Si può cominciare una frase con “ma”?

Non ci sono ragioni per evitare di cominciare una frase con “ma”, e bisogna sfatare la leggenda grammaticale per cui non sarebbe possibile, per vedere semmai a seconda dei casi quando non è consigliabile.

Dire che non si può cominciare una frase con “ma” è una leggenda grammaticale da sfatare. Prima di tutto “ma” non ha solo un valore avversativo, può anche esprimere contrarietà, stupore (per esempio: “Ma pensa un po’”, “Ma va?”). Anche con valore avversativo, va poi detto che, a seconda dello stile, è possibile scrivere una frase con una punteggiatura dalle pause deboli espresse con la virgola (Ero stanco, ma tirai avanti ugualmente), oppure amplificarle con il punto (Ero stanco. Ma tirai avanti ugualmente).

Di frasi che iniziano con “ma” è piena la letteratura, a cominciare dai Promessi sposi: “Si sentì subito venir sulle labbra più parole del bisogno. Ma pensando quanto importasse di non guastare i fatti suoi…”.

Per saperne di più → Si può dire “ma però”? E altri dubbi su “ma”.

Cos’è un pleonasmo?

Il pleonasmo è una ridondanza, uno specificare ciò che è già stato detto (“requisiti richiesti”, “a me mi”).

Il pleonasmo consiste nello specificare cose superflue: “Sono stato al matrimonio di Carlo, che si è sposato”; “i requisiti richiesti”, “a me mi piace”, “salire su”. In senso negativo, qualcosa di pleonastico è superfluo, viola le regole della buona scrittura che dovrebbe essere essenziale ed eliminare tutto ciò che non è necessario, ma altre volte è invece una figura retorica, un artificio narrativo voluto che serve a rimarcare una parola o a rafforzare un concetto, per es. “…sulle persecuzioni che gli avevan fatte a lui” (Promessi sposi).

“C” e “g” sono palatali o gutturali?

“C” e “g” sono palatali quando sono pronunciate dolci (cena, giallo), e gutturali quando sono dure (corsa, guaio).

L’articolazione delle consonanti dipende da come vengono prodotte con il movimento della bocca e della lingua: le palatali sono la c e la g dolci (cioè pronunciate come in cesto e gelato) e si chiamano così perché vengono articolate con la lingua che si poggia sul palato.

La c e g dure (come la q) di casa, gatto (e questo) sono invece dette gutturali, perché la lingua appoggia verso la gola

Per approfondire → Fonologia e fonetica.

Perché la pronuncia corretta di “incavo” è “incàvo” (e non “ìncavo”)?

“Incavo” deriva da “incavare” e si pronuncia con l’accento sulla “a” (non sulla “i”)

Anche se di frequente la parola “incavo” viene letta erroneamente “ìncavo” (con l’accento sulla “i”), la corretta pronuncia è “incàvo” (con l’accento sulla “a”), come “cavo”, visto che deriva da “incavare” (che come “io scavo” si coniuga in “io incàvo”, tu “incàvi”…).

La pronuncia meno corretta si è diffusa per analogia con la parola “concavo” (pron. còncavo), che però ha un diverso etimo, deriva dal latino concavus, che ha un’altra pronuncia.

Per un elenco delle altre parole che presentano incertezze nella loro accentazione (edile, utensile, rubrica…) → Dubbi di pronuncia.

Che differenza c’è tra i pronomi egli/ella e esso/essa?

Egli ed ella si usano per le persone, esso ed essa si riferiscono alle cose o agli animali.

L’uso dei pronomi egli ed ella si riferisce alla persone, mentre esso ed essa è più adatto per le cose o gli animali. Ma va detto che queste forme sono sempre più disuso sia nel parlare, e poco frequenti anche nello scrivere (si ritrovano invece spesso negli scritti del passato e vivono nelle tabelle con le coniugazioni dei verbi).
Anche se queste forme sono grammaticalmente lecite, si tendono a evitare attraverso l’uso di sinonimi (es. ella era viene specificato: la ragazza/donna, Mariaera…) e per le persone si sostituiscono sempre più spesso con lui, lei e loro.

Per saperne di più → I pronomi personali e le le loro insidie.

Cos’è un anacoluto?

L’anacoluto è un costrutto sintattico volutamente sconnesso.

L’anacoluto è un costrutto sintattico errato, in cui il primo elemento del discorso, per esempio, è slegato, campato in aria, sconnesso o senza una continuazione, ma che in questo modo è messo in risalto. È spesso perciò una figura retorica, cioè una tecnica narrativa, un artificio letteraio voluto, più che un errore sintattico.

Tra gli anacoluti più noti ci sono quelli dei personaggi manzoniani:

“Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro”;
“lei sa che noialtre monache, ci piace sentire le storie…”.

Si può dire “a me mi”?

Anche se una leggenda grammaticale lo bolla come errore, non c’è una ragione per evitare un rafforzativo come “a me mi”, che si trova anche in importanti testi di letteratura (Manzoni, Tasso, Verga…).

Dire “a me mi” è bollato come errore perché rappresenta una ripetizione dello stesso concetto. Eppure, poiché la lingua è non è logica, ma soprattutto metafora, tra le figure retoriche c’è proprio il pleonasmo, la ripetizione di una stessa cosa, un rafforzativo che ha il suo senso, se lo si usa nel modo giusto.

Biasimare l’uso di “a me mi” è dunque ingiustificato, anche perché è attestato nei Promessi sposi, nella Gerusalemme liberata di Tasso (“…fu rapina e parve dono, ché rendendomi a me da me mi tolse”) o nelle Novelle di Verga (“A me mi hanno detto delle altre cose ancora!”).

Tuttavia, poiché l’espressione è diventata il simbolo di un cattivo italiano, anche se lecita, utilizarla può essere controproducente: il rischio è di passare per ignoranti.

Per approfondire → Si può dire “a me mi”?

Quali sono (e come si scrivono) i versi degli animali?

I versi degli animali si possono esprimere sia in modo onomatopeico (bau, miao, chicchirichì…) sia con parole che designano più precisamente il loro suono (l’abbaiare del cane, il miagolio del gatto, il canto del gallo…).

Per indicare i versi degli animali si può ricorrere all’uso di onomatopee che ne riproducono i rumori emessi, oppure usare parole più specifiche che ne denominano il suono.

Tra le corrispondenze più frequenti ci sono per esempio:
bau
(bu o bu bu) cioè l’abbaiare cane; (o bèe) cioè il belato della pecora; chicchirichì cioè il canto del gallo; cip (o cip cip) cioè il cinguettio di un uccelino; cra cra cioè il gracidare della rana o il gracchiare o crocidare del corvo e della cornacchia; cri cri cioè il verso del grillo, o il frinire; miao (miau, mao e anche gnao) cioè il miagolare o miagolio del gatto; pio (e pio pio) cioè il pigolare o pigolio dei pulcini; qua (e qua qua) cioè lo starnazzare di anatre e oche; zzz cioè il ronzio e il ronzare soprattutto di zanzare, ma anche api, mosche e insetti.

Per scoprire gli altri versi degli animali → Il “linguaggio” degli animali nelle onomatopee.

Si dice utènsile o utensìle?

Si dice utensìle (accento sulla “i”) quando è un nome usato da solo, mentre in funzione di aggettivo, per es. nell’espressione “macchina utensile” si dice utènsile con l’accento spostato sulla “e”.

La pronuncia più corretta di utensile usato come sostantivo e da solo (un utensile = un attrezzo) è utensìle (con l’accento tonico sulla “i”), preferibile a utènsile, diffuso ma meno giusto. Tuttavia, questa seconda forma accentata sulla “e” si usa invece quando la parola è usata in funzione di aggettivo, per es. nell’espressione una macchina utensile (pron. utènsile), anche se, oltre a questo, non ci sono molti altri esempi di uso aggettivale.

Gli utensili letteralmente sono “cose utili” e derivano dal latino utensìlia, mentre l’aggettivo latino utènsilis, con l’accento ritratto, significava “utile”.

Per un elenco delle altre parole che presentano incertezze nella dizione (edile, infido, rubrica…) → Dubbi di pronuncia.

“Lui”, “lei” e “loro” possono essere soggetto?

Se un tempo “lui”, “lei” e “loro”, quando erano soggetto, erano sostituiti da “egli”, “ella” ed “essi”, oggi sono accettabili e in alcuni casi preferibili.

Un tempo si insegnava a non usare mai lui e lei come soggetto: così come me e te non possono essere soggetto (si dice io sono e non me sono), allo stesso modo lui (e lei) e il plurale loro erano consentiti nei casi fossero l’oggetto (guardo lui) o per altri complementi (parlo di lui, con lui, a lui…). Per il soggetto si prescriveva sempre egli/ella (dunque egli parla, non lui parla), e per il plurale essi/esse.

Nell’italiano corrente invece, soprattutto nel linguaggio diretto, queste formule sono sempre più diffuse, e sono state “sdoganate” anche da autori classici, a cominciare da Alessandro Manzoni che nei Promessi sposi usa frequentemente lui come soggetto: “Lui invece caccia un urlo”; “e lui allora continuò a raccontare altre di quelle belle cose…”.

Per saperne di più sui pronomi → Lui può essere soggetto al posto di egli?

Prima di “ma” è obbligatoria la virgola?

Non è affatto vero che prima di “ma” sia sempre obbligatoria la virgola.

Non è vero che prima di “ma” sia sempre obbligatoria la virgola, non esistono regole così ferree da prescrivere nel caso della punteggiatura e in un’espressione come “è brutto ma buono” la virgola non è necessaria è solo una scelta possibile, così come nel caso di: “ Zitta! – rispose, con voce bassa ma iraconda, don Abbondio” (I promessi sposi).

Dunque, dire che prima di ma ci vuole sempre la virgola, come ogni tanto capita di sentire, è solo una leggenda grammaticale.

Per saperne di più → Si può dire “ma però”? E altri dubbi su “ma”.

Cosa sono gli omografi?

Gli omografi sono parole che si scrivono allo stesso modo anche se hanno un diverso significato.

Le parole omografe (= dalla stessa grafia) si scrivono allo stesso modo anche se hanno un diverso significato, per esempio “stesse”, congiuntivo di “stare” ma anche plurale femminile di “stesso”.
Non sempre si pronunciano però allo stesso modo, come nel caso di pesca (che può essere un frutto o riguardare i pesci a seconda dell’apertura della “e”) o di ancora, che cambia significato con l’accento tonico: l’àncora di una barca, o ancòra, ovvero “di più”.

Per saperne di più → Omografi, omofoni e omonimi.

Che cosa sono i fonemi?

I fonemi sono i suoni che pronunciamo nel parlare.

I fonemi sono i suoni che pronunciamo nel parlare, nello scandire una lettera e nella composizione delle parole. Ma non sempre uno stesso fonema corrisponde al grafema (cioè il segno scritto, le lettere) che utilizziamo per scriverlo, e da queste divergenze nascono i principali dubbi di pronuncia e di ortografia.

La “S” di sasso, per esempio, è pronunciata diversamente dalla “S” di sbaglio, mentre, viceversa, la “C” dura di cuore si pronuncia allo stesso modo della “Q” di quadro, anche si scrivono diversamente.

Per entrare nei dettagli → Fonologia e fonetica.

Come si pronuncia la W?

La pronuncia della W dipende dalla lingua di provenienza: nelle parole italianizzate (wafer, walzer) si legge come una “v”; in quelle inglesi si pronuncia “u” (week-end, whisky).

La “w” (doppia vu o doppia vi, ma anche vu doppia) si pronuncia v nelle parole italianizzate (Walter, Wanda, wafer) e nella lingua tedesca (Wagner, walzer), mentre in inglese si pronuncia u (week-end, download, welfare, western e whisky).

Tuttavia, il “water” si pronuncia con la “v”, perché è una parola entrata da tanto tempo per via scritta che si è affermata con la pronuncia all’italiana.

Da sola e maiuscola W è poi l’abbreviazione di “viva” e così si legge e pronuncia (es. W l’Italia!).

Per approfondire → La pronuncia delle lettere.

Cosa sono le onomatopee?

Le onomatopee sono parole o espressioni che riproducono i rumori (clic, bum), i versi degli animali (miao, bau) o i suoni che corrispondono a stati d’animo come nei fumetti (sob, gulp).

Le onomatopee sono parole o espressioni costituite da sequenze di caratteri che riproducono determinati suoni o rumori e vengono usate come interiezioni o esclamazioni.

Per esempio brr, un brivido, il drin di un campanello, il bum di un’esplosione o il dindon delle campane, e ancora  i versi degli animali (chicchirichì, bau, miao, cra cra), ma anche sob, gulp e tutto il repertorio dei fumetti che esprime stati d’animo, molto spesso in inglese (wow, smack).

Per saperne di più → Le esclamazioni (o interiezioni) e le onomatopee.

Si può dire “ma però”?

Non c’è una ragione per evitare un rafforzativo come “ma però”, che si trova anche in molti autori, da Dante a Manzoni; condannare questa espressione è una leggenda grammaticale illogica.

“Ma però” viene spesso condannato come inutile ripetizione dello stesso concetto, eppure il pleonasmo è un artificio retorico che consiste proprio nel rafforzare attraverso una ripetizione, e perché allora non si condannano anche espressioni come “ma invece”?

La leggenda grammaticale che biasima “ma però” è falsificata anche dalla storia della letteratura, se non si vuol correggere Dante (“Lo caldo sghermitor sùbito fue; ma però di levarsi era neente, sì avieno inviscate l’ali sue”), Manzoni (“…ma però, a parlarne tra amici, è un sollievo”) e tanti altri autori tra cui Verga, Tasso e Alfieri.

Per saperne di più → Si può dire “ma però”? E altri dubbi su “ma”.

Si può dire “più estremo”?

Anche se “estremo” è il superlativo di “esterno” che letteralmente non si potrebbe estendere (come non si può dire “più ottimo”), ha perso questo significato originale e vive di vita propria, dunque si può dire che qualcosa è più estremo di qualcos’altro.

“Estremo” è il superlativo assoluto di “esterno”, indica ciò che è più esterno possibile. Così come non si possono accrescere gli altri superlativi (non si può dire “più ottimo” o “più grandissimo”), perché esprimono già il massimo grado, anche “estremo” dovrebbe seguire la regola.

Tuttavia, estremo (come anche prossimo o intimo) ha perso l’originale significato di superlativo e vive di vita propria; è usato anche con altri significati che permettono dei paragoni o degli aumenti di grado: si può dire che uno sport è più estremo (= spericolato, rischioso) di un altro, e persino fare il superlativo di ciò che sarebbe già superlativo: “estremissimo”.

Per saperne di più → I superlativi assoluti irregolari.

Come si fa a sapere se i nomi geografici sono maschili o femminili?

Non ci sono delle regole precise, ma esistono molte indicazioni utili per districarsi tra questi dubbi. Le città sono di solito femminili, i mari e i laghi maschili, per fiumi, monti e Paesi dipende dai casi.

Anche se non esistono regole precise per determinare il genere dei nomi geografici (che non sono riportati nei dizionari), le città sono di solito femminili perché si sottintende “città”: Venezia è bella, Milano è caotica, Roma è antica. Il Cairo è però maschile perché l’articolo fa parte integrante del nome della città.

I mari sono maschili perché si sottintende (il mare) Mediterraneo, Tirreno, Adriatico… come i laghi in cui, a parte il Garda, di solito non si può omettere la parola lago e dire per esempio “il Bracciano”.
L’Etna, il Vesuvio e lo Stromboli sono maschili perché si sottintende il vulcano, così come l’Elba sottintende l’isola e diventa femminile (come la Corsica, la Sardegna, la Sicilia), però si dice il Giglio (come abbreviazione dell’Isola del Giglio) perché prevale il nome maschile che porta. Allo stesso modo, il monte Bianco o Rosa, maschili (sono monti), come gli Appennini o i Pirenei; ma le Alpi e le (montagne) della Marmolada e della Maiella, come le Dolomiti, sono femminili.

I Paesi sono per lo più femminili, ma non sempre, per esempio: il Guatemala, il Venezuela, il Canada, il Sudafrica, il Congo, il Kenia. Lo stesso problema si riscontra per i nomi dei fiumi, in particolare per quelli che sono poco conosciuti, dove non è facile districarsi. La Dora Baltea, la Dora Riparia e la Secchia sono femminili come la Loira e la Senna, mentre il Po, il Lambro, il Ticino, l’Arno e il Tevere sono maschili come il Danubio.

In caso di dubbi, perciò, il consiglio è quello di scrivere sempre per esteso ciò che è sottinteso (l’iperonimo): aggiungere il fiume Ovesca o Sarca risolve ogni problema sull’articolo da utilizzare e sul suo sesso, soprattutto nel caso dei nomi che non sono universalmente conosciuti .

Per saperne di più → Il genere dei nomi geografici.

Meglio dire “ho potuto andare” o “sono potuto andare”?

Sono potuto andare è preferibile rispetto a ho potuto andare (anche se circolano entrambe le soluzioni).

Quando ci sono delle locuzioni verbali formate per esempio dai verbi servili (come potere, dovere o volere) può capitare che il verbo servile regga l’ausiliario avere, ma il verbo a cui si accompagna regga invece essere, per esempio “poter andare” (ho potuto e sono andato). E allora quale dei due bisogna usare? Meglio dire “ho potuto andare” o “sono potuto andare”?

Sono potuto andare è preferibile rispetto a ho potuto andare (anche se circolano entrambe le soluzioni).
Di solito è più elegante utilizzare l’ausiliario del verbo principale e non quello del servile che lo accompagna. Dunque, poiché si dice ho parlato e sono uscito, è preferibile dire anche ho potuto parlare e sono dovuto uscire.

Questa regola generale, però, non è sempre vera, è solo un’indicazione che vale in linea di massima. Talvolta sono possibili entrambe le forme, ma in altri casi (con i verbi sapere, preferire, desiderare e osare) prevale l’ausiliario del verbo servile: ho saputo correre (e non sono saputo), ho preferito andare ecc.

Per saperne di più → “Ho potuto” o “sono potuto” andare? Gli ausiliari nelle locuzioni verbali.

Le coniugazioni dei verbi sono 3 o 4?

Molte grammatiche classificano i verbi in 3 coniugazioni, ma altre preferiscono un criterio più pratico basato su 4 coniugazioni: i verbi in -are, -ere, -ire e tutti gli altri come trarre, porre e condurre.

Il modo di classificare i verbi in tre coniugazioni – quelli che terminano in are, ere e ire – è un criterio molto diffuso, ma non è il solo. Le coniugazioni non esistono “in natura”, sono solo delle categorie utili per suddividere ogni verbo in insiemi comodi per l’apprendimento. Questo modello considera i verbi che terminano in altro modo, per es. porre, trarre o condurre, come eccezioni che rientrano nella seconda coniugazione (derivano dal latino ponere, trahere e conducere e si comportano maggiormente come verbi della seconda), così come il verbo fare (che deriva da facere e ne segue meglio la coniugazione).

Ci sono però anche grammatiche che preferiscono usare un altro criterio più pratico basato su quattro coniugazioni che seguono esattamente le desinenze, dunque: i verbi in are, ere, ire e tutti gli altri come por-re, trar-re o tradur-re (quarta coniugazione) che hanno una diversa desinenza (è un criterio più semplice e pratico). In questo modello il verbo fare appartiene alla prima coniugazione (anche se si comporta irregolarmente).

Qualunque criterio si adotti, l’importante è coniugare i verbi in modo corretto.

Per saperne di più → Le coniugazioni dei verbi sono 3 oppure 4.

Che cosa sono le gutturali?

Si chiamano gutturali le consonanti che articoliamo quando la lingua viene appoggia verso la gola.

L’articolazione delle consonanti dipende da come vengono prodotte con il movimento della bocca e della lingua: le gutturali sono c, g dure e q (come in casa, gatto, questo) e si chiamano così perché vengono articolate con la lingua che si poggia verso la gola (dal latino guttur = “gola”).

Per approfondire → Fonologia e fonetica.

Cosa sono le locuzioni esclamative?

Sono esclamazioni o interiezioni formate da più parole: santo cielo! al ladro!, mamma mia…

A volte le esclamazioni (o interiezioni), come ah!, hei!, urca! possono essere espresse da più parole, e si chiamano perciò locuzioni esclamative, che di solito sono frasi fatte come: santo cielo! Oddio! Al diavolo! Al ladro! Al fuoco! Mamma mia! Guai a te! Mio Dio!

Per approfondire → Le esclamazioni (o interiezioni) e le onomatopee.

Meglio dire “l’anno scorso andai” o “l’anno scorso sono andato”?

Sono corrette entrambe le frasi, è solo una questione di stile.

Non c’è una regola per preferire: “L’anno scorso andai” a “l’anno scorso sono andato”; questa seconda forma è molto più diffusa per esempio al nord, mentre il passato remoto vive maggiormente al sud, ma sono entrambe lecite. È solo una questione di stile personale.

Un tempo il passato remoto era indicato come più appropriato per un’azione passata conclusa o lontana, e il passato prossimo più adatto per ciò che non è concluso ed è più recente. Ma non è facile distinguere quando un’azione è conclusa né definire il concetto di “lontananza”. Nella lingua viva di oggi questa distinzione è caduta e nell’italiano moderno il passato remoto tende a scemare e a essere utilizzato sempre meno frequentemente rispetto al passato prossimo.

Per approfondire l’uso dei tempi dell’indicativo → Il modo indicativo e i suoi tempi.

Che cosa sono i grafemi?

I grafemi sono i segni scritti, le lettere che impieghiamo per trascrivere i suoni.

Non sempre i grafemi (cioè i segni scritti, le lettere) coincidono perfettamente con i fonemi (cioè i suoni) che pronunciamo. Uno stesso simbolo grafico può infatti essere pronunciato in modi differenti, per esempio la “e” di pésca o di pèsca. Altre volte esistono invece grafemi diversi per indicare lo stesso suono, come nel caso di cuore e quadro. Da queste differenze nascono i dubbi di ortografia e di pronuncia.

Per saperne di più → Fonologia e fonetica.

Nelle formule di cortesia, quando gli interlocutori sono più di uno, è meglio dare del voi o del loro?

Se diamo del lei, al plurale si dovrebbe dare del loro (venga → vengano), anche se è sempre più diffuso il voi (venite), una formula di cortesia apparente (sarebbe il plurale di tu).

Nelle formule di cortesia del liguaggio formale, si usa dare del lei (terza persona singolare) seguito da congiuntivo (venga), dunque al plurale è più corretto dare del loro (vengano).

Tuttavia, dare del loro è oggi diventato più raro, è talvolta percepito come eccessivamente formale, ma va precisato che dare del voi in tono formale è una formula di cortesia solo apparente, che si ritrova anche in formule legali o commerciali come “vogliate provvedere” e simili al posto di “vogliano provvedere”. A rigor di logica il voi è il plurale di tu (vienivenite).

Per approfondire → Dare del tu, del lei, del loro e del voi.

Meglio scrivere “sé stesso” o “se stesso”?

La tradizione molto consolidata di scrivere “se stesso” in tempi recenti è stata messa in discussione e bollata come “leggenda grammaticale” priva di senso. Dunque molti editori e importanti linguisti ultimamente preferiscono “sé stesso”, perciò non c’è una regola affermata in modo condiviso.

Nei monosillabi, in linea di massima, si mette l’accento quando esistono delle ambiguità che li possono far confondere con altri dal diverso significato: se congiunzione e pronome. Nel Novecento si è consolidata nell’editoria e sulle grammatiche la regola per cui, venendo a mancare l’ambiguità, nel caso di seguito da stesso e medesimo, la corretta ortografia prevedesse la forma senza accento: se stesso. In tempi recenti questa consuetudine è stata messa in discussione e bollata come “leggenda grammaticale” priva di senso da parte di alcuni linguisti, alcuni dizionari e alcuni editori che consigliano invece di non omettere mai l’accento, dunque: sé stesso e sé medesimo.

In sintesi, attualmente non esiste una regola affermata in modo condiviso.

Per approfondire questa vicenda → Si scrive “se stesso” o “sé stesso”?

Meglio dire “sia… sia” o “sia… che”?

Anche se la forma “sia… che” è sempre più diffusa, è meglio dire “sia… sia”: è più corretto e più elegante.

Il costrutto “sia… che” (es. “è sia buono che bello”) è molto diffuso anche sui giornali, al punto che è ormai accettato. Tuttavia, nelle norme editoriali di molte case editrici, e soprattutto in un buon italiano non popolare, è da evitare.

La forma più corretta è “sia… sia” (“è sia buono sia bello”), perché si tratta della ripetizione della stessa congiunzione correlativa, che non ha ragione di essere sostituita da “che” nel secondo elemento (ciò vale per tutti i costrutti che si ripetono due volte: a poco a poco, a mano a mano…).

L’origine di questo costrutto è da ricercarsi nel congiuntivo di comando del verbo essere: sia in questo modo o sia in quest’altro!

Per approfondire → Sia … sia o sia … che? A mano a mano o mano a mano?

Si può cominciare una frase con “che”?

Da un punto di vista grammaticale è possibile, dal punto di vista dello stile dipende dai contesti.

Non è vero che non si può mai iniziare una frase con il che, è una “leggenda grammaticale” priva di fondamenti: “Che mi venga un accidente se non è così!” dimostra che non esistono controindicazioni nel cominciare una frase con il congiuntivo preceduto da che.
Esistono poi molte espressioni comuni che iniziano con “che” (che bello! Che succede? Che mi dici?), e ci sono addirittura molti esempi letterari che si possono citare, per esempio questo incipit:

Che un uomo del suburbio di Buenos Aires (…) s’interni nei deserti battuti dai cavalli (…), sembra a prima vista impossibile
(Jorge Luis Borges“Il morto” in L’aleph, Feltrinelli, Milano 1961, traduzione di Francesco Mentori Montalto).

Quindi non è vietato, ma bisogna saperlo fare e poterselo permettere: il fatto che sia possibile non significa però che sia sempre consigliabile.

Per approfondire → I tanti valori di “che”.

Cosa sono le onomatopee?

Le onomatopee sono parole costituite da sequenze di caratteri che riproducono determinati suoni o rumori (brr, bum, bau, clic…).

Le onomatopee sono parti invariabili del discorso costituite da sequenze di caratteri che riproducono determinati suoni o rumori e vengono usate come esclamazioni (o interiezioni) insieme alle quali sono accorpate nelle grammatiche. Per esempio brr, un brivido, il drin di un campanello, il bum di un’esplosione o il dindon delle campane, oppure i versi degli animali (chicchirichì, bau, miao, cra cra), ma anche sob, gulp e tutto il repertorio dei fumetti, molto spesso espresso in inglese (wow, smack).

Per approfondire → Le esclamazioni (o interiezioni) e le onomatopee.

Cosa sono le interiezioni?

Le interiezioni o esclamazioni esprimono stupore (ah!), dolore (ahi!) e altri stati d’animo.

Le interiezioni (dal latino interjectio, cioè “intromissione”), dette anche esclamazioni, sono parti invariabili del discorso che esprimono stati d’animo come stupore (urca!), gioia (evviva!), meraviglia (toh!), dolore (ahi,) e altri ancora: ehm, ehi, uhm… e altre di stile fumettistico, spesso seguite dal punto esclamativo: toh! Uffa!

Per approfondire → Le esclamazioni (o interiezioni) e le onomatopee.

Che differenza c’è tra fonetica e fonologia?

La fonologia studia la pronuncia dei segni scritti, la fonetica le emissioni dei suoni attraverso la bocca, la lingua e le corde vocali.

La fonologia studia i fonemi, cioè i suoni che si pronunciano nel parlare e di conseguenza anche i grafemi corrispondenti (cioè i segni scritti) che non sempre corrispondono ai suoni (per es. “q” e “cu” sono lo stesso fonema).

La fonetica studia invece i suoni del linguaggio dal punto di vista della loro articolazione, per esempio come si pronunciano le consonanti, che possono essere emesse con le labbra, le labiali (p, b, f, v, m), con la lingua sui denti (le dentali d, t, s, z, n) e via dicendo.

Per entrare nei dettagli → Fonologia e fonetica.

Quando si può usare “codesto” al posto di “quello”?

Codesto in italiano non si usa, vive solo nel dialetto toscano.

Anche se spesso le grammatiche continuano a riportare codesto tra gli aggettivi o i pronomi dimostrativi, non si usa!

In teoria servirebbe a indicare qualcosa che è vicino a chi ascolta; dunque, dalla sua cattedra, un professore direbbe all’alunno seduto in un banco: mostrami codesto compito (invece di quel). Ma questa forma arcaica è caduta in disuso e vive solo come regionalismo nella parlata toscana, non fa parte dell’italiano nazionale. Circola solo nel gergo burocratico con un significato diverso (mi rivolgo a codesta istituzione per…).

Per fugare altri dubbi sull’uso degli aggettivi → Gli aggettivi: cosa sono e come si dividono.

Precipitevolissimevolmente è la parola più lunga del vocabolario?

I dizionari moderni non la registrano, è solo una voce scherzosa che non è in uso

Precipitevolissimevolmente non è il superlativo assoluto di precipitevolmente, che dovrebbe essere precipitevolissimamente se avesse senso esprimere un concetto così breve con una parola così lunga.

Questa forma di superlativo è una voce scherzosa coniata nel Seicento in contesti poetici e ironici, ed è stata ripresa successivamente in pochissimi casi da qualche autore sempre in modo ironico. Dunque non è in uso, fuori da questi contesti, e i dizionari moderni non la annoverano tra i loro lemmi.

Per approfondire i gradi dell’avverbio → I gradi comparativo e superlativo degli avverbi.