Perché la pronuncia corretta di “incavo” è “incàvo” (e non “ìncavo”)?

“Incavo” deriva da “incavare” e si pronuncia con l’accento sulla “a” (non sulla “i”)

Anche se di frequente la parola “incavo” viene letta erroneamente “ìncavo” (con l’accento sulla “i”), la corretta pronuncia è “incàvo” (con l’accento sulla “a”), come “cavo”, visto che deriva da “incavare” (che come “io scavo” si coniuga in “io incàvo”, tu “incàvi”…).

La pronuncia meno corretta si è diffusa per analogia con la parola “concavo” (pron. còncavo), che però ha un diverso etimo, deriva dal latino concavus, che ha un’altra pronuncia.

Per un elenco delle altre parole che presentano incertezze nella loro accentazione (edile, utensile, rubrica…) → Dubbi di pronuncia.

Che differenza c’è tra accenti tonici e accenti grafici?

Gli accenti tonici di una parola sono quelli su cui la voce cade con maggior forza, e si pronunciano ma non si scrivono, al contrario degli accenti grafici che è necessario scrivere (es. maestà).

Gli accenti tonici sono quelli dove la voce cade con maggior forza, nel pronunciare una parola. Per esempio, prìncipi (= i reali) e princìpi (= i valori) hanno rispettivamente l’accento tonico che cade sulla terzultima e sulla penultima sillaba. Sono accenti che si pronunciano ma non si scrivono.
Gli accenti grafici, invece, sono quelli che è obbligatorio scrivere per non violare l’ortografia, es. giù, (= affermazione, da non confondere con il si riflessivo).

Per saperne di più → La pronuncia delle parole: accenti tonici.

Si dice utènsile o utensìle?

Si dice utensìle (accento sulla “i”) quando è un nome usato da solo, mentre in funzione di aggettivo, per es. nell’espressione “macchina utensile” si dice utènsile con l’accento spostato sulla “e”.

La pronuncia più corretta di utensile usato come sostantivo e da solo (un utensile = un attrezzo) è utensìle (con l’accento tonico sulla “i”), preferibile a utènsile, diffuso ma meno giusto. Tuttavia, questa seconda forma accentata sulla “e” si usa invece quando la parola è usata in funzione di aggettivo, per es. nell’espressione una macchina utensile (pron. utènsile), anche se, oltre a questo, non ci sono molti altri esempi di uso aggettivale.

Gli utensili letteralmente sono “cose utili” e derivano dal latino utensìlia, mentre l’aggettivo latino utènsilis, con l’accento ritratto, significava “utile”.

Per un elenco delle altre parole che presentano incertezze nella dizione (edile, infido, rubrica…) → Dubbi di pronuncia.

Cosa sono gli omografi?

Gli omografi sono parole che si scrivono allo stesso modo anche se hanno un diverso significato.

Le parole omografe (= dalla stessa grafia) si scrivono allo stesso modo anche se hanno un diverso significato, per esempio “stesse”, congiuntivo di “stare” ma anche plurale femminile di “stesso”.
Non sempre si pronunciano però allo stesso modo, come nel caso di pesca (che può essere un frutto o riguardare i pesci a seconda dell’apertura della “e”) o di ancora, che cambia significato con l’accento tonico: l’àncora di una barca, o ancòra, ovvero “di più”.

Per saperne di più → Omografi, omofoni e omonimi.

Quando bisogna scrivere gli accenti tonici?

Gli accenti tonici coincidono con quelli grafici soltanto nelle parole accentate sull’ultima, come “realtà”: in questo caso si devono anche scrivere, oltre che pronunciare.

Nello scrivere le parole polisillabe tronche (cioè accentate sull’ultima sillaba), come maestà, perché, colibrì, però o cucù, gli accenti grafici sono obbligatori da indicare, e in questo caso coincidono con quelli tonici (che si pronunciano facendo cadere la voce con maggior forza sulla sillaba).

In tutti gli altri casi gli accenti tonici non si devono apporre nello scrivere, si tende a non indicarli anche in caso di ambiguità, per cui una parola come ancora, si scrive senza accenti grafici, e si capisce dal contesto qual è il suo accento tonico, cioè se indica l’àncora di una barca, o se significa ancòra, ovvero “di più”.

Per saperne di più → La pronuncia delle parole: accenti tonici.

Si può andare a capo lasciando l’apostrofo da solo sull’ultima riga?

Meglio evitare di lasciare un apostrofo in fondo quando è necessario andare a capo.

Quando si va a capo, è sempre bene evitare di lasciare un apostrofo isolato a fine riga, es.

Sotto le rosse mura di Parigi era schierato l’
esercito di Francia.


Meglio trovare soluzioni graficamente più eleganti, per es.:

Sotto le rosse mura di Parigi era schierato
l’esercito di Francia.


oppure

Sotto le rosse mura di Parigi era schierato l’e-
sercito di Francia.

Anche eliminare l’elisione e aggiungere la vocale mancante prima di andare a capo, come si insegnava un tempo, è una soluzione da non utilizzare mai (è persino peggio di lasciare l’apostrofo a fine riga): es.

Sotto le rosse mura di Parigi era schierato lo
esercito di Francia.

Per approfondire il tema delle regole su come andare a capo correttamente → Divisione in sillabe.

Che differenza c’è nella pronuncia di “vénti” e “vènti”?

Il vénti (numero 20) non si pronuncia come i vènti (alisei).

La lettera “E” può essere pronunciata aperta (graficamente si indica con l’accento grave è) o chiusa (con l’accento acuto é). Nello scrivere, questi accenti si mettono obbligatoriamente solo solo a fine parola, es. ventitré e non si indicano mai all’interno (es. “véntitré”). Tuttavia, la pronuncia aperta o chiusa all’interno di una parola ne può cambiare il significato.

Nel caso di “venti”, se diciamo “vénti” (pron. chiusa) esprimiamo il numero 20, mentre “vènti” (pron. aperta) è il plurale di vento, per esempio la tramontana, lo scirocco…

Per approfondire → La pronuncia della “e” può cambiare il senso delle parole.

Meglio scrivere “sé stesso” o “se stesso”?

La tradizione molto consolidata di scrivere “se stesso” in tempi recenti è stata messa in discussione e bollata come “leggenda grammaticale” priva di senso. Dunque molti editori e importanti linguisti ultimamente preferiscono “sé stesso”, perciò non c’è una regola affermata in modo condiviso.

Nei monosillabi, in linea di massima, si mette l’accento quando esistono delle ambiguità che li possono far confondere con altri dal diverso significato: se congiunzione e pronome. Nel Novecento si è consolidata nell’editoria e sulle grammatiche la regola per cui, venendo a mancare l’ambiguità, nel caso di seguito da stesso e medesimo, la corretta ortografia prevedesse la forma senza accento: se stesso. In tempi recenti questa consuetudine è stata messa in discussione e bollata come “leggenda grammaticale” priva di senso da parte di alcuni linguisti, alcuni dizionari e alcuni editori che consigliano invece di non omettere mai l’accento, dunque: sé stesso e sé medesimo.

In sintesi, attualmente non esiste una regola affermata in modo condiviso.

Per approfondire questa vicenda → Si scrive “se stesso” o “sé stesso”?

Che differenza c’è tra apostrofo e accento?

L’apostrofo indica la caduta di una lettera (la azienda → l’azienda) e più raramente di un troncamento (poco → po’) e non va mai confuso con l’accento, che è un segno differente che si mette sulle vocali (“però”).

L’apostrofo (o elisione) indica che è avvenuta la caduta di una lettera per ragioni eufoniche (una amicaun’amica), mentre l’accento grafico è un segno che si pone sulle vocali; può essere grave o acuto, e talvolta ne indica anche la pronuncia aperta o chiusa (caffè, con la “e” aperta dell’accento grave, e perché, con la “e” chiusa dell’accento acuto).

Anche se si assomigliano, non bisogna confondere questi due segni: sono molto diversi.

Dunque non bisogna mai scrivere per es. e’ al posto di è con l’accento grave (o E’ per È) o se’ per con l’accento acuto, e poiché talvolta, solo di rado, l’elisione si pone anche per indicare che è avvenuto un troncamento, cioè la caduta di una sillaba finale di una parola, bisogna fare attenzione a scrivere po’ (= po-co) con l’apostrofo (e mai con l’accento).

Per saperne di più → Apostrofo e accento sono segni diversi da non confondere.

Cosa sono le parole sdrucciole?

Le parole sdrucciole sono quelle dove l’accento tonico cade sulla vocale della terzultima sillaba (es. “tà-vo-la”, “ma-lè-vo-lo”).

Ogni parola ha un suo accento tonico (dal greco tònos, “forza”), che cade sulla vocale della sillaba dove la voce si fa sentire con maggior forza. Questo accento, quando cade sulla terzultima sillaba, rende una parola sdrucciola, per es. cà-vo-lo, rò-to-lo.

Per saperne di più → La pronuncia delle parole: accenti tonici.

Che differenza c’è tra pòrci e pórci?

I pòrci sono i maiali, mentre pórci deriva da porgere (es. domande da porci).

La lettera “O” può essere pronunciata aperta (ò) o chiusa (ó). Ma la scrittura dell’accento avviene solo nelle parole tronche (accentate sull’ultima), che in italiano vogliono sempre e solo la “o” con l’accento grave (però, tornerò…). All’interno di una parola, l’apertura o chiusura della “O” si fa sentire con la voce, ma non si scrive.

Però dalla pronuncia può dipendere il significato delle parole omografe, cioè che si scrivono allo stesso modo, ma non è detto che si pronuncino allo stesso modo e siano anche omofone.

Bisogna allora fare attenzione perché le domande da pórci (da porgere), non sono come le domande da pòrci (cioè da maiali)!

Per approfondire → La pronuncia della “o” può cambiare il senso delle parole.

Negli omografi come “principi” è meglio scrivere l’accento per non confondere “prìncipi” con “princìpi”?

Nell’italiano moderno si preferisce non indicare questi accenti tonici

Un tempo era consuetudine apporre gli accenti tonici nel caso di omografi come prìncipi e princìpi; questa seconda forma si ritrovava anche con l’accento circonflesso sull’ultima “i” (principî) che indicava la contrazione delle due “i”di “principii”. Ma la grammatica e le norme editoriali moderne non lo prevedono. Dunque, anche se in alcuni libri si trovano ancora queste forme, la tendenza è quella di evitarle e di scrivere le parole normalmente e senza indicare gli accenti tonici: il significato si ricava dal contesto della frase.

Per approfondire gli accenti tonici e gli altri casi di omografi (àncora e ancòra, càpitano e capitàno…) → La pronuncia delle parole: accenti tonici.

Che differenza c’è tra omonimi, omografi e omofoni?

Omonimi: si scrivono e pronunciano allo stesso modo; omofoni: hanno lo stesso suono; omografi: hanno la stessa grafia.

Le parole omonime (dallo stesso nome) si scrivono e pronunciano allo stesso modo, per esempio il gioco del calcio, il calcio elemento chimico e il calcio di un fucile.

Le parole omografe (dalla stessa grafia) si scrivono allo stesso modo, ma non è detto che si pronuncino allo stesso modo, per esempio la pesca può essere un frutto (pèsca) o l’attività del pescare (pésca).

Le parole omofone hanno lo stesso suono anche se non è detto che si scrivano allo stesso modo, per esempio hanno, voce del verbo avere, e anno solare.

Per altri esempi e maggiori dettagli → Omografi, omofoni e omonimi.

Dire “perchè” invece di “perché” è un errore?

“Perché” richiede l’accento acuto solo nello scrivere, le inflessioni regionali non si possono bollare come errori

Nella scrittura è un errore: bisogna usare necessariamente l’accento acuto.

Nel parlare, invece, l’apertura delle “e” fa parte delle varietà regionali dell’italiano che caratterizza la parlata naturale di ognuno. Dunque non è necessario adeguarsi all’italiano sovra-regionale dei dizionari e seguire le regole della dizione che mettono in pratica gli attori nei contesti professionali.

Per approfondire → Pronuncia e dizione.

Si dice sàlubre o salùbre?

Si dice salùbre, con l’accento tonico sulla “u” come “salùte”

La pronuncia corretta di salubre è la seconda forma, con l’accento tonico sulla “ù” (come salute da cui la radice latina deriva).

Dire “sàlubre” è improprio, benché capiti di sentirlo, e i dizionari registrano questa variante come pronuncia meno corretta, anche se diffusa.

Per un elenco delle altre parole che più di frequente si sbagliano a pronunciare (edile, utensile, rubrica, Salgari…) → Dubbi di pronuncia.

Quando si dice pèsca e quando pésca?

La pèsca è il frutto del pesco, mentre la pésca deriva da pescare.

La lettera “E” può essere pronunciata in due modi: aperta (che si indica con l’accento grave è) o chiusa (che si indica con l’accento acuto é).

Quando questo accento è all’interno di una parola si fa sentire con la voce, ma non si scrive, è dunque un accento tonico, e non grafico.

La pèsca (con la e aperta) è il frutto del pesco (che si pronuncia allo stesso modo: con la e aperta), mentre  la pésca (con la e chiusa e stretta) deriva da pescare, si pronuncia come pesce, e la pesca di beneficenza deriva da questa metafora.

Per saperne di più → La pronuncia della E può cambiare il senso alle parole