I titoli dei libri si scrivono con le virgolette o in corsivo?

I titoli dei libri si scrivono in corsivo, come le opere o i giornali e le riviste, mentre tra virgolette si indicano le loro parti (un capitolo, o il titolo di un articolo all’interno di una rivista).

Le norme editoriali prevedono che, nelle indicazioni bibliografiche, le virgolette si usino per le citazioni dei capitoli di un libro o delle parti interne di un’opera, per esempio il titolo di un articolo di un giornale o di una rivista, oppure il capitolo di un libro, es: Giovanni Verga “La lupa”, Vita dei campi.

I titoli dei libri, delle opere o delle riviste si scrivono invece in corsivo, es. I promessi sposi; L’espresso; Corriere della Sera.

Per approfondire l’uso delle virgolette → Le virgolette.

Dopo il punto esclamativo (!) e interrogativo (?) è sempre obbligatoria la maiuscola?

Punto esclamativo e interrogativo sono segni di chiusura forti che prevedono di continuare con la maiuscola, tranne quando sono usati in modo continuativo.

Punto esclamativo (!) e interrogativo (?) chiudono una frase con la forza di un punto fermo e dunque successivamente il discorso procede con l’iniziale maiuscola: “Sei sicuro?” Mi disse. “Certo!” Risposi.

Tuttavia, in alcuni casi sporadici, quando l’esclamazione o la domanda sono integrate all’interno di una frase in modo che il discorso continui è possibile trovare esempi d’uso seguiti dalla minuscola (es. “si dice – sarà vero? – che le piante sentano), una consuetudine diffusissima in passato e anche fino a pochi decenni fa, che oggi è invece più rara:

● “Sì; ma com’è dozzinale! com’è sguaiato! com’è scorretto!” (I promessi sposi);
“Ma ora non s’è sbrigato ogni cosa? non s’è fatto tutto ciò che s’aveva a fare?” (I promessi sposi).

Naturalmente, stabilire quando un discorso continua, e quando no, non è una regola rigida, ha margini di soggettività e in alcuni casi può essere una scelta dell’autore.

Per approfondire → Maiuscole e minuscole.

Quando si fa una citazione virgolettata, il punto si mette dentro o fuori dalle virgolette?

In linea di massima, se si fa una citazione di una frase completa si include la punteggiatura, altrimenti la punteggiatura si lascia all’esterno. Nel caso del punto di domanda o di esclamazione si lasciano all’interno per conferire alla citazione la giusta intonazione.

In linea di massima, quando si cita una parola o una frase, la punteggiatura è posta all’esterno, per esempio: Dopo aver letto l’insegna “Ristorante”, fermai la macchina. Oppure: “Chi la fa l’aspetti”, si dice.

Però, nel caso dei segni d’interpunzione che riguardano l’intonazione, come il punto di domanda o quello esclamativo, si inseriscono all’interno, per conferire il tono di ciò che si cita: Mi disse: “Davvero?”. E in tal caso è bene aggiungere il punto fermo dopo le virgolette, perché il punto interrogativo che fa parte della citazione, seguito dalle virgolette, perde la sua forza di chiusura.

Quando invece la citazione include un periodo completo, indipendente e finito, si tende a lasciare la punteggiatura di chiusura all’interno delle virgolette, e non bisogna mettere un ulteriore punto successivamente: “Obbedisco.” Disse Garibaldi.

Naturalmente non sempre è possibile fissare delle regole rigide, e talvolta stabilire se una frase citata è chiusa o aperta è una scelta. Dunque è possibile anche scrivere: “Chi la fa l’aspetti.” Non c’è altro da aggiungere.
I
n ogni caso bisogna evitare la doppia punteggiatura: “Chi la fa l’aspetti.”.

Per approfondire l’uso della punteggiatura associata alle virgolette → Le virgolette.

Meglio scrivere “eccetera”, “ecc.” o “etc.”?

Meglio abbreviare “eccetera” in “ecc.” e non in “etc.”, e poiché queste forme sono un po’ burocratiche, in narrativa si possono evitare ricorrendo a soluzioni più eleganti e discorsive, come “e così via” o i puntini di sospensione.

Eccetera è una locuzione avverbiale che deriva dal latino et cetera, cioè “e altre cose” e per questo talvolta viene abbreviato in etc., ma non c’è bisogno di scomodare il latino, le norme editoriali delle case editrici preferiscono evitare questa abbreviazione, è molto più appropriato usare ecc. all’italiana, quando occorre.

Nei contesti discorsivi o in narrativa l’uso di eccetera non è sempre consigliabile (è un po’ “burocratico”, soprattutto se abbreviato), talvolta un e così via è preferibile e più adatto, oppure, per indicare qualcosa che continua si possono usare i punti di sospensione…

Tra gli errori da evitare c’è l’associazione di eccetera o ecc. ai puntini di sospensione, va sempre evitato (ecc…, eccetera….) si mette o l’uno o gli altri visto che sono equivalenti.

Vedi anche → I puntini di sospensione.

Prima di “ma” è obbligatoria la virgola?

Non è affatto vero che prima di “ma” sia sempre obbligatoria la virgola.

Non è vero che prima di “ma” sia sempre obbligatoria la virgola, non esistono regole così ferree da prescrivere nel caso della punteggiatura e in un’espressione come “è brutto ma buono” la virgola non è necessaria è solo una scelta possibile, così come nel caso di: “ Zitta! – rispose, con voce bassa ma iraconda, don Abbondio” (I promessi sposi).

Dunque, dire che prima di ma ci vuole sempre la virgola, come ogni tanto capita di sentire, è solo una leggenda grammaticale.

Per saperne di più → Si può dire “ma però”? E altri dubbi su “ma”.

Quando bisogna scrivere gli accenti tonici?

Gli accenti tonici coincidono con quelli grafici soltanto nelle parole accentate sull’ultima, come “realtà”: in questo caso si devono anche scrivere, oltre che pronunciare.

Nello scrivere le parole polisillabe tronche (cioè accentate sull’ultima sillaba), come maestà, perché, colibrì, però o cucù, gli accenti grafici sono obbligatori da indicare, e in questo caso coincidono con quelli tonici (che si pronunciano facendo cadere la voce con maggior forza sulla sillaba).

In tutti gli altri casi gli accenti tonici non si devono apporre nello scrivere, si tende a non indicarli anche in caso di ambiguità, per cui una parola come ancora, si scrive senza accenti grafici, e si capisce dal contesto qual è il suo accento tonico, cioè se indica l’àncora di una barca, o se significa ancòra, ovvero “di più”.

Per saperne di più → La pronuncia delle parole: accenti tonici.

Cosa sono le “d eufoniche”?

Le “d eufoniche” sono le “d” apposte davanti ad “a”, “e” e “o” che diventano “ad”, “ed” e “od”.

Le “d eufoniche” sono le “d” apposte davanti alla preposizione “a” e alle congiunzioni “e” e “o” per evitare che l’incontro con una parola che comincia con vocale abbia una difficoltà di pronuncia e suoni male.

Un tempo erano molto diffuse davanti a qualunque vocale, ma oggi la forma “od” è praticamente decaduta (si tende a non usarla più nell’editoria) e nel caso di “ad” e “edsi usano solo ed esclusivamente davanti alla stessa vocale, dunque si scrive “ed era”, “foglie ed erba”, “ad avere”, “ad  amici”, ma mai “ed ovviamente”, “ed adesso”, “ad uno”…

Le poche eccezioni sono costituite da frasi fatte ormai entrate nell’uso come “ad esempio”, “ad ogni modo” e poche altre.

Per approfondire → E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche.

Si può andare a capo lasciando l’apostrofo da solo sull’ultima riga?

Meglio evitare di lasciare un apostrofo in fondo quando è necessario andare a capo.

Quando si va a capo, è sempre bene evitare di lasciare un apostrofo isolato a fine riga, es.

Sotto le rosse mura di Parigi era schierato l’
esercito di Francia.


Meglio trovare soluzioni graficamente più eleganti, per es.:

Sotto le rosse mura di Parigi era schierato
l’esercito di Francia.


oppure

Sotto le rosse mura di Parigi era schierato l’e-
sercito di Francia.

Anche eliminare l’elisione e aggiungere la vocale mancante prima di andare a capo, come si insegnava un tempo, è una soluzione da non utilizzare mai (è persino peggio di lasciare l’apostrofo a fine riga): es.

Sotto le rosse mura di Parigi era schierato lo
esercito di Francia.

Per approfondire il tema delle regole su come andare a capo correttamente → Divisione in sillabe.

Dopo i due punti si può usare la maiuscola?

Dopo i due punti si procede con la maiuscola solo nel caso delle citazioni dei dialoghi tra virgolette.

Dopo i due punti si procede con la minuscola, ma quando sono seguiti dalle virgolette è buona regola cominciare con la maiuscola, dunque, per rispettare le norme editoriali, la giusta forma delle citazioni virgolettate e dei dialoghi prevede di scrivere:

Mario mi disse: “Seguimi!”
e non
Mario mi disse: “seguimi!”.

Per approfondire → I due punti.

Meglio scrivere “sé stesso” o “se stesso”?

La tradizione molto consolidata di scrivere “se stesso” in tempi recenti è stata messa in discussione e bollata come “leggenda grammaticale” priva di senso. Dunque molti editori e importanti linguisti ultimamente preferiscono “sé stesso”, perciò non c’è una regola affermata in modo condiviso.

Nei monosillabi, in linea di massima, si mette l’accento quando esistono delle ambiguità che li possono far confondere con altri dal diverso significato: se congiunzione e pronome. Nel Novecento si è consolidata nell’editoria e sulle grammatiche la regola per cui, venendo a mancare l’ambiguità, nel caso di seguito da stesso e medesimo, la corretta ortografia prevedesse la forma senza accento: se stesso. In tempi recenti questa consuetudine è stata messa in discussione e bollata come “leggenda grammaticale” priva di senso da parte di alcuni linguisti, alcuni dizionari e alcuni editori che consigliano invece di non omettere mai l’accento, dunque: sé stesso e sé medesimo.

In sintesi, attualmente non esiste una regola affermata in modo condiviso.

Per approfondire questa vicenda → Si scrive “se stesso” o “sé stesso”?

Le sigle si scrivono tutte in maiuscolo?

Attualmente si tende a evitare di usare il maiuscolo su tutte le lettere di una sigla.

Un tempo si tendeva a scrivere le sigle tutte in maiuscolo e addirittura con i punti di abbreviazione per ogni lettera, ma questa consuetudine è caduta in disuso: una parola in maiuscolo all’interno di un testo spicca sul resto in modo pesante, dunque attualmente le norme editoriali dei principali editori raccomandano di usare la maiuscola solo per la prima lettera: Avis, Fiat, Unesco, Sos sono preferibili a AVIS, FIAT, UNESCO, SOS. Nel caso delle sigle più comuni, poi, è possibile scriverle interamente in minuscolo, per es. pc, cd…

Per saperne di più → Sigle e acronimi.

Che differenza c’è tra i caratteri con le grazie e senza grazie?

Le grazie sono i tratti terminali che marcano i caratteri ben visibili per esempio sulla T o sulla N di alcune fonti (o font), cioè in alcuni tipi di carattere.

La fonte, o in inglese font, è il tipo di carattere che si può decidere di utilizzare nella scrittura. Ci sono quelle con le grazie (i tratti terminali che marcano i caratteri ben visibili per esempio sulla T o sulla N), per esempio il Times New Roman, il Garamond, il Georgia o il Courier che imita i caratteri delle macchine per scrivere che si utilizzavano prima della rivoluzione digitale.
Altri tipi di carattere sono invece senza grazie e più arrotondati come l’Arial, il Verdana o il Comic, adatto agli scritti per bambini (di pessimo gusto e controproducente per la scrittura professionale).

Per saperne di più → La fonte (font) e il corpo di un testo.

Che differenza c’è tra il trattino lungo o disgiuntivo e quello breve o congiuntivo?

Il trattino corto, congiuntivo, si usa per unire due parole (greco-romano), quello lungo, disgiuntivo, si usa negli incisi.

Il trattino corto è detto anche di unione o congiuntivo, perché serve per unire due parole, o nelle parole composte (greco-romano) e non prevede di inserire spazi prima e dopo. Si usa per esempio:

per indicare periodi che continuano: periodo marzo-settembre; durata 3-6 mesi;
per unire due parole: il treno Roma-Milano;
per le parole composte: il linguaggio tecnico-scientifico.

Il trattino lungo o disgiuntivo () si utilizza invece per indicare un inciso o anche uno stacco del discorso, più marcato di quanto non si fa con la semplice virgola, ma meno netto e più elegante nello scrivere rispetto alle parentesi. Per esempio: “L’uomo – ignaro di ciò che stava per accadere – salì sul treno”. In questo caso il trattino lungo richiede sempre un’apertura e una chiusura, e richiede l’inserimento degli spazi prima e dopo.

Si usa talvolta anche nei dialoghi per separare le battute (e in tal caso non necessita della chiusura):

– Ciao!
– Ciao a te!

Per saperne di più → Il trattino (o lineetta) corto e lungo.

Che differenza c’è tra apostrofo e accento?

L’apostrofo indica la caduta di una lettera (la azienda → l’azienda) e più raramente di un troncamento (poco → po’) e non va mai confuso con l’accento, che è un segno differente che si mette sulle vocali (“però”).

L’apostrofo (o elisione) indica che è avvenuta la caduta di una lettera per ragioni eufoniche (una amicaun’amica), mentre l’accento grafico è un segno che si pone sulle vocali; può essere grave o acuto, e talvolta ne indica anche la pronuncia aperta o chiusa (caffè, con la “e” aperta dell’accento grave, e perché, con la “e” chiusa dell’accento acuto).

Anche se si assomigliano, non bisogna confondere questi due segni: sono molto diversi.

Dunque non bisogna mai scrivere per es. e’ al posto di è con l’accento grave (o E’ per È) o se’ per con l’accento acuto, e poiché talvolta, solo di rado, l’elisione si pone anche per indicare che è avvenuto un troncamento, cioè la caduta di una sillaba finale di una parola, bisogna fare attenzione a scrivere po’ (= po-co) con l’apostrofo (e mai con l’accento).

Per saperne di più → Apostrofo e accento sono segni diversi da non confondere.

Che cos’è il maiuscoletto?

A differenza del maiuscolo, il maiuscoletto mantiene la differenza tra maiuscole e minuscole.

Per evidenziare parole o concetti a cui dare risalto all’interno di un testo, nell’editoria non si usa mai il maiuscolo (si tende a evitarlo persino nei titoli), perché appesantisce. Se proprio è necessario si tende a usare il maiuscoletto, simile al maiuscolo, ma che mantiene la differenza tra maiuscole e minuscole con un diverso corpo (o dimensione), ed è più aggraziato, se si vuole introdurre in qualche titolo.

Per saperne di più → Maiuscole e minuscole.

Negli omografi come “principi” è meglio scrivere l’accento per non confondere “prìncipi” con “princìpi”?

Nell’italiano moderno si preferisce non indicare questi accenti tonici

Un tempo era consuetudine apporre gli accenti tonici nel caso di omografi come prìncipi e princìpi; questa seconda forma si ritrovava anche con l’accento circonflesso sull’ultima “i” (principî) che indicava la contrazione delle due “i”di “principii”. Ma la grammatica e le norme editoriali moderne non lo prevedono. Dunque, anche se in alcuni libri si trovano ancora queste forme, la tendenza è quella di evitarle e di scrivere le parole normalmente e senza indicare gli accenti tonici: il significato si ricava dal contesto della frase.

Per approfondire gli accenti tonici e gli altri casi di omografi (àncora e ancòra, càpitano e capitàno…) → La pronuncia delle parole: accenti tonici.

Che differenza c’è tra le virgolette “all’italiana” e quelle «caporale»?

Sono solo due diverse scelte grafiche

Le virgolette basse «» (dette anche sergente o caporale) o alte “” (o all’italiana) hanno lo stesso valore e dunque ricorrere a una forma o all’altra è solo una scelta editoriale grafica, non grammaticale.

L’importante è mantenere l’uniformità della scelta e non mescolarle.

Per approfondire sul loro uso → Le virgolette.

Meglio scrivere “e adesso” o “ed adesso”?

Le “d eufoniche” si possono usare su “e” e “a” solo quando incontrano la stessa vocale

Le “d eufoniche” si possono aggiungere davanti ad “a” ed “e” per evitare un suono fastidioso solo quando incontrano la stessa vocale. Le norme editoriali moderne prevedono dunque che si possa scrivere “ed era” o “ad Antonio”, ma non “ed adesso”, “ad Elena” o “ed adesso”.

Un tempo queste “d” dal suono migliorativo erano diffuse anche davanti a vocali diverse, ma nell’italiano corrente vanno invece evitate in questi casi, e “od” è decaduto e si tende a non usarlo più nemmeno davanti alle parole che iniziano con “o”.

Le uniche eccezioni tollerate sono poche formule fatte ormai entrate nell’uso, come “ad esempio” che equivale perfettamente a “per esempio”.

Per approfondire → E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche.

Meglio scrivere “l’edizione dei Promessi sposi” o “de I promessi sposi”?

Entrambe le forme sono corrette, la prima è più discorsiva, la seconda un po’ “pignola”

Il titolo originale include l’articolo: I promessi sposi.

Tuttavia, quando si citano i tioli delle opere precedute dall’articolo è possibile ometterlo per rendere la frase più agevole. Anche negli indici spesso si pospone per agevolare l’ordine alfabetico, per esempio: “Promessi sposi (i)”.

Quindi, scrivere “l’edizione dei Promessi sposi” è corretto. Ma è anche possibile usare la forma “l’edizione de I promessi sposi“ che stacca la preposizione articolata (di + il) mantenendo la “e” al posto della “i” per ragioni eufoniche, come nella sua articolazione. Questa seconda forma è però stilisticamente meno scorrevole e suona un po’ “pignola”.

Per saperne di più → L’uso dell’articolo e la sua omissione.