Che cosa sono i grafemi?

I grafemi sono i segni scritti, le lettere che impieghiamo per trascrivere i suoni.

Non sempre i grafemi (cioè i segni scritti, le lettere) coincidono perfettamente con i fonemi (cioè i suoni) che pronunciamo. Uno stesso simbolo grafico può infatti essere pronunciato in modi differenti, per esempio la “e” di pésca o di pèsca. Altre volte esistono invece grafemi diversi per indicare lo stesso suono, come nel caso di cuore e quadro. Da queste differenze nascono i dubbi di ortografia e di pronuncia.

Per saperne di più → Fonologia e fonetica.

Quando il punto esclamativo si associa a quello interrogativo, quale si mette prima?

Non esistono regole, si può mettere sia prima sia dopo.

È possibile associare il punto interrogativo a quello esclamativo quando si vuole conferire un’intonazione allo stesso tempo di domanda e di sorpresa (perché mai?!) che però è un modalità tipica dei registri fumettistici e andrebbe usata con moderazione e in casi sporadici, se non evitata.

Non esistono regole per mettere prima un segno o l’altro, in teoria dipende da cosa si vuole privilegiare: prima o la domanda o lo stupore?! La forma “!?” comunque è molto più rara.

Per gli altri dubbi sul segno “?” → Il punto di domanda.

Perché si dice “io guardo”, ma non si può dire “lui guarda io”?

Il pronome personale “io” si può usare solo quando è soggetto, se è complemento oggetto si trasforma in “me”.

La prima persona singolare del pronome io è sempre soggetto (es. io guardo te), quando diventa un complemento si trasforma in me (tu guardi me). Lo stesso vale per tu che diventa te e egli che diventa lui o . Queste forme, dette forti, possono diventare forme deboli quando sono espresse da mi, ti e gli, che perdono questo accento marcato forte e si possono trasformare in suffissi enclitici dall’accento debole (= che si aggiungono in fondo alla parola precedente appoggiandosi al loro accento), per esempio: dà a me si può trasformare in mi dai o anche dammi.

Per approfondire → I pronomi personali e le loro insidie.

Nelle formule di cortesia, quando gli interlocutori sono più di uno, è meglio dare del voi o del loro?

Se diamo del lei, al plurale si dovrebbe dare del loro (venga → vengano), anche se è sempre più diffuso il voi (venite), una formula di cortesia apparente (sarebbe il plurale di tu).

Nelle formule di cortesia del liguaggio formale, si usa dare del lei (terza persona singolare) seguito da congiuntivo (venga), dunque al plurale è più corretto dare del loro (vengano).

Tuttavia, dare del loro è oggi diventato più raro, è talvolta percepito come eccessivamente formale, ma va precisato che dare del voi in tono formale è una formula di cortesia solo apparente, che si ritrova anche in formule legali o commerciali come “vogliate provvedere” e simili al posto di “vogliano provvedere”. A rigor di logica il voi è il plurale di tu (vienivenite).

Per approfondire → Dare del tu, del lei, del loro e del voi.

Meglio scrivere “sé stesso” o “se stesso”?

La tradizione molto consolidata di scrivere “se stesso” in tempi recenti è stata messa in discussione e bollata come “leggenda grammaticale” priva di senso. Dunque molti editori e importanti linguisti ultimamente preferiscono “sé stesso”, perciò non c’è una regola affermata in modo condiviso.

Nei monosillabi, in linea di massima, si mette l’accento quando esistono delle ambiguità che li possono far confondere con altri dal diverso significato: se congiunzione e pronome. Nel Novecento si è consolidata nell’editoria e sulle grammatiche la regola per cui, venendo a mancare l’ambiguità, nel caso di seguito da stesso e medesimo, la corretta ortografia prevedesse la forma senza accento: se stesso. In tempi recenti questa consuetudine è stata messa in discussione e bollata come “leggenda grammaticale” priva di senso da parte di alcuni linguisti, alcuni dizionari e alcuni editori che consigliano invece di non omettere mai l’accento, dunque: sé stesso e sé medesimo.

In sintesi, attualmente non esiste una regola affermata in modo condiviso.

Per approfondire questa vicenda → Si scrive “se stesso” o “sé stesso”?

Si dice “sopra il” o “sopra al”?

Entrambe le forme sono corrette, non c’è una regola per preferire l’una o l’altra.

A volte l’uso delle preposizioni genera dubbi, per esempio se è meglio dire sopra il tavolo o sopra al tavolo.
Sono corrette entrambe le forme, è solo una questione di stile e di orecchio, e ognuno si può esprimere come preferisce.

Molte volte non esistono regole precise per l’uso più corretto delle preposizioni e si può dire in più di un modo, a seconda del gusto personale ma anche del contesto. Quando c’è un pronome personale, per esempio, sopra (ma anche su, tra e fra) vuole l’aggiunta di “di”, per cui si dice: sopra il e sopra al (o sul) divano, ma sopra (o su) di noi, preferibile al meno corretto “sopra noi”.

Per i dubbi sull’uso delle altre preposizioni → “Sopra al” o “sopra il”? Dubbi sull’uso delle preposizioni.

Si può mettere la virgola prima della “e”?

In molti contesti è perfettamente lecito far seguire una “e” subito dopo la virgola.


Spesso si dice che usare la virgola prima di e sarebbe un errore da evitare, visto che la loro funzione è la stessa. Ma è una leggenda grammaticale da sfatare: si può fare e si ritrova in molti testi anche letterari:

“Si trovò nella strada, portato come in trionfo, e accompagnato da una folla di popolo” (Promessi sposi).

L’uso della punteggiatura in molti casi è soggettivo e non sempre disciplinabile da norme rigide (a parte alcuni usi evidentemente errati). Anche l’associazione della virgola alla e ha ampli margini di soggettività e di stile. Si può benissimo amplificare e rafforzare la pausa della virgola aggiungendo anche una e. Oppure, anche se nelle incidentali è in linea di massima è forse preferibile escludere la virgola (era una giornata fredda e, a parte questo, non mi sentivo bene) non è infrequente trovare invece scelte che la includono (era una giornata fredda, e a parte questo, non mi sentivo bene) che non si può affatto considerare un errore.

Per approfondire → “E” o virgola? O entrambe?

Meglio dire “sia… sia” o “sia… che”?

Anche se la forma “sia… che” è sempre più diffusa, è meglio dire “sia… sia”: è più corretto e più elegante.

Il costrutto “sia… che” (es. “è sia buono che bello”) è molto diffuso anche sui giornali, al punto che è ormai accettato. Tuttavia, nelle norme editoriali di molte case editrici, e soprattutto in un buon italiano non popolare, è da evitare.

La forma più corretta è “sia… sia” (“è sia buono sia bello”), perché si tratta della ripetizione della stessa congiunzione correlativa, che non ha ragione di essere sostituita da “che” nel secondo elemento (ciò vale per tutti i costrutti che si ripetono due volte: a poco a poco, a mano a mano…).

L’origine di questo costrutto è da ricercarsi nel congiuntivo di comando del verbo essere: sia in questo modo o sia in quest’altro!

Per approfondire → Sia … sia o sia … che? A mano a mano o mano a mano?

Si può cominciare una frase con “che”?

Da un punto di vista grammaticale è possibile, dal punto di vista dello stile dipende dai contesti.

Non è vero che non si può mai iniziare una frase con il che, è una “leggenda grammaticale” priva di fondamenti: “Che mi venga un accidente se non è così!” dimostra che non esistono controindicazioni nel cominciare una frase con il congiuntivo preceduto da che.
Esistono poi molte espressioni comuni che iniziano con “che” (che bello! Che succede? Che mi dici?), e ci sono addirittura molti esempi letterari che si possono citare, per esempio questo incipit:

Che un uomo del suburbio di Buenos Aires (…) s’interni nei deserti battuti dai cavalli (…), sembra a prima vista impossibile
(Jorge Luis Borges“Il morto” in L’aleph, Feltrinelli, Milano 1961, traduzione di Francesco Mentori Montalto).

Quindi non è vietato, ma bisogna saperlo fare e poterselo permettere: il fatto che sia possibile non significa però che sia sempre consigliabile.

Per approfondire → I tanti valori di “che”.

Si dice “a cavalcioni” o soltanto “cavalcioni”?

Si possono usare entrambe le forme, e lo stesso vale per andare (a) gattoni, (a) tentoni…


Alcuni avverbi assumono la desinenza in “-oni”, e per esempio da tentare deriva tentoni, come gatto diventa gattoni, ma c’è anche il procedere cavalcioni, ciondoloni, carponi che a volte si possono introdurre con la preposizione a, ma vivono anche senza.

Per saperne di più → Gli avverbi.

Cosa sono le onomatopee?

Le onomatopee sono parole costituite da sequenze di caratteri che riproducono determinati suoni o rumori (brr, bum, bau, clic…).

Le onomatopee sono parti invariabili del discorso costituite da sequenze di caratteri che riproducono determinati suoni o rumori e vengono usate come esclamazioni (o interiezioni) insieme alle quali sono accorpate nelle grammatiche. Per esempio brr, un brivido, il drin di un campanello, il bum di un’esplosione o il dindon delle campane, oppure i versi degli animali (chicchirichì, bau, miao, cra cra), ma anche sob, gulp e tutto il repertorio dei fumetti, molto spesso espresso in inglese (wow, smack).

Per approfondire → Le esclamazioni (o interiezioni) e le onomatopee.

Cosa sono le interiezioni?

Le interiezioni o esclamazioni esprimono stupore (ah!), dolore (ahi!) e altri stati d’animo.

Le interiezioni (dal latino interjectio, cioè “intromissione”), dette anche esclamazioni, sono parti invariabili del discorso che esprimono stati d’animo come stupore (urca!), gioia (evviva!), meraviglia (toh!), dolore (ahi,) e altri ancora: ehm, ehi, uhm… e altre di stile fumettistico, spesso seguite dal punto esclamativo: toh! Uffa!

Per approfondire → Le esclamazioni (o interiezioni) e le onomatopee.

Prima del punto interrogativo si può mettere lo spazio?

Come per gli altri segni d’interpunzione, non si deve separare il punto di domanda con uno spazio.

Anche se in passato capitava di trovare esempi con lo spazio prima del punto interrogtivo, le moderne norme editoriali e grammaticali prevedono che, come gli altri segni d’interpunzione, il punto di domanda venga sempre scritto attaccato alla parola, e mai separato da uno spazio. Dunque: “Perché?” e mai: “Perché ?”.

Per gli altri dubbi sul segno “?” → Il punto di domanda.

Le sigle si scrivono tutte in maiuscolo?

Attualmente si tende a evitare di usare il maiuscolo su tutte le lettere di una sigla.

Un tempo si tendeva a scrivere le sigle tutte in maiuscolo e addirittura con i punti di abbreviazione per ogni lettera, ma questa consuetudine è caduta in disuso: una parola in maiuscolo all’interno di un testo spicca sul resto in modo pesante, dunque attualmente le norme editoriali dei principali editori raccomandano di usare la maiuscola solo per la prima lettera: Avis, Fiat, Unesco, Sos sono preferibili a AVIS, FIAT, UNESCO, SOS. Nel caso delle sigle più comuni, poi, è possibile scriverle interamente in minuscolo, per es. pc, cd…

Per saperne di più → Sigle e acronimi.

Che differenza c’è tra i caratteri con le grazie e senza grazie?

Le grazie sono i tratti terminali che marcano i caratteri ben visibili per esempio sulla T o sulla N di alcune fonti (o font), cioè in alcuni tipi di carattere.

La fonte, o in inglese font, è il tipo di carattere che si può decidere di utilizzare nella scrittura. Ci sono quelle con le grazie (i tratti terminali che marcano i caratteri ben visibili per esempio sulla T o sulla N), per esempio il Times New Roman, il Garamond, il Georgia o il Courier che imita i caratteri delle macchine per scrivere che si utilizzavano prima della rivoluzione digitale.
Altri tipi di carattere sono invece senza grazie e più arrotondati come l’Arial, il Verdana o il Comic, adatto agli scritti per bambini (di pessimo gusto e controproducente per la scrittura professionale).

Per saperne di più → La fonte (font) e il corpo di un testo.

Che differenza c’è tra il trattino lungo o disgiuntivo e quello breve o congiuntivo?

Il trattino corto, congiuntivo, si usa per unire due parole (greco-romano), quello lungo, disgiuntivo, si usa negli incisi.

Il trattino corto è detto anche di unione o congiuntivo, perché serve per unire due parole, o nelle parole composte (greco-romano) e non prevede di inserire spazi prima e dopo. Si usa per esempio:

per indicare periodi che continuano: periodo marzo-settembre; durata 3-6 mesi;
per unire due parole: il treno Roma-Milano;
per le parole composte: il linguaggio tecnico-scientifico.

Il trattino lungo o disgiuntivo () si utilizza invece per indicare un inciso o anche uno stacco del discorso, più marcato di quanto non si fa con la semplice virgola, ma meno netto e più elegante nello scrivere rispetto alle parentesi. Per esempio: “L’uomo – ignaro di ciò che stava per accadere – salì sul treno”. In questo caso il trattino lungo richiede sempre un’apertura e una chiusura, e richiede l’inserimento degli spazi prima e dopo.

Si usa talvolta anche nei dialoghi per separare le battute (e in tal caso non necessita della chiusura):

– Ciao!
– Ciao a te!

Per saperne di più → Il trattino (o lineetta) corto e lungo.

Che differenza c’è tra apostrofo e accento?

L’apostrofo indica la caduta di una lettera (la azienda → l’azienda) e più raramente di un troncamento (poco → po’) e non va mai confuso con l’accento, che è un segno differente che si mette sulle vocali (“però”).

L’apostrofo (o elisione) indica che è avvenuta la caduta di una lettera per ragioni eufoniche (una amicaun’amica), mentre l’accento grafico è un segno che si pone sulle vocali; può essere grave o acuto, e talvolta ne indica anche la pronuncia aperta o chiusa (caffè, con la “e” aperta dell’accento grave, e perché, con la “e” chiusa dell’accento acuto).

Anche se si assomigliano, non bisogna confondere questi due segni: sono molto diversi.

Dunque non bisogna mai scrivere per es. e’ al posto di è con l’accento grave (o E’ per È) o se’ per con l’accento acuto, e poiché talvolta, solo di rado, l’elisione si pone anche per indicare che è avvenuto un troncamento, cioè la caduta di una sillaba finale di una parola, bisogna fare attenzione a scrivere po’ (= po-co) con l’apostrofo (e mai con l’accento).

Per saperne di più → Apostrofo e accento sono segni diversi da non confondere.

Cos’è uno iato?

Lo iato è un accostamento di vocali che appartengono a sillabe diverse e rimangono separate, per es. “ma-e-stra”.

L’incontro tra due vocali forma uno iato quando rimangono separate, si pronunciano con due emissioni di fiato diverse e appartengono a sillabe diverse, per esempio zi-a, ma-e-stra, po-e-si-a.

Se invece le vocali consecutive formano una sillaba indivisibile (voi, fiu-me) formano un dittongo.

Per saperne di più → Sillabe, dittonghi, trittonghi e iati.

Quando si scrive “ce” di “cento” e quando “cie” di “cielo”?

Il suono “ce” si scrive di solito senza la “i”, ma tra le eccezioni ci sono “cielo”, “cieco”…

La maggior parte delle parole con il suono “ce” di solito si scrive senza la “i”, per es. cento, cera, cerotto, cetriolo… Tuttavia, ci sono alcune eccezioni che invece richiedono la “i”, anche se nella pronuncia non si sente; tra queste è bene ricordare:
cielo e cieco, che però nei derivati perdono però la “i”: celeste e cecità;
pasticciere (ma si è diffuso anche pasticcere), anche se pasticceria si scrive senza la “i”;
crociera, che non deriva da croce (e si scrive diversamente da crocefiggere, crocevia… che come il sostantivo che li ha generati non vogliono la i”);
società, superficie e specie;
sufficiente e derivati (insufficienza…), efficienza e derivati (inefficienza…).

Per saperne di più → La formazione delle parole.

Che cos’è il maiuscoletto?

A differenza del maiuscolo, il maiuscoletto mantiene la differenza tra maiuscole e minuscole.

Per evidenziare parole o concetti a cui dare risalto all’interno di un testo, nell’editoria non si usa mai il maiuscolo (si tende a evitarlo persino nei titoli), perché appesantisce. Se proprio è necessario si tende a usare il maiuscoletto, simile al maiuscolo, ma che mantiene la differenza tra maiuscole e minuscole con un diverso corpo (o dimensione), ed è più aggraziato, se si vuole introdurre in qualche titolo.

Per saperne di più → Maiuscole e minuscole.

Cosa sono le parole sdrucciole?

Le parole sdrucciole sono quelle dove l’accento tonico cade sulla vocale della terzultima sillaba (es. “tà-vo-la”, “ma-lè-vo-lo”).

Ogni parola ha un suo accento tonico (dal greco tònos, “forza”), che cade sulla vocale della sillaba dove la voce si fa sentire con maggior forza. Questo accento, quando cade sulla terzultima sillaba, rende una parola sdrucciola, per es. cà-vo-lo, rò-to-lo.

Per saperne di più → La pronuncia delle parole: accenti tonici.

Che differenza c’è tra pòrci e pórci?

I pòrci sono i maiali, mentre pórci deriva da porgere (es. domande da porci).

La lettera “O” può essere pronunciata aperta (ò) o chiusa (ó). Ma la scrittura dell’accento avviene solo nelle parole tronche (accentate sull’ultima), che in italiano vogliono sempre e solo la “o” con l’accento grave (però, tornerò…). All’interno di una parola, l’apertura o chiusura della “O” si fa sentire con la voce, ma non si scrive.

Però dalla pronuncia può dipendere il significato delle parole omografe, cioè che si scrivono allo stesso modo, ma non è detto che si pronuncino allo stesso modo e siano anche omofone.

Bisogna allora fare attenzione perché le domande da pórci (da porgere), non sono come le domande da pòrci (cioè da maiali)!

Per approfondire → La pronuncia della “o” può cambiare il senso delle parole.

Perché “aglio” e “glicine” si pronunciano diversamente?

“Gl” + “i” non forma sempre un digramma dall’unico suono dolce; tra le poche eccezioni c’è “glicine” che si pronuncia “g” duro + “l” come in “glucosio”, visto che deriva dal greco glykeròs.

Anche se il suono di “gli” è quasi sempre dolce (come aglio) esistono delle eccezioni come glicine e glicemia, che derivano dal greco glykeròs che significa “dolce” (da cui glucosio), o glissare (dal francese glisser). Sigli (voce del verbo siglare) mantiene la pronuncia dura di sigla, e tra le altre eccezioni ci sono negligente e i derivati di glisso (incidere) come glittografia.

Per approfondire → La pronuncia delle lettere.

Che cosa sono le labiali?

Le labiali sono le consonanti che articoliamo con le labbra.

L’articolazione delle consonanti dipende da come vengono prodotte con il movimento della bocca e della lingua: le labiali sono p, b, f, v, m, e si chiamano così perché vengono articolate con le labbra.

Per approfondire → Fonologia e fonetica.

Dopo il punto esclamativo è sempre necessaria la maiuscola?

Solo sporadicamente, quando il discorso continua, è possibile procedere con la minuscola.

Il punto esclamativo (!) è un segno di chiusura forte della frase, e dopo si procede con l’iniziale maiuscola. Tuttavia, in casi sporadici, quando il discorso continua, o il punto esclamativo fa parte di un inciso, si può anche scegliere di continuare in minuscolo e di non “spezzare” la frase:

“– Oh! suggerire a lei che sa di latino! – interruppe ancora il bravo, con un riso tra lo sguaiato e il feroce” (I promessi sposi).

In linea di massima, però, è bene evitarlo.

Per gli altri dubbi sul segno “!” → Il punto esclamativo.

Si può moltiplicare il punto di domanda (???) per rafforzare l’interrogazione?

Il raddoppiamento del punto interrogativo appartiene al registro dei fumetti, non è contemplato nelle norme editoriali.

Il punto di domanda (o interrogativo) non andrebbe mai raddoppiato o peggio ancora moltiplicato, se ne usa sempre e soltanto uno.

L’uso di forme rinforzate (perché?? cosa???) ricorre soltanto nei fumetti o è tipico del gergo delle chat, e anche se ogni tanto fa capolino nella letteratura popolare non è contemplato dalle norme grammaticali né da quelle editoriali, dunque va evitato nell’italiano corretto.

Per gli altri dubbi sul segno “?” → Il punto di domanda.

Davanti a B e P la N si trasforma sempre in M?

Ci sono poche eccezioni, per esempio benpensante o panpepato.

Per ragioni eufoniche, davanti a “b” e “p” la lettera “n” si trasforma in “m” all’interno della stessa parola, per cui “mettere in barca” genera “imbarcare” (e non “inbarcare”) e dunque si scrive sempre imbuto, imparare oppure di solito Giampaolo e Giampiero, che invece mantengono la “n” quando sono scritti staccati Gian Paolo e Gian Piero.

Ci sono però alcune eccezioni di parole che vengono percepite come staccate anche quando si scrivono unite, perché prevale il significato del nome che le forma, per esempio il sanpietrino (o sampietrino), il cane sanbernardo, il panpepato e il benpensante.

Per scoprire di più su queste e altre regole della composizione delle lettere  → La formazione delle parole.

Che differenza c’è tra fonetica e fonologia?

La fonologia studia la pronuncia dei segni scritti, la fonetica le emissioni dei suoni attraverso la bocca, la lingua e le corde vocali.

La fonologia studia i fonemi, cioè i suoni che si pronunciano nel parlare e di conseguenza anche i grafemi corrispondenti (cioè i segni scritti) che non sempre corrispondono ai suoni (per es. “q” e “cu” sono lo stesso fonema).

La fonetica studia invece i suoni del linguaggio dal punto di vista della loro articolazione, per esempio come si pronunciano le consonanti, che possono essere emesse con le labbra, le labiali (p, b, f, v, m), con la lingua sui denti (le dentali d, t, s, z, n) e via dicendo.

Per entrare nei dettagli → Fonologia e fonetica.

Negli omografi come “principi” è meglio scrivere l’accento per non confondere “prìncipi” con “princìpi”?

Nell’italiano moderno si preferisce non indicare questi accenti tonici

Un tempo era consuetudine apporre gli accenti tonici nel caso di omografi come prìncipi e princìpi; questa seconda forma si ritrovava anche con l’accento circonflesso sull’ultima “i” (principî) che indicava la contrazione delle due “i”di “principii”. Ma la grammatica e le norme editoriali moderne non lo prevedono. Dunque, anche se in alcuni libri si trovano ancora queste forme, la tendenza è quella di evitarle e di scrivere le parole normalmente e senza indicare gli accenti tonici: il significato si ricava dal contesto della frase.

Per approfondire gli accenti tonici e gli altri casi di omografi (àncora e ancòra, càpitano e capitàno…) → La pronuncia delle parole: accenti tonici.

Quando si può usare “codesto” al posto di “quello”?

Codesto in italiano non si usa, vive solo nel dialetto toscano.

Anche se spesso le grammatiche continuano a riportare codesto tra gli aggettivi o i pronomi dimostrativi, non si usa!

In teoria servirebbe a indicare qualcosa che è vicino a chi ascolta; dunque, dalla sua cattedra, un professore direbbe all’alunno seduto in un banco: mostrami codesto compito (invece di quel). Ma questa forma arcaica è caduta in disuso e vive solo come regionalismo nella parlata toscana, non fa parte dell’italiano nazionale. Circola solo nel gergo burocratico con un significato diverso (mi rivolgo a codesta istituzione per…).

Per fugare altri dubbi sull’uso degli aggettivi → Gli aggettivi: cosa sono e come si dividono.

Si può scrivere “un’insegnante” con l’apostrofo?

Una insegnante si può apostrofare, un insegnante no.

Si può scrivere se si tratta di una insegnante, che si può apostrofare.

Nel caso del maschile si scrive un insegnante, perché gli articoli indeterminativi maschili sono due:
un si usa davanti alle parole che iniziano con vocale, è già una forma tronca che non ha bisogno dell’apostrofo;
uno si usa davanti alle parole in consonante (a parte quelle che iniziano per s impura, gn, ps, pn, x e z).

Dunque una si può apostrofare (un’insegnante donna), mentre uno non si apostrofa mai! Al suo posto, davanti a vocale, si usa un (un insegnante uomo).

Per approfondire le regole dell’apostrofo in questi casi → Uno, un e una: gli articoli indeterminativi e quando si apostrofano.

Il plurale di “osso” è “ossi” o “ossa”?

Le ossa sono l’ossatura nel suo insieme, gli ossi sono quelli singoli.

Alcune parole possiedono un doppio plurale, e in alcuni casi la scelta è indifferente, per esempio ginocchio può rimanere al maschile, ginocchi, o diventare femminile: ginocchia.

Altre volte i due plurali hanno un diverso significato, e nel caso di osso le ossa, al femminile, designano il totale e l’insieme, cioè lo scheletro e l’ossatura: le ossa del piede (= tutte).

Gli ossi, invece, sono i singoli ossi, per esempio due ossi del piede presi separatamente, oppure indicano gli ossi degli animali, come gli Ossi di seppia di Montale.

Per una tabella con altri casi Nomi con doppio plurale e doppio significato.

Che differenza c’è tra omonimi, omografi e omofoni?

Omonimi: si scrivono e pronunciano allo stesso modo; omofoni: hanno lo stesso suono; omografi: hanno la stessa grafia.

Le parole omonime (dallo stesso nome) si scrivono e pronunciano allo stesso modo, per esempio il gioco del calcio, il calcio elemento chimico e il calcio di un fucile.

Le parole omografe (dalla stessa grafia) si scrivono allo stesso modo, ma non è detto che si pronuncino allo stesso modo, per esempio la pesca può essere un frutto (pèsca) o l’attività del pescare (pésca).

Le parole omofone hanno lo stesso suono anche se non è detto che si scrivano allo stesso modo, per esempio hanno, voce del verbo avere, e anno solare.

Per altri esempi e maggiori dettagli → Omografi, omofoni e omonimi.

Che differenza c’è tra “s” sorda e sonora?

La S sorda è quella di “sasso”, la S sonora è quella di “rosa”

La S può essere pronunciata in due modi: quella sorda (o aspra) viene emessa senza vibrazione delle corde vocali, come nel caso di sala, psicologo, immenso e quando è doppia, come in rosso e passo; la S sonora, invece, viene emessa attraverso il passaggio di una sonorità nella laringe, come in rosa, asma, sbaglio o sgabello.

Per approfondire e scoprire qualche regola su quando va pronunciata in un modo o nell’altro → La dizione corretta di “E”, “O”, “S” e “Z”.

Che differenza c’è tra numeri ordinali e cardinali?

I numeri cardinali corrispondono ai numeri (1, 2…), quelli ordinali all’ordine di numerazione (primo, secondo…)

Gli aggettivi numerali si chiamano cardinali, cioè i numeri che si possono scrivere con le cifre arabe (1, 2, 3…), e ordinali quando indicano l’ordine di numerazione: primo, secondo, terzo…, e in questo caso si possono scrivere con una piccola o in apice (1°, 2°, 3°…) che diventa a nel femminile (1a, 2 a…) o con i numeri romani che in alcuni casi sono obbligatori (I, II,  III…)

Per sapere quando è obbligatoria la numerazione romana e come funziona → I numeri romani.

Cosa sono gli articoli partitivi?

Si usano come plurale degli articoli un, uno e una

Gli articoli indeterminativi un, uno e una non hanno un vero e proprio plurale e per variarli nel numero si usano gli articoli partitivi dei, degli e delle (uguali alle preposizioni articolate): un canedei cani. Indicano una parte del tutto che ha un valore indeterminato: si possono spesso omettere o sostituire con parole come certi, alcuni, un po’ di: ho comprato un libroho comprato libri; ho visto uno spettacoloalcuni spettacoli; ho mangiato una caramellaun po’ di caramelle.

Per approfondire → Un, uno e una al plurale: gli articoli partitivi dei, degli e delle.

Dire “perchè” invece di “perché” è un errore?

“Perché” richiede l’accento acuto solo nello scrivere, le inflessioni regionali non si possono bollare come errori

Nella scrittura è un errore: bisogna usare necessariamente l’accento acuto.

Nel parlare, invece, l’apertura delle “e” fa parte delle varietà regionali dell’italiano che caratterizza la parlata naturale di ognuno. Dunque non è necessario adeguarsi all’italiano sovra-regionale dei dizionari e seguire le regole della dizione che mettono in pratica gli attori nei contesti professionali.

Per approfondire → Pronuncia e dizione.

Che differenza c’è tra le virgolette “all’italiana” e quelle «caporale»?

Sono solo due diverse scelte grafiche

Le virgolette basse «» (dette anche sergente o caporale) o alte “” (o all’italiana) hanno lo stesso valore e dunque ricorrere a una forma o all’altra è solo una scelta editoriale grafica, non grammaticale.

L’importante è mantenere l’uniformità della scelta e non mescolarle.

Per approfondire sul loro uso → Le virgolette.

Si può dire “più male” o si può dire solo “peggio”?

“Più male” si può dire quando è un sostantivo, non quando è un comparativo.

Il comparativo di male è peggio, e non si può dire è più male, ma è peggio.

Tuttavia, in altre espressioni, “più male” non ha questo significato e si può dire per esempio: “Ho sentito più male (= più dolore) di ieri”, dove male è un sostantivo e più significa “una maggiore quantità”.

Per approfondire → I gradi comparativo e superlativo degli avverbi.

Come si chiama e pronuncia la lettera “J”?

La “i lunga” (e non “jay”!) in italiano si pronuncia “i” (Jacopo, Juventus, juta, Jugoslavia), mentre per le lingue straniere dipende dai casi.

La lettera “J” si chiama “i lunga” e non “jay” come viene stupidamente detta troppo spesso, e come se l’unica pronuncia fosse quella inglese.

Ha il valore di vocale ed è stata usata in italiano fino all’Ottocento per indicare la i con valore lungo o doppio, in parole come majale, principj, personaggj (si ritrova anche agli inizi del Novecento in Pirandello che scriveva jella).

In italiano si pronuncia dunque “i” e si trova in nomi propri come Jacopo o Jolanda, e in parole come juta, Juventus, junior, ex Jugoslavia… Si pronuncia “i” anche nelle parole tedesche (Gustav Jung) o russe (perestrojka) mentre nelle parole francesi diventa una consonante, una “g” aspirata e addolcita nei suoni come abat-jour, e in inglese diventa una “g” dolce come in jazz e jeans, lo stesso suono che ricorre nelle parole giapponesi come judo.

Per sapere di più sulla pronuncia delle lettere italiane e straniere  → La pronuncia delle lettere.

Si dice sàlubre o salùbre?

Si dice salùbre, con l’accento tonico sulla “u” come “salùte”

La pronuncia corretta di salubre è la seconda forma, con l’accento tonico sulla “ù” (come salute da cui la radice latina deriva).

Dire “sàlubre” è improprio, benché capiti di sentirlo, e i dizionari registrano questa variante come pronuncia meno corretta, anche se diffusa.

Per un elenco delle altre parole che più di frequente si sbagliano a pronunciare (edile, utensile, rubrica, Salgari…) → Dubbi di pronuncia.

Precipitevolissimevolmente è la parola più lunga del vocabolario?

I dizionari moderni non la registrano, è solo una voce scherzosa che non è in uso

Precipitevolissimevolmente non è il superlativo assoluto di precipitevolmente, che dovrebbe essere precipitevolissimamente se avesse senso esprimere un concetto così breve con una parola così lunga.

Questa forma di superlativo è una voce scherzosa coniata nel Seicento in contesti poetici e ironici, ed è stata ripresa successivamente in pochissimi casi da qualche autore sempre in modo ironico. Dunque non è in uso, fuori da questi contesti, e i dizionari moderni non la annoverano tra i loro lemmi.

Per approfondire i gradi dell’avverbio → I gradi comparativo e superlativo degli avverbi.

Meglio scrivere “e adesso” o “ed adesso”?

Le “d eufoniche” si possono usare su “e” e “a” solo quando incontrano la stessa vocale

Le “d eufoniche” si possono aggiungere davanti ad “a” ed “e” per evitare un suono fastidioso solo quando incontrano la stessa vocale. Le norme editoriali moderne prevedono dunque che si possa scrivere “ed era” o “ad Antonio”, ma non “ed adesso”, “ad Elena” o “ed adesso”.

Un tempo queste “d” dal suono migliorativo erano diffuse anche davanti a vocali diverse, ma nell’italiano corrente vanno invece evitate in questi casi, e “od” è decaduto e si tende a non usarlo più nemmeno davanti alle parole che iniziano con “o”.

Le uniche eccezioni tollerate sono poche formule fatte ormai entrate nell’uso, come “ad esempio” che equivale perfettamente a “per esempio”.

Per approfondire → E/ed, a/ad, o/od: quando usare le D eufoniche.

Perché si dice SUL tavolo, ma SU DI noi?

Spesso, con i pronomi personali l’uso delle presizioni “su”, “sopra” o “sotto” richiedono “di”, che non su usa negli altri casi

Non sempre ci sono delle regole precise per l’uso delle preposizioni e a seconda del gusto personale o del contesto si possono usare diverse formule. Per esempio si può dire indifferentemente sopra al tavolo o sopra il tavolo, insieme a loro e insieme con loro, dietro il muro o dietro al muro.

Quando però entra in gioco un pronome personale, spesso (anche se non sempre) è necessario appoggiarsi a una preposizione semplice che non si usa in altri casi, e nel caso di “su”, “sopra” o “sotto” si dice su (e sopra) di noi, ma sul (o sopra il) tavolo.

Questa regola non vale sempre, e nel caso di fra di noi o fra noi, per esempio, sono ammissibili entrambe le forme.

Per risolvere altri dubbi sulle preposizioni → Sopra al o sopra il? Dubbi sull’uso delle preposizioni.

Meglio dire “l’uomo A CUI ho scritto” o “l’uomo CUI ho scritto”?

Si può dire sia “a cui” (più discorsivo), sia “cui” (più altisonante, perché si appoggia al significato latino)

Quando “cui” ha la funzione di complemento di termine, e cioè risponde alle domande “a chi? a che cosa?”, è possibile omettere la “a” e usare solo cui, che in latino era la forma già declinata con lo stesso significato.

Dunque si possono usare entrambe le forme: “a cui” è più discorsivo e colloquiale, la forma “cui” è invece più ricercata e dotta perché omette la preposizione con un impiego del pronome già declinato alla latina.

Attenzione: quando cui esprime altri complementi, invece, non è possibile omettere la preposizione: si può dire l’uomo (a) cui ho scritto, ma si dice sempre l’uomo di cui ti ho parlato, l’uomo per cui lavoro

Per risolvere altri dubbi sull’uso dei pronomi → I pronomi relativi.

Meglio dire “le scarpe marrone” o “le scarpe marroni”?

Meglio non declinare al plurale e dire “le scarpe marrone”

I colori sono spesso aggettivi che si concordano nel genere e nel numero con il nome a cui si riferiscono: le fragole rosse, gli occhi verdi. Ma non è sempre così. Il colore marrone è stato importato dal francese marron, un sostantivo che indica una varietà di castagna (quella dei marron glacé) e come nel caso del colore rosa (il colore della Rosa canina) non dovrebbe essere volto al plurale perché significa “il colore della castagna” (dunque: la scarpa marrone, la maglia rosa → le scarpe marrone e le maglie rosa).

Tuttavia, ormai i dizionari ne registrano anche l’uso aggettivale che si declina al plurale, ma scrivere “le scarpe marroni” non è un italiano molto elegante.

Per saperne di più sulla concordanza degli altri colori, come l’arancione o il giallo ocra… → I colori non sono sempre aggettivi variabili.

Meglio scrivere “l’edizione dei Promessi sposi” o “de I promessi sposi”?

Entrambe le forme sono corrette, la prima è più discorsiva, la seconda un po’ “pignola”

Il titolo originale include l’articolo: I promessi sposi.

Tuttavia, quando si citano i tioli delle opere precedute dall’articolo è possibile ometterlo per rendere la frase più agevole. Anche negli indici spesso si pospone per agevolare l’ordine alfabetico, per esempio: “Promessi sposi (i)”.

Quindi, scrivere “l’edizione dei Promessi sposi” è corretto. Ma è anche possibile usare la forma “l’edizione de I promessi sposi“ che stacca la preposizione articolata (di + il) mantenendo la “e” al posto della “i” per ragioni eufoniche, come nella sua articolazione. Questa seconda forma è però stilisticamente meno scorrevole e suona un po’ “pignola”.

Per saperne di più → L’uso dell’articolo e la sua omissione.

Qual è il plurale di capolavoro?

Capolavoro al plurale varia solo la desinenza: i capolavori.

Capolavoro al plurale varia solo la desinenza: i capolavori. Ma non è sempre così e il plurale di capostazione varia invece solo la radice: i capistazione, mentre nel caso di caposaldo si variano entrambi gli elementi: i capisaldi.

Per sapere come declinare il giusto plurale dei composti di capo- e per consultare una tabella con tutti questi composti → I plurali dei composti di capo-