mangiato (= dopo che ho mangiato) vado via diventa una congiunzione subordinativa, perché congiunge una frase principale a quella subordinata temporale (vado via = principale + dopo che ho mangiato subordinata).

I gradi comparativo e superlativo degli avverbi

■ Come si fa il comparativo degli avverbi? ■ Come si fa il superlativo degli avverbi? ■ Il superlativo di precipitevole è precipitevolissimevolmente? ■ Qual è il superlativo di “grandemente”? ■ Meglio dire “pessimamente” o “malissimo”? ■ Il superlativo di “salubremente” è saluberrimamente? ■ Si può dire più bene o più male? ■ Perché si può dire “sento più male di ieri”, ma si dice “mi sento peggio di ieri”?

Come gli aggettivi, anche gli avverbi possono avere i gradi comparativo e superlativo.

Il comparativo può essere di maggioranza (si forma con più: più fortemente), di minoranza (meno fortemente) o di uguaglianza (tanto fortemente quanto…).

Il superlativo relativo si forma aggiungendo “il più… possibile” (possibile può essere anche sottinteso), per esempio: gridai il più fortemente possibile, mentre il superlativo assoluto si forma aggiungendo assai o molto oppure con i suffissi –issimo o –issimamente: gridai molto forte o fortissimo o fortissimamente.

Come gli aggettivi, anche alcuni avverbi possiedono delle forme particolari di comparativo e superlativo che si discostano da queste regole, e che sono riportate di seguito.

Grado positivo Comparativo Superlativo
assoluto
bene meglio ottimamente
(benissimo)
male peggio pessimamente
(malissimo)
molto più moltissimo
poco meno minimamente
(pochissimo)
grandemente maggiormente massimamente

Naturalmente benissimo, moltissimo e simili sono da intendere in senso avverbiale: non sono aggettivi e non sono variabili nel numero e nel genere, dunque si riferiscono al verbo: stare benissimo o mangiare pochissimo (un gelato buonissimo è aggettivo).

● Il comparativo di bene è meglio, dunque non si dice è più bene, mi sento più bene, ho fatto più bene, ma si dice sempre è meglio, mi sento meglio, ho fatto meglio.
● Allo stesso modo, il comparativo di male è peggio, e non si dice è più male, ma è peggio.

La forma “più bene”, però, vive in altre espressioni come: “Vuoi più bene alla mamma o al papà?”, ma si tratta di un falso comparativo: in questo caso bene è un sostantivo e più significa “una maggiore quantità” (un po’ come dire “vuoi più pere o più mele?”). Lo stesso vale nel caso di “più male” (ho sentito più male di ieri = sostantivo, cioè una maggiore quantità), ma non si può dire mi sento più male, si dice mi sento peggio.

In teoria, ma solo in teoria, i superlativi degli avverbi seguono le eccezioni che valgono anche per gli aggettivi (quelli in –fico e –volo si appoggiano al suffisso –entissimo), e dunque se magnifico diventa magnificentissimo, anche l’avverbio dovrebbe essere magnificentissimamente, ma non si usa, come non si usa saluberrimamente e via dicendo: non tutti gli avverbi hanno il superlativo.

Gli avverbi in –mente, già da soli, sono un po’ “pesanti” nel loro utilizzo e nella loro lunghezza, e nei corsi di scrittura in genere si consiglia di evitarli e di optare per locuzioni più eufoniche, per esempio correre forte o mangiare in modo avido sono preferibili a forme come correre fortemente, o mangiare avidamente. A maggior ragione usare superlativi renderebbe tutto ancor più di cattivo gusto.

Quanto a precipitevolissimevolmente non è il superlativo assoluto di precipitevolmente (sarebbe caso mai precipitevolissimamente se non fosse un ossimoro esprimere un concetto così rapido in una parola tanto lunga) è solo una voce scherzosa, usata in modo scherzoso anche da qualche autore soprattutto in passato, ma non è registrata nei dizionari, almeno quelli moderni, e dunque non è propriamente la parola più lunga della lingua italiana.

Gli avverbi

■ Cosa sono gli avverbi? ■ Che differenza c’è tra gli avverbi derivati e primitivi? ■ Gli avverbi terminano tutti in “-mente?” ■ Quali sono le locuzioni avverbiali? ■ Quali sono  gli avverbi di modo? ■ Quali sono gli avverbi di tempo? ■ Quali sono gli avverbi di luogo? ■ Quali sono gli avverbi di quantità? ■ Quali sono gli avverbi di affermazione? ■ Quali sono gli avverbi di negazione? ■ Quali sono gli avverbi di dubbio? ■ “Ecco” è un avverbio? ■ Quali sono gli accrescitivi e i diminutivi degli avverbi? ■ Si dice “a cavalcioni” o soltanto “cavalcioni”? ■ Quali sono gli avverbi che terminano in “-oni”? ■ “Eccetera” è un avverbio?

L’avverbio si chiama così perché “sta vicino al verbo” (ad verbum), ma la vicinanza non è nella sua collocazione all’interno della frase (può essere anche lontano), bensì nel fatto che si riferisce al verbo e ne specifica una qualità quasi come fosse “l’aggettivo del verbo”: mangio avidamente, corro velocemente, cioè in modo rapido.

Per essere più precisi, però, un avverbio può anche specificare altre parti del discorso per esempio un sostantivo (riposo specialmente la domenica) o un aggettivo, soprattutto nei casi del predicato nominale (questo libro è enormemente pesante) o anche un’intera frase (indubbiamente, mangi con avidità), ma in tutti questi esempi è sempre legato anche al verbo.

Gli avverbi sono classificati tra le parti invariabili del discorso perché non si concordano nel genere e nel numero, e molto spesso si riconoscono facilmente perché terminano in –mente e nascono proprio dalla modifica dell’aggettivo con questo suffisso (facile diventa facilmente, lento diventa lentamente). Ma non è sempre così. Altre volte si possono formare con la desinenza in –oni che nascono dai sostantivi o dai verbi: tentare diventa tentoni, come gatto diventa gattoni, ma c’è anche il procedere cavalcioni, ciondoloni, carponi che a volte si possono introdurre con la preposizione a, ma vivono anche senza.

Oltre a questi avverbi (chiamati anche derivati, perché derivano di solito dall’aggettivo) ce ne sono tantissimi altri chiamati talvolta primitivi (o semplici, perché non derivano da un’altra parola), che possono essere per esempio subito, dopo, prima, poco, bene, male, forte… e a loro volta si possono classificare in base alla loro funzione di specificare un modo, un tempo, una quantità…

Se gli avverbi derivati sono molto semplici da riconoscere grazie alla desinenza, quelli primitivi sono molto più problematici, perché si tratta di parole che in altri contesti possono avere altre funzioni ed essere per esempio aggettivi come poco, oppure congiunzioni come prima o preposizioni improprie come dietro.

Per capire quando sono avverbi bisogna di volta in volta analizzare la frase: gli aggettivi si variano nel e genere e numero e si riferiscono al nome, dunque questo piatto è poco (riferito al nome, piatto) si può volgere al plurale (questi piatti sono pochi) e in questo caso poco è aggettivo. Mangio poco invece si riferisce al verbo ed è un’espressione invariabile. Allo stesso modo le stesse parole possono essere avverbi in espressioni come guardo dietro o arrivo prima (riferite al verbo) oppure diventare una preposizione impropria (prima di pranzo) o una congiunzione subordinativa di una frase dipendente (riposo prima che arrivi = frase dipendente temporale).

Per approfondire → “Come distinguere gli avverbi da aggettivi, congiunzioni o preposizioni

Oltre agli avverbi derivati e primitivi, esistono anche le locuzioni avverbiali, cioè espressioni complesse che hanno gli stessi significati o le stesse funzioni, come di rado, di corsa, di fretta… formate da altre parti del discorso che però sono usate in senso avverbiale, cioè riferite al verbo e diventate invariabili (non si possono declinare al femminile o al plurale).

Volendo classificare gli avverbi  in base a ciò che qualificano, ci sono per esempio quelli:

di modo, che rispondono alla domanda “in che modo?”, per esempio: cammino dolcemente, caparbiamente, piano, forte, carponi, volentieri
di luogo, che rispondono alla domanda “dove?” o indicano un dove, per esempio: andare qui, qua, , , ovunque (possono includere anche delle locuzioni avverbiali: di qui, di là)…
di tempo, che rispondono alla domanda “quando?” o indicano un periodo, per esempio: quando, ora, adesso, subito, prima, dopo, presto, tardi, oggi, domani, spesso, raramente, mai, sempre
di quantità, che rispondono alla domanda “quanto?” o esprimono quantità, per esempio: quanto mangi, mangi molto, troppo, poco, tanto, poco, meno, minimamente
di dubbio: chissà, probabilmente, forse, magari, eventualmente
di affermazione: , sicuramente, certamente, certo, proprio, ovviamente, decisamente
di negazione: no, non, , nemmeno, mai, neanche, neppure
interrogativi o esclamativi: come, dove, quando, perché, quanto

Eccone altri!
Queste etichette possono variare secondo le grammatiche (alcune raggruppano negli avverbi di valutazione quelli di affemazione, negazione e dubbio) e da queste classificazioni possono sfuggire avverbi come eccetera (considerato una locuzione avverbiale, vedi anche → Meglio scrivere “eccetera”, “ecc.” o “etc.”?) oppure un avverbio come ecco, che si trova in locuzioni come ecco fatto, e ha una forza particolare che può sostituire un verbo e subire trasformazioni: eccomi = sono qui (eccoci, eccola), o anche essere unito a nomi (ecco ecco un cocco un cocco per te! nella poesia di Pascoli) e pronomi: eccone un altro!

Pur essendo invariabili nel genere e nel numero, alcuni avverbi si possono alterare in forme vezzeggiative, diminutive, accrescitive o peggiorative (benino e benone, maluccio e malino, pochino e pochetto, o “andavano a scuola adagino e pianino…”); inoltre (come gli aggettivi), possono in alcuni casi avere → i gradi di comparativo e superlativo assoluto.

Si può dire “ma però”? E altri dubbi su “ma”

■ Si può dire “ma però”? ■ Si può iniziare una frase con “ma”? ■ Prima di “ma” è obbligatoria la virgola? ■ Quali sono gli esempi di frasi che cominiciano con “ma”? ■ Nei Promessi sposi ci sono frasi che cominciano con “ma”? ■ Quali sono gli esempi di frasi con “ma però”? ■ Nei Promessi sposi ci sono frasi che usano “ma” senza che sia preceduto dalla virgola? ■ Quali sono gli esempi di frasi in cui “ma” non è precuto dalla virgola? ■ Nei Promessi sposi si trova “ma però”?

Tra le espressioni indicate come errore sin dalle scuole elementari c’è “ma però” che viene duramente condannato come inutile ripetizione dello stesso concetto. Questa espressione, tuttavia, non dovrebbe così tanto scandalizzare, il pleonasmo è un artificio retorico che si può usare in molti casi, come per esempio l’ossimoro, l’accostamento di due termini opposti, assurdo logicamente ma potente per esempio nella poesia (“Cessate d’uccidere i morti”, Ungaretti). Curiosamente non ci si scaglia invece contro analoghi rafforzamenti come “ma invece”, e non si dice che questo costrutto ricorre in numerosissimi classici della lingua italiana.

Nei Promessi sposi “ma però” ricorre più volte:
● “Non era un conto che richiedesse una grande aritmetica; ma però c’era abbondantemente da fare una mangiatina.”
● “Signor curato, se mai desiderasse di portar lassù qualche libro, per passare il tempo, da pover’uomo posso servirla: ché anch’io mi diverto un po’ a leggere. Cose non da par suo, libri in volgare; ma però…”
● “…ma però, a parlarne tra amici, è un sollievo”.

Altri esempi di “ma però” si trovano nell’Inferno di Dante (“Lo caldo sghermitor sùbito fue; ma però di levarsi era neente, sì avieno inviscate l’ali sue”, XXII, 142-144; “questa fiamma staria sanza più scosse; ma però che già mai di questo fondo non tornò vivo alcun”, XXVII, 63-65); nelle Novelle di Verga  (“In città facciamo una vita impossibile. Ma però voi altri signori dovete preferirla”, “Pentolaccia”); nella Gerusalemme liberata di Tasso (“Va contra gli altri, e rota il ferro crudo; ma però da lei pace non impetra”); nella Vita di Alfieri (“ma però era assai minore il pericolo”), e moltissime volte nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galilei (“Fatta la radunanza nel palazzo dell’illustrissimo Sagredo, dopo i debiti, ma però brevi, complimenti”; “m’accorsi della mia semplicità [ma però scusabile])”.

Dunque (come l’espressione altrettanto vituperata ingiustamente “a me mi”, vedi → “Si può dire a me mi?“) questo può avere il suo perché cin vari contesti, e chi lo stigmatizza in modo così perentorio dovrebbe forse maggiormente riflettere su altri tipi di inutili pleonasmi molto in voga che nessuno sembra condannare, per esempio il sempre più onnipresente “requisiti richiesti”, come se un requisito non contenesse già in sé il concetto di richiesto.

Si può cominciare una frase con “ma”?
Un’altra leggenda grammaticale da sfatare è quella per cui non sarebbe possibile iniziare una frase con “ma”. Ma bisogna premettere che “ma” non ha solo un valore avversativo e può esprimere una contrarietà o uno stupore nei confronti di qualcosa, per esempio: “Ma pensa un po’”, “Ma va?”, “Ma tu guarda!”.
Inoltre, a seconda dello stile, è possibile scrivere una frase con una punteggiatura dalle pause deboli espresse con la virgola (Ero stanco, ma tirai avanti ugualmente), oppure amplificarle con il punto (Ero stanco. Ma tirai avanti ugualmente). Di frasi che iniziano con “ma” è piena la letteratura, a cominciare dai Promessi sposi: “…Sia detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è buona a suo luogo…”; “Si sentì subito venir sulle labbra più parole del bisogno. Ma pensando quanto importasse di non guastare i fatti suoi…”.

Prima di “ma” è obbligatoria la virgola?
Infine, non è vero che prima di “ma” sia sempre obbligatoria la virgola, ancora una volta non esistono regole così ferree da prescrivere nel caso della punteggiatura e in un’espressione come “è brutto ma buono” la virgola non è necessaria è solo una scelta possibile, così come nel caso di: “ Zitta! – rispose, con voce bassa ma iraconda, don Abbondio” (I promessi sposi).

“E” o virgola? O entrambe?

■ Quando si sostituisce la congiunzione e con la virgola? ■ Si può mettere la virgola prima della e? ■ Si può cominciare una frase con la e? ■ Quali sono gli esempi di frasi in cui si può associare la virgola alla E? ■ Quali sono gli esempi di frasi che possono iniziare con la E?

La congiunzione e serve per coordinare due parole sullo stesso piano (mangio pane e salame), ma talvolta si può sostituire con una virgola, e a seconda dello stile e del contesto si può scegliere di scrivere: “Era stanco e avvilito, dunque si arrese” oppure: “Era stanco, avvilito, dunque si arrese”.

Quando gli elementi sono tanti e diventano degli elenchi, di solito la e si omette (altrimenti il costrutto diventa pesante) e si sostituisce con una virgola per lasciarla solo in conclusione prima dell’ultimo elemento: “Indossava un cappello, un cappotto, pantaloni pesanti e stivali alti”. Ancora una volta, la scelta di usare la e in conclusione non è necessariamente obbligatoria in ogni contesto, ma quando l’elenco si lascia in sospeso e la frase termina con eccetera o con i puntini di sospensione di norma la e conclusiva si omette: “Indossava un cappello, un cappotto, pantaloni pesanti, stivali alti…” (vedi anche → Meglio scrivere “eccetera”, “ecc.” o “etc.”?).

Si può usare la virgola prima di “e”?
Un’altra questione che pone dei dubbi è quella della possibilità di usare la virgola prima di e, che spesso viene additato come un errore da evitare, visto che la loro funzione è la stessa. Ma questa è una leggenda grammaticale da sfatare: si può fare e si ritrova in molti testi anche letterari: “Si trovò nella strada, portato come in trionfo, e accompagnato da una folla di popolo” (Promessi sposi).
Bisogna tenere presente che l’uso della punteggiatura è molto soggettivo e non è disciplinabile da norme rigide (a parte alcuni usi evidentemente errati) e dunque anche nella sua associazione alla e ci son molti margini di soggettività e di stile. Si può benissimo amplificare e rafforzare la pausa della virgola aggiungendo anche una e. Oppure, anche se nelle incidentali è in linea di massima è forse preferibile escludere la virgola (era una giornata fredda e, a parte questo, non mi sentivo bene) non è infrequente trovare invece scelte che la includono (era una giornata fredda, e a parte questo, non mi sentivo bene) che non si può considerare un errore.

Si può cominciare una frase con la “e”?
Sì. Anche la leggenda che non si possa cominciare una frase con la e, non ha fondamenti. Tutto dipende dallo stile. Molte espressioni come “E ancora” o “E voi che fate?” sono legittime, ma anche in moltissimi altri casi è possibile: “Ambasciator non porta pena. E, i proverbi, signor conte, sono la sapienza del genere umano (Promessi sposi).
Spesso e si può usare uno stile che privilegia le costruzioni lunghe (Si alzò di buon ora, si vestì in fretta e corse fuori) o quelle spezzettate da una punteggiatura forte che amplificano le pause (Si alzò di buon ora. Si vestì in fretta. E corse fuori). Ogni considerazione di quale dei due costrutti sia preferibile non riguarda la grammatica, ma lo stile.

Le congiunzioni

■ Che differenza c’è tra le congiunzioni semplici e composte? ■ Che cosa sono le locuzioni congiuntive? ■ Che differenza c’è tra congiunzioni coordinanti e subordinanti? ■ Per è una preposizione o una congiunzione? ■ Come si dividono le congiunzioni coordinative? ■ Quali sono le congiunzioni copulative? ■ Quali sono le congiunzioni disgiuntive? ■ Quali sono le congiunzioni avversative? ■ Quali sono le congiunzioni dichiarative? ■ Quali sono le congiunzioni correlative? ■ Come si dividono le congiunzioni subordinative? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le congiunzioni?

Le congiunzioni sono quelle parole, sempre invariabili, che servono a congiungere tra loro altre parole o intere frasi. Sono perciò dei connettivi, e a seconda di come sono strutturate (la loro forma) possono essere semplici o composte.

Tra le congiunzioni semplici ci sono: e, o, se, ma, però, che, dunque, anzi, quindi

E tra quelle composte le grammatiche annoverano: perché (formata da per + che), sebbene (= se + bene), seppure (= se + pure), neanche (= + anche)… Ma altre volte questa stessa funzione di connettere può avvenire non solo con queste parole semplici, ma anche con espressioni dallo stesso significato o dalla funzione analoga, e in questo caso sono classificate come locuzioni congiuntive, per esempio: come se, in modo che, tranne che, fino a che

Passando dalla loro forma alla loro funzione, un’altra distinzione fondamentale (soprattutto per l’analisi del periodo) che si può fare è quella di raggrupparle in due categorie a seconda del loro uso: le congiunzioni coordinanti e quelle subordinanti.

Le congiunzioni coordinanti (dette anche coordinative) collegano due parole o frasi che sono sullo stesso piano, per esempio:

cane e gatto (congiunzione tra parole)
compro un cane e regalo un gatto (collegamento tra due frasi indipendenti = che si reggono da sole)

sono coordinate dalla congiunzione e.

Le congiunzioni subordinanti (dette anche subordinative) congiungono invece due frasi che non sono sullo stesso piano, uno dipende dall’altro in una concatenazione che rende il secondo elemento subordinato, per esempio:

compro un cane per regalarlo a Silvia;

in questo caso il collegamento è tra una frase indipendente (che si regge da sola) e una frase dipendente dalla prima: per regalarlo non si regge da sola senza la principale (è una frase subordinata o dipendente).

Nell’esempio sopra, per che è di solito una preposizione (non una congiunzione) ha assunto il valore di congiunzione come può accadere spesso nelle forme implicite di una frase: “Corro per (= affinché, congiunzione) far presto” ha un valore finale che è diverso da: “Passo per (= attraverso) il centro”, con valore spaziale. Quindi, individuare quando una parola rientra in una certa categoria grammaticale, come sempre, dipende dal contesto. Sia le congiunzioni sia le preposizioni sono infatti dei connettivi (ma anche altre parti del discorso lo possono diventare a seconda del loro uso). Vedi anche → “Come distinguere gli avverbi da aggettivi, congunzioni e preposizioni“.

Volendo andare ancora più a fondo nelle classificazioni, le congiunzioni coordinanti vengono di solito distinte ulteriormente dalle grammatiche in varie tipologie:

copulative, congiungono due elementi: e, anche, inoltre, ancora (positive), , neppure, neanche, nemmeno (negative);
disgiuntive, separano gli elementi spesso escludendone uno: o, oppure, ovvero;
avversative, mettono in contrapposizione: ma, però, tuttavia, invece;
dichiarative o esplicative, spiegano un fatto: cioè, infatti, per esempio…;
conclusive, traggono delle conclusioni: dunque, quindi, perciò, pertanto, sicché…;
correlative, si usano per fare confronti, ma sono solo il raddoppiamento delle copulative: ee, siasia (“sia… che” è da evitare), tantoquanto, cosìcome, oraora,

Le congiunzioni subordinanti si possono invece distinguere a seconda dei rapporti logici che determinano (tempo, luogo, causa, scopo, conseguenza…), per esempio:

temporali: quando, mentre, finché, che, dopo che, prima che (es. mangio quando ho fame);
finali: finché, affinché, perché, per (mi corico per riposare);
consecutive: cosìche; tantoche, tantoda (è così bravo da saperlo);
concessive: benché, sebbene, per quanto (lavora sebbene sia malato);
condizionali: se, qualora, ove, casomai, nel caso che (vengo se mi inviti);
modali: come, siccome (ho fatto come mi hai detto);
comparative: come, nel modo che (mangia come parli);
interrogative: perché, come (dimmi perché non vieni);
dubitative: se (non so se verrò);
dichiarative: che, come (credo che tu sia nel giusto);
eccettuative o limitative: tranne che, eccetto che, a meno che, fuorché (fammi di tutto tranne il solletico).

Queste congiunzioni introducono spesso frasi subordinate che, a seconda del significato della congiunzione, danno alla frase dipendente valori diversi. Per esempio: mi tira la palla perché gli sono vicino (= causa) e mi tira la palla perché io faccia canestro (= affinché, frase finale). Dunque, nell’analisi del periodo bisogna sempre cogliere il significato e non guardare semplicemente alla singola parola slegata dal contesto.

Vedi anche
→ “E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche
→ “Sia… sia O sia… che? A mano a mano O mano a mano?

Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni

■ Si dice sopra il o sopra al? ■ Si dice insieme a o insieme con? ■ Si dice dietro il o dietro al? ■ Si dice dentro il o dentro al? ■ Si dice sopra e sotto il o sopra e sotto al? ■ Si dice davanti al o davanti il? ■ Che differenza c’è tra oltre il e oltre al? ■ Perché si dice contro il muro, ma contro di me? ■ Perché si dice sul tavolo, ma su di noi? ■ Meglio dire fra noi o fra di noi? ■ Qual è la differenza di “tra” e “fra”? ■ Quali sono gli esempi di frasi con l’uso corretto delle preposizioni tra loro equivalenti? ■ Si dice “scrivi alla lavagna” o “scrivi sulla lavagna”? ■ Meglio dire “macchina per scrivere” o “macchina da scrivere”?

Spesso l’uso delle preposizioni genera dubbi.

Si dice sopra il tavolo o sopra al tavolo?

Sono corrette entrambe le forme, e si può dire come si vuole.

Molte volte non esistono regole precise per l’uso più corretto delle preposizioni e si può dire in più di un modo, a seconda del gusto personale ma anche del contesto. Per esempio, tra, fra e su talvolta si possono rafforzare attraverso l’aggiunta di “di”: si può dire fra di voi o fra voi, e ognuno può scegliere la forma che preferisce. E ancora si può scegliere tra:

insieme a lui e insieme con lui;
dietro la porta e dietro alla porta;
dentro la casa e dentro alla casa;
sopra e sotto la panca, ma anche sopra al tavolo;
davanti alla finestra (preferibile) e, meno comune, davanti la finestra.

In altri casi l’aggiunta di una preposizione semplice può cambiare il senso della locuzione, per cui oltre la porta significa dietro la porta (o dietro alla porta, è lo stesso), mentre oltre alla porta ha un altro significato: in questa stanza oltre alla porta c’è anche la finestra.
A seconda del contesto si può dire:

oltre la siepe e oltre al danno la beffa;
una gita fuori porta, una via fuori mano, ma fuori dalla finestra, fuori dai piedi, fuori di qui e fuori di me.

L’ultimo esempio è interessante, perché quando c’è un pronome personale spesso è necessario appoggiarsi a una preposizione semplice che non si usa in altri casi, per cui si dice:

sul (o sopra il) divano, ma su (o sopra) di noi;
oltre la finestra, ma oltre a te;
contro il muro, ma contro di me;
sotto il maglione, ma sotto di lui;
dietro la facciata, ma dietro di me;
senza le mani, ma senza di te;
dopo (la) cena, ma dopo di voi;
presso il giardino, ma presso di me.

Ciò è valido spesso, ma non sempre, e nel caso di tra e fra si può dire fra di noi e fra di voi ma anche fra noi e fra voi (rimanga fra noi), oppure tra lui e lei.

Tra gli usi scorretti delle preposizioni si possono segnalare casi ormai entrati nell’uso come “scrivi alla lavagna” (che riprende l’espressione vai alla lavagna, corretta perché è un complemento di moto a luogo), ma la preposizione corretta è “su”, dunque “scrivi sulla lavagna“.
Anche altri casi che un tempo erano considerati errori si sono diffusi al punto che sono ormai accettabili e la loro frequenza è maggiore di quella delle forme storicamente più appropriate. Per esempio l’uso di “da” in locuzioni come macchina “da scrivere” o “da cucire” che letteralmente dovrebbero essere “per scrivere” o “per cucire” (l’uso di “da” è una forma popolare non appropriata). Ma ormai la consuetudine ha cambiato le regole e persino un autore come Giorgio Manganelli ha intitolato un suo libro Improvvisi per macchina da scrivere. Inoltre, espressioni come costume da bagno, sali da bagno, ferro da stiro (costruiti sul falso calco di cose “da mangiare”, “da portare via”…) sono entrate nell’uso comune registrato anche dai dizionari e sono diventate insostituibili.

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Le preposizioni

■ Quali preposizioni si possono articolare? ■ Perché si dice dagli (da + gli) ma “per gli”? ■ Meglio dire “con lo” o “collo”? ■ Meglio dire “tra” o “fra”? ■ Quali preposizioni si apostrofano e quali non si possono apostrofare? ■ Cosa sono le locuzioni prepositive? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni semplici? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni articolate? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni proprie? ■ Quali sono gli esempi di frasi con le preposizioni improprie?

Le preposizioni (dal latino praeponere, cioè “porre prima”) sono particelle chiamate così perché “si mettono prima” (su precede sempre il nome, per es. sul tavolo) e hanno una funzione di collegamento.
Possono collegare tra loro due parole (il cane di Marco, cibo per cani), si usano nel caso dei complementi indiretti (torno da Roma, vado con lui) e per legare insieme le frasi principali con quelle dipendenti (o subordinate): ti propongodi correre;  corro per allenarmi.

Oltre a quelle semplici e articolate che sono dette proprie, ci sono anche quelle improprie, e cioè che hanno gli stessi significati (per esempio sopra invece di su) o analoghe funzioni (per esempio davanti).

Preposizioni proprie semplici e articolate

Le preposizioni semplici, cioè di, a, da, in, con, su, per, tra e fra (come nella filastrocca che si impara a memoria), sono parti invariabili del discorso (non si volgono al singolare, plurale, maschile o femminile), ma quando si uniscono all’articolo in una parola sola (dello, della, degli, delle) diventano articolate, e in questo caso si concordano con le parole che precedono seguendo le regole degli articoli che le compongono.

Ma non sempre è possibile fondere preposizione con l’articolo in una preposizione articolata: da + il = dal, ma nel caso di per + lo non si usa “pello”.

Il prospetto che segue riassume ogni possibile caso di articolazione possibile e mostra i casi in cui non si articolano e rimangono separate.

Se in alcuni casi le preposizioni non si uniscono mai all’articolo (non si può dire “fralle” o “perle” al posto di fra le o per le), i casi indicati tra parentesi indicano le forme che grammaticalmente si possono articolare, ma nell’uso dell’italiano moderno tendono  a rimanere  staccate. Forme come “pei”, “pegli” o “pei” sono arcaiche e non si usano più, vivono solo nei libri del passato. Nel caso di collo, colla o colle si usano di frequente nel parlato, ma quando si scrive la tendenza moderna è di preferire le forme staccate, che suonano meglio e non creano confusioni con altre parole dallo stesso significato (il collo, il colle, la colla). Col e coi sono invece più diffuse.

Tra e fra e sono sinonimi perfetti, e scegliere una o l’altra forma dipende solo da motivi eufonici. Dire per esempio “tra trame” e “fra farfalle” produce  un bisticcio e suona quasi come uno scioglilingua, perciò è consigliabile usare forme come fra trame o tra farfalle. In tutti gli altri casi scegliere tra una e l’altra preposizione dipende solo dai gusti personali, entrambe sono perfettamente lecite (tra papaveri o fra papaveri).

Tra, fra e su talvolta si possono rafforzare attraverso l’aggiunta di “di”: si può dire fra di voi o su di voi… oppure fra voi e su voi, ancora una volta ognuno può scegliere la forma che preferisce. Per saperne di più vedi → “Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni”.

Le preposizioni che si apostrofano
Anche se finiscono per vocale, fra, tra e su non si apostrofano mai (fra amici, e mai fr’amici), e anche da non si apostrofa di solito, tranne in alcune locuzioni come: d’altro canto, d’altra parte, d’ora innanzi, d’ora in poi, d’altronde…). La preposizione di invece si tende ad apostrofare: un gioiello d’oro, un vassoio d’argento, d’un tratto, tutto d’un pezzo, protocollo d’intesa… (vedi anche → “L’apostrofo: elisione e troncamento“).

La preposizione “a” può prendere la “d eufonica” e diventare “ad” solo quando precede una parola che comincia per “a” (per saperne di più → “E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche“).

Preposizioni improprie e le locuzioni prepositive

Le preposizioni improprie sono parole diverse dalle preposizioni proprie, anche se il loro significato o la loro funzione sono simili: invece di dire in (preposizione propria) è possibile dire dentro (preposizione impropria). Tra queste ultime, che sono sempre invariabili, ci sono anche parole che in altri contesti possono essere avverbi di luogo o di tempo come davanti, dietro, sopra, sotto, giù, dentro, fuori, vicino, presso, accanto, intorno, prima, dopo o aggettivi come secondo, salvo, lungo (aggettivi) e altre parole ancora usate con funzione di preposizione, come mediante, eccetto

Locuzioni prepositive
A volte le preposizioni improprie si appoggiano a preposizioni proprie; per esempio, invece di dire i calzini nel cassetto (preposizione propria) si può dire i calzini dentro il cassetto, ma anche i calzini dentro al cassetto (per saperne di più → “Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni”). E in certi casi questi stessi significati si possono rendere anche con più di una parola, e in questo caso si parla di  locuzioni prepositive: per mezzo di, per opera di, a favore di, nell’interesse di, a causa di, a dispetto di

Pronomi interrogativi ed esclamativi

■ Qual è la differenza tra pronomi esclamativi e interrogativi? ■ Che differenza c’è tra i pronomi che si usano nelle domande dirette e quelli che si usano in quelle indirette? ■ Meglio dire: “Cosa fai?”, “Che fai?” o “Che cosa fai?”. ■ Quali sono gli esempi di frasi con i pronomi interrogativi? ■ CHI si riferisce solo alle persone? ■ Quali sono gli esempi di frasi con i pronomi esclamativi?

I pronomi interrogativi sono quelli che servono a introdurre le domande, che possono essere dirette, cioè quelle che terminano con il punto interrogativo (?) o indirette, cioè formulate in altro modo che non vuole il punto di domanda alla fine.

Una domanda diretta è per esempio: “Verrai?”, mentre la formula indiretta può esprimere lo stesso concetto dicendo per esempio: “Mi domando se verrai”.

I pronomi che si trovano nelle domande dirette possono essere:

Chi? Che? Che cosa? Quale? Quanto?
Per esempio: Chi è arrivato? A che (cosa) stai pensando? Che ci fai qui?
E gli stessi si possono impiegare anche nelle domande indirette (nulla cambia nei pronomi, a parte il punto interogativo):
Mi chiedo chi è arrivato. Mi domando che (cosa) stai pensando. Non so (forma dubitativa) che ci fai qui.

Cosa, che cosa o che possono essere equivalenti, e la scelta della forma è una quesione di stile personale, si può dire: “Cosa fai?”, “Che fai?” o “Che cosa fai?”.

Chi si riferisce solo alle persone.

I pronomi esclamativi non sono diversi da quelli interrogativi, l’unica differenza è il contesto, si usano nelle esclamazioni, per esprimere stupore. Per esempio:

Quanto ci ha impiegato! Che bello! Quale cortesia! Cosa hai detto! Qual buon vento!

I tanti valori di “che”

■ Quali sono i significati possibili di che? ■ Si può cominciare una frase con che? ■ Si può dire “siccome che”? ■ Come si può distinguere il che congiunzione dal che pronome relativo? ■ Che può essere anche aggettivo?

Che” può assumere tantissimi significati diversi, e per fare un po’ di chiarezza per esempio nell’analisi logica, oppure semplicemente nella comprensione di un testo, va sempre esplicitato.

In altre parole, per poter comprendere il suo valore e il suo senso, bisogna vedere che cosa significa nel contesto e come si può di volta in volta trasformare.

Per esempio può essere:

pronome relativo: l’uomo che (= il quale) parla;
pronome interrogativo o esclamativo: che (= cosa) fare? che bello!;
aggettivo interrogativo o esclamativo: che (= quale) giacca indossi? Che faccia tosta!;
congiunzione: ti dico che sei bravo.

Che altro dire?
Che non è vero che non si può mai iniziare una frase con il che, come talvolta si dice (“che mi venga un accidente se non è così!”: non esistono controindicazione nel cominciare una frase con il congiuntivo preceduto da che).
Oltre a tante frasi comuni che iniziano così (che bello! Che succede? Che mi dici?), ci sono anche molti esempi letterari che contraddicono l’opinione diffusa per cui non sarebbe possibile aprire una frase in questo modo, per esempio l’incipit di un racconto di Jorge Luis Borges:

Che un uomo del suburbio di Buenos Aires (…) s’interni nei deserti battuti dai cavalli (…), sembra a prima vista impossibile

(“Il morto” in L’aleph, Feltrinelli, Milano 1961, traduzione di Francesco Mentori Montalto).

Il fatto che sia possibile non significa però che sia sempre consigliabile: non è vietato, ma bisogna saperlo fare e poterselo permettere.


Invece, a proposito di divieti: non si può mai dire siccome che!

I pronomi relativi

■ Quali sono i pronomi relativi? ■ Meglio dire l’uomo a cui ho scritto o l’uomo cui ho scritto? ■ Perché si dice “l’uomo CHE ho visto” ma “l’uomo DI CUI ti ho parlato”? ■ Quando si usa CHE e quando CUI? ■ “Quale” si riferisce sia al maschile sia al femminile? ■ Un avverbio come “dove” può diventare pronome relativo? ■ Quando si usa CHE e quando CHI? ■ CHI si può usare riferito alle cose oltre che alle persone? ■ CHE si può usare riferito alle persone oltre che alle cose?

I pronomi relativi (il quale, la quale, i quali, le quali, che, cui, quanto, chi…) oltre a prendere il posto del nome si usano spesso per collegare tra loro due frasi diverse: “Ho visto il medico che (= il quale) mi ha guarito”.

Quale è variabile nel numero (i quali) ma il suo genere maschile o femminile si ricava solo dall’articolo o dalla preposizione articolata che lo precede:
la donna… della quale mi hai parlato, alla quale mi sono rivolto, sulla quale ho delle perplessità, con la quale mi vedo
Molto spesso è però sostituito da che o cui (invariabili) che sono più brevi ed “economici”: l’amico che (= con cui mi) frequento, il ragazzo cui (= a cui, al quale) scrivo…

Che si usa quando il pronome è soggetto o oggetto (la torta che ho mangiato) e cui quando è un complemento indiretto (il libro di cui mi hai detto), preceduto dalle preposizioni.

L’uomo a cui ho scritto o cui ho scritto?
Quando però cui è complemento di termine (risponde alle domande “a chi? A che cosa?”) è possibile usare sia a cui sia solo cui (che in latino era la forma già declinata con il medesimo significato), dunque si può dire la lettere cui (o a cui) ho risposto. In questi casi la scelta è solo una questione di stile, e la forma alla latina è più dotta o ricercata, mentre l’altra è più frequente e un po’ meno altisonante.
Negli altri complementi indiretti, invece, la preposizione è sempre necessaria e non si può omettere.

Che vale sia per le persone sia per le cose, mentre chi è sempre riferito alle persone, mai alle cose, e frasi come chi tace acconsente, chi la fa l’aspetti equivalgono a colui che.

Spesso, quando ci sono delle frasi relative è più elegante esplicitare la forma in modo chiaro invece di usare il che, per esempio: “La sorella di Pierino, che fa l’insegnante…” è un espressione ambigua: l’insegnante è Pierino o la sorella? Se sostituiamo il che con il quale o la quale non ci sono equivoci.
In linea di massima, è meglio evitare frasi con troppi “che”: possono essere “pesanti” e poiché può avere tantissimi significati esplicitarlo può migliorare la frase (sui molteplici significati che puà assumere vedi → “I tanti valori di che“).

Talvolta per le frasi relative si possono utilizzare non solo questi pronomi, ma anche alcuni avverbi che però vengono utilizzati con una funzione pronominale, per esempio dove, dovunque o comunque: “Vado in un albergo dove (= in cui, nel quale) c’è la piscina”, “otterrò la promozione con qualunque (= ogni, tutti) mezzo”.

I pronomi indefiniti

■ Quali sono i pronomi indefiniti? ■ Che differenza c’è tra “uno” pronome e “uno” articolo indeterminativo? ■ Come funzionano gli apostrofi e i troncamenti dei pronomi indefiniti come alcun e alcuno? ■ Cosa sono i pronomi correlativi? ■ Perché si dice: “NON ho visto NULLA” (doppia negazione”), ma “NULLA mi ferma” con una negazione sola? ■ “Alcuno” e “Nessuno” sono pronomi o aggettivi?

Si chiamano così perché indicano qualcosa in modo generico e vago (indeterminato e indefinto).

Alcune volte possono coincidere con gli analoghi aggettivi, quando non c’è il nome (e persino con gli articoli indeterminativi, per es. ho visto uno sconosciuto = articolo, e ho visto uno = pronome, cioè ho visto qualcuno di indefinito, ma vale anche per ho visto due, tre…).

Coincidono con le forme degli aggettivi indefiniti per esempio nel caso di alcuno (alcuni, alcune), nessuno (nessuna), ciascuno (ciascuna) e ancora altro, molto, poco, troppo, tanto, quanto, parecchio, tutto, nessuno, tale, taluno… che si possono sempre concordare con il genere (altra, poca) e con il numero (altre, altri).
Esempi: ho visto tutto; molti non sanno nuotare; troppi commettono errori

Sono invece solo pronomi: qualcuno e qualcuna (senza plurale), qualcosa (invariabile maschile), ognuno e ognuna (senza plurale), chiunque (invariabile maschile), niente e nulla (invariabili maschili) e poi qualcheduno, certuni, chicchessia, checché, alcunché… (per esempio: qualcosa è cambiato, c’è qualcuno?).

● I pronomi composti da uno, seguono le regole dell’articolo nell’uso dell’apostrofo, e dunque nei costrutti come alcun altro o qualcun altro, non vanno mai apostrofati davanti a vocale, nel caso del maschile:
uno, quando è pronome, a differenza dell’articolo non ammette invece la forma tronca (un) e si usa con il significato di “un tale” (c’è uno che mi segue);
niente e il suo corrispettivo più formale nulla, si usano nelle espressioni negative; se seguono il verbo sono accompagnati da non, se invece lo precedono non lo vogliono e non ne hanno bisogno: “Niente e nulla mi farà cambiare idea”, ma: “Non ho visto nulla”:
tantoquanto, l’uno (gli uni) e l’altro (gli altri), talequale, spesso servono per formare frasi correlative e in questo caso si chiamano anche pronomi correlativi (es. tanti nascono quanti muoiono).

I pronomi dimostrativi

■ Quali sono i pronomi dimostrativi? ■ Come si apostrofano questo e quello? ■ Quali sono i pronomi dimostrativi oltre a questo e quello? ■ Quando si usa codesto? ■ Come si distinguono i pronomi dimostrativi questo e quello dagli stessi aggettivi dimostrativi? ■ Si può dire ‘sto al posto di questo? ■ “Ciò” si può usare riferito alle persone? ■ “Colui” si può riferire alle cose o solo alle persone? ■ “Costui” può avere un valore dispregiativo?

Questo e quello sono pronomi dimostrativi quando prendono il posto del nome, altrimenti sono aggettivi dimostrativi:

prendo questo libro (→ aggettivo)
prendo questo (→ pronome).

Non presentano particolari dubbi grammaticali, si declinano senza problemi nel genere e nel numero (questa, queste, questi; quella, quelle, quelli), e l’unica questione problematica può riguardare l’uso dell’apostrofo che segue le regole dell’articolo lo.

Questo si apostrofa davanti a vocale (quest’uomo), e quello si comporta come bello e l’articolo lo da cui è formato: quel cane, quell’armadio, quello studio, quella casa, quell’automobile; non si apostrofano invece quei cani, quegli armadi, quelle case, quelle antenne. Quegli si può eventualmente apostrofare solo davanti a parola che comincia per i (quegl’italiani) ma non è molto in uso, né particolarmente consigliabile.

Bisogna anche registrare che nel parlato a volte circolano forme con la soppressione della sillaba iniziale (aferesi) come ‘sto (‘sta, ‘ste e ‘sti) al posto di questo (che me ne faccio di ‘sto coso?), ma sono forme popolari e familiari non eleganti e non adatte ai registri formali.

Tra i pronomi dimostrativi ci sono anche:

stesso e medesimo: vado sempre nello stesso/medesimo posto;
ciò, che è invariabile e si usa per indicare le cose e mai le persone: mangia ciò che vuoi;
colui, colei e coloro, per lo più usati nei discorsi solenni: beato colui che è saggio;
costui, costei e costoro, poco usati, che equivalgono a questo e simili, ma si usano solo per le persone (“Carneade! Chi era costui?”, I promessi sposi, cap. VIII), ma assumono talvolta una sfumatura un po’ spregiativa (es. cosa credono di fare costoro?).

“Codesto” non si usa
Come nel caso degli aggettivi dimostrativi, anche per i pronomi le grammatiche riportano spesso codesto, che servirebbe a indicare qualcosa che è vicino a chi ascolta, e per esempio il maestro dalla sua cattedra direbbe all’alunno seduto in un banco lontano: portami codesto quaderno, invece di quel. Ma questo uso è completamente decaduto, nel parlato e nello scritto. Vive solo come regionalismo nella parlata toscana e va assolutamente evitato nell’italiano formale.

I pronomi possessivi

■ Cosa sono i pronomi possessivi? ■ Quali sono i pronomi possessivi? ■ Proprio e altrui sono pronomi possessivi? ■ Come si distinguono i pronomi possessivi (mio, tuo) dagli aggettivi possessivi (mio, tuo)?

I pronomi possessivi sono quelli che esprimono possesso e sono:

● maschile singolare: mio, tuo, suo, nostro, vostro e loro;
● femminile singolare: mia, tua, sua, nostra, vostra e loro;
● maschile plurale: miei, tuoi, suoi, nostri, vostri e loro;
● femminile plurale: mie, tue, sue, nostre, vostre e loro.


Naturalmente queste stesse parole altre volte possono essere anche aggettivi possessivi, tutto dipende dal contesto: quando il nome non è espresso si comportano da pronomi (stanno al posto del nome) quando invece il nome c’è svolgono la funzione di aggettivo. Per esempio:

la mia penna (aggettivo)
e
la mia (pronome, sta al posto di “penna” che viene sottintesa).

Oltre a queste forme di facile individuazione, ci sono anche proprio e altrui che possono assumere lo stesso significato del pronome possessivo, per esempio:

quel commerciante fa i propri interessi (cioè i suoi)
● non si occupa dei vantaggi altrui (cioè degli altri, e in questo caso altrui è pronome invariabile).

Si può dire “a me mi”?

■ Si può dire a me mi? ■ Nei Promessi sposi ricorre il rafforzativo a me mi? ■ Ci sono contesti in cui è lecito usare a me mi?

Evitare di dire “a me mi” è una delle regole che insegnano sin dalle elementari, e grammaticalmente rappresenta una ripetizione dello stesso concetto che non ha senso, è qualcosa di pleonastico che è diventato il simbolo di un cattivo italiano.

Eppure, poiché la lingua è non è logica, ma soprattutto metafora, tra le figure retoriche c’è proprio il pleonasmo, un espediente che ha il suo senso, se lo si usa nel modo giusto, come del resto l’anacoluto, un costrutto sintattico volutamente errato cui  Manzoni ricorreva spesso: “Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro”.

Proprio nei Promessi sposi si trova anche l’uso di “a me mi”, nelle parole di una vecchia che indirizza Renzo verso Gorgonzola:
“A me mi par di sì: potete domandare nel primo paese che troverete andando a diritta.”
E lo stesso uso del rafforzativo del pronome personale è rimarcato anche alla terza persona, in un altro passo:
“Però, anche dall’amico seppe molte cose che ignorava, e di molte venne in chiaro che non sapeva bene, sui casi di Lucia, e sulle persecuzioni che gli avevan fatte a lui, e come don Rodrigo sen’era andato con la coda tra le gambe…”.

Altri esempi di “a me mi” si trovano nella Gerusalemme liberata di Tasso (“Oimè! che fu rapina e parve dono, ché rendendomi a me da me mi tolse” o nelle Novelle di Verga (“A me mi hanno detto delle altre cose ancora!”, “Vita dei campi”; “a me mi basterà che mi lasciate un cantuccio nella cucina, per stendervi un po’ di pagliericcio”, “La lupa”).

In certi contesti, i rafforzativi sono dunque una leva della comunicazione e non si capisce perché “a me mi” dovrebbe suscitare così tanto scalpore.

Nella lingua spagnola, per esempio, questo rafforzativo è praticamente d’obbligo: se non si rimarca a mi me gusta, ma soltanto me gusta, si ha l’impressione che qualcosa non piaccia veramente.

In sintesi, è consigliabile evitare questo costrutto (come anche → “ma però” biasimato altrettanto ingiustamente) nei contesti formali, soprattutto perché è così vituperato che suona come un atto di ignoranza. Ma in altri contesti non ci sono ragioni per bollarlo come scorretto e “tanto odio” è ingiustificato: non viola le regole della grammatica e se rafforzare fosse un reato dovremmo evitare anche espressioni come proprio lui e tante altre espressioni rafforzative.

Gli ho dato o ho dato loro?

■ Si può usare gli al posto di loro? ■ Se ci si riferisce a più persone, meglio dire gli ho dato o ho dato loro? ■ Glielo si può riferire anche a più persone? ■ Alessandro Manzoni ha usato “gli” al posto di “loro” nei Promessi sposi?

Il pronome personale gli sta al posto di a lui, dunque al plurale è sempre meglio dire loro, quindi:

● “dai un bacio al principe” si può trasformare in “dagli un bacio”

ma

● “dai un bacio ai principi” (plurale) diventa “dà loro un bacio” e non “dagli un bacio”.

Tuttavia nel parlato e nell’uso comune prevale spesso la forma meno elegante, che non è sempre considerata un errore.

Questo uso si ritrova persino nell’Introduzione dei Promessi sposi:
“Taluni però di que’ fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c’eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni” e Manzoni usa questa forma anche in altri passi del romanzo:
“Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta?”

Bisogna riconoscere che in alcuni casi il loro può suonare male anche se è più corretto. Per esempio, la forma “glielo” è molto più eufonica (dateglielo è più “maneggevole” di datelo a loro).

In sintesi, quando la naturalezza del discorso lo richiede è possibile piegare e adattare le regole della grammatica troppo rigide.

Lui può essere soggetto al posto di egli?

■ Lui, lei e loro possono essere soggetto? ■ Meglio dire lui andava o egli andava? ■ Quando è obbligatorio che lui diventi soggetto al posto di egli? ■ Nei Promessi sposi si trova “lui” come soggetto?

Un tempo si insegnava a non usare mai lui e lei come soggetto: così come i pronomi di prima persona me e te non possono essere soggetto (si dice io sono e non me sono), allo stesso modo lui (e lei) e il plurale loro erano consentiti nei casi fossero l’oggetto (guardo lui) o per altri complementi (parlo di lui, con lui, a lui…). Per il soggetto si prescriveva sempre egli (dunque egli parla, non lui parla), e per il plurale essi.

Nell’italiano corrente invece, soprattutto nel linguaggio diretto, queste formule sono sempre più diffuse, e sono state “sdoganate” anche da autori classici, a cominciare da Alessandro Manzoni che nei Promessi sposi usa frequentemente lui come soggetto: “Lui invece caccia un urlo”; “e lui allora continuò a raccontare altre di quelle belle cose…”

Lui, lei e loro spesso sono preferiti anche nella scrittura a egli, ella o essi che suonano di stile un po’ antico, e nel parlato non si sentono mai. Passando dalla grammatica, dove sono leciti, alle questioni di stile, va detto che molte volte nel discorso si tende a non usare il pronome personale e a sostituirlo con sinonimi del nome o con altri giri di parole. Per esempio: “Il lupo vide Cappuccetto rosso. La ragazzina stava raccogliendo i fiorellini” è un costrutto più diffuso di “Il lupo vide Cappuccetto rosso. Lei stava raccogliendo i fiorellini”.

Ci sono però casi in cui l’uso di lui, lei e loro come soggetto sono obbligatori, per esempio:
● quando sono collocati dopo il verbo: lo dice lui (e mai “lo dice egli”!);
● quando sono preceduti da anche, nemmeno, più…: nemmeno lui (mai “nemmeno egli”), più lui fa così e piùanche lui, anche se lui…;
● nelle esclamazioni come proprio lui, beato lui;
● nei dialoghi di tipo teatrale: Lui – “Vieni!” Lei – “Arrivo!”;
● nelle contrapposizioni: lui era alto, lei bassa; tanto lui quanto lei…;
● quando il pronome è da solo: chi è stato? Lui;
● per dare risalto al pronome soggetto: lui sì che è una persona davvero intelligente.

Si scrive “se stesso” o “sé stesso”?

■ Meglio scrivere sé stesso o se stesso? ■ Si può omettere l’accento di sé? ■ È logico omettere l’accento di sé davanti a stesso e medesimo? ■ Perché nel Novecento si è affermata la regola che “se stesso” si scrivesse con l’accento, ma oggi è stata messa in discussione? ■ Alessandro Manzoni come scriveva “sé stesso”? ■ Quali sono le indicazioni dei principali dizionari per scrivere “sé stesso”?

Nei monosillabi, in linea di massima, si mette l’accento quando esistono degli “equivoci” che li possono far confondere con altri dal diverso significato ( verbo e da preposizione, affermativo e si riflessivo… (vedi Monosillabi che cambiano significato con l’accento“).

Il pronome personale , al contrario di me e te (il primo non ha omografi e nel secondo caso si accenta il bevanda)  si scrive con l’accento (acuto) per evitare confusioni con se congiunzione.

Partendo da queste considerazioni da molto tempo si è diffusa la consuetudine che in presenza dei rafforzativi stesso e medesimo, venendo a mancare l’elemento di possibile confusione, si scrivesse senza accento se stesso e se medesimo (ma solo in questi casi). Questa regola è stata insegnata nelle scuole per decenni (spesso violarla era un errore da penna blu) ed è soprattutto entrata nelle norme editoriali di tutte le principali case editrici che l’hanno osservata nella pubblicazione dei libri per decenni e, anche se qualcuno aveva da obiettare sul senso, nel Novecento si è affermata come la tendenza dominante.

Le obiezioni di carattere logico e razionale partono dal presupposto che non ha senso oscillare a seconda dei casi, e poi c’è sempre la possibilità di confondere il rafforzativo del pronome personale con forme verbali come se (io) stessi, se (egli) stesse… Inoltre non si capisce per quale motivo non si dovrebbe scrivere anche a “se stante” invece di “a sé stante”.

Che ne dicono i dizionari e i repertori storici

Passando in rassegna i dizionari, sino agli anni Novanta il Devoto Oli (quando Giancarlo Oli era ancora vivente) riportava che “se stesso si scrive preferibilmente senza accento” e in tutto il testo del vocabolario lo scriveva così. Anche nello Zingarelli del 1985 lo si scriveva senza accento (pur ammettendo nella voce che se rafforzato da stesso e medesimo si può scrivere “anche senza accento”), come nel GRADIT e nel Nuovo De Mauro nella riedizione del 2014. Il Sabatini-Coletti (2005) tra parentesi annota che “si può non accentare prima di stesso, medesimo” e riporta due versi di Dante privi di accentazione. Il Gabrielli (2014) tra parentesi indica che rafforzato da stesso e medesimo “si scrive di solito senza accento”, ma poi usa la forma accentata in altre parti della voce, che pare dunque la forma usata e preferita. Il DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia di Migliorini, Tagliavini e Fiorelli, ERI, 1981) osserva che le varianti senza accento sono “frequenti ma non giustificate” come sostiene anche Luca Serianni (Grammatica italiana, Utet, 1991) secondo il quale la regola di omettere l’accento non è di alcuna utilità, anche se è la forma che prevale. Con il passaggio della cura del Devoto Oli a Serianni e Trifone, dunque, non c’è da stupirsi che le occorrenze non accentate in tutto il testo siano state sostituite da quelle accentate, così come è accaduto nello Zingarelli dei nostri giorni.
Andando a ritroso nel tempo, il dizionario Tommaseo-Bellini (1861-1879) riporta nei suoi esempi il pronome rafforzato privo di accento e, consultando il cd-rom LIZ (Letteratura Italiana Zanichelli, 2001) con un ampio repertorio della lingua italiana in digitale si scopre addirittura che Manzoni lo scriveva talvolta non accentato (più di 20 volte) e talvolta accentato, ma usando prevalentemente “sè” con l’accento grave per ben 33 volte. Ma a quei tempi si scriveva ancora a mano, e la consuetudine tipografica di distinguere chiaramente l’accento acuto e grave si è consolidata in seguito, nell’Ottocento spesso si usava solo quello grave sulle parole tronche (e “sè stesso” con l’accento grave ricorre anche nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, 1870). Nella seconda edizione postuma del romanzo (Sonzogno 1873) ricorrono oscillazioni di , e se stesso, che nella riedizione moderna di Einaudi sono state sempre sostituite da (acuto) o se senza accento.

Concludendo, in tempi recenti pare proprio che si stia affermando la scuola che preferisce sé stesso, che si sta diffondendo anche nelle norme editoriali di varie case editrici, ma non di tutte. Anche se ci sarebbe da interrogarsi sul senso di questa diatriba che è una sorta di riforma ortografica in nome della logica che cozza però contro l’uso che si era consolidato, la questione è attualmente aperta e la risposta è che lo si può scrivere come si preferisce.

Però è bene fare attenzione nei contesti scolastici o con professori alla vecchia maniera che potrebbero scambiare la scelta dell’accento come un atto di ignoranza da stigmatizzare con la penna blu, invece che come un segno di maggior cultura e modernità.

Dare del tu, del lei, del loro e del voi

■ Nelle formule di cortesia, quando gli interlocutori sono più di uno, è meglio dare del voi o del loro? ■ Che differenza c’è tra le forme di cortesia con lei e con voi? ■ Che cos’è il plurale maiestatis? ■ Che cos’è il plurale di modestia? ■ Perché il medico si rivolge talvolta al paziente chiedendo “come andiamo”?

Dare del lei (terza persona singolare) seguito da congiuntivo (vedi anche “Il congiuntivo nelle frasi autonome“) si usa nelle formule di cortesia, cioè quando ci si rivolge a qualcuno a cui non si dà del tu, in modo formale, e vale anche per gli uomini, al maschile: lei è furbo (terza persona singolare).

Al plurale si dovrebbe perciò usare di conseguenza la terza persona plurale: loro (loro sono furbi).

Se invece si dà del tu all’interlocutore (un tono meno formale e più intimo), il plurale mantiene coerentemente la seconda persona del voi: tu sei furbovoi siete furbi.

Tuttavia, dare del loro è oggi diventato più raro, è percepito forse come eccessivamente formale, ma va precisato che dare del voi in tono formale è una formula di cortesia solo apparente, che si ritrova anche in formule legali o commerciali come “vogliate provvedere” e simili al posto di “vogliano provvedere”.

Questa mancata differenza che si riscontra sempre più spesso deriva dalla confusione con il voi usato come formula di cortesia che ha però un uso completamente diverso. In passato, e ancora oggi in contesti regionali tipici per esempio del Sud Italia, si usa il voi riferito a una persona sola (e invariato se sono più di una) anche per i contesti formali (come siete furbo, signore), ma oggi questa consuetudine non è in uso, e fuori dai contesti regionali, nell’italiano standard è consigliabile evitarla.

Un’ultima nota sui pronomi delle formule formali: esiste anche il plurale di maestà (maiestatis) usato un tempo per esempio dai re, che prevede il noi al posto di io, oppure quello di modestia, usato per esempio nella scrittura (es. “possiamo concludere che” al posto di “concludo”, ma altre volte si può dare del voi al lettore o usare formule impersonali). Quando invece un medico chiede al paziente: “Come andiamo?” usa una formula “affettiva” come se condividesse le sofferenze del malato e ne fosse partecipe.

I pronomi personali e le loro insidie

■ Cosa sono i pronomi personali. ■ Che differenza c’è tra le forme io, me e mi?  ■ Che differenza c’è tra le forme egli/ella e esso/essa? ■ si scrive sempre con l’accento? ■ Darglielo si può riferire anche a una donna? ■ Quando il pronome personale, per es. egli, è obbligatorio e quando si può omettere? ■ Che differenza c’è tra i pronomi personali soggetto e complemento? ■ Perché si dice “io guardo”, ma non si può dire lui guarda “io”? ■ Quali sono i pronomi personali riflessivi? ■ Dà a me o mi dà hanno lo stesso significato? ■ Qual è il plurale di “gli”?

I pronomi personali sono quelli che specificano la persona: io e noi, tu e voi… ma bisogna fare delle distinzioni importanti perché queste parole si trasformano a seconda del contesto della frase e possono diventare me e te (si dice io guardo ma non “me guardo”, o guardo te, e non “guardo tu”) o anche mi e ti (mi lavo, ti dico).

Per sapere come usarli nel modo corretto, perciò, bisogna distinguere quando sono soggetto (io), quando sono complemento (me) che può anche diventare mi (mi piace = a me piace) e quando sono impiegati nelle forme riflessive (mi).

Più nel dettaglio:
la prima persona singolare io è sempre soggetto (es. io guardo te), quando diventa un complemento si trasforma in me (tu guardi me) e lo stesso vale per tu che diventa te e egli che diventa lui o . Queste forme sono dette anche forti o toniche, perché possiedono un accento forte, ma possono diventare forme deboli, o atone, quando sono espresse da mi, ti e gli, che perdono questo accento marcato e si possono trasformare in suffissi enclitici (= che si aggiungono in fondo alla parola precedente appoggiandosi al loro accento), per esempio: dà a me si può trasformare in mi dai o anche dammi.

Queste regole con le trasformazioni dei pronomi personali a seconda delle loro funzioni si possono meglio riassumere in un prospetto.

Persona Soggetto Compl.
(toniche)
Compl.
(atone)
I sing. io me mi
II sing.tu te ti
III sing. egli, esso, (lui)
ella, essa (lei)
lui, sé si, lo, gli,
ne, la, le
I plur. noi noi ci
II plur. voi voi vi
III plur. essi, esse (loro) loro, sé le, si, ne

C’è da notare che…

Le terze persone dei pronomi personali
Le terze persone dei pronomi soggetto, lui, lei e loro (in tabella tra parentesi) un tempo non venivano impiegate come soggetto (si usava obbligatoriamente egli/esso, ella/essa) ma solo come oggetto (dunque guardo lui, ma non lui guarda). Ma anche se c’è chi ancora oggi ha qualche riserva su questo uso per il soggetto e preferisce evitarle, nella scrittura moderna si trovano e non sono considerate un errore: questo uso si ritrova più volte per esempio già nei Promessi sposi (“ché finalmente, lui sarebbe sempre stato l’imperatore, fosse duca di Mantova Tizio o Sempronio”).

Viceversa l’uso di egli, ella, che si riferisce alle persone, ed esso, essa, più adatto a essere il pronome soggetto delle cose o degli animali, sono sempre più disuso sia nel parlare, e poco frequenti anche nello scrivere (si ritrovano invece spesso negli scritti del passato e vivono nelle tabelle con le coniugazioni dei verbi).
Anche se queste forme sono grammaticalmente lecite, si tendono a evitare attraverso l’uso di sinonimi (es. ella era viene specificato: la ragazza/donna, Maria…) o si sostituiscono con lui, lei e loro. Questi ultimi, però, in alcuni casi si devono usare obbligatoriamente.
Per saperne di piùLui può essere soggetto al posto di egli?

I pronomi personali si sottintendono
I pronomi soggetto in italiano perlopiù si evitano e si sottintendono. Se non c’è un cambio di soggetto nel periodo che richiede di specificare il nuovo soggetto con un pronome al posto di ripetere il nome, sottolineare io mangio, può essere considerato uno stile “egoista”, mentre specificare tu o egli il più delle volte è inutile e ridondante. Per esempio:

Cappuccetto rosso incontrò il lupo. Egli la vide e sì avvicinò quatto quatto. (Egli) le disse…

Il primo egli è necessario, perché altrimenti il soggetto sottinteso sarebbe Cappuccetto. La regola è che nell’alternarsi delle frasi si sottintende sempre lo stesso soggetto fino a che non interviene un cambio di costrutto. Il secondo egli è dunque del tutto inutile e ripeterlo suona fastidioso.

Per lo stesso motivo, nelle forme del congiuntivo che presentano ambiguità, si tende invece a inserire spesso il pronome personale nella frase per maggior chiarezza, per esempio: mi chiedo dove tu vada (poiché si dice che io vada, che tu vada e che egli vada) è meglio indicare di volta in volta di chi si sta parlando.

Attenzione a
si scrive sempre con l’accento (acuto, per distinguerlo da se congiunzione), anche se rimane aperta la questione se è più corretto scrivere sé stesso o se stesso che nell’uso ha una lunga tradizione senza accento in quanto la confusione con la congiunzione verrebbe a mancare. Si può scrivere in tutti e due i modi, ma per approfondire  vedi Si scrive se stesso o sé stesso?”.

Attenzione a gli e le
nell’uso, gli e le spesso si confondono e si usano a sproposito, ma bisogna ricordare che:
gli = a lui
le = a lei
dunque, soprattutto quando queste forme si trasformano in enclitiche, bisogna fare attenzione al sesso del nome di riferimento! Non si può dire gli ho detto riferito a una persona femminile (le ho detto), né si può dire: “Dagli un bacio” se ci si riferisce a una donna, si dice: “Dalle un bacio”, così come non si può dire: “Portale rispetto” a un uomo, si dice: “Portagli rispetto”.

Gli al plurale è loro
Spesso si tende a usare le forma enclitica gli anche al plurale, per esempio: “Son arrivati Marco e Antonio, offrigli un bicchierino.” In questo caso la forma più corretta ed elegante è: “Offri loro un bicchierino”, perché gli significa a lui, e non a loro, anche se in certi casi questo uso è accettabile. Per saperne di più vedi Gli ho dato o ho dato loro?

Uso alterato del lei al plurale
Tra le insidie dei pronomi personali c’è anche l’uso non propriamente esatto del lei/loro: quando si usa la forma reverenziale del lei che si dà, anche al maschile, attraverso il verbo al congiuntivo (venga, si sieda); bisogna ricordarsi che se gli interlocutori sono due si dovrebbe dare del loro (vengano, si siedano) più che del voi (plurale di tu).
Per saperne di più  → “Dare del tu, del lei del loro e del voi“.

I nomi falsi alterati

■ Cosa sono i falsi accrescitivi. ■ Fumo e fumetto hanno la stessa origine? ■ Spaghetti è un diminutivo di spago? ■ Tacchino è il diminutivo di tacco? ■ Gazzetta è il vezzeggiativo di gazza? ■ Quali sono i falsi alterati che hanno lo stesso etimo anche se i significati divergono? ■ Quali sono i falsi alterati casuali? ■ Polpaccio è un dispregiativo di polpo? ■ Foca ha la stessa etimologia di focaccia? ■ Cavallone deriva da cavallo? ■ Cero, cerino e cerotto hanno a che fare con la cera?

Ci sono nomi che sembrano alterazioni di un nome primitivo, ma lo sono solo in apparenza.

Tra questi, alcuni hanno un’origine che effettivamente ha una derivazione comune, anche se nell’uso odierno si è perso questo legame antico che univa le due parole a un’alterazione e a uno stesso significato.

Per esempio, cerino e cerotto non sono alterazioni di cero (candela), ma tutti e tre derivano da cera: il cerotto arriva dal greco kerotón , cioè “unguento di cera”, in latino cerotum, così come il cerino è un fiammifero dal bastoncino di cera e il cero è fatto della stessa materia. Allo stesso modo aquilone, calzone o cavallone, sono nati dagli accrescitivi di aquila, calza e cavallo, mentre il fumetto era come una nuvola di fumo che usciva dalla bocca dei personaggi, e gli spaghetti somigliavano allo spago.

Altre volte le similitudini sono assolutamente casuali e hanno un’etimologia slegata. Per esempio focaccia o polpaccio non sono forme spregiative di foca e di polpo.

Tra questi ultimi falsi accrescitivi ci sono:
baro e barone
botto e bottone
bullo e bullone
burro e burrone
gallo e gallone
lampo e lampone
mago e magone
matto e mattone
monte e montone
torre e torrone.

Tra i fasi diminutivi o vezzeggiativi ci sono
asta e astuccio
botte e bottino
collo e collina
gazza e gazzetta
merlo e merluzzo
naso e nasello (nel senso del pesce, nel caso dell’appoggio degli occhiali deriva da naso)
posto e postino
pulce e pulcino
rapa e rapina
rubino e rubinetto
tacco e tacchino.

I pronomi: quali sono e che funzione hanno

■ Cosa sono i pronomi? ■ Qual è la funzione dei pronomi? ■ Come si possono classificare i pronomi? ■ Molto spesso sono identici agli aggettivi (mio, quello…), come si distinguono? ■ Quali sono esempi di frasi con i pronomi?

Letteralmente, pronome significa “che sta al posto del nome” (pro nomen), cioè lo sostituisce, ma per essere più precisi possono sostituire anche altre parti del discorso, per esempio aggettivi e altre parole. Insomma, i pronomi sono dei “segnaposto” abbastanza elastici, che si usano per evitare di ripetere una stessa parola, per economicità e per non appesantire una frase. Per esempio: “Ho uno zaino pesante, non è che me lo porteresti un po’ tu?”. In questo caso lo significa lo zaino, sostituisce il nome. Invece: “Credevo fosse veloce, ma non lo è affatto” sostituisce l’aggettivo veloce.

Quasi sempre, i pronomi sono parole che diventano tali solo all’interno di un contesto, ma in altri contesti le stesse parole hanno altri ruoli e funzioni, e per esempio possono essere aggettivi: questo libro o il mio libro sono aggettivi, perché affiancano il nome e si concordano con il suo numero e genere, ma da soli: prendi questo o dammi il mio, diventano pronomi. La loro classificazione è dunque in parte simile a quella degli aggettivi, e tradizionalmente vengono distinti in:

personali, io, tu
possessivi, mio, tuo
dimostrativi, questo, quello
indefiniti, qualcun, nessuno
relativi, il quale, che
interrogativi o esclamativi, chi? Quanto!

(Per saperne di più vai ai rispettivi paragrafi).

Naturalmente, visto che le etichette con cui le parole si classificano non appartengono alla realtà ma sono delle categorie inventate per comodità, c’è anche chi si è spinto a suddivisioni ulteriori, distinguendo per esempio l’insieme dei pronomi numerali (per analogia con gli aggettivi numerali) dunque “le tre donne andavano…” può diventare “le tre andavano”, così come “il primo amore” può diventare “il primo”, dunque numerale ordinale… ma le grammatiche evitano di solito queste distinzioni così pedanti.

I superlativi “abusivi”, iperbolici e metaforici

■ Si può dire smisuratissimo? ■ Si può fare il superlativo di aggettivi che sono già superlativi? ■ Si può fare il superlativo dei nomi o dei verbi? ■ Si può dire ultimissimo? ■ Si può dire d’accordissimo? ■ Si può dire augurissimi?

Non tutti gli aggettivi possiedono le forme comparative e superlative, per esempio non li hanno quelli  che coinvolgono i concetti di tempo, materia o qualità dell’essere come mensile, marmoreo, triangolare, ateo (non avrebbe alcun senso dire che qualcosa è più mensile di un’altra o sommamente triangolare).

Tuttavia, in senso figurato tutto è sempre possibile (ma dipende dai contesti), e si può dire anche estremissimo, anche se letteralmente estremo significa già ciò che è più esterno, oppure per esagerare: smisuratissimo e ultimissimo, anche se questi aggettivi letteralmente, non lo consentirebbero dal punto di vista grammaticale. Ma poiché la lingua è metafora, tra queste “licenze” si possono trovare casi come “io sono italianissimo” e in questo applicare le regole del superlativo al di fuori del contesto degli aggettivi, le parole “superlativizzate” in modo iperbolico sono tante. Nel nostro lessico sono entrati per esempio padronissimo, finalissima, canzonissima, augurissimi, presidentissimo, affarissimo o campionissimo dove il suffisso dell’aggettivo viene applicato ai sostantivi. Tra i pronomi accresciuti in questo modo si registra stessissimo e poi circolano persino intere locuzioni come d’accordissimo, hai ragionissima, processo in direttissima o in gambissima. E anche i verbi vengono qualche volta accresciuti ricorrendo ai prefissi superlativi: stravedere, strafare, strapagare o stramaledire

Questi ultimi esempi appartengono però ai registri pubblicitari o gergali, più che a quelli formali o poetici, per cui in linea di massima è consigliabile usarli con moderazione.

I superlativi assoluti irregolari

■ Quali sono i superlativi assoluti irregolari? ■ Qual è il superlativo assoluto di benefico? ■ Si può dire malevolissimo? ■ Si può dire asprissimo? ■ Si può dire più estremo? ■ Meglio dire cattivissimo o pessimo? ■ Il superlativo di ampio è ampissimo o amplissimo? ■ Meglio dire miserrimo o miserissimo? ■ Si può dire “celebrissimo”? ■ Ci sono aggettivi che sono già superlativi e non hanno il grado positivo? ■ Qual è il superlativo di interno? ■ Si può dire estremissimo? ■ Qual è il superlativo di vicino?

Come avviene nel caso dei comparativi di maggioranza e di uguaglianza, esistono aggettivi che nella formazione dei superlativi assoluti cambiano completamente la loro radice, oppure non si appoggiano al suffisso -issimo sul modello di bravo bravissimo che contraddistingue i superlativi regolari. Dunque bisogna fare attenzione nei seguenti casi:

● gli aggettivi che terminano in fico e -volo, formano il superlativo in –entissimo (e non in –issimo) perciò:

benefico diventa beneficentissimo
magnifico diventa magnificentissimo
benevolo diventa benevolentissimo
malevolo diventa malevolentissimo…;

● i seguenti aggettivi hanno invece il superlativo in –errimo:

aspro diventa asperrimo (anche se asprissimo ormai si è diffuso ed è accettabile)
misero diventa miserrimo (anche se miserissimo circola, non è elegante)
acre diventa acerrimo (e non acrissimo)
celebre diventa celeberrimo (e non celebrissimo)
integro diventa integerrimo (e non integrissimo)
salubre diventa saluberrimo (e non salubrissimo).

Inoltre, tra le irregolarità, c’è ampio che diventa amplissimo, prende una l come avviene nel caso del plurale anomalo ampli, ma l’uso di ampissimo è diffuso al punto di essere tollerabile.

In altri casi ancora esistono delle forme speciali di comparativi e superlativi, che riguardano alcuni aggettivi che presentano una doppia forma possibile. In tabella sono raccolte tutte queste varianti.

Grado positivo Comparativo Superlativo
buono più buono
o migliore
buonissimo
o ottimo
cattivo più cattivo
o peggiore
cattivissimo
o pessimo
grande più grande
o maggiore
grandissimo
o massimo
piccolo più piccolo
o minore
piccolissimo
o minimo
alto più alto
o superiore
altissimo
o sommo o
supremo
basso più basso
o inferiore
bassissimo
o infimo
interno più interno
o interiore
intimo
esterno più esterno
o esteriore
estremo
vicino più vicino prossimo

ATTENZIONE ALL’ERRORE
Come nel caso dei comparativi non si può dire “più meglio” o “più migliore“, anche nel caso dei superlativi non si può dire “più buonissimo“, “più ottimo“, più pessimo” o “più massimo“, queste parole hanno già il significato di massimo grado e non si possono “aumentare”, così come non avrebbe senso dire “più ultimo” o “più primo”.

Tuttavia, nel caso di prossimo, intimo o estremo, hanno perso l’originale significato di superlativi e vivono di vita propria, sono usati anche con altri significati che permettono dei paragoni o degli aumenti di grado: si può dire che un parente è più prossimo (= vicino) di un altro, che uno sport è più estremo (= spericolato, rischioso) di un altro, oppure che una confessione è più intima di un’altra. L’uso di queste espressioni è documentato persino in autori classici (“circondato da’ parenti più prossimi, stava ritto nel mezzo della sala”, Promessi sposi) e non è errato. A riprova della perdita dell’originario significato superlativo ci sono espressioni come estremissimo o intimissimo che circolano con una certa frequenza. Inoltre, in senso figurato tutto è sempre possibile, persino la consuetudine di rendere superlativi i sostantivi (partitissima, finalissima), i pronomi (stessissimo) o intere espressioni (d’accordissimo). Per saperne di più, vedi → “I superlativi ‘abusivi’, iperbolici e metaforici“.

Ci sono infine alcuni aggettivi che non hanno il grado positivo, e sono già espressi in forma comparativa, per esempio anteriore (= davanti a qualcosa d’altro), posteriore, ulteriore, primo, ultimo o postumo.
In modo analogo, altri aggettivi possiedono già un significato superlativo che non permette di accrescerli ancora di più, per esempio colossale, eterno, immenso, enorme, infinito, smisurato, immortale… (salvo gli usi figurati di primissimo, smisuratissimo…).

I gradi dell’aggettivo: i superlativi regolari

■ Che cosa sono i superlativi relativi? ■ Che cosa sono i superlativi assoluti? ■ Come si formano i superlativi? ■ Che differenza c’è tra superlativi relativi e assoluti? ■ Meglio dire bravissimo o assai bravo? ■ Si può dire strabello? ■ Ipersensibile è un superlativo assoluto come sensibilissimo? ■ Quali sono le parole di rinforzo che servono a formare i superlativi? ■ Tutti gli aggettivi hanno il grado superlativo? ■ Che differenza c’è tra “il più bello” e “bellissimo”? ■ Che differenza c’è tra comparativi e superlativi?

Oltre al grado comparativo, un aggettivo può possedere anche quello superlativo, che ne indica il grado massimo e può essere di due tipi:
relativo, quando il confronto è all’interno di un contesto: sei il più (o il meno) bravo della classe. In questo caso, come di solito avviene nel comparativo, il grado massimo si esprime aggiungendo la particela più, senza alterare l’aggettivo;
assoluto, quando l’affermazione è indipendente da ogni confronto, e in questo caso per lo più si forma con il suffisso –issimo: sei bravissimo.

Ma i superlativi assoluti si possono formare anche in altri modi, per esempio con i prefissi stra-, super-, iper-, ultra-, arci-, extra-, ultra– (straricco, superaccessoriato, ipersensibile, ultraricco, arcistufo, extraresistente), oppure ponendo davanti all’aggettivo degli avverbi come molto, assai, estremamente, enormemente…, o ancora con altre parole di rinforzo, per esempio stanco morto, ubriaco fradicio, tutto solo (un altro aggettivo), stanco stanco (ripetizione). Tutte queste possibilità hanno la stessa funzione e lo stesso significato, la loro scelta è solo una questione di stile: si può preferire ipersensibile a sensibilissimo a seconda del contesto.

Tuttavia, in generale, è bene non abusare dei prefissi che sono tipici dei registri pubblicitari (ultrapiatto, extrasottile) o parlati e popolari (strabello, megagalattico).

ATTENZIONE
Questi sono i superlativi assoluti regolari, ma esistono anche altre forme che sono irregolari e che bisogna conoscere. Per esempio i casi in cui il suffisso non è più –issimo, ma –entissimo (malevolentissimo, benefecintessimo) oppure –errimo (celeberrimo), e in altri casi ancora esistono aggettivi diversi da usare, per cui non si dice “internissimo” o “esternissimo” ma intimo ed estremo (per saperne di più → “I superlativi assoluti irregolari“).

Va poi precisato che non tutti gli aggettivi possiedono le forme comparative e superlative, per esempio quelli  che coinvolgono i concetti di tempo, materia o qualità dell’essere come mensile, marmoreo, triangolare, ateo ne sono privi (non avrebbe alcun senso dire che qualcosa è più mensile di un’altra o sommamente triangolare).

I gradi dell’aggettivo: i comparativi

■ Che cosa sono i comparativi di uguaglianza, maggioranza e minoranza? ■ Meglio dire più buono o migliore? ■ Meglio dire più cattivo o peggiore? ■ Si può dire “più minore”? ■ Si può dire “più maggiore”? ■ Cosa sono le particelle comparative?

Quando si fanno dei confronti, un aggettivo può essere paragonato con altre cose attraverso un paragone di uguaglianza, maggioranza o minoranza. In questi casi si dice che è (di grado) comparativo (altrimenti è di grado positivo).
Naturalmente, non tutti gli aggettivi ammettono confronti, e non si può dire che qualcosa è più ultima o più prima di un’altra, anche se in senso metaforico o ironico è sempre tutto possibile, e si può dire che una persona è più quadrata di un’altra (letteralmente non avrebbe alcun senso), o che una cosa è più mia che tua.
Nei comparativi generalmente non si varia l’aggettivo, ma lo si affianca a particelle (dette comparative) che formano delle locuzioni. Per esempio:

● il comparativo di uguaglianza è retto da particelle come cosìcome…; tantoquanto… (a volte le prime si possono anche omettere); o con altre locuzioni come al pari di.
Per esempio: è (così) bello come l’originale; è grande quanto il tuo; è resistente al pari dell’altro…;

● il comparativo di maggioranza è retto da particelle come piùdi…; o piùche
Per esempio: è più alto di me; è più resistente che il tuo;

● il comparativo di minoranza: è retto da particelle come menodi… (o che…).
Per esempio: è meno alto di me; è meno resistente che il tuo.

In questi casi non ci sono problemi, ma in altri casi ci sono alcuni aggettivi che possiedono forme di comparativo differenziate, e dunque si trasformano in una parola sola, invece di appoggiarsi alle particelle comparative, per esempio:

più buono può essere sostituito da migliore: questo compito è migliore dell’altro;
più cattivo può essere sostituito da peggiore: questo compito è peggiore dell’altro;
più grande può essere sostituito da maggiore: questo compito è maggiore dell’altro;
più piccolo può essere sostituito da minore: questo compito è minore dell’altro.

ATTENZIONE ALL’ERRORE
In questi esempi si può scegliere di usare una forma o l’altra, ma l’errore da evitare è quello di mescolarle:
non si può direpiù migliore”, “più peggiore”, “più maggiore” o “più peggiore”! Queste forme includono già il valore del più, per cui il comparativo si forma o con più seguito dall’aggettivo di grado positivo oppure con la forma di comparativo differenziata che ne include il significato.

Sulle doppie forme dei comparativi e sulle differenze con i superlativi vedi anche la tabella in → “I superlativi assoluti irregolari

La declinazione degli aggettivi: genere e numero

■ Gli aggettivi sono sempre variabili? ■ Come si forma il plurale degli aggettivi? ■ Gli aggettivi come si volgono al femminile? ■ Quali sono le declinazioni degli aggettivi? ■ Perché il plurale di poco è pochi, ma quello di pacifico è pacifici? ■ Perché il plurale di saggio è saggi, ma quello di pio è pii? ■ Come si fa il plurale degli aggettivi composti? ■ Quando bello diventa bel, bei, belli? ■ Quando si deve dire quel, quei o quelli invece di quello? ■ Quali sono gli aggettivi invariabili? ■ Quando usa buon e quando buono? ■ Nessun e nessuno seguono le regole di un e uno? ■ Quando l’aggettivo si riferisce a una coppia di nomi uno maschile e l’altro femminile come si declina? ■ Meglio dire i pomodori e le mele rossi, o i pomodori e le mele rosse?

Gli aggettivi sono inclusi tra le parti variabili del discorso perché il più delle volte si concordano con il sostantivo di riferimento nel genere (maschile e femminile) e nel numero (singolare, plurale).

Per essere precisi non sempre è così, e ci sono anche molti aggettivi invariabili come molti numeri, alcuni colori come il rosa, alcuni aggettivi determinativi. Sono invariabili anche:

● aggettivi come tuttofare, stereo, turbo
● alcune locuzioni avverbiali usate come aggettivi (perbene, dappoco);
pari e i derivati (dispari, impari);
● alcuni composti di anti– come antinebbia, antifurto, antiriflesso (ma non vale per antipatico o antisismico, al plurale –ci), di fuori- (fuoripista, fuoriporta), si mono– (monoposto), o di pluri– (pluriuso);

e in altri casi ancora.

Per comprendere quando si possono declinare e come, può essere utile dividerli in categorie a seconda della loro desinenza (così come si fa con i sostantivi):

● gli aggettivi che al maschile singolare terminano in –o (per esempio bello) hanno quattro possibili desinenze:
o per il maschile singolare → uomo bello
a per il femminile singolare, → donna bella
i per il maschile plurale → uomini belli
e per il femminile plurale, → donne belle;


● gli aggettivi che al maschile singolare terminano in –a (es. idealista) hanno tre possibili desinenze:
a per il maschile e il femminile singolare → uomo o donna idealista
e per il femminile plurale, → donne idealiste
i per il maschile plurale → uomini idealisti
 

● gli aggettivi che al maschile singolare terminano in –e (es. interessante) hanno due possibili desinenze:
e per il maschile e femminile singolare → uomo o donna interessantei per il maschile e femminile plurale → uomini o donne interessanti

Inoltre (come nel caso dei nomi in –co e –go), gli aggettivi che terminano in:

● –co al plurale si trasformano in –chi (pronuncia dura; per esempio pòchi, antìchi) quando sono accentati sulla penultima (sono cioè piani); se invece sono accentati sulla terz’ultima (sdruccioli) si trasformano in –ci mantenendo il suono dolce (per esempio: pacìfici, antibiòtici ma al femminile mantengono il suono duro: pacifiche, antibiotiche);
● in –go al plurale diventano –ghi (casalinghi, larghi), ma ciò non vale per i composti di –fago (antropofagi);
● in –io al plurale maschile terminano in –ii quando al singolare l’accento tonico cade sulla i (pìopii), altrimenti si contraggono in una sola –i (saggiosaggi).

Quando sono composti, di solito gli aggettivi cambiano il plurale solo nella desinenza del secondo elemento: verità sacrosante; comunità italo-francesi.


Nel declinare gli aggettivi è bene ricordare che:

bello (come quello, formato dall’articolo determinativo il/lo) si comporta seguendo le regole che governano → l’articolo determinativo, dunque al maschile possiede un doppio singolare e un doppio plurale a seconda della parola che segue: un bel gatto, un bell’armadio, bei colori, begli occhi (al femminile sempre bella e belle). Dunque non è corretto dire che bei occhi;
buono (come alcuno, formato → dall’articolo indeterminativo un/uno) si comporta come l’articolo indeterminativo: buon appiglio (senza l’apostrofo), buono studente (benché buon studente venga ormai tollerato, anche se non elegante), buon’anima, buona persona (al plurale è invece sempre buone e buoni). Vedi anche “L’apostrofo: elisione e troncamento

Infine, bisogna prestare attenzione alle concordanze: quando ci sono aggettivi riferiti a più nomi di genere diverso prevale il maschile, per esempio: “Il gatto e la gatta sono bianchi”, anche se talvolta, per assonanza, è ammissibile anche concordare l’aggettivo solo con il nome più vicino: “Ho passato giorni e settimane intense”. Insomma talvolta le regole di questo tipo non si applicano solo in modo rigido e matematico, sono elastiche e si possono piegare a seconda delle circostanze, se suonano meglio.

La collocazione degli aggettivi

■ Meglio dire una donna bella o una bella donna? ■ Che differenza c’è tra un uomo grande e un grande uomo? ■ Che differenza c’è tra ho visto un solo uomo e ho visto un uomo solo? ■ Perché si può dire un grande principe ma non un azzurro principe? ■ Gli aggettivi vanno prima o dopo il nome? ■ Quali sono le regole della collocazione degli aggettivi qualificativi? ■ Che differenza c’è tra: una bella iniziativa interessante; una bella e interessante iniziativa; e un’iniziativa bella e interessante? ■ Quali sono le regole della collocazione degli aggettivi determinativi? ■ Dire mio figlio o figlio mio è la stessa cosa? ■ Che differenza c’è tra primo numero e numero primo?

Per gli aggettivi qualificativi non esistono regole precise che regolano la collocazione prima o dopo il nome, spesso dipende dallo stile: si può dire indifferentemente “è una bella donna” oppure “è un donna bella”.

In altri casi è invece obbligatorio collocare l’aggettivo dopo il nome: non si può dire “un azzurro principe” né un “universitario professore” (anche se si può dire “un grande principe” e un “valente professore”).

Insomma, in mancanza di regole precise non resta che andare a orecchio e valutare caso per caso.

In linea di massima, però, l’aggettivo precede il nome quando ha un senso generico o esprime qualità permanenti e naturali (una buona idea, un bel film), mentre si colloca dopo quando lo si vuole mettere in risalto (un’idea buona, un film bello) o per specificare una particolarità del nome (medico legale, profilo greco).

Quando ci sono più aggettivi si possono collocare anche prima e dopo il nome:
● una meravigliosa iniziativa interessante,
● una meravigliosa e interessante iniziativa,
● un’iniziativa meravigliosa e interessante.

A volte la posizione dell’aggettivo può conferire alla frase significati diversi (o diversi significati, è lo stesso), per esempio: Napoleone era un granduomo, ma non un uomo grande (nel senso della statura); e ho visto un uomo solo (= da solo) è diverso da ho visto un solo uomo (cioè ho visto solo lui).

Gli aggettivi determinativi, invece, di solito precedono sempre il nome cui si riferiscono, a parte in pochissimi casi.
Con gli aggettivi possessivi, per esempio, sono ammissibili forme come “figlio mio!”, che ha un valore diverso rispetto a “mio figlio” che si usa abitualmente. Anche nel caso dei numerali si possono registrare delle eccezioni, per esempio si dice: “Sei il numero uno” (l’aggettivo è posticipato), mentre un “numero primo” (cioè divisibile solo per sé stesso) ha un significato diverso da “il primo numero”.

I colori non sono sempre aggettivi variabili

■ Quando i colori si concordano nel numero e nel genere e quando no? ■ Perché si dice le scarpe rosse al plurale ma le scarpe rosa al singolare? ■ Meglio dire i pantaloni marrone o i pantaloni marroni? ■ Meglio dire le scarpe arancioni o le scarpe arancione? ■ Le gradazioni dei colori, come giallo ocra, si declinano al plurale?

I colori sono perlopiù aggettivi (la mela rossa, i tavoli verdi), ma non sempre. Marrone, per esempio, non è un aggettivo da un punto storico, ma un sostantivo che indica una varietà di castagna (lo abbiamo importato dal francese marron) e solo per estensione è diventato il colore che la contraddistingue, dunque per essere precisi il “maglione marrone” significa: “il maglione color castagna”.

Perciò non si dovrebbe dire “gli stivali marroni”, ma “gli stivali marrone” (anche se ormai i dizionari registrano anche l’uso aggettivale che si declina al plurale, ma è un po’ improprio e non molto elegante).
Per questo motivo alcuni colori si concordano con il nome nel genere e nel numero (i quaderni bianchi e i cieli azzurri), e altri no: le pantofole rosa, cioè del colore della Rosa canina, e non le pantofole rose.

Anche il colore blu è invariabile, ma solo perché è un monosillabo, e come tutti i monosillabi non si volge al plurale (vedi → “Il plurale dei nomi della quarta declinazione“). Lo abbiamo importato solo nella seconda metà dell’Ottocento dal francese bleu che poi abbiamo italianizzato (ma ancora agli inizi del Novecento era più diffuso il francesismo). Precedentemente noi avevamo solo l’azzurro, il celeste (da cielo) o il turchino e il turchese, a loro volta derivati da “pietre turche” perché indicavano il colore delle pietre preziose che arrivavano dalla Turchia.

Anche arancio non si declina, si tratta di un albero e indica il colore dell’arancia (il frutto spesso impropriamente utilizzato al maschile), mentre l’aggettivo derivato che indica il color arancio sarebbe più propriamente l’arancione (preferibilmente invariabile: i pantaloni arancione, “arancioni” è un uso un po’ più popolare e meno elegante). E così non si declinano il color bordò (il colore del vino francese bordeaux), il color nocciola e una serie di colori che non hanno un proprio nome, ma fanno riferimento a cose della stessa tinta: terra di Siena, fumo di Londra, color cammello, carta da zucchero ecc. In questi casi i colori sono invariabili: le scarpe bordò, nocciola, beige, marrone, blu, viola, rosa, lilla, amaranto, indaco

Altrettanto invariabili sono di solito le gradazioni dei colori: le scarpe possono essere gialle, rosse e verdi, ma si dice le scarpe giallo ocra, rosso cupo, verde smeraldo

I numeri romani

■ Come funziona la numerazione romana? ■ Quando è obbligatorio usare i numeri romani? ■ Cosa sono gli aggettivi numerali ordinali? ■ Che differenza c’è tra numeri ordinali e cardinali? ■ Quando è obbligatorio usare i numeri romani? ■ Quando non si possono usare i numeri romani? ■ Come si scrive 50 in numeri romani? ■ I numeri romani si scrivono sempre in maiuscolo? ■ Come si pronunciano i numeri romani?

Gli aggettivi numerali si distinguono in cardinali che corrispondono ai numeri (1, 2, 3…) e ordinali (primo, secondo…) che indicano l’ordine di numerazione. Questi ultimi si possono scrivere seguiti da una piccola “o” in apice, spesso fatta per semplicità con il simbolo ° (1°, 2°… vedi → I caratteri della tastiera) che diventa una “a” per il femminile (1a, 2 a…), oppure con i numeri romani.

Il sistema di numerazione romano segue un po’ la logica del contare con le dita: 1 si indica con un segno (I), 2 con due (II) e 3 con tre (III), ma a questo punto invece di aggiungere un quarto segno è più semplice scrivere 5 meno 1 (IV), quindi, a seconda della posizione di “I” prima o dopo “V” (che indica il numero 5) si ha IV (4) e VI (6). La stessa logica si applica al simbolo X (cioè 10): IX corrisponde a 9, e XI a 11 e così via. Il 50 si esprime con la lettera L, e arrivati al numero 39 (XXXIX), scatta la regola del 50 – 10 cioè XL. I simboli C (100) e M (1.000) sono invece derivati dalle iniziali dell’alfabeto (Cento e Mille).

Lo zero non esiste: verrà importato in Occidente più tardi dagli Arabi insieme alle altre cifre chiamate appunto numeri arabi.

I numeri romani si scrivono sempre in maiuscolo (tranne quando vengono usati nelle note a piè di pagina, per esempio: Manzoniiv), e si usano obbligatoriamente al posto dei numeri arabi per indicare i nomi di papi e re (Luigi XIV, Giovanni XXIII) e anche per indicare i secoli: il XX secolo. In questo caso si pronunciano come numeri ordinali, dunque si dice Luigi quattordicesimo, non Luigi quattordici come a volte si sente.

Spesso, soprattutto in passato, venivano indicate così anche le date di pubblicazione di libri o film, anche se oggi possono risultare di non immediata comprensione, per esempio MCMLXV corrisponde a 1965, e in questo caso si pronuncia come il numero cardinale corrispondente.

A parte questi casi, in generale nello scrivere è sempre meglio evitare le cifre, dunque si scrive “sono arrivato primo” e non “1°”, e per i risultati sportivi o di questo tipo il numero romano sarebbe fuori luogo. Di solito i numeri in cifre si scrivono solo dal decimo in poi (es. il 10° arrivato, il 20° arrivato) altrimenti è meglio usare le lettere.

Di seguito una tabella che aiuta a riassumere le regole e le equivalenze.

Cifre arabe Numeri romani Ordinali in lettere
1 I primo
2 II secondo
3 III terzo
4 IV quarto
5 V quinto
6 VI sesto
7 VII settimo
8 VIII ottavo
9 IX nono
10 X decimo
11 XI undicesimo
20 XX ventesimo
30 XXX trentesimo
40 XL quarantesimo
50 L cinquantesimo
60 LX sessantesimo
70 LXX settantesimo
80 LXXX ottantesimo
90 XC novantesimo
100 C centesimo
101 CI centunesimo
200 CC duecentesimo
300 CCC trecentesimo
400 CD quattrocentesimo
500 D cinquecentesimo
600 DC seicentesimo
700 DCC settecentesimo
800 DCCC ottocentesimo
900 CM novecentesimo
1.000 M millesimo

Gli aggettivi: cosa sono e come si dividono

■ Cosa sono gli aggettivi? ■ Che differenza c’è tra aggettivi qualificativi e determinativi? ■ Cosa sono gli aggettivi dimostrativi? ■ Cosa sono gli aggettivi possessivi? ■ Cosa sono gli aggettivi indefiniti? ■ Cosa sono gli aggettivi numerali? ■ Che differenza c’è tra aggettivi numerali cardinali e ordinali? ■ Cosa sono gli aggettivi primitivi e derivati? ■ Cosa sono le forme alterate degli aggettivi? ■ Come si distingue un aggettivo come “questo” dal pronome? ■ Perché “chiaro” è aggettivo in “maglione chiaro”, ma è avverbio in “parlar chiaro”?

Gli aggettivi sono parole che si aggiungono al nome, e vengono classificate tre le parti variabili del discorso perché si possono di solito (ma non sempre) volgere non solo al singolare e al plurale, ma anche al maschile e al femminile. In questi casi si concordano sempre con il nome nel numero (l’uomo elegante, gli uomini eleganti) e nel genere (l’uomo coraggioso, la donna coraggiosa).

Tradizionalmente vengono distinti in qualificativi, quelli che esprimono qualità (alto, bello, forte, simpatico) e determinativi (o indicativi) che in altre parole indicano qualcosa di determinato (questo libro, non uno qualsiasi; quel cane, il mio orologio, nessun amico).

Più nei dettagli, gli aggettivi determinativi si possono ulteriormente dividere in:

dimostrativi, sono questo e quello (che a seconda delle parole con cui si associa può diventare quel: quel quaderno e quello studio, secondo le regole degli articoli il e lo) che servono a indicare qualcosa vicino a chi parla o scrive (questo animale) oppure lontano (quell’animale).

“Codesto” non si usa
Le grammatiche riportano perlopiù anche codesto, che servirebbe a indicare qualcosa che si trova vicino a chi ascolta (per cui in una conversazione si potrebbe dire: togliti codesto cappello, riferito a chi lo indossa), ma è ormai caduto completamente in disuso, tranne nella parlata toscana e nel linguaggio burocratico dove si riferisce a un ente o istituto con altro significato (mi rivolgo a codesta banca per…).

A questi si possono aggiungere anche stesso e medesimo (chiamati anche aggettivi dimostrativi d’identità o aggettivi identificativi): hanno lo stesso o medesimo vestito (cioè proprio quello). In altri casi hanno un valore rafforzativo: l’ho visto io stesso;
possessivi, cioè mio, tuo, suo, nostro, vostro e loro (quest’ultimo è invariabile). Indicano a chi appartiene qualcosa. Alla terza persona si può usare anche proprio, per esempio: “Guarda solo al proprio (= suo) orticello”, oppure si può usare per rafforzare il legame di proprietà o possesso: “Ce la farò con le mie proprie forze”. Quando l’aggettivo possessivo è accompagnato dai nomi di parentela di solito non vuole l’articolo (per cui si dice “mia sorella”, e non “la mia sorella“). Per saperne di più → “L’uso dell’articolo e la sua omissione“;
indefiniti, si chiamano così perché indicano in modo generico (e appunto indefinito) la quantità o la qualità di qualcosa: ogni, qualche, qualsiasi, qualunque, qualsivoglia (che sono invariabili e si usano solo al singolare), tutto, parecchio, altro e altri ancora tra cui alcuno.

Alcuno si usa solo al singolare e nelle frasi negative diventa nessuno, per cui è meglio dire “non ho alcun dubbio” invece di “nessun dubbio”, dove la doppia negazione risulta pleonastica; in alternativa si può omettere e dire “non ho dubbi”. Va ricordato che alcuno è affiancato dalla forma con troncamento alcun, che non si deve mai apostrofare davanti alle parole maschili (es. alcun amico); segue le regole degli → articoli indeterminativi un e uno (dunque: alcun male e alcuno sforzo), e lo stesso vale per nessuno e nessun (dunque nessun’altra = nessuna, ma nessun altro);
interrogativi ed esclamativi, introducono domande (dirette e indirette) o esclamazioni: che (invariabile), quale e quanto (per esempio: che o quale giornale leggi? Quanti biscotti hai mangiato? Ma anche: che giornata! Quanta gente! Quale valore hai dimostrato!);
numerali, che a loro volta si dividono in:

                – cardinali, cioè i numeri: uno, due, tre…. che sono tutti invariabili, tranne uno che può diventare una, mille che diventa –mila (duemila, tremila, centomila…), milione e miliardo (milioni e miliardi).

Naturalmente quando un numero è riferito al nome assume la funzione di aggettivo (opere da tre soldi), se invece è preceduto dall’articolo, che ha il potere di rendere sostantiva ogni cosa, ha la funzione di un nome: “Il tre è il numero perfetto!”

Se non si tratta di date, formule matematiche, cifre statistiche o importanti che si vogliono mettere in risalto (il 35% degli elettori) o numeri troppo lunghi (ho speso 234.000 euro) è sempre meglio scriverli in lettere e non in cifre (per esempio: dopo quattro giorni). Si usano invece nella numerazione delle note a piè pagina o a fine capitolo, in apice, attaccati alla parola di riferimento (es. parola1).

                – ordinali (indicano l’ordine in una serie): primo, secondocentesimo… e si possono scrivere in cifre arabe seguite dal simbolo ° (1°, 2°…) o in numeri romani, e questa seconda variante è obbligatoria per i nomi di papi e re (Luigi XIV, Giovanni XXIII) e anche per indicare i secoli: il XX secolo (che, anche se stiamo uscendo dalla questione degli aggettivi, si può anche scrivere come il Novecento o il ‘900). Per saperne di più → “I numeri romani“.


Come i → sostantivi, anche gli aggettivi possono essere primitivi (bello, forte, rosso…) o derivati da nomi, come primaverile, boschivo, mortale, dantesco, ombreggiato, milanese… inoltre ci sono le forme alterate, cioè diminutivi e vezzeggiativi (bellino, rosellino), accrescitivi (intelligentone, allegrone per lo più sostantivati) o dispregiativi (giallastro, dolciastro). Tra le alterazioni possibili, molti aggettivi possono anche assumere diversi gradi: bellissimo è il (grado) superlativo assoluto di bello (detto invece di grado positivo, cioè normale), mentre il superlativo relativo si forma con una locuzione, il più bello, così come il grado comparativo di maggioranza (più bello di), minoranza (meno bello di) o di uguaglianza (bello come…).

Per saperne di più → “I gradi dell’aggettivo: i comparativi“; → “I gradi dell’aggetivo: i superlativi regolari“; → “I superlativi assoluti irregolari“.

Una precisazione importante
Non bisogna mai dimenticare che le parole assumono la loro funzione solo all’interno di un contesto, e mai in assoluto. “Ricco“, per esempio, non è necessariamente sempre un aggettivo (essere un aggettivo non è una proprietà della parola) e nell’analisi grammaticale può essere classificato in modi diversi: può anche essere sostantivato (basta aggiungere l’articolo): il ricco, cioè colui che è ricco (sostantivo), che è diverso da “il proprietario ricco” (se c’è il nome di riferimento è sempre aggettivo). Lo stesso vale per altre parole come questo e quello, aggettivi se accompagnati dal nome (questo libro) ma che assumono il ruolo di pronomi dimostrativi se sono da soli: prendi questo. E ancora, una stessa parola che può essere spesso aggettivo, altre volte può essere usata in maniera avverbiale, cioè assumere il ruolo dell’avverbio: “Scrivete chiaro“ (cioè chiaramente, in modo chiaro). In questo caso chiaro è avverbio, invariabile, ed è diverso da “il cielo chiaro” (aggettivo e variabile: alba chiara, cieli chiari, albe chiare).

Per saperne di più → “Come distinguere gli avverbi da aggettivi, congiunzioni o preposizioni

L’uso dell’articolo e la sua omissione

■ Si può usare l’articolo davanti ai nomi propri? ■ Meglio dire “il Manzoni” o solo “Manzoni”? ■ Perché si mette l’articolo davanti ai nomi femminili: la Bertè, la Montalcini? ■ Perché si dice il Carducci ma non il Garibaldi? ■ Si può dire “la mia sorella”? ■ Si può dire “il mio babbo”? ■ Meglio dire: “i cani, i gatti e i topi” o “i cani, gatti e topi”? ■ Meglio dire l’edizione “dei Promessi sposi” o “de I promessi sposi“? ■ Quando si usa l’articolo con i nomi geografici (l’Africa è grande) e quando no (Roma è grande)? ■ Meglio dire il soprano Maria Callas o la soprano?

In linea di massima, l’articolo si usa con il nome, ma naturalmente ci sono varie eccezioni e non è sempre così: non tutti i nomi possono essere preceduti dall’articolo.

L’articolo si omette davanti ai nomi propri: non si dice lo Stefano, ma semplicemente Stefano, e lo stesso vale per i cognomi di persona (è arrivato Rossi e non il Rossi), anche se può capitare di imbattersi in “il Manzoni” o la “Montessori”.

Alcune grammatiche riportano la “regola” che i nomi di personaggi illustri ammettono l’articolo, per esempio il Pascoli o il Carducci, ma ciò non è vero. Infatti, non si dice per esempio il Michelangelo, il Cesare, il Napoleone o il Garibaldi. Né, sfogliando un giornale leggiamo il Benigni, dunque il caso dei nomi di alcuni letterati del passato (non tutti, e non si dice “il Dante“) è un’eccezione da contestualizzare solo in quell’ambito (e usare o meno l’articolo in questi pochi casi è una scelta stilistica).

È invece molto diffusa la consuetudine di usare l’articolo femminile per i cognomi di donna: la Bertè, la Loren o la Montalcini. Questa consuetudine è stata tacciata di un uso linguistico sessista. Perché specificare il genere femminile quando non lo si fa per i personaggi pubblici maschili? Questa critica fu sollevata per esempio dall’ex ministra Elsa Fornero che non gradiva essere appellata “la Fornero” visto che nessuno avrebbe chiamato l’allora presidente del consiglio di quel governo “il Monti”. In questi casi, chi volesse evitare questo uso può aggirare la questione specificando sempre anche il nome (Loredana Bertè) o l’apposizione (la ministra Fornero) in modo da evitare l’uso dell’articolo considerato politicamente poco corretto (per approfondire la questione del sessismo → “Il sessismo della lingua e la femminilizzazione della cariche“).
Davanti ai nomi dal sesso incerto, per esempio soprano (al maschile anche se tipico delle donne) è invece consuetudine apporre l’articolo che ne qualifica il genere quando sono uniti al nome, per esempio la soprano Maria Callas (ma si può dire anche Maria Callas è stata la/il soprano più famosa/o), mentre per i nomi dal sesso ambivalente si usa necessariamente il femminile: Maria Callas è stata una cantante famosa (e non un cantante).

Al contrario dei nomi propri, l’articolo si usa invece nel caso dei soprannomi, il Parmigianino o il Griso, e nel caso dei → nomi geografici di continenti, laghi, fiumi e monti: l’Asia, il Po, il Garda e il Gran Sasso.
Viene invece omesso davanti ai nomi delle città (Roma è una città d’arte) e alcune grammatiche riportano come eccezioni La Spezia, L’Aquila, Il Cairo, L’Aia, La Mecca, La Paz, o L’Avana, ma a essere pignoli in questi casi l’articolo fa parte del nome, non è un’aggiunta arbitraria. L’eccezione è semmai il caso di specificazioni o attributi che accompagnano il nome di una città, per esempio la Roma di Cesare o la Milano da bere.

L’articolo va omesso nei nomi di parentela preceduti dall’aggettivo possessivo: si dice mio fratello, mia sorella, mia nonna, mia madre e mio padre (e mai la mia sorella e simili), ma le eccezioni non mancano. Nel caso di babbo e di mamma, per esempio, si usa: il mio babbo, la mia mamma, e allo stesso modo si usa nei plurali (le mie sorelle, i miei nonni, le mie zie) o quando è preceduto da un aggettivo qualificativo, il mio vecchio padre. Al contrario, l’articolo si omette davanti ai possessivi che precedono le formule come Sua Altezza (o Eccellenza, Eminenza, Maestà, Santità e Signoria).

Inoltre, si può omettere anche davanti alle citazioni di opere il cui titolo comincia con un articolo. “A proposito dei Promessi sposi”, è corretto anche se il titolo originale è I promessi sposi (l’alternativa, a volte pignola e meno scorrevole, ma ugualmente corretta, è quella di scrivere: “A proposito de I promessi sposi”).

Infine, quando ci sono elenchi di nomi di diversa appartenenza, per esempio i cani, i gatti e i topi conviene riportare sempre l’articolo prima di ogni nome, è più elegante, mentre quando i nomi sono invece dello stesso genere è consigliabile ometterlo: il musicista, cantante e scrittore Vinicio Capossela.

Un, uno e una al plurale: gli articoli partitivi dei, degli e delle

■ Come si distinguono gli articoli partitivi dalle preposizioni articolate? ■ Si può dire “hai dei begli occhi”? ■ Si può dire “il cane di dei miei amici”? ■ Si può dire “sono stato in dei posti”? ■ Che differenza c’è tra “mangio biscotti”, “mangio dei biscotti” e mangio alcuni biscotti”? ■ Quando è obbligatorio l’uso del partitivo? ■ Quando si può evitare l’uso del partitivo? ■ Con quali parole si può sostituire un partitivo? ■ Quando i partitivi non si possono usare?

Un, uno e una non hanno un vero e proprio plurale.

Gli articoli indeterminativi al plurale diventano come le preposizioni articolate: dei, degli e delle. Prendono il nome di articoli partitivi perché indicano una quantità o una parte del tutto, come quando (anche al singolare) si dice: “Ho mangiato della carne e ho bevuto dell’acqua” (= una parte, un po’). Con questa stessa funzione, ho visto un amico al plurale diventa ho visto degli amici (cioè alcuni, un po’, certi, una parte dei miei amici, non tutti) che ha un valore indeterminato prima che di quantità.

Come distinguere i partitivi dalle preposizioni articolate?
In alternativa agli articoli partitivi, per formare il plurale si può utilizzare l’aggettivo indefinito alcuni e alcune (alcuni pneumatici, alcune amiche). Oppure, si possono sostituire con un po’, certi, qualche. E ancora, si possono quasi sempre omettere. Per esempio:

ho mangiato delle ciliegie = ho mangiato ciliegie, oppure qualche ciliegia, alcune ciliegie, un po’ di ciliegie, certe ciliegie.

Nell’analisi grammaticale, dunque, un trucco per distinguere le preposizioni articolate dagli articoli partitivi è quello di provare a compiere questa sostituzione o a ometterli (guardo dei film = guardo film o alcuni film; la palla dei bambini è invece preposizione articolata). O ancora, si può provare a girare la frase al singolare (prendo delle coseprendo una cosa = partitivo; il nome delle coseil nome della cosa, preposizione).

Nella loro declinazione nel genere e nel numero, i partitivi seguono le stesse regole degli articoli determinativi i, gli e le da cui sono composti (e non degli indeterminativi un, uno e una). Dunque, il plurale di una è sempre delle, mentre quello di un e di uno si trasforma in dei o degli. Il che significa che “un” al plurale può diventare a seconda dei casi dei (es. un canedei cani) oppure degli (un amicodegli amici).

Più precisamente, degli si usa davanti a:

● le parole che cominciano con vocale (degli amici, degli ermellini, degli imbuti, degli orsi, degli usignoli);
● le parole che cominciano con x e z (degli xenofobi, degli zerbini);
● le parole che cominciano con s impura (cioè seguita da un’altra consonante e non da una vocale, per esempio degli studi);
● i gruppi di consonanti gn, pn e ps (degli gnomi, degli pneumatici, degli psicologi).

Negli altri casi si usa dei (dei cani, dei bambini…).

Come nel caso di le e gli, è bene ricordare che anche delle e degli non si apostrofano mai: delle aquile ( e mai “dell’aquile”), degli amici (e mai “degl’amici”), e anche nel caso di degli seguito da parola che inizia con i è preferibile omettere l’apostrofo (degli italiani è meglio di “degl’italiani”, anche se grammaticalmente sarebbe accettabile). Per saperene di più vedi → “Il, lo e la: gli articoli determinativi” e → “Apostrofo: elisione e troncamento“.

Quando i partitivi si possono anche omettere e quando non si possono usare

Venendo alle questioni di stile, è consigliabile non abusare di dei, degli e delle con valore partitivo.

In passato molti linguisti di stampo purista si sono scagliati contro l’uso dei partitivi perché venivano considerati un’interferenza della lingua francese (dove sono sempre obbligatori e non si possono omettere), e anche se nell’italiano moderno sono utilizzati molto di frequente soprattutto nel parlato, è rimasta nell’aria una certa ostilità nel loro abuso soprattutto nei registri alti. Perciò c’è chi ritiene preferibile dire “ho letto alcuni libri” invece di “ho letto dei libri”, ma sono scelte stilistiche personali.

L’uso del partitivo plurale non si può invece ammettere dopo la preposizione di: il cane di un mio amico non può diventare il cane di dei miei amici; o si omette dei (il cane di miei amici) o si sostituisce (il cane di certi miei amici).


Con le altre preposizioni è grammaticalmente ammissibile, ma è spesso considerato inelegante o anche scorretto dopo la preposizione in: sono andato in dei posti (meglio: in posti, in certi posti); animali chiusi in delle gabbie… sono espressioni additate come da evitare dal punto di vista dello stile.
C’è anche chi biasima il suo uso con altre preposizioni, per esempio mangio pane con del salame (meglio mangio pane con salame), oppure ho prestato la mia macchina a degli altri e così via.
Anche quando il nome è accompagnato da un aggettivo qualificativo, per esempio ho bevuto dei vini ottimi, non è ben visto da tutti rispetto a ho bevuto vini ottimi. E davanti a queste forme che alcuni considerano ammissibili, ma altri sconvenienti, è sempre meglio domadarsi se non sia di volta in volta meglio evitarle e rigirare una frase in modo più felice a seconda dei casi.

Infine, i partitivi non andrebbero usati quando ci si riferisce a coppie di oggetti e nomi che non possono essere più di due (in tal caso dei, nel senso di alcuni, ha poco senso), per esempio: Valeria ha occhi molto belli (e non “ha degli occhi molto belli”, visto che sono solo due e che la loro bellezza non appartiene a una parte di essi), così come non si dovrebbe dire “hai delle belle gambe”, anche se questo tipo di espressioni sono piuttosto frequenti e inarginabili al punto di essere entrate nell’uso.

Invece gli articoli partitivi sono  obbligatori quando precedono il verbo nei costrutti: si può dire ho portato libri, ma non libri ho portato.

Uno, un e una: gli articoli indeterminativi e quando si apostrofano

■ L’articolo uno si può apostrofare? ■ Si può scrivere un’insegnante? ■ Perché si scrive un amico senza apostrofo ma un’amica con l’apostrofo? ■ Si dice “uno pneumatico” o “un pneumatico”? ■ Meglio dire “un’azienda” o “una azienda”? ■ Perché si dice uno spazzino ma un secchiello se cominciano entrambi con la S? ■ Che differenza c’è tra gli articoli indeterminativi e determinativi? ■ Come si fa il plurale di “un”, “uno” e “una”? ■ Quando si deve usare “un” e quando “uno”?

Uno, un e una sono articoli indeterminativi perché indicano un nome indeterminato (un cane qualsiasi, non il cane = quel cane lì). Come nel caso degli → articoli determinativi, al femminile non c’è alcuna ambiguità si usa sempre una (una tazzina, una finestra, una strada) che si può (ed è consigliabile, anche se non obbligatorio) apostrofare quando la parola seguente inizia per vocale (un’amaca, un’eccezione, un’italiana, un’ocarina e un’upupa).

Per l’articolo indeterminativo maschile (un e uno), invece, la regola si può formulare in un modo semplice da ricordare: si usa sempre un, in particolare per le parole che cominciano per vocale (un amico, un armadio) tranne nei seguenti casi in cui si usa uno davanti a:

● i gruppi di consonanti gn, pn e ps;
● le parole che cominciano con x e z;
● le parole che cominciano con s impura, cioè seguita da un’altra consonante, per esempio studio (davanti alla s seguita da vocale si usa invece un: un secchiello).

Dunque si dice: uno gnomo, uno pneumatico, uno psicologo, uno spazzino, uno xenofobo, uno zerbino.

In tutti gli altri casi si usa un: un bottone, un cavallo, un diamante, ma soprattutto si usa sempre un anche davanti a vocale (è bene ripeterlo): un assolo, un elettrone, un imbuto, un osso e un ufficio.

In questi casi non si deve mai e poi mai usare uno con l’apostrofo: scrivere “un’errore” è un errore (e un orrore) tra i più sgradevoli e intollerabili, benché diffusi. Vedi anche → “L’apostrofo: elisione e troncamento“.

Uno non si apostrofa mai per una ragione molto semplice: davanti ai nomi che iniziano per vocale si usa l’articolo un, che non ha bisogno di alcun apostrofo, vive da solo così com’è. Un’ si usa solo ed esclusivamente per il femminile una davanti a vocale: un’amaca, un’eccezione, un’iniziativa, un’opera e un’ulcera.

Perciò scrivere un’insegnante significa che stiamo parlando di una donna (= una insegnante), altrimenti nel caso di un uomo è un insegnante.

Gli articoli indeterminativi al plurale si formano con dei, degli e delle e cioè gli articoli partitivi (da non confondere con le omonime → preposizioni articolate). Vai al paragrafo → “Un, uno e una al plurale: gli articoli partitivi“.