Dopo il punto esclamativo (!) e interrogativo (?) è sempre obbligatoria la maiuscola?

Punto esclamativo e interrogativo sono segni di chiusura forti che prevedono di continuare con la maiuscola, tranne quando sono usati in modo continuativo.

Punto esclamativo (!) e interrogativo (?) chiudono una frase con la forza di un punto fermo e dunque successivamente il discorso procede con l’iniziale maiuscola: “Sei sicuro?” Mi disse. “Certo!” Risposi.

Tuttavia, in alcuni casi sporadici, quando l’esclamazione o la domanda sono integrate all’interno di una frase in modo che il discorso continui è possibile trovare esempi d’uso seguiti dalla minuscola (es. “si dice – sarà vero? – che le piante sentano), una consuetudine diffusissima in passato e anche fino a pochi decenni fa, che oggi è invece più rara:

● “Sì; ma com’è dozzinale! com’è sguaiato! com’è scorretto!” (I promessi sposi);
“Ma ora non s’è sbrigato ogni cosa? non s’è fatto tutto ciò che s’aveva a fare?” (I promessi sposi).

Naturalmente, stabilire quando un discorso continua, e quando no, non è una regola rigida, ha margini di soggettività e in alcuni casi può essere una scelta dell’autore.

Per approfondire → Maiuscole e minuscole.

“Lui”, “lei” e “loro” possono essere soggetto?

Se un tempo “lui”, “lei” e “loro”, quando erano soggetto, erano sostituiti da “egli”, “ella” ed “essi”, oggi sono accettabili e in alcuni casi preferibili.

Un tempo si insegnava a non usare mai lui e lei come soggetto: così come me e te non possono essere soggetto (si dice io sono e non me sono), allo stesso modo lui (e lei) e il plurale loro erano consentiti nei casi fossero l’oggetto (guardo lui) o per altri complementi (parlo di lui, con lui, a lui…). Per il soggetto si prescriveva sempre egli/ella (dunque egli parla, non lui parla), e per il plurale essi/esse.

Nell’italiano corrente invece, soprattutto nel linguaggio diretto, queste formule sono sempre più diffuse, e sono state “sdoganate” anche da autori classici, a cominciare da Alessandro Manzoni che nei Promessi sposi usa frequentemente lui come soggetto: “Lui invece caccia un urlo”; “e lui allora continuò a raccontare altre di quelle belle cose…”.

Per saperne di più sui pronomi → Lui può essere soggetto al posto di egli?

Quando si fa una citazione virgolettata, il punto si mette dentro o fuori dalle virgolette?

In linea di massima, se si fa una citazione di una frase completa si include la punteggiatura, altrimenti la punteggiatura si lascia all’esterno. Nel caso del punto di domanda o di esclamazione si lasciano all’interno per conferire alla citazione la giusta intonazione.

In linea di massima, quando si cita una parola o una frase, la punteggiatura è posta all’esterno, per esempio: Dopo aver letto l’insegna “Ristorante”, fermai la macchina. Oppure: “Chi la fa l’aspetti”, si dice.

Però, nel caso dei segni d’interpunzione che riguardano l’intonazione, come il punto di domanda o quello esclamativo, si inseriscono all’interno, per conferire il tono di ciò che si cita: Mi disse: “Davvero?”. E in tal caso è bene aggiungere il punto fermo dopo le virgolette, perché il punto interrogativo che fa parte della citazione, seguito dalle virgolette, perde la sua forza di chiusura.

Quando invece la citazione include un periodo completo, indipendente e finito, si tende a lasciare la punteggiatura di chiusura all’interno delle virgolette, e non bisogna mettere un ulteriore punto successivamente: “Obbedisco.” Disse Garibaldi.

Naturalmente non sempre è possibile fissare delle regole rigide, e talvolta stabilire se una frase citata è chiusa o aperta è una scelta. Dunque è possibile anche scrivere: “Chi la fa l’aspetti.” Non c’è altro da aggiungere.
I
n ogni caso bisogna evitare la doppia punteggiatura: “Chi la fa l’aspetti.”.

Per approfondire l’uso della punteggiatura associata alle virgolette → Le virgolette.

Cosa sono le “d eufoniche”?

Le “d eufoniche” sono le “d” apposte davanti ad “a”, “e” e “o” che diventano “ad”, “ed” e “od”.

Le “d eufoniche” sono le “d” apposte davanti alla preposizione “a” e alle congiunzioni “e” e “o” per evitare che l’incontro con una parola che comincia con vocale abbia una difficoltà di pronuncia e suoni male.

Un tempo erano molto diffuse davanti a qualunque vocale, ma oggi la forma “od” è praticamente decaduta (si tende a non usarla più nell’editoria) e nel caso di “ad” e “edsi usano solo ed esclusivamente davanti alla stessa vocale, dunque si scrive “ed era”, “foglie ed erba”, “ad avere”, “ad  amici”, ma mai “ed ovviamente”, “ed adesso”, “ad uno”…

Le poche eccezioni sono costituite da frasi fatte ormai entrate nell’uso come “ad esempio”, “ad ogni modo” e poche altre.

Per approfondire → E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche.

Si può dire “più estremo”?

Anche se “estremo” è il superlativo di “esterno” che letteralmente non si potrebbe estendere (come non si può dire “più ottimo”), ha perso questo significato originale e vive di vita propria, dunque si può dire che qualcosa è più estremo di qualcos’altro.

“Estremo” è il superlativo assoluto di “esterno”, indica ciò che è più esterno possibile. Così come non si possono accrescere gli altri superlativi (non si può dire “più ottimo” o “più grandissimo”), perché esprimono già il massimo grado, anche “estremo” dovrebbe seguire la regola.

Tuttavia, estremo (come anche prossimo o intimo) ha perso l’originale significato di superlativo e vive di vita propria; è usato anche con altri significati che permettono dei paragoni o degli aumenti di grado: si può dire che uno sport è più estremo (= spericolato, rischioso) di un altro, e persino fare il superlativo di ciò che sarebbe già superlativo: “estremissimo”.

Per saperne di più → I superlativi assoluti irregolari.

Come si fa a sapere se i nomi geografici sono maschili o femminili?

Non ci sono delle regole precise, ma esistono molte indicazioni utili per districarsi tra questi dubbi. Le città sono di solito femminili, i mari e i laghi maschili, per fiumi, monti e Paesi dipende dai casi.

Anche se non esistono regole precise per determinare il genere dei nomi geografici (che non sono riportati nei dizionari), le città sono di solito femminili perché si sottintende “città”: Venezia è bella, Milano è caotica, Roma è antica. Il Cairo è però maschile perché l’articolo fa parte integrante del nome della città.

I mari sono maschili perché si sottintende (il mare) Mediterraneo, Tirreno, Adriatico… come i laghi in cui, a parte il Garda, di solito non si può omettere la parola lago e dire per esempio “il Bracciano”.
L’Etna, il Vesuvio e lo Stromboli sono maschili perché si sottintende il vulcano, così come l’Elba sottintende l’isola e diventa femminile (come la Corsica, la Sardegna, la Sicilia), però si dice il Giglio (come abbreviazione dell’Isola del Giglio) perché prevale il nome maschile che porta. Allo stesso modo, il monte Bianco o Rosa, maschili (sono monti), come gli Appennini o i Pirenei; ma le Alpi e le (montagne) della Marmolada e della Maiella, come le Dolomiti, sono femminili.

I Paesi sono per lo più femminili, ma non sempre, per esempio: il Guatemala, il Venezuela, il Canada, il Sudafrica, il Congo, il Kenia. Lo stesso problema si riscontra per i nomi dei fiumi, in particolare per quelli che sono poco conosciuti, dove non è facile districarsi. La Dora Baltea, la Dora Riparia e la Secchia sono femminili come la Loira e la Senna, mentre il Po, il Lambro, il Ticino, l’Arno e il Tevere sono maschili come il Danubio.

In caso di dubbi, perciò, il consiglio è quello di scrivere sempre per esteso ciò che è sottinteso (l’iperonimo): aggiungere il fiume Ovesca o Sarca risolve ogni problema sull’articolo da utilizzare e sul suo sesso, soprattutto nel caso dei nomi che non sono universalmente conosciuti .

Per saperne di più → Il genere dei nomi geografici.

Meglio dire “ho potuto andare” o “sono potuto andare”?

Sono potuto andare è preferibile rispetto a ho potuto andare (anche se circolano entrambe le soluzioni).

Quando ci sono delle locuzioni verbali formate per esempio dai verbi servili (come potere, dovere o volere) può capitare che il verbo servile regga l’ausiliario avere, ma il verbo a cui si accompagna regga invece essere, per esempio “poter andare” (ho potuto e sono andato). E allora quale dei due bisogna usare? Meglio dire “ho potuto andare” o “sono potuto andare”?

Sono potuto andare è preferibile rispetto a ho potuto andare (anche se circolano entrambe le soluzioni).
Di solito è più elegante utilizzare l’ausiliario del verbo principale e non quello del servile che lo accompagna. Dunque, poiché si dice ho parlato e sono uscito, è preferibile dire anche ho potuto parlare e sono dovuto uscire.

Questa regola generale, però, non è sempre vera, è solo un’indicazione che vale in linea di massima. Talvolta sono possibili entrambe le forme, ma in altri casi (con i verbi sapere, preferire, desiderare e osare) prevale l’ausiliario del verbo servile: ho saputo correre (e non sono saputo), ho preferito andare ecc.

Per saperne di più → “Ho potuto” o “sono potuto” andare? Gli ausiliari nelle locuzioni verbali.

Le coniugazioni dei verbi sono 3 o 4?

Molte grammatiche classificano i verbi in 3 coniugazioni, ma altre preferiscono un criterio più pratico basato su 4 coniugazioni: i verbi in -are, -ere, -ire e tutti gli altri come trarre, porre e condurre.

Il modo di classificare i verbi in tre coniugazioni – quelli che terminano in are, ere e ire – è un criterio molto diffuso, ma non è il solo. Le coniugazioni non esistono “in natura”, sono solo delle categorie utili per suddividere ogni verbo in insiemi comodi per l’apprendimento. Questo modello considera i verbi che terminano in altro modo, per es. porre, trarre o condurre, come eccezioni che rientrano nella seconda coniugazione (derivano dal latino ponere, trahere e conducere e si comportano maggiormente come verbi della seconda), così come il verbo fare (che deriva da facere e ne segue meglio la coniugazione).

Ci sono però anche grammatiche che preferiscono usare un altro criterio più pratico basato su quattro coniugazioni che seguono esattamente le desinenze, dunque: i verbi in are, ere, ire e tutti gli altri come por-re, trar-re o tradur-re (quarta coniugazione) che hanno una diversa desinenza (è un criterio più semplice e pratico). In questo modello il verbo fare appartiene alla prima coniugazione (anche se si comporta irregolarmente).

Qualunque criterio si adotti, l’importante è coniugare i verbi in modo corretto.

Per saperne di più → Le coniugazioni dei verbi sono 3 oppure 4.

Dopo il punto si deve SEMPRE usare la maiuscola?

Dopo il punto si usa sempre la maiuscola, tranne nel caso delle abbreviazioni.

Il punto fermo è un segno di chiusura forte che richiede subito dopo di procedere l’iniziale maiuscola, al contrario di quanto avviene per la punteggiatura debole come virgola, due punti o punto e virgola. Ma Poiché il punto si usa anche per le abbreviazioni, solo in questo caso la regola non vale, perché il discorso continua: “Socrate nacque nel 469 a.C. ad Atene”.

Per saperne di più → Il punto fermo.

Le parole con “-zia”, “-zio” e “-zie”: quando si scrivono con la doppia Z (“-zzia”, “-zzio” e “-zzie”)?

In linea di massima le parole con “-zia”, “-zio” e “-zie” non raddoppiano la “z” (es. razione, colazione), ma non è sempre vero (es. corazziere, pazzia). Quando terminano in “–zione” si scrivono sempre con una “z” sola (colazione, nazione).

Spesso si insegna in modo impreciso che zio, –zia e –zie non vogliono mai la doppia z, dunque si scrive reazione, inezia, grazie

Il più delle volte è così, ma non sempre: se giustiziere si scrive con una sola z, ciò non vale per corazziere, tappezziere o carrozziere (costruiti sulla doppia z di corazza, tappezzeria e carrozza), e poi ci sono parole come pazzia e razzia che richiedono a doppia z.

Meglio riformulare la regola specificando che solo davanti alle parole in zione la z non si raddoppia mai (organizzazione, nazione), negli altri casi è una massima che vale spesso ma ha qualche eccezione.

Per saperne di più → La formazione delle parole.

Si dice “sognamo” o “sogniamo” con la “i”?

Meglio scrivere “sogniamo”: anche se non si pronuncia, la “i” fa parte della desinenza come nel caso di “am-iamo”.

Anche se il gn perlopiù non va mai fatto seguire dalla i (gnocco, gnomo…), nel caso della coniugazione dei verbi che terminano in -gnare ci sono forme come sogniamo (dove la i fa parte della desinenza verbale: sogn-iamo è come am-iamo, e omettere la i non è elegante, anche se è diffuso). Questa i non si pronuncia e anche se qualche grammatica tollera la forma senza i, non è consigliabile ometterla in un buon italiano, sia nel caso della prima persona plurale dell’indicativo, sia soprattutto in quella del congiuntivo (che noi sogniamo).
Lo stesso vale per verbi come accompagnare, disegnare, bagnare, vergognare… che fanno accompagniamo, disegniamo, bagniamo, vergogniamo

Per approfondire i casi del “gn” seguito da “i” (es. compagnia) → Le regole per combinare le lettere nella formazione delle parole.

Meglio scrivere “sé stesso” o “se stesso”?

La tradizione molto consolidata di scrivere “se stesso” in tempi recenti è stata messa in discussione e bollata come “leggenda grammaticale” priva di senso. Dunque molti editori e importanti linguisti ultimamente preferiscono “sé stesso”, perciò non c’è una regola affermata in modo condiviso.

Nei monosillabi, in linea di massima, si mette l’accento quando esistono delle ambiguità che li possono far confondere con altri dal diverso significato: se congiunzione e pronome. Nel Novecento si è consolidata nell’editoria e sulle grammatiche la regola per cui, venendo a mancare l’ambiguità, nel caso di seguito da stesso e medesimo, la corretta ortografia prevedesse la forma senza accento: se stesso. In tempi recenti questa consuetudine è stata messa in discussione e bollata come “leggenda grammaticale” priva di senso da parte di alcuni linguisti, alcuni dizionari e alcuni editori che consigliano invece di non omettere mai l’accento, dunque: sé stesso e sé medesimo.

In sintesi, attualmente non esiste una regola affermata in modo condiviso.

Per approfondire questa vicenda → Si scrive “se stesso” o “sé stesso”?

Quando si scrive “ce” di “cento” e quando “cie” di “cielo”?

Il suono “ce” si scrive di solito senza la “i”, ma tra le eccezioni ci sono “cielo”, “cieco”…

La maggior parte delle parole con il suono “ce” di solito si scrive senza la “i”, per es. cento, cera, cerotto, cetriolo… Tuttavia, ci sono alcune eccezioni che invece richiedono la “i”, anche se nella pronuncia non si sente; tra queste è bene ricordare:
cielo e cieco, che però nei derivati perdono però la “i”: celeste e cecità;
pasticciere (ma si è diffuso anche pasticcere), anche se pasticceria si scrive senza la “i”;
crociera, che non deriva da croce (e si scrive diversamente da crocefiggere, crocevia… che come il sostantivo che li ha generati non vogliono la i”);
società, superficie e specie;
sufficiente e derivati (insufficienza…), efficienza e derivati (inefficienza…).

Per saperne di più → La formazione delle parole.

Perché “aglio” e “glicine” si pronunciano diversamente?

“Gl” + “i” non forma sempre un digramma dall’unico suono dolce; tra le poche eccezioni c’è “glicine” che si pronuncia “g” duro + “l” come in “glucosio”, visto che deriva dal greco glykeròs.

Anche se il suono di “gli” è quasi sempre dolce (come aglio) esistono delle eccezioni come glicine e glicemia, che derivano dal greco glykeròs che significa “dolce” (da cui glucosio), o glissare (dal francese glisser). Sigli (voce del verbo siglare) mantiene la pronuncia dura di sigla, e tra le altre eccezioni ci sono negligente e i derivati di glisso (incidere) come glittografia.

Per approfondire → La pronuncia delle lettere.

Davanti a B e P la N si trasforma sempre in M?

Ci sono poche eccezioni, per esempio benpensante o panpepato.

Per ragioni eufoniche, davanti a “b” e “p” la lettera “n” si trasforma in “m” all’interno della stessa parola, per cui “mettere in barca” genera “imbarcare” (e non “inbarcare”) e dunque si scrive sempre imbuto, imparare oppure di solito Giampaolo e Giampiero, che invece mantengono la “n” quando sono scritti staccati Gian Paolo e Gian Piero.

Ci sono però alcune eccezioni di parole che vengono percepite come staccate anche quando si scrivono unite, perché prevale il significato del nome che le forma, per esempio il sanpietrino (o sampietrino), il cane sanbernardo, il panpepato e il benpensante.

Per scoprire di più su queste e altre regole della composizione delle lettere  → La formazione delle parole.