Il plurale dei nomi in -o e le irregolarità

■ Perché il plurale di la mano è le mani ma le radio e moto restano invariate? ■ Plurale di braccio: che differenza c’è tra braccia e bracci? ■ Eco è femminile anche al plurale? ■ Perché il plurale di brusio e zio è con la doppia i, brusii e zii, ma quello di principio e dominio ha una sola i, principi e domini? ■ Perché il plurale di medico è medici e quello di baco è bachi? ■ Perché il plurale di chirurgo è chirurghi e quello di psicologo è psicologi? ■ Quali parole cambiano la radice nel plurale come uomo/uomni? ■ Quali parole cambiano il genere nel plurale come uovo, maschile, che diventa uova, femminile? ■ C’è una regola per sapere quando i nomi in -co e -go diventano dolci come medici e asparagi, o rimangono duri come bachi e monologhi?

Le parole che terminano in –o per la maggior parte sono maschili, e al plurale si volgono in –i: per esempio corvo (corvi), posto (posti).

Ma esistono anche nomi femminili che terminano in –o e la mano diventa le mani, mentre l’eco (che è femminile: la eco) al plurale fa gli echi (ma cambia genere e si trasforma in maschile). Tuttavia, questi sostantivi femminili di solito restano invariati anche al plurale, per esempio le radio, le auto, le moto o le dinamo.

Tra le irregolarità che si riscontrano in questa seconda declinazione si possono segnalare quei sostantivi che oltre al plurale regolare ne possiedono un altro, come braccio (→ bracci e braccia) oppure osso (→ ossi e ossa) anche se spesso i significati differiscono: i bracci meccanici e le braccia dell’uomo, gli ossi degli animali o gli ossi dei diti mignoli, oppure le ossa nel loro insieme, e le dita (nel loro insieme) della mano (per saperne di più vedi → “Nomi con doppio plurale e doppio significato”).

In altri casi, si trovano nomi maschili che al plurale diventano obbligatoriamente femminili per esempio: il riso (nel senso del ridere) diventa le risa, il paio e l’uovo diventano le paia e le uova, e centinaio, migliaio e miglio si trasformano in centinaia, migliaia e miglia. Tra i femminili che diventano maschili, invece, c’è l’eco che diventa gli echi.

Tra le eccezioni, bisogna poi ricordare i nomi che al plurale cambiano anche la propria radice, oltre alla desinenza, come: uomo (→ uomini), dio (→ dei) o tempio (→ templi, aggiungendo una l).

Il plurale dei nomi in –io

Perché bacio diventa baci (con una sola i) mentre zio diventa zii?
Per saperlo c’è una regola semplice: tutto dipende dall’accento del singolare: nei nomi in –io, quando sulla i è cade l’accento tonico, come nel caso di zìo, pendìo e brusìo, al plurale mantengono la doppia i (→ zii, pendii e brusii), se invece la i è atona (l’accento cade su un’altra sillaba della parola) come bàcio, princìpio e domìnio, si trasformano al plurale con una i sola (→ baci, principi e domini).

Ma le irregolarità di questi nomi in –o, non sono finite! Bisogna ancora affrontare uno dei peggiori incubi grammaticali da cui quasi nessuno è esente: perché il plurale di medico è medici e quello di gioco è giochi? E perché chirurgo diventa chirurghi, ma teologo diventa teologi?

I plurali dei nomi in –co e –go

Purtroppo, per i nomi che terminano in -co e -go le cose sono così complicate che una regola fissa non c’è o, se c’è, include tante di quelle eccezioni che perde di senso.

Per esempio c’è chi ha osservato che questi nomi al plurale mantengono il suono duro quando sono accentati sulla penultima (cioè sono piani, per esempio antìco fa antichi, ma allora perché amìco diventa amici e grèco greci?), mentre se sono accentati sulla terz’ultima (cioè sono sdruccioli) al plurale assumono un suono dolce (per cui polìtico diventa politici, ma allora come la mettiamo con òbbligo che fa obblighi e àbaco che fa abachi?).

Davanti a tante irregolarità è meglio abbandonare l’ipotesi di trovare una regola semplice e applicabile e spostare l’attenzione sui singoli casi, andando a orecchio o controllando sui dizionari in caso di dubbi.

Albergo diventa alberghi e mago maghi (i Magi sono invece quelli del presepio), mentre medico, sindaco e teologo si trasformano in medici, sindaci e teologi. In generale i composti di -fago e -logo si volgono quasi sempre in –fagi e –logi (ma non vale per gli apologhi e i decaloghi).

Le cose sono così complicate che persino i dizionari registrano spesso la doppia forma del plurale: chirurghi e “chirurgi” (meno elegante e diffuso, da evitare), traffici e “traffichi” (arcaico), sarcofaghi e “sarcofagi”, stomaci e “stomachi”, e anche accanto alle forme psicologi, sociologi e antropologi, sono riportate e ammesse (anche se poco eleganti) quelle popolari “psicologhi”, “sociologhi” e “antropologhi”.

Per saperne i più vedi la tabella → “Il plurale dei nomi che termninano in -co e go

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