La dizione corretta di “E”, “O”, “S” e “Z”

■ Come si fa a spaer se la S e la Z si pronunciano sorde o sonore? ■ La S e la Z sorde sono la stessa cosa di aspre? ■ Z e S sonore o dolci sono la stessa cosa? ■ Come si pronuncia “dinosauro”? ■ Che differenza c’è tra la Z sorda (o aspra) e quella sonora (o dolce)? ■ La E di “tre” e dei suoi composti si pronuncia sempre stretta? ■ Come si pronuncia la E finale delle terze persone del passato remoto (batté, poté)? ■ La E si pronuncia stretta su perché e tutti i derivati di che? ■ Quali sono gli esempi di parole con la Z sonora? ■ Quali sono gli esempi di parole con la Z sorda? ■ Quali sono gli esempi di parole con la S sonora? ■ Quali sono gli esempi di parole con la S sorda? ■ Quali sono gli esempi di parole con la E aperta? ■ Quali sono gli esempi di parole con la E chiusa? ■ Quali sono gli esempi di parole con la O aperta? ■ Quali sono gli esempi di parole con la O chiusa?

Chi vuole sfoggiare una dizione corretta, perché è un attore o ha esigenze professionali che lo richiedono, segue di solito corsi specifici per “ripulirsi” dalle inflessioni regionali e impara per esempio a dire bène (e non béne), perché (e non perchè), o dinosauro con la S sorda di sasso (e non con quella sonora di rosa).

Le questioni che generano più dubbi sono rappresentate dalla doppia pronuncia di S e Z e di E e O.

La S sonora (o dolce) si trova in parole come asilo o sbaglio e si chiama così perché nel pronunciarla emettiamo un suono sonoro attraverso la laringe. Spesso si trova tra due vocali (chiesa, rosa, musica, viso, paese), ma ci sono troppe eccezioni (goloso, frettoloso….) per farne una regola. Ricorre anche davanti alle consonanti sonore (come b, d, g, v): sbadiglio, sdegno, sgabello, dislivello, asma, slegato, snaturato, sregolato, svelto.

La S sorda (o aspra) si pronuncia senza che le corde vocali vibrino, quasi come fosse raddoppiata e ricorre in parole come sasso o rosso, cioè quando è doppia (posso, masso) o quando è a inizio parola seguita da vocale (sale, sera, siedi, solo, subito). E ancora quando è preceduta da un’altra consonante (penso, psicologo, immenso).

La Z sonora (o dolce) ricorre in parole come zanzara o dozzina (le corde vocali vibrano come nel ronzio della zanzara). Di solito si pronuncia così quando è in mezzo a due vocali (ozono, azalea), nei verbi in –izzare (organizzare, penalizzare) e nella prima parte di tutte le “-izzazioni” (la seconda parte di organizza-zione è invece aspra).

La Z sorda (o aspra), senza vibrazioni delle corde vocali e movimenti della laringe, ricorre in parole come stanza o bellezza e si usa di solito nelle parole che terminano in –zione (colazione, petizione), quando precede i dittonghi con la i (pazzia, grazie, ozio, tizio, polizia), quando segue la l (calzini, sfilza, alzato), nelle terminazion in –anza (stanza) o –enza (pazienza) e quando ha un raddoppiamento forte (pazza, pezza, pizza, pozzo e puzza), ma ci sono eccezioni come azzardo e azzurro e molti altri casi complessi.

Dunque, per la S e la Z le cose non sono semplici, e a parte questi accenni ci sono tantissimi altri casi che richiederebbero una trattazione molto più approfondita, che però riguarda la dizione professionale, perché la pronuncia delle lettere ha anche forti oscillazioni regionali che non è necessario modificare, se non c’è l’esigenza di parlare l’italiano “nazionale”.

Pronuncia chiusa di E e O

Per quanto riguarda la doppia pronuncia di E e O, ecco una breve lista di casi, che ha solo il valore di fornire qualche esempio, in cui si dovrebbe pronunciare l’accento chiuso di é e ó:

● quando l’accento tonico cade sulla “e” o sulla “o” le pronunce sono spesso chiuse (dóccia, sónno, vólere, pótere), anche se ci sono eccezioni come cièlo, gèlo, mèntore o gònna (ma anche gónna è accettato dai dizionari). Ciò vale per gli accenti tonici che cadono all’interno della parola, e non per le parole accentate sull’ultima (tronche);
● su tre e tutti i composti (ventitré, trentatré… dove però è giusto indicare anche l’accento grafico, oltre che tonico, perché cade sull’ultima sillaba);
● su venti (il numero 20, altrimenti si dice vènti alisei) e derivati (ventuno, ventidue…);
● su perché, affinché, cosicché e tutti gli altri composti di che (ma anche in questo caso è obbligatorio mettere l’accento grafico acuto, che indica proprio la pronuncia);
● su me, te e (nell’ultimo caso si indica, acuto, per non confondere la parola con il se congiunzione; quanto al con l’accento aperto è invece una bevanda, vedi anche → “Monosillabi che cambiano significato con l’accento“);
● nelle preposizioni proprie e negli articoli: ló , le, cón, per, degli, dei… (dèi aperto, è invece il plurale di dio);
● negli avverbi in -mente;
● su questo, quello, dópo, mentre, entro, spesso;
● tra i molti nomi si possono ricordare per esempio: capello, cerchio, forchetta, giorno, maschietto, mente, segno, tristezza, teschio, vetro;
● spesso nelle terze persone singolari del passato remoto dei verbi, per esempio: poté, batté, ripeté…;
● in molte flessioni verbali come: sembra, balbetto, metto, mento (mentire).

Pronuncia aperta di E e O

Di seguito qualche esempio in cui, invece, la pronuncia è con l’accento aperto (è/ò):

● quasi sempre nei dittonghi in ie: ariete, cerniera, irrequieto, obbedienza, (ma bigliétto è un’eccezione, come anche gaiézza);
● spesso nelle parole dove la sillaba con la “e” è seguita da una sillaba con un dittongo: genio, miseria, sedia, serio, straniero;
● nei participi in -ente: aderente, incongruente, pezzente, potente, presente, presidente, solvente;
● su pòi e fuòri;
● su sei, sette, òtto e dieci;
● nelle parole che terminano in “o” accentate, tutte aperte così come si scrivono: (oblò, menabò).

A parte queste sommarie indicazioni e questi esempi che aiutano, le cose sono molto più complesse, e in caso di dubbi non resta che controllare le pronunce corrette su un dizionario.

Vedi anche
→ “Quando l’accento cambia il significato
→ “La pronuncia della O può cambiare il significato
→ “La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole