I pronomi personali e le loro insidie

■ Cosa sono i pronomi personali. ■ Che differenza c’è tra le forme io, me e mi?  ■ Che differenza c’è tra le forme egli/ella e esso/essa? ■ si scrive sempre con l’accento? ■ Darglielo si può riferire anche a una donna? ■ Quando il pronome personale, per es. egli, è obbligatorio e quando si può omettere? ■ Che differenza c’è tra i pronomi personali soggetto e complemento? ■ Perché si dice “io guardo”, ma non si può dire lui guarda “io”? ■ Quali sono i pronomi personali riflessivi? ■ Dà a me o mi dà hanno lo stesso significato? ■ Qual è il plurale di “gli”?

I pronomi personali sono quelli che specificano la persona: io e noi, tu e voi… ma bisogna fare delle distinzioni importanti perché queste parole si trasformano a seconda del contesto della frase e possono diventare me e te (si dice io guardo ma non “me guardo”, o guardo te, e non “guardo tu”) o anche mi e ti (mi lavo, ti dico).

Per sapere come usarli nel modo corretto, perciò, bisogna distinguere quando sono soggetto (io), quando sono complemento (me) che può anche diventare mi (mi piace = a me piace) e quando sono impiegati nelle forme riflessive (mi).

Più nel dettaglio:
la prima persona singolare io è sempre soggetto (es. io guardo te), quando diventa un complemento si trasforma in me (tu guardi me) e lo stesso vale per tu che diventa te e egli che diventa lui o . Queste forme sono dette anche forti o toniche, perché possiedono un accento forte, ma possono diventare forme deboli, o atone, quando sono espresse da mi, ti e gli, che perdono questo accento marcato e si possono trasformare in suffissi enclitici (= che si aggiungono in fondo alla parola precedente appoggiandosi al loro accento), per esempio: dà a me si può trasformare in mi dai o anche dammi.

Queste regole con le trasformazioni dei pronomi personali a seconda delle loro funzioni si possono meglio riassumere in un prospetto.

Persona Soggetto Compl.
(toniche)
Compl.
(atone)
I sing. io me mi
II sing.tu te ti
III sing. egli, esso, (lui)
ella, essa (lei)
lui, sé si, lo, gli,
ne, la, le
I plur. noi noi ci
II plur. voi voi vi
III plur. essi, esse (loro) loro, sé le, si, ne

C’è da notare che…

Le terze persone dei pronomi personali
Le terze persone dei pronomi soggetto, lui, lei e loro (in tabella tra parentesi) un tempo non venivano impiegate come soggetto (si usava obbligatoriamente egli/esso, ella/essa) ma solo come oggetto (dunque guardo lui, ma non lui guarda). Ma anche se c’è chi ancora oggi ha qualche riserva su questo uso per il soggetto e preferisce evitarle, nella scrittura moderna si trovano e non sono considerate un errore: questo uso si ritrova più volte per esempio già nei Promessi sposi (“ché finalmente, lui sarebbe sempre stato l’imperatore, fosse duca di Mantova Tizio o Sempronio”).

Viceversa l’uso di egli, ella, che si riferisce alle persone, ed esso, essa, più adatto a essere il pronome soggetto delle cose o degli animali, sono sempre più disuso sia nel parlare, e poco frequenti anche nello scrivere (si ritrovano invece spesso negli scritti del passato e vivono nelle tabelle con le coniugazioni dei verbi).
Anche se queste forme sono grammaticalmente lecite, si tendono a evitare attraverso l’uso di sinonimi (es. ella era viene specificato: la ragazza/donna, Maria…) o si sostituiscono con lui, lei e loro. Questi ultimi, però, in alcuni casi si devono usare obbligatoriamente.
Per saperne di piùLui può essere soggetto al posto di egli?

I pronomi personali si sottintendono
I pronomi soggetto in italiano perlopiù si evitano e si sottintendono. Se non c’è un cambio di soggetto nel periodo che richiede di specificare il nuovo soggetto con un pronome al posto di ripetere il nome, sottolineare io mangio, può essere considerato uno stile “egoista”, mentre specificare tu o egli il più delle volte è inutile e ridondante. Per esempio:

Cappuccetto rosso incontrò il lupo. Egli la vide e sì avvicinò quatto quatto. (Egli) le disse…

Il primo egli è necessario, perché altrimenti il soggetto sottinteso sarebbe Cappuccetto. La regola è che nell’alternarsi delle frasi si sottintende sempre lo stesso soggetto fino a che non interviene un cambio di costrutto. Il secondo egli è dunque del tutto inutile e ripeterlo suona fastidioso.

Per lo stesso motivo, nelle forme del congiuntivo che presentano ambiguità, si tende invece a inserire spesso il pronome personale nella frase per maggior chiarezza, per esempio: mi chiedo dove tu vada (poiché si dice che io vada, che tu vada e che egli vada) è meglio indicare di volta in volta di chi si sta parlando.

Attenzione a
si scrive sempre con l’accento (acuto, per distinguerlo da se congiunzione), anche se rimane aperta la questione se è più corretto scrivere sé stesso o se stesso che nell’uso ha una lunga tradizione senza accento in quanto la confusione con la congiunzione verrebbe a mancare. Si può scrivere in tutti e due i modi, ma per approfondire  vedi Si scrive se stesso o sé stesso?”.

Attenzione a gli e le
nell’uso, gli e le spesso si confondono e si usano a sproposito, ma bisogna ricordare che:
gli = a lui
le = a lei
dunque, soprattutto quando queste forme si trasformano in enclitiche, bisogna fare attenzione al sesso del nome di riferimento! Non si può dire gli ho detto riferito a una persona femminile (le ho detto), né si può dire: “Dagli un bacio” se ci si riferisce a una donna, si dice: “Dalle un bacio”, così come non si può dire: “Portale rispetto” a un uomo, si dice: “Portagli rispetto”.

Gli al plurale è loro
Spesso si tende a usare le forma enclitica gli anche al plurale, per esempio: “Son arrivati Marco e Antonio, offrigli un bicchierino.” In questo caso la forma più corretta ed elegante è: “Offri loro un bicchierino”, perché gli significa a lui, e non a loro, anche se in certi casi questo uso è accettabile. Per saperne di più vedi Gli ho dato o ho dato loro?

Uso alterato del lei al plurale
Tra le insidie dei pronomi personali c’è anche l’uso non propriamente esatto del lei/loro: quando si usa la forma reverenziale del lei che si dà, anche al maschile, attraverso il verbo al congiuntivo (venga, si sieda); bisogna ricordarsi che se gli interlocutori sono due si dovrebbe dare del loro (vengano, si siedano) più che del voi (plurale di tu).
Per saperne di più  → “Dare del tu, del lei del loro e del voi“.