Gli aggettivi: cosa sono e come si dividono

■ Cosa sono gli aggettivi? ■ Che differenza c’è tra aggettivi qualificativi e determinativi? ■ Cosa sono gli aggettivi dimostrativi? ■ Cosa sono gli aggettivi possessivi? ■ Cosa sono gli aggettivi indefiniti? ■ Cosa sono gli aggettivi numerali? ■ Che differenza c’è tra aggettivi numerali cardinali e ordinali? ■ Cosa sono gli aggettivi primitivi e derivati? ■ Cosa sono le forme alterate degli aggettivi? ■ Come si distingue un aggettivo come “questo” dal pronome? ■ Perché “chiaro” è aggettivo in “maglione chiaro”, ma è avverbio in “parlar chiaro”?

Gli aggettivi sono parole che si aggiungono al nome, e vengono classificate tre le parti variabili del discorso perché si possono di solito (ma non sempre) volgere non solo al singolare e al plurale, ma anche al maschile e al femminile. In questi casi si concordano sempre con il nome nel numero (l’uomo elegante, gli uomini eleganti) e nel genere (l’uomo coraggioso, la donna coraggiosa).

Tradizionalmente vengono distinti in qualificativi, quelli che esprimono qualità (alto, bello, forte, simpatico) e determinativi (o indicativi) che in altre parole indicano qualcosa di determinato (questo libro, non uno qualsiasi; quel cane, il mio orologio, nessun amico).

Più nei dettagli, gli aggettivi determinativi si possono ulteriormente dividere in:

dimostrativi, sono questo e quello (che a seconda delle parole con cui si associa può diventare quel: quel quaderno e quello studio, secondo le regole degli articoli il e lo) che servono a indicare qualcosa vicino a chi parla o scrive (questo animale) oppure lontano (quell’animale).

“Codesto” non si usa
Le grammatiche riportano perlopiù anche codesto, che servirebbe a indicare qualcosa che si trova vicino a chi ascolta (per cui in una conversazione si potrebbe dire: togliti codesto cappello, riferito a chi lo indossa), ma è ormai caduto completamente in disuso, tranne nella parlata toscana e nel linguaggio burocratico dove si riferisce a un ente o istituto con altro significato (mi rivolgo a codesta banca per…).

A questi si possono aggiungere anche stesso e medesimo (chiamati anche aggettivi dimostrativi d’identità o aggettivi identificativi): hanno lo stesso o medesimo vestito (cioè proprio quello). In altri casi hanno un valore rafforzativo: l’ho visto io stesso;
possessivi, cioè mio, tuo, suo, nostro, vostro e loro (quest’ultimo è invariabile). Indicano a chi appartiene qualcosa. Alla terza persona si può usare anche proprio, per esempio: “Guarda solo al proprio (= suo) orticello”, oppure si può usare per rafforzare il legame di proprietà o possesso: “Ce la farò con le mie proprie forze”. Quando l’aggettivo possessivo è accompagnato dai nomi di parentela di solito non vuole l’articolo (per cui si dice “mia sorella”, e non “la mia sorella“). Per saperne di più → “L’uso dell’articolo e la sua omissione“;
indefiniti, si chiamano così perché indicano in modo generico (e appunto indefinito) la quantità o la qualità di qualcosa: ogni, qualche, qualsiasi, qualunque, qualsivoglia (che sono invariabili e si usano solo al singolare), tutto, parecchio, altro e altri ancora tra cui alcuno.

Alcuno si usa solo al singolare e nelle frasi negative diventa nessuno, per cui è meglio dire “non ho alcun dubbio” invece di “nessun dubbio”, dove la doppia negazione risulta pleonastica; in alternativa si può omettere e dire “non ho dubbi”. Va ricordato che alcuno è affiancato dalla forma con troncamento alcun, che non si deve mai apostrofare davanti alle parole maschili (es. alcun amico); segue le regole degli → articoli indeterminativi un e uno (dunque: alcun male e alcuno sforzo), e lo stesso vale per nessuno e nessun (dunque nessun’altra = nessuna, ma nessun altro);
interrogativi ed esclamativi, introducono domande (dirette e indirette) o esclamazioni: che (invariabile), quale e quanto (per esempio: che o quale giornale leggi? Quanti biscotti hai mangiato? Ma anche: che giornata! Quanta gente! Quale valore hai dimostrato!);
numerali, che a loro volta si dividono in:

                – cardinali, cioè i numeri: uno, due, tre…. che sono tutti invariabili, tranne uno che può diventare una, mille che diventa –mila (duemila, tremila, centomila…), milione e miliardo (milioni e miliardi).

Naturalmente quando un numero è riferito al nome assume la funzione di aggettivo (opere da tre soldi), se invece è preceduto dall’articolo, che ha il potere di rendere sostantiva ogni cosa, ha la funzione di un nome: “Il tre è il numero perfetto!”

Se non si tratta di date, formule matematiche, cifre statistiche o importanti che si vogliono mettere in risalto (il 35% degli elettori) o numeri troppo lunghi (ho speso 234.000 euro) è sempre meglio scriverli in lettere e non in cifre (per esempio: dopo quattro giorni). Si usano invece nella numerazione delle note a piè pagina o a fine capitolo, in apice, attaccati alla parola di riferimento (es. parola1).

                – ordinali (indicano l’ordine in una serie): primo, secondocentesimo… e si possono scrivere in cifre arabe seguite dal simbolo ° (1°, 2°…) o in numeri romani, e questa seconda variante è obbligatoria per i nomi di papi e re (Luigi XIV, Giovanni XXIII) e anche per indicare i secoli: il XX secolo (che, anche se stiamo uscendo dalla questione degli aggettivi, si può anche scrivere come il Novecento o il ‘900). Per saperne di più → “I numeri romani“.


Come i → sostantivi, anche gli aggettivi possono essere primitivi (bello, forte, rosso…) o derivati da nomi, come primaverile, boschivo, mortale, dantesco, ombreggiato, milanese… inoltre ci sono le forme alterate, cioè diminutivi e vezzeggiativi (bellino, rosellino), accrescitivi (intelligentone, allegrone per lo più sostantivati) o dispregiativi (giallastro, dolciastro). Tra le alterazioni possibili, molti aggettivi possono anche assumere diversi gradi: bellissimo è il (grado) superlativo assoluto di bello (detto invece di grado positivo, cioè normale), mentre il superlativo relativo si forma con una locuzione, il più bello, così come il grado comparativo di maggioranza (più bello di), minoranza (meno bello di) o di uguaglianza (bello come…).

Per saperne di più → “I gradi dell’aggettivo: i comparativi“; → “I gradi dell’aggetivo: i superlativi regolari“; → “I superlativi assoluti irregolari“.

Una precisazione importante
Non bisogna mai dimenticare che le parole assumono la loro funzione solo all’interno di un contesto, e mai in assoluto. “Ricco“, per esempio, non è necessariamente sempre un aggettivo (essere un aggettivo non è una proprietà della parola) e nell’analisi grammaticale può essere classificato in modi diversi: può anche essere sostantivato (basta aggiungere l’articolo): il ricco, cioè colui che è ricco (sostantivo), che è diverso da “il proprietario ricco” (se c’è il nome di riferimento è sempre aggettivo). Lo stesso vale per altre parole come questo e quello, aggettivi se accompagnati dal nome (questo libro) ma che assumono il ruolo di pronomi dimostrativi se sono da soli: prendi questo. E ancora, una stessa parola che può essere spesso aggettivo, altre volte può essere usata in maniera avverbiale, cioè assumere il ruolo dell’avverbio: “Scrivete chiaro“ (cioè chiaramente, in modo chiaro). In questo caso chiaro è avverbio, invariabile, ed è diverso da “il cielo chiaro” (aggettivo e variabile: alba chiara, cieli chiari, albe chiare).

Per saperne di più → “Come distinguere gli avverbi da aggettivi, congiunzioni o preposizioni

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