Si può dire “a me mi”?

Anche se una leggenda grammaticale lo bolla come errore, non c’è una ragione per evitare un rafforzativo come “a me mi”, che si trova anche in importanti testi di letteratura (Manzoni, Tasso, Verga…).


Dire “a me mi” è bollato come errore perché rappresenta una ripetizione dello stesso concetto. Eppure, poiché la lingua è non è logica, ma soprattutto metafora, tra le figure retoriche c’è proprio il pleonasmo, la ripetizione di una stessa cosa, un rafforzativo che ha il suo senso, se lo si usa nel modo giusto.

Biasimare l’uso di “a me mi” è dunque ingiustificato, anche perché è attestato nei Promessi sposi, nella Gerusalemme liberata di Tasso (“…fu rapina e parve dono, ché rendendomi a me da me mi tolse”) o nelle Novelle di Verga (“A me mi hanno detto delle altre cose ancora!”).

Tuttavia, poiché l’espressione è diventata il simbolo di un cattivo italiano, anche se lecita, utilizarla può essere controproducente: il rischio è di passare per ignoranti.

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