“C” e “g” sono palatali o gutturali?

“C” e “g” sono palatali quando sono pronunciate dolci (cena, giallo), e gutturali quando sono dure (corsa, guaio).

L’articolazione delle consonanti dipende da come vengono prodotte con il movimento della bocca e della lingua: le palatali sono la c e la g dolci (cioè pronunciate come in cesto e gelato) e si chiamano così perché vengono articolate con la lingua che si poggia sul palato.

La c e g dure (come la q) di casa, gatto (e questo) sono invece dette gutturali, perché la lingua appoggia verso la gola

Per approfondire → Fonologia e fonetica.

Perché la pronuncia corretta di “incavo” è “incàvo” (e non “ìncavo”)?

“Incavo” deriva da “incavare” e si pronuncia con l’accento sulla “a” (non sulla “i”)

Anche se di frequente la parola “incavo” viene letta erroneamente “ìncavo” (con l’accento sulla “i”), la corretta pronuncia è “incàvo” (con l’accento sulla “a”), come “cavo”, visto che deriva da “incavare” (che come “io scavo” si coniuga in “io incàvo”, tu “incàvi”…).

La pronuncia meno corretta si è diffusa per analogia con la parola “concavo” (pron. còncavo), che però ha un diverso etimo, deriva dal latino concavus, che ha un’altra pronuncia.

Per un elenco delle altre parole che presentano incertezze nella loro accentazione (edile, utensile, rubrica…) → Dubbi di pronuncia.

Che differenza c’è tra accenti tonici e accenti grafici?

Gli accenti tonici di una parola sono quelli su cui la voce cade con maggior forza, e si pronunciano ma non si scrivono, al contrario degli accenti grafici che è necessario scrivere (es. maestà).

Gli accenti tonici sono quelli dove la voce cade con maggior forza, nel pronunciare una parola. Per esempio, prìncipi (= i reali) e princìpi (= i valori) hanno rispettivamente l’accento tonico che cade sulla terzultima e sulla penultima sillaba. Sono accenti che si pronunciano ma non si scrivono.
Gli accenti grafici, invece, sono quelli che è obbligatorio scrivere per non violare l’ortografia, es. giù, (= affermazione, da non confondere con il si riflessivo).

Per saperne di più → La pronuncia delle parole: accenti tonici.

Si dice utènsile o utensìle?

Si dice utensìle (accento sulla “i”) quando è un nome usato da solo, mentre in funzione di aggettivo, per es. nell’espressione “macchina utensile” si dice utènsile con l’accento spostato sulla “e”.

La pronuncia più corretta di utensile usato come sostantivo e da solo (un utensile = un attrezzo) è utensìle (con l’accento tonico sulla “i”), preferibile a utènsile, diffuso ma meno giusto. Tuttavia, questa seconda forma accentata sulla “e” si usa invece quando la parola è usata in funzione di aggettivo, per es. nell’espressione una macchina utensile (pron. utènsile), anche se, oltre a questo, non ci sono molti altri esempi di uso aggettivale.

Gli utensili letteralmente sono “cose utili” e derivano dal latino utensìlia, mentre l’aggettivo latino utènsilis, con l’accento ritratto, significava “utile”.

Per un elenco delle altre parole che presentano incertezze nella dizione (edile, infido, rubrica…) → Dubbi di pronuncia.

Quando bisogna scrivere gli accenti tonici?

Gli accenti tonici coincidono con quelli grafici soltanto nelle parole accentate sull’ultima, come “realtà”: in questo caso si devono anche scrivere, oltre che pronunciare.

Nello scrivere le parole polisillabe tronche (cioè accentate sull’ultima sillaba), come maestà, perché, colibrì, però o cucù, gli accenti grafici sono obbligatori da indicare, e in questo caso coincidono con quelli tonici (che si pronunciano facendo cadere la voce con maggior forza sulla sillaba).

In tutti gli altri casi gli accenti tonici non si devono apporre nello scrivere, si tende a non indicarli anche in caso di ambiguità, per cui una parola come ancora, si scrive senza accenti grafici, e si capisce dal contesto qual è il suo accento tonico, cioè se indica l’àncora di una barca, o se significa ancòra, ovvero “di più”.

Per saperne di più → La pronuncia delle parole: accenti tonici.

Che cosa sono i fonemi?

I fonemi sono i suoni che pronunciamo nel parlare.

I fonemi sono i suoni che pronunciamo nel parlare, nello scandire una lettera e nella composizione delle parole. Ma non sempre uno stesso fonema corrisponde al grafema (cioè il segno scritto, le lettere) che utilizziamo per scriverlo, e da queste divergenze nascono i principali dubbi di pronuncia e di ortografia.

La “S” di sasso, per esempio, è pronunciata diversamente dalla “S” di sbaglio, mentre, viceversa, la “C” dura di cuore si pronuncia allo stesso modo della “Q” di quadro, anche si scrivono diversamente.

Per entrare nei dettagli → Fonologia e fonetica.

Come si pronuncia la W?

La pronuncia della W dipende dalla lingua di provenienza: nelle parole italianizzate (wafer, walzer) si legge come una “v”; in quelle inglesi si pronuncia “u” (week-end, whisky).

La “w” (doppia vu o doppia vi, ma anche vu doppia) si pronuncia v nelle parole italianizzate (Walter, Wanda, wafer) e nella lingua tedesca (Wagner, walzer), mentre in inglese si pronuncia u (week-end, download, welfare, western e whisky).

Tuttavia, il “water” si pronuncia con la “v”, perché è una parola entrata da tanto tempo per via scritta che si è affermata con la pronuncia all’italiana.

Da sola e maiuscola W è poi l’abbreviazione di “viva” e così si legge e pronuncia (es. W l’Italia!).

Per approfondire → La pronuncia delle lettere.

Che differenza c’è nella pronuncia di “vénti” e “vènti”?

Il vénti (numero 20) non si pronuncia come i vènti (alisei).

La lettera “E” può essere pronunciata aperta (graficamente si indica con l’accento grave è) o chiusa (con l’accento acuto é). Nello scrivere, questi accenti si mettono obbligatoriamente solo solo a fine parola, es. ventitré e non si indicano mai all’interno (es. “véntitré”). Tuttavia, la pronuncia aperta o chiusa all’interno di una parola ne può cambiare il significato.

Nel caso di “venti”, se diciamo “vénti” (pron. chiusa) esprimiamo il numero 20, mentre “vènti” (pron. aperta) è il plurale di vento, per esempio la tramontana, lo scirocco…

Per approfondire → La pronuncia della “e” può cambiare il senso delle parole.

Che cosa sono le gutturali?

Si chiamano gutturali le consonanti che articoliamo quando la lingua viene appoggia verso la gola.

L’articolazione delle consonanti dipende da come vengono prodotte con il movimento della bocca e della lingua: le gutturali sono c, g dure e q (come in casa, gatto, questo) e si chiamano così perché vengono articolate con la lingua che si poggia verso la gola (dal latino guttur = “gola”).

Per approfondire → Fonologia e fonetica.

Che cosa sono i grafemi?

I grafemi sono i segni scritti, le lettere che impieghiamo per trascrivere i suoni.

Non sempre i grafemi (cioè i segni scritti, le lettere) coincidono perfettamente con i fonemi (cioè i suoni) che pronunciamo. Uno stesso simbolo grafico può infatti essere pronunciato in modi differenti, per esempio la “e” di pésca o di pèsca. Altre volte esistono invece grafemi diversi per indicare lo stesso suono, come nel caso di cuore e quadro. Da queste differenze nascono i dubbi di ortografia e di pronuncia.

Per saperne di più → Fonologia e fonetica.

Che differenza c’è tra pòrci e pórci?

I pòrci sono i maiali, mentre pórci deriva da porgere (es. domande da porci).

La lettera “O” può essere pronunciata aperta (ò) o chiusa (ó). Ma la scrittura dell’accento avviene solo nelle parole tronche (accentate sull’ultima), che in italiano vogliono sempre e solo la “o” con l’accento grave (però, tornerò…). All’interno di una parola, l’apertura o chiusura della “O” si fa sentire con la voce, ma non si scrive.

Però dalla pronuncia può dipendere il significato delle parole omografe, cioè che si scrivono allo stesso modo, ma non è detto che si pronuncino allo stesso modo e siano anche omofone.

Bisogna allora fare attenzione perché le domande da pórci (da porgere), non sono come le domande da pòrci (cioè da maiali)!

Per approfondire → La pronuncia della “o” può cambiare il senso delle parole.

Perché “aglio” e “glicine” si pronunciano diversamente?

“Gl” + “i” non forma sempre un digramma dall’unico suono dolce; tra le poche eccezioni c’è “glicine” che si pronuncia “g” duro + “l” come in “glucosio”, visto che deriva dal greco glykeròs.

Anche se il suono di “gli” è quasi sempre dolce (come aglio) esistono delle eccezioni come glicine e glicemia, che derivano dal greco glykeròs che significa “dolce” (da cui glucosio), o glissare (dal francese glisser). Sigli (voce del verbo siglare) mantiene la pronuncia dura di sigla, e tra le altre eccezioni ci sono negligente e i derivati di glisso (incidere) come glittografia.

Per approfondire → La pronuncia delle lettere.

Che cosa sono le labiali?

Le labiali sono le consonanti che articoliamo con le labbra.

L’articolazione delle consonanti dipende da come vengono prodotte con il movimento della bocca e della lingua: le labiali sono p, b, f, v, m, e si chiamano così perché vengono articolate con le labbra.

Per approfondire → Fonologia e fonetica.