Il plurale dei nomi in -a (aran-ce e cilie-gie)

■ Come si fa il plurale dei nomi in –cia e –gia. ■ Si dice ciliegie o “ciliege”? ■ Si dice arance o “arancie”? ■ Si dice valigie o “valige”? ■ Si dice province o “provincie”? ■ Si dice gocce  o “gocce”? ■ Si dice lance o “lancie”? ■ Che differenza c’è tra camice e camicie? ■ Perché il plurale di tema e poeta è temi e poeti, ma cinema e gorilla rimangono invariabili?

I nomi che terminano in –a per la maggior parte sono femminili, e in questo caso al plurale prendono la –e, per esempio: pera (→ pere), guida (→ guide).

Le parole come strega, però, visto che hanno la g dura, al plurale aggiungono la h per mantenere il suono duro (→ streghe).

Ma bisogna fare attenzione, perché non tutti i nomi che terminano in –a sono femminili (vedi → “Il sesso dei nomi: il genere“), e quando sono maschili si volgono al plurale con la –i: poeta (→ poeti), tema (→ temi), esteta (→ esteti).

Un caso anomalo è quello di belga, che al plurale femminile manitene il suono duro (le belghe), mentre al maschile diventa i belgi (vedi anche → “Plurali anomali“).

A questi due gruppi bisogna poi aggiungere anche i sostantivi maschili che sono invariabili, sono delle eccezioni, e al plurale non cambiano affatto, per esempio: boia, cinema, gorilla, sosia

Tra i sostantivi che terminano in –a si annida però uno dei grandi dilemmi della nostra lingua, che lascia ogni volta dei dubbi anche a chi ha dimestichezza con la scrittura: per i plurali dei nomi in –cia e –gia, quando ci vuole la i e quando no?

Perché il plurale di cilie-gia è cili-egie e quello di aran-cia è aran-ce?

Per risolvere questo interrogativo esiste qualche regola semplice e piuttosto affidabile:

● quando sulla i cade l’accento (in altre parole è tonica) le cose sono facili, perché nel plurale è sempre mantenuta: farmacìa fa farmacìe, bugìa fa bugìe e si può andare a orecchio;
● quando la i è invece senza accento (atona) bisogna vedere se le desinenze –cia e –gia sono precedute da vocale o da consonante; se prima c’è la vocale il plurale mantiene la i: –cie e –gie (dunque: ciliegie e non “ciliege”, valigie e non “valige”, e camicie non “camice”, il camice è quello del medico);
● se invece le terminazioni in –cia e –gia sono precedute da consonante, il plurale è –ce e –ge. Quindi: arancia diventa arance e non “arancie”, e allo stesso modo si dice lance e non “lancie”, gocce e non “goccie” e così via.

Tuttavia, poiché questi errori sono così diffusi che sono entrati nell’uso, anche se le forme più corrette ed eleganti rimangono queste, nel caso di “valige” e “ciliege” ormai i dizionari (e persino i correttori ortografici) li accettano come tollerabili, così come nel caso di “provincie” al posto del più corretto province.

Ma quando si scrive e si vuole mantenere un registro colto ed elevato è di gran lunga preferibile e consigliabile usare le forme classiche!