Si scrive “se stesso” o “sé stesso”?

■ Meglio scrivere sé stesso o se stesso? ■ Si può omettere l’accento di sé? ■ È logico omettere l’accento di sé davanti a stesso e medesimo? ■ Perché nel Novecento si è affermata la regola che “se stesso” si scrivesse con l’accento, ma oggi è stata messa in discussione? ■ Alessandro Manzoni come scriveva “sé stesso”? ■ Quali sono le indicazioni dei principali dizionari per scrivere “sé stesso”?

Nei monosillabi, in linea di massima, si mette l’accento quando esistono degli “equivoci” che li possono far confondere con altri dal diverso significato ( verbo e da preposizione, affermativo e si riflessivo… (vedi Monosillabi che cambiano significato con l’accento“).

Il pronome personale , al contrario di me e te (il primo non ha omografi e nel secondo caso si accenta il bevanda)  si scrive con l’accento (acuto) per evitare confusioni con se congiunzione.

Partendo da queste considerazioni da molto tempo si è diffusa la consuetudine che in presenza dei rafforzativi stesso e medesimo, venendo a mancare l’elemento di possibile confusione, si scrivesse senza accento se stesso e se medesimo (ma solo in questi casi). Questa regola è stata insegnata nelle scuole per decenni (spesso violarla era un errore da penna blu) ed è soprattutto entrata nelle norme editoriali di tutte le principali case editrici che l’hanno osservata nella pubblicazione dei libri per decenni e, anche se qualcuno aveva da obiettare sul senso, nel Novecento si è affermata come la tendenza dominante.

Le obiezioni di carattere logico e razionale partono dal presupposto che non ha senso oscillare a seconda dei casi, e poi c’è sempre la possibilità di confondere il rafforzativo del pronome personale con forme verbali come se (io) stessi, se (egli) stesse… Inoltre non si capisce per quale motivo non si dovrebbe scrivere anche a “se stante” invece di “a sé stante”.

Che ne dicono i dizionari e i repertori storici

Passando in rassegna i dizionari, sino agli anni Novanta il Devoto Oli (quando Giancarlo Oli era ancora vivente) riportava che “se stesso si scrive preferibilmente senza accento” e in tutto il testo del vocabolario lo scriveva così. Anche nello Zingarelli del 1985 lo si scriveva senza accento (pur ammettendo nella voce che se rafforzato da stesso e medesimo si può scrivere “anche senza accento”), come nel GRADIT e nel Nuovo De Mauro nella riedizione del 2014. Il Sabatini-Coletti (2005) tra parentesi annota che “si può non accentare prima di stesso, medesimo” e riporta due versi di Dante privi di accentazione. Il Gabrielli (2014) tra parentesi indica che rafforzato da stesso e medesimo “si scrive di solito senza accento”, ma poi usa la forma accentata in altre parti della voce, che pare dunque la forma usata e preferita. Il DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia di Migliorini, Tagliavini e Fiorelli, ERI, 1981) osserva che le varianti senza accento sono “frequenti ma non giustificate” come sostiene anche Luca Serianni (Grammatica italiana, Utet, 1991) secondo il quale la regola di omettere l’accento non è di alcuna utilità, anche se è la forma che prevale. Con il passaggio della cura del Devoto Oli a Serianni e Trifone, dunque, non c’è da stupirsi che le occorrenze non accentate in tutto il testo siano state sostituite da quelle accentate, così come è accaduto nello Zingarelli dei nostri giorni.
Andando a ritroso nel tempo, il dizionario Tommaseo-Bellini (1861-1879) riporta nei suoi esempi il pronome rafforzato privo di accento e, consultando il cd-rom LIZ (Letteratura Italiana Zanichelli, 2001) con un ampio repertorio della lingua italiana in digitale si scopre addirittura che Manzoni lo scriveva talvolta non accentato (più di 20 volte) e talvolta accentato, ma usando prevalentemente “sè” con l’accento grave per ben 33 volte. Ma a quei tempi si scriveva ancora a mano, e la consuetudine tipografica di distinguere chiaramente l’accento acuto e grave si è consolidata in seguito, nell’Ottocento spesso si usava solo quello grave sulle parole tronche (e “sè stesso” con l’accento grave ricorre anche nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, 1870). Nella seconda edizione postuma del romanzo (Sonzogno 1873) ricorrono oscillazioni di , e se stesso, che nella riedizione moderna di Einaudi sono state sempre sostituite da (acuto) o se senza accento.

Concludendo, in tempi recenti pare proprio che si stia affermando la scuola che preferisce sé stesso, che si sta diffondendo anche nelle norme editoriali di varie case editrici, ma non di tutte. Anche se ci sarebbe da interrogarsi sul senso di questa diatriba che è una sorta di riforma ortografica in nome della logica che cozza però contro l’uso che si era consolidato, la questione è attualmente aperta e la risposta è che lo si può scrivere come si preferisce.

Però è bene fare attenzione nei contesti scolastici o con professori alla vecchia maniera che potrebbero scambiare la scelta dell’accento come un atto di ignoranza da stigmatizzare con la penna blu, invece che come un segno di maggior cultura e modernità.